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	<title>appunti-dallindia &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "appunti-dallindia"</description>
	<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 09:51:34 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Nella casa di Dolly Thakore]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/?p=176</link>
<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 16:30:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Compare  questa settimana sul Mumbai Times un&#8217;intervista a Dolly Thakore, la protagonista dei]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family:Verdana;">Compare  questa settimana sul Mumbai Times un'intervista a Dolly Thakore, la protagonista dei "Monologhi della vagina" in hindi, di cui parlo in <em>Indiana. </em>Sullo sfondo si intravede il suo salotto teatrale e, nella foto piccola, il Buddha di ottone dello Sri Lanka che mi aveva incantata.</span></p>
<p><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/07/dolly.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-175" src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/07/dolly.jpg?w=218" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
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<title><![CDATA[Nell'ultimo Far West indiano]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/?p=144</link>
<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 16:27:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[ reportage e foto di Laura Salvinelli. Pubblicati su &#8220;Alias&#8221;, supplemento culturale del]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p> reportage e foto di Laura Salvinelli. Pubblicati su "Alias", supplemento culturale del "manifesto", sabato 28 giugno.</p>
<p><span lang="it-IT"><em><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/06/salvinelli_kachchh_1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-145" src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/06/salvinelli_kachchh_1.jpg" alt="" /></a>"Quanto sopravviveranno?" si chiede d'Orazi Flavoni e con la appassionata dedizione di un collezionista che vuole non solo conoscere, ma conservare, fruga nelle folle dei mercati, nei villaggi, nelle distese del Kutch fra deserti e paludi alla ricerca di quel che rimane di questa razza di allevatori di cammelli, i Rabari.<!--more--></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">E con lui, se lo chiede anche Tiziano Terzani nell'introduzione a uno dei rari libri sul Kutch <em>Rabari, gli ultimi nomadi </em>di Francesco d'Orazi Flavoni (Stampa Alternativa, Viterbo, 1998). Sono passati dieci anni e, oltre a tutte le minacce di globalizzazione temute da entrambi, il Kutch, o Kachchh, per usare la traslitterazione dura che rende meglio il suono del suo nome, è stato l'epicentro di quello che è stato il più forte terremoto degli ultimi cinquant'anni, di magnitudo 7,9 della scala Richter, ora purtroppo superato in intensità e sciagura da quello del 12 maggio del Sichuan cinese. Il 26 gennaio del 2001 la terra ha tremato per cento secondi, causando la morte di 30.000 persone, e immensa distruzione. Le scosse si sono sentite fino a Nuova Delhi e a Mumbai e hanno colpito anche il vicino Pakistan.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">Davvero difficile pensare a una terra più desolata e remota del Kachchh, l'ultimo Far West indiano. Il vasto distretto dello stato indiano del Gujarat, frontiera col Pakistan, isolato ai margini meridionali dei deserti del Thar e del Sindh dalle distese salmastre del Rann, si affaccia sul Mar Arabico. Fino al IV secolo d.C. il Kachchh era ancora un tratto di mare che poi si ritirò, forse per qualche cataclisma, lasciando emergere le distese del Rann, attraversate dal fiume Indo. Nel 1819 un terremoto deviò il corso del fiume e lo allontanò dal Rann, rendendolo un deserto di sale di accecante bellezza lunare . E' solo nella stagione dei monsoni che il Rann, allagato, ritorna ad essere mare, e il Kachchh si trasforma in quell'isola a forma di guscio di tartaruga,<em> kutcho</em>, che dà il nome alla regione.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">Difficile anche pensare a un epilogo più triste a una lunga storia di fiorente commercio tra le coste orientali dell'Africa, il Medioriente, l'Asia centrale e l'Oriente. Alla fine del Settecento quell'epoca d'oro finì, e da allora il Kachchh entrò in una fase di decadenza, culminata al momento della <em>partition </em>nel 1947: quella che era terra di scambi e passaggi, è ormai isolata ai margini di tutto. Il terremoto del 2001 ha aggiunto sciagura, lasciando ai superstiti il dolore delle perdite umane e materiali, e la debolezza della sradicamento. La Babele dovuta alla globalizzazione purtoppo è passata in secondo piano di fronte all'emergenza del cataclisma. Niente di più lontano dalla "speranza indiana" del boom economico tanto divulgata.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT">Eppure, la risposta alla domanda di d'Orazi e Terzani per ora è positiva: i Rabari sono sopravvissuti, grazie al cielo, e, anche se le loro tradizioni -come del resto tutte le altre, comprese le nostre- sono state contaminate dalla globalizzazione, occupano un ruolo più o meno al centro della complessa gerarchia sociale in cui vivono. Il Kachchh è abitato da un gran numero di gruppi etnici che non hanno al loro interno un sistema castale, però si comportano all'esterno, nei confronti degli altri gruppi, come caste. E le caste in India, sono strettamente legate ai lavori, anche quando questi cambiano nel tempo. I Rabari, che un tempo erano nomadi e si occupavano solo dei cammelli, e che ora sono semi-nomadi e si occupano anche di capre e pecore, sono decisamente inferiori alla nobiltà guerriera Rajput, si sentono vicini agli Ahir (un tempo allevatori di vacche e ora agricoltori), e superiori a tutti gli altri gruppi. Anche se i corpetti delle loro donne sono sempre più spesso di materiali sintetici, anche se i cammelli che allevano sono sempre meno importanti nell'economia sociale, sopravvivono, e a testa alta.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">L'incarico di documentazione del progetto di sviluppo rurale in Taluka Rapar della ong Movimondo mi permette di visitare 11 villaggi e di incontrare vari gruppi tribali e comunità: Koli, Patel, Rabari, Darbar, Rajput, Meghwal (Harijan), e Musulmani (fra cui un gruppo di origine africana, finito qui all'epoca degli scambi di schiavi). I Rajput, eredi dei re del Rajasthan, possiedono ancora la maggior parte delle terre, ma, sfidati dai Darbar, che acquistano sempre più potere, non esitano a sfoderare le loro spade. In una lotta all'ultimo sangue per difendere la loro supremazia un tempo indiscussa, a Lodrani tre anni fa hanno ucciso un Darbar. I Patel sono agricoltori, per lo più proprietari terrieri. I Rabari ora sono semi-nomadi, si spostano dai villaggi durante la stagione secca, e allevano cammelli, capre e pecore. Ai gradini più bassi della scala sociale stanno i Koli, i Parkara Koli, i Musulmani ed i Meghwal, che qui si chiamano ancora col nome dato loro da Gandhi, Harijan, che vuol dire "figli di Dio". Nel resto dell'India quelli che un tempo si chiamavano intoccabili e poi Harijan, si sono scelti da soli un altro nome, Dalit, e anche un altro padre, il dottor Ambedkar. Le comunità dei senzaterra lavorano nei campi come mezzadri, nelle saline, nelle miniere di argilla da ceramica, o fanno i carbonai, bruciando i cespugli di <em>babool </em>(<em>Prosopis</em> <em>juliflora</em>)<em>.</em> Anche fra i più poveri le lotte per la terra possono essere all'ultimo sangue: a Rav nel 2001, lo stesso anno del terremoto, in un diverbio memorabile, i Desi Koli si rifiutavano di riconoscere ai Ghadavi la proprietà della terra che lavoravano. Quando i Ghadavi si fecero aggressivi per riavere quella che secondo loro era la loro terra, i Desi fecero strage di un'intera famiglia, di 9 persone. Gli assassini sono ancora in prigione.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">Indebitati fino al collo con i Darbar, a cui sono sempre stati legati da rapporto di mezzadria, per allontanarsi da questi, i Parkara Koli di Maluvandh dopo il terremoto si sono fatti assegnare dal governo indiano un pezzo di terra che non voleva nessuno, dove è difficile immaginare la sopravvivenza. Qui Movimondo sta costruendo un invaso per la raccolta di acqua piovana, che migliorerà il rendimento del raccolto dei loro miseri campi. Il progetto ora, passata la prima fase di intervento per l'emergenza dovuta al terremoto, mira allo sviluppo rurale di una zona in cui la natura è stata sempre poco generosa, ed e' ora abitata anche nei suoi recessi più inospitali dai più poveri degli sfollati. Soprattutto mira a formare e rafforzare le libere associazioni di contadini <em>(Self Help Groups</em>) previste dalla normativa indiana, incoraggiandole ad appropriarsi del microcredito. Quando il progetto sarà finito, saranno questi gruppi a lottare pacificamente per una vita migliore.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT">Balasar, uno degli 11 villaggi del progetto, a trenta chilometri dal deserto del sale, è abitato da circa 600 famiglie. La strada principale è percorsa da carri trainati da bufali o da cammelli, da macchine, jeep, moto e corriere, da mandrie di vacche, pecore e capre, da donne che portano in testa le anfore di rame dell'acqua o grandi fascine, con leggiadria e nessuno sforzo apparente. Ai lati, il piccolo bazar, l'immancabile barbiere e i tanti baracchini con le panche di legno dove gli uomini, vestiti quasi tutti di bianco con il camicione plissettato, le larghe brache o il <em>dhoti </em>(stoffa legata sui fianchi e ripiegata in mezzo alle gambe a formare dei pantaloni) e il turbante, fumano i <em>bidi </em>(sigarette di foglie di <em>tendu</em> e tabacco) e bevono il <em>chai </em>(tè speziato e zuccherato con latte), passandolo dalla tazzina al piattino per raffreddarlo<em>.</em> Accanto alla scuolina elementare, un piccolo stagno, dove di giorno le donne raccolgono l'acqua, e al tramonto gli uomini portano i bufali a fare il bagno. In nuvole di polvere dorata i bambini in divisa blu e celeste si mischiano alle mandrie che tornano dai pascoli. Alla fine del villaggio, verso il deserto del sale, un Rabari, fratello di uno dei beneficiari del progetto, con una bella mandria di cammelli accucciati che allungano i loro colli tutti nella stessa direzione, e due figli impertinenti. Il Rabari porta un cammello maschio vicino a una femmina accucciata e avviene un rapido accoppiamento, il maschio sembra godersela, mentre la femmina, con gli occhi esterrefatti e la bocca spalancata lancia un grido stridente, e sembra decisamente infastidita. Accanto alla strada migliaia di cilindri di cemento armato alti più o meno un metro, si raccontano storie sulla costruzione di un muro alla frontiera col Pakistan, a quaranta chilometri, ma me ne parlano malvolentieri e ogni volta con versioni diverse. All'altra estremità del villaggio un grande accampamento senza tende (per montarle, bisognerebbe pagare una tassa al governo), un centinaio di persone con <em>charpoi</em> (letti di legno e corda) e pentolame all'aperto. Le madri cucinano a terra, le figlie raccolgono la legna, portano l'acqua e modellano le pizze di <em>dang </em>(sterco di vacca essiccato usato come combustibile), i padri e i figli stanno appresso agli animali. Sono i Luhar, casta di fabbri ferrai, venuti a Balasar per <span style="color:#000000;">vendere</span> il bestiame. Non c'è traccia dei loro strumenti per lavorare il ferro, appariranno da sotto la sabbia la mattina dopo. Pochi chilometri fuori, nella savana arborata, una famiglia di Harijan vive in una piccola tenda. Sono carbonai, ricavano il carbone bruciando con immensa pazienza i rami spinosi del <em>babool. </em>Uno dei lavori ingrati che nessuno dovrebbe mai più fare. La madre di famiglia, Maggiben, ha trent'anni e sei figli. Tiene stretto il falcetto con cui taglia il cespuglio di spine, e tutto in lei, i suoi occhi infossati nelle orbite, i suoi seni svuotati, le sue vecchie mani, parla di inenarrabili fatiche.</span></p>
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<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT">Per aiutare il progetto di Movimondo in Taluka Rapar:</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Dati bancari:</span></span></span></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Banca</span></span></span><strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;"> </span></span></span></strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Popolare</span></span></span><strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;"> </span></span></span></strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Etica </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman, serif;">Cc 000000114126</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman, serif;">Abi 05018 - Cab 03200 - Cin K</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman, serif;">Intestato a Movimondo - Onlus</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Conto corrente postale:</span></span></span></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman, serif;">84930007</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Times New Roman, serif;">Intestato a Movimondo - Onlus</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Causale: </span></span></span></strong><span lang="it-IT"><span style="font-family:Times New Roman, serif;"><span style="color:#000000;">Progetto Sviluppo rurale India</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/06/salvinelli_kachchh_3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-146" src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/06/salvinelli_kachchh_3.jpg" alt="" /></a></span></p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[La dolce vita di Mumbai]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/?p=121</link>
<pubDate>Thu, 28 Feb 2008 17:32:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Torno da un week end mondanissimo nella movida bombaita. Il 25 febbraio Jhon Elkan e Ratan Tata hann]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Torno da un week end mondanissimo nella movida bombaita. Il 25 febbraio Jhon Elkan e Ratan Tata hanno dato il via, dal Gate of India, al tour di due Ferrari gran turismo con il cofano ornato da un'immagine di Ganesh. Alla galleria <i>Bodhi art, </i>un' artista che si ispira a Silvia Plath, espone grandi tele bianche interrotte da specchi e figurette nere. E' un'India diversa dalla mia, ma è quella che piace ai giornali, quella che fa tendenza.</p>
<p><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0317.jpg" title="salvinelli0317.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0317.jpg" alt="salvinelli0317.jpg" /></a></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Di nuovo in India]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/?p=115</link>
<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 17:46:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Care amiche e amici,
sono di nuovo in India.  Mi sembra felicemente. Il primo saluto è stato per l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0080.jpg" title="salvinelli0080.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0080.jpg" alt="salvinelli0080.jpg" /></a></p>
<p align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0095.jpg" title="salvinelli0095.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0095.jpg" alt="salvinelli0095.jpg" /></a>Care amiche e amici,</p>
<p align="justify">sono di nuovo in India.  Mi sembra felicemente. Il primo saluto è stato per le vacche sacre fra i covoni e nei campi del Kuchch. Il lavoro ricomincia, il paese, di solito torrido, mi sorpende con un clima pungente, almeno quando si abbassano i raggi del sole.<!--more--> Gli indiani più poveri camminano avvolti in una coperta, portata come un grande tabarro. Tutti si coprono la testa con sciarpe e berretti di lana. Soffrono il freddo molto più di noi.</p>
<p align="justify">Apprendo dai giornali che ci rivedremo ad aprile. Per votare, purtroppo.</p>
<p align="justify">Le foto sono di Laura Salvinelli che di nuovo è con me.</p>
<p><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0083.jpg" title="salvinelli0083.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0083.jpg" alt="salvinelli0083.jpg" /></a><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0082.jpg" title="salvinelli0082.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2008/02/salvinelli0082.jpg" alt="salvinelli0082.jpg" /></a></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">&#160;</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I Piccoli spaccapietre della roccia dell'elefante]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/10/19/i-piccoli-spaccapietre-della-roccia-dellelefante/</link>
<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 17:51:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
<guid>http://orditoetrama.it.wordpress.com/2007/10/19/i-piccoli-spaccapietre-della-roccia-dellelefante/</guid>
<description><![CDATA[ Questo articolo è uscito l&#8217;otto ottobre sul quotidiano &#8220;il Riformista&#8221;
Nella pu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><span><font face="Times New Roman"><em><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0532.jpg" title="dscn0532.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0532.jpg" alt="dscn0532.jpg" /></a><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0531.jpg" title="fuori dalla “scuola”"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0531.jpg" alt="fuori dalla “scuola”" /></a><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0527.jpg" title="i bambini spaccapietre"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0527.jpg" alt="i bambini spaccapietre" /></a> Questo articolo è uscito l'otto ottobre sul quotidiano "il Riformista"</em></font></span></p>
<p><span><font face="Times New Roman">Nella punta estrema del Tamil Nadu sta Madurai, una città sotto lo scudo femminile. L'immenso tempio dedicato a Sri Meenakshi, la fanciulla divina di cui ogni notte i bramini celebrano le nozze con Shiva, domina la linea dell'orizzonte con le sue alte torri: il tempio é mercato, ricovero e mensa dei più miseri, splendore d'arte e stalla di elefanti. Attrae milioni di turisti e pellegrini da ogni parte dell'India e del mondo e<span>  </span>permette a molti dei dieci milioni di abitanti della città di sopravvivere.</font></span></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ai quattro lati esterni della città stanno quattro guardiani naturali di granito rosso: sono rocce che nel tempo hanno preso forme fantastiche, ma, sapendo vedere,<span>  </span>identificabili con le sagome esterne di quattro animali, il serpente, la vacca, il bufalo e l'elefante.</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">I cento bambini spaccapietre di Madurai vivono all'ombra delle roccia dell'elefante.<!--more--></font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"> Il paesaggio digrada, dalla montagna di pietra, al terrapieno dove poggiano le loro capanne di foglie e rami di cocco intrecciati, giù giù fino a un torrente e a un enorme vallone dove i ragazzini, tutti sotto i quattordici anni, accovacciati sulla roccia bollente, lavorano di piccone e di braccia, dividono, tagliano, accumulano. Il tutto per 35 rupie al giorno (meno di un euro) dalle sei alle dodici del mattino e dalle quattordici alle diciotto della sera. Nelle ore più calde le donne del villaggio, le mamme per chi le ha, perché molti si sono avvicinati alla città da soli, lasciando in campagna i poverissimi genitori senza terra, li nutrono e li proteggono per un po' all'ombra delle capanne. Oggi, per merito di una straordinaria associazione non governativa indiana, “People's development association”, quaranta di questi bambini sono tornati, per dir così, a scuola. Alle sei di sera una maestra li accoglie in una delle capanne del terrapieno e fa loro lezione per un paio d'ore, mentre le palpebre cadono. La speranza è di integrare questa prima iniziativa con forme di aiuto alle famiglie e di riuscire almeno a ridurre<span>  </span>l'orario di lavoro dei bambini, in modo da reinserirli davvero nel percorso scolastico.</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal">&#160;</p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal">&#160;</p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Madurai non è certo peggiore delle grandi megalopoli del centro-nord: eppure tre persone su dieci vivono in slum di fortuna, 6,3 per cento dei bambini muoiono alla nascita, 11,4 per cento nel primo anno di vita. Sono<span>  </span>migliaia i ragazzini che raccolgono rifiuti nelle discariche, altre migliaia quelli che lavorano, con gli acidi e senza protezione antinfortunistica, nelle piccole ferriere dove si producono le suppellettili povere della casa, tipiche dell'India, i bicchieri, le brocche, i grandi piatti per il tai.</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Pankaj Mishra, commentando il 28 giugno scorso sulla “New York Review of Books” il nuovo libro di Martha Nussbaum (“The clash within: democracy, religious violence and India's future”) si chiede, insieme a lei, cosa fa della democrazia un valore vivo, non un puro accompagnamento retorico delle necessità del mercato. E si risponde proponendo due grandi campi: un campo di valori, “la capacità di far prevalere il rispetto degli altri sulla volontà di dominio” nell'ambito etnico e religioso, e un campo sociale, di ridistribuzione del reddito sufficiente a garantire diritti e dignità, di cui i bambini dovrebbero essere il metro. Secondo questo criterio, una democrazia orgogliosa di sé ,come quella indiana, vecchia di sessanta anni, aperta al mercato mondiale dal 1991, ha un debito d'onore verso i suoi bambini difficile da estinguere.</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Sono duecentoquaranta milioni i bambini indiani sotto i quattordici anni, più dell'intera popolazione degli Stati Uniti. Le fonti ufficiali<span>  </span>sostengono che “solo” undici milioni lavorano, ma la distorsione è nota a tutti i ricercatori:<span>   </span>rispondono “sì” al censimento solo i genitori contadini, che non si sentono in colpa nel farsi aiutare dai figli, anzi lo ritengono da generazioni del tutto naturale. Tutti gli altri negano e nascondono. Così le fonti internazionali, ben più attendibili, parlano, chi di 55 (Mani Tese), chi di quarantadue milioni di bambini lavoratori, di cui quasi sei milioni di piccoli “schiavi”, ceduti ai datori di lavoro dai genitori disperati e coperti di debiti (Unicef). Secondo l'Unicef questo grande esercito dell'infanzia negata contribuirebbe al prodotto lordo del paese per il ventitré per cento. Un legge del 1886 vieta almeno i lavori pericolosi e nocivi, mentre leggi successive regolano, con grande scandalo dei più radicali, il lavoro ritenuto<span>  </span>compatibile con le forze e le attitudini di un bambino.</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Tuttavia l'India è uno di quei paesi dalle belle (talvolta) leggi, fatte per infiammare i cuori nei dibattiti parlamentari e restare lettera morta nelle mani di una burocrazia e di una polizia<span>   </span>quasi sempre forti con i deboli<span>  </span>e deboli con i forti. Solo se diventano bandiere delle organizzazioni non governative, le buone leggi sono uno strumento di battaglia politica e di civiltà .</font></p>
<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">I bambini lavoratori, che non sono attori sociali, non votano, non hanno sindacati, devono tutta la poca tenerezza che li separa dall'inferno alle associazioni non governative, che sole sembrano interpretare, forse non solo in India, quel concetto caldo di democrazia che, per dirla con Nussbaum, non è un insieme di regole, “ma una lotta all'interno di ogni essere umano per far prevalere le ragioni del rispetto e della solidarietà su quelle del dominio”.<span>  </span></font></p>
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<p align="justify" style="margin:0;" class="MsoNormal"><span><font face="Times New Roman">   </font></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Dee, eroine e donne rasate]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/10/01/dee-eroine-e-donne-rasate/</link>
<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 08:37:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nell&#8217;area di Napattinam, ma  in tutto il Sud dell&#8217;India, l&#8217;aura della religiosità]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0795.JPG" title="dscn0795.JPG"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0795.JPG" alt="dscn0795.JPG" /></a><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0793-1.JPG" title="dscn0793-1.JPG"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0793-1.JPG" alt="dscn0793-1.JPG" /></a><font color="#000000"><font size="3">Nell'area di Napattinam, ma  in tutto il Sud dell'India, l'aura della religiosità e dei suoi simboli ti accompagna sempre, come fosse il respiro dei luoghi.  E le religioni si intrecciano e si mescolano in una strana comune koinè, fatta di devozione, talvolta di evidente superstizione, ma anche di apertura allo stupore verso il mondo e di autentica spiritualità.</font></font><!--more--></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Velanganni, il villaggio in cui vivo, che si stende nell'area di un chilometro dalla spiaggia alla foresta di palme, è dominato dalla sagoma bianca della “Nostra Signora della buona salute”, una chiesa cristiana iniziata a costruire dai portoghesi nel millesettecento e continuata poi, di guglia in guglia, con quel gusto dell'eccesso che eternamente tenta gli indiani. Accoglie qui migliaia di pellegrini da tutto il sud dell'India, ma non solo cristiani: il pellegrinaggio  é anche rito dell'avvicinamento ed é festa di gruppi e famiglie. Una bianca signora cristiana vale una dea indù per quasi tutti,  tranne che per i fanatici dell'Hindutva. Quando l'onda dello Tsunami si abbatté sulla spiaggia, nel 2005, era il giorno dopo Natale, la chiesa e gli spazi circostanti rigurgitavano di pellegrini e a questo si devono i tanti morti mai riconosciuti che, ignari, erano venuti a porsi sotto la protezione della Vergine.  Lungo il percorso di bancarelle colorate che dalla spiaggia va la mare, piccoli dipinti popolari pubblicizzano un sorprendente servizio: la rasatura totale per signore. Le donne vi si sottopongono, o vi sottopongono i loro figli e figlie “per grazia ricevuta” e, solo chi ha  avuto una certa consuetudine con le donne indiane e conosce il loro culto delle bellezza, della luminosità e della lunghezza dei capelli, può immaginare quale sacrificio sia.  Un sacrificio che si ripropone identico, con i medesimi rituali, in quasi tutti i templi del sud dell'India, soprattutto quelli dedicate alle dee.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0794-1.JPG" title="dscn0794-1.JPG"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0794-1.JPG" alt="dscn0794-1.JPG" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Già, perché i simboli femminili, di protezione, di fascino o di coraggio, non mancano in queste regioni.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">L'immenso tempio di Madurai, quasi una città, con quattro cinte di mura e con un'intensità di commerci sociali, di oggetti, di colori , da frastornare  chi non è ancora addestrato a cercare con pazienza le aree del silenzio e della meditazione e da  fargli condividere il grido furioso di Cristo, “via i mercanti dal tempio!”, è dedicato a una dea. Sri Meenakshi, forse un'incarnazione di Parvathi, la moglie ufficiale di Shiva, forse no. Figlia di un re, infelice e irrisolta nella sua femminilità perché tristemente nata con tre seni, seguendo la profezia di un indovino incontra l'uomo che la saprà amare, Shiva appunto, sul monte Kallasa.  Perde felicemente un seno e fa del tempio di Madurai il luogo del suo amore. Ogni sera , da circa quattro secoli, i bramini le portano in camera da letto la statua del suo sposo. </font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Ma figlia di Madurai è anche un'eroina estrema, una sorta di dark lady, che la leggenda colloca intorno al sedicesimo secolo: Kannaki. Kannaki regala al marito, disperato e privo di risorse, la sua cavigliera d'oro perché la venda. Ma, nel frattempo, un ladro si introduce a palazzo e ruba le cavigliere della regina e il re, furioso, dà ordine di far giustizia sommaria di chiunque cerchi di vendere una cavigliera o ne sia visto in possesso: così, denunciato da un negoziante, viene ucciso il marito di Kannaki. Fuori di sé da dolore, la donna corre a palazzo e dimostra all'improvvido re il suo tragico errore: il rubino della cavigliera di Kannaki non è circondato da perle come quello della regina. La leggenda vuole che il sovrano, capito il sopruso, cadesse a terra morto per la vergogna, ma questo non bastò a placare Kannaki, la cui rabbia si trasformò in fuoco e bruciò tutta la città. Lei fuggì sulle montagne, ai confini del Kerala, dove ancora oggi viene venerata in un tempio.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Tuttavia gli altri due splendidi templi della zona, Tanjavur e Tiruchirupally, sono inequivocabilmente maschili, dedicati rispettivamente a Shiva e a Vishnu. </font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Shiva, mutamento, fragore, distruzione, vita, sessualità, fertilità, è adorato in uno dei templi di maggiore pulizia formale di tutta l'India (il “Brihadishwara” di Tanjavur): pietra nuda, nessun colore, nessun mercante, silenzi fra le sculture vecchie di mille anni. In tanto rigore, sotto la custodia di un immenso toro di pietra (Nandi, l'animale sacro a Shiva) svetta l'immenso lingam (pene sacro) del signore della vita: di pietra nera, è alto sessantre metri. Viene in mente l'ironica domanda che Jung, nel suo viaggio in oriente, poneva a Freud: tanto lavorio per capire come la rimozione nasconda la sessualità, ma quale messaggio segreto c'è dietro l'esibizione sacra della sessualità? </font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Vishnu, il puro, colui che alla fine dei tempi ci salverà sotto forma di cavallo bianco, che si è incarnato già almeno nove volte per la nostra salvezza e che gli indù, nel loro spirito sincretistico, identificano sia con Cristo che con Buddha,  vive invece nel disordine, sociale ed architettonico del magnifico, immenso, coloratissimo, abitato di animali e mercanzie, tempio di Tiruchirupally (“Sri Ranganathswamy”). Colpisce il contrasto e colpisce anche l'ambiguità della dedizione degli dei alla salvezza degli uomini. L'incarnazione forse più importante di Vishnu è Rama, il dio per il quale si uccide, il protettore invocato dai più franataci, quello nel cui nome è stata abbattuta la moschea di Ayodya  e che migliaia di musulmani perseguitati hanno maledetto. Il dio, per il cui culto,  è possibile che mai si porti mai a compimento  un canale fra India e Sri Lanka, utilissimo allo sviluppo del paese, ma  malauguratamente sullo stesso tracciato dove, secondo il mito, starebbero le pietre del ponte costruito da Hanuman per sottrarre la bella Sita, moglie di Rama, al demone Ravana. Proprio oggi gli attivisti di Rama hanno proclamato grandi manifestazioni in tutto il Tamil Nadu, mentre i saggi sindacati della regione hanno indetto lo sciopero generale a sostegno del progetto.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Intanto Shiva, che non vuole salvare nessuno, al contrario è temibile, osserva il tutto immobile dalle ombre di Tanjavur, sotto le fattezze di un grande lingam di pietra nera.</font></font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0797-1.JPG" title="dscn0797-1.JPG"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/10/dscn0797-1.JPG" alt="dscn0797-1.JPG" /></a></p>
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<title><![CDATA[Altre costruzioni buone dopo lo tsunami]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/09/25/altre-costruzioni-buone-dopolo-tsunami/</link>
<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 04:47:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Vallapallam è qualcosa di più di un villaggio. Secondo i nostri standard sarebbe una piccola citta]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Vallapallam è qualcosa di più di un villaggio. Secondo i nostri standard sarebbe una piccola cittadina  di ventunomila abitanti. Ma le piccole case, o le capanne con le pareti di muratura e i tetti spioventi tessuti in un fitto intreccio di rami e foglie di palma da cocco, si nascondono sotto i palmeti, in mezzo ai piccoli boschi di manghi e di anacardi, oppure si raggruppano rade ai margini dei campi di riso. Qualche moto, poche vecchie Ambassador, nulla che somigli al caos urbano. La maggior parte delle famiglie vive di agricoltura, soltanto trecento nuclei ancora resistono nella pesca, testardi e coraggiosi testimoni dello tsunami e della possibilità di sopravvivergli.</font></font><!--more--></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Eppure sono loro i protagonisti, loro a decidere dove è il centro di Vallapallam: dove la strada di sabbia e terra battuta si allarga in uno spiazzo, la foresta e il sottobosco finiscono e il mare è  a portata di sguardo e di lavoro.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">E' esattamente qui che “La Stampa” ha portato i frutti della solidarietà dei propri lettori. Gonna rossa, camicetta rosa, grandi fiocchi a legare trecce, in divisa come sempre usa in India, le bambine sono le prime a venirci incontro all'uscita dalla scuola costruita dalla fondazione “La Stampa”. Una scuola per trecentottantacinque bambini, centonovantanove maschi e centottantasei femmine, riservata alle famiglie colpite dallo tsunami, che li porterà a quello che in India viene definito “ottavo standard”, il completamento della scuola dell'obbligo, un più che discreto livello d'istruzione in un paese in cui l'analfabetismo pesa ancora per il 22% nella fascia di età  fino ai quattordici anni. La scuola è spartana, ma ha un bel cortile interno di sabbia e palme, tanti mappamondi  sparsi per le classi, dove i bambini, all'arrivo dei visitatori, cercano con il dito l'Italia, libri, quaderni, una mensa per il pasto di mezzogiorno e un grande modello di corpo umano, con gli organi colorati che si svitano e si avvitano, un po' inquietante, ma a quanto pare didatticamente efficace. A fianco un'altra realizzazione della fondazione “La Stampa”: un centro sociale dove si incontrano i gruppi di abitanti,  tra loro e con le organizzazioni non governative che continuano a seguire la ricostruzione, dove funziona una scuola di informatica di base per i ragazzi più grandi e dove, ogni volta che la vita continua, si festeggiano matrimoni e ricorrenze felici. Joe Velu, presidente dell'associazione non governativa indiana “People's Development Association” e partner dell'organizzazione italiana “Gruppo di umana solidarietà Guido Puletti” <a href="http://www.gus-italia.org/">www.gus-italia.org</a> , che ha affiancato “La Stampa” nella messa a punto dei progetti post-tsunami, sia in India che in Shri Lanka, ricorda ovviamente ogni dettaglio: “ Due giorni dopo lo tsunami questo luogo era un deserto: pensavamo che fossero tutti morti. Poi, piano piano, li abbiamo ritrovati, nei campi di accoglienza o nascosti terrorizzati nella foresta  e li abbiamo convinti a tornare e a riprendersi le proprie terre. Qui i morti sono stati quaranta, di cui venti bambini. Ma era la devastazione che lasciava senza fiato: feriti, carcasse di animali, non un casa rimasta in piedi, un'immensa buca dove oggi c'è la scuola, strane dune che stravolgevano il paesaggio. Poi, con il sostegno dei donatori, abbiamo cominciato a ricostruire: “La Stampa” è  famosa in tutta la zona, è stata la prima ad aprire scuola e centro sociale il dieci ottobre 2005”.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">La prima, ma non la sola. La gara di solidarietà ancora si percepisce a quasi tre anni di distanza. Vallapallam è un villaggio particolarmente difficile per la pesca: quasi un chilometro di sabbia bagnata e melmosa  separa la riva dall'acqua fonda, buona per la pesca. I pescatori, sul far del giorno, trascinano le grandi barche di legno, da quattro uomini, a mano e con le funi. Eppure,  quelle barche del ritorno alla vita, tutte dipinte come usa in India, sprizzano gioia e colore: Shiva in trono, cuori infranti, corone di calendule, Meenakshi, la dea del tempio di Madurai, dai lunghi capelli sciolti, a prua. Tra le ambizioni del futuro c'è anche quella di costruire un pontile che allevi la terribile fatica del trascinamento che si aggiunge a quella del mare, ma intanto altri progetti crescono.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">“Solidar” <a href="http://www.solidar.org/">www.solidar.org</a> , un consorzio di sindacati europei di diversi paesi, guidato dal sindacato austriaco, oltre a comprare le nuove barche dei pescatori, sta chiudendo un cantiere di settantadue case a due piani, semplici e dignitose,  ma dotate di bagno, grande lusso in India e grande sollievo per le donne indiane. In più, investe, come molti attivisti sociali in Asia, sui gruppi femminili di microcredito, e su forme molto semplici di prestito e risparmio bancario, per incoraggiare l'autonomia femminile e tradurre in  valore sociale per la comunità la maggiore saggezza e la maggiore ansia per il futuro che é di solito delle donne: a tal punto sono ormai diffuse queste esperienze che una circolare della “Reserve bank of India” del  30 giugno 2005  invita ogni banca a riservare loro un ramo d'azienda. Nittya, che guida un gruppo che porta il nome di Madre Teresa e ha sede tra la soglia della sua capanna e un filare di alberi di banane, ha appena prestato  mille rupie a una socia  per le spese mediche e cinquecento a un'altra per attrezzi agricoli; ora vorrebbe fare il grande salto, ottenere un credito collettivo per avviare il gruppo a  un 'attività di intreccio di rami di palma da cocco per tetti e stuoie.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Questa zona di costa, industriosa e bella, situata fra due gioielli d'arte e di attrazione turistica come il Tempio Pallava dell'ottavo secolo di Mamallapuran e l'immensa città sacra, dedicata agli amori di Shiva e Meenakshi, che occupa il centro di Madurai, sembra avere speranze di sviluppo: nasce un nuovo porto a Nagapattinam e un nuovo aeroporto a Karaikel. I ragazzi più ambiziosi si specializzano nei mestieri tecnici e nei servizi avanzati. E tuttavia  il futuro è ancora incerto,  il rischio tsunami si è nuovamente annunciato già per quattro volte e, per dirla con Joe Velu: “dobbiamo abbiamo avere la responsabilità di ricordare nella gratitudine le tante persone che non abbiamo mai visto in faccia e ci hanno immaginati nella nostra sofferenza”.</p>
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</item>
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<title><![CDATA[Lo tsunami tre anni dopo]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/09/13/lo-tsunami-tre-anni-dopo/</link>
<pubDate>Thu, 13 Sep 2007 12:35:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[La strada che da Chennai corre verso Nagapattinam raramente abbandona il mare. Supera l&#8217;incant]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0482.jpg" title="alla scuola Angelo Airoldi"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0482.jpg" alt="alla scuola Angelo Airoldi" /></a>La strada che da Chennai corre verso Nagapattinam raramente abbandona il mare. Supera l'incantevole antico  tempio, bordato da una danza di elefanti, degli imperatori Pallava, che lambisce la spiaggia di Mamallapuran, e continua fra palme da cocco e palme nane, piccoli boschi di banani e di manghi,  larghi appezzamenti coltivati a riso,  e chiese cristiane che in questa zona si alternano con  una certa frequenza ai mandir, i templi induisti. L'aria è lucida di umidità  e i colori sono dolci e intensi come da noi, in campagna, dopo la pioggia. La superficie azzurra che ci accompagna alla nostra sinistra appare mite e domata come in una cartolina. Si fa fatica ricordare i suoi capi d'imputazione: decine di migliaia di morti, molti mai identificati, in quel vicino 26 dicembre del 2004.<!--more--></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Dello tsunami, invece, è impossibile dimenticarsi: ancora ieri, qui a Vailankanni, nel distretto di Nagapattinam, siamo stati informati, dopo il terremoto di Giacarta, di considerarci in stato di allarme e di essere pronti per un'evacuazione. E' la quarta volta che accade dal 26 dicembre 2004. Eppure stamattina la vita sociale era intensissima. Una sposa si acconciava di gelsomini al tempio, facendo brillare il sari dorato sotto il fuoco benedicente del bramino. Suba, una giovane in attesa del primo figlio invitava tutto il villaggio a un rito propiziatorio nella sua splendida capanna, dalle mura dipinte di blu e dal tetto di foglie di cocco fittamente intrecciate: alla fine del settimo mese di gravidanza da sempre si canta e si mangiano frutti tutti insieme, augurando al bambino la  migliore delle nascite.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">I miei amici del <a href="http://www.pda.org.in" title="People's Development Association" target="_blank">Pda</a>, People's Development Association, la ong con cui Prosvil collabora nella zona dello tsunami, mi raccontano che in quegli stessi sentieri di sabbia bianca  da dépliant turistico, che dalla capanna di Suba vanno verso il mare, negli ultimi giorni del 2004 accatastavano, insieme ad altri volontari, centinaia di morti sui carretti tirati da buoi.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">L'intensa solidarietà che ha percorso il mondo si sente: non c'è luogo in cui non compaia un cartello, di una fondazione, di una ong, di una chiesa, di un giornale che annuncia un impegno o presenta una realizzazione. La ricostruzione di una scuola, un lotto di 100 case in muratura, un centro informatico, o una scuola di taglio e cucito. I donatori sono almeno di due specie, distratti cuori d'oro del momento della commozione,  oppure partner reali, volenterosi e piuttosto costanti, come il consorzio di sindacati europei Solidar, sotto il cui coordinamento la Cgil e Progetto Sviluppo sono impegnati. Gli indiani di qui, invece, almeno da questo punto di vista, sono di un tipo solo: gente che ha a cuore il proprio futuro e si domanda che ne sarà delle proprie vite e dei propri ragazzi dopo che, come tutti sperano, lo tsunami comincerà a far parte del passato. Il modello di sviluppo, tradizionalmente basato sulla pesca e sull'agricoltura, sta cambiando: lo tsunami ha reso più salini e meno fertili i campi, i pescatori sono troppi rispetto alle necessità di una zona in cui le forme moderne di trasporto e conservazione del pesce sono ancora difficilmente praticabili. Così si guarda alla tecnica, all'industrializzazione dei servizi: al nuovo aeroporto che sta per nascere a Keraikel, al rifacimento del porto di Ngapattinam.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">In questo contesto la Cgil ha deciso di impiegare una parte dei denari raccolti dai lavoratori italiani nella costruzione di una scuola dedicata alla memoria di un suo dirigente assai stimato, Angelo Airoldi. Collocata a  P.T. Puran, mura severe e nessuna concessione all'agio, ma buoni laboratori e istruttori competenti, la scuola Angelo Airoldi ha già avviato al lavoro 247 ragazzi e 126 ragazze.  Si tratta di mestieri tecnici molto semplici: saldatore, elettricista, meccanico, idraulico, autista, operatore di computer, sarta. In più esistono classi di  recupero per studenti già grandi espulsi prima dell'ottava (l'equivalente della nostra terza media) o dalla decima classe dal sistema educativo ufficiale indiano. Oggi la scuola Angelo Airoldi é frequentata da 94 ragazzi e 36 ragazze.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">I miglioramenti da fare, le critiche possibili alla scuola, che funziona a pieno regime dal marzo 2006,  potrebbero essere infiniti. Perché così poche ragazze? Dov'è l'errore, nelle materie proposte, o nella concezione della comunità scolastica? E' giusto un clima scolastico così spartano, anche se in un paese molto povero?  La scuola non è anche un luogo dove si gioca, si diventa amici, si fa sport, si sta bene? E ancora: ha senso considerare  irrilevante l'educazione umanistica, anche semplicissima, in una paese che preoccupa i suoi migliori intellettuali perché, nel crescere economicamente, perde anima e radici, innamorandosi di una chiave cielo del futuro fatta di molte abilità e di pochi valori  forti?</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ma tutte queste domande, pur rilevanti, diventano marginali di fronte al ponte che permette di unire l'immaginazione solidale, di chi ha fatto un atto di generosità, con la realtà di chi vive su queste coste.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ricordo me e i miei amici  mandare Sms  da due  euro la notte di capodanno del 2004,  fra Piazza del Popolo e Piazza San Silvestro a Roma. Non avrei mai pensato di rivederli qui, quei due euro, insieme a tanti altri, e di dedicare loro mentalmente  una puja (rito propiziatorio) di fuoco e fiori sul terreno dove nascerà una nuova casa per una famiglia che é ancora accampata.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">E' consolante pensare che tanti lavoratori italiani abbiano avuto immaginazione sufficiente per liberare la mente fino a questi luoghi e che l'immaginazione  sia la buona madre della generosità.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/p9100179.jpg" title="con Joe Velu, presidente del Pda"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/p9100179.jpg" alt="con Joe Velu, presidente del Pda" /></a></p>
<p align="justify">&#160;</p>
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]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Arrivederci Sewa]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/09/08/arrivederci-sewa/</link>
<pubDate>Sat, 08 Sep 2007 11:10:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Oggi è l&#8217;otto settembre, giornata mondiale della lotta contro l&#8217;analfabetismo. A Sewa s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/salvinelli575.jpg" title="salvinelli575.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/salvinelli575.jpg" alt="salvinelli575.jpg" /></a>Oggi è l'otto settembre, giornata mondiale della lotta contro l'analfabetismo. A Sewa si sono svolti feste e incontri fin dalla prima mattina: bambine coperte di gioielli lucenti, suoni di tamburi, danze ritmiche delle donne tribali che battono il tempo tenendo in equilibrio sul capo due o tre giare di ferro e  di rame. Colore e musica, ma anche serissimi cartelli scritti a mano, a forma di foglie, di diademi, di fiori, con gli enunciati solenni degli impegni di ciascuna e di ciascun gruppo per la lotta all'analfabetismo nel prossimo futuro.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">E' in questa giornata calda, ma quasi secca, da cui sembra allontanarsi la presenza forte e faticosa del monsone che ci ha accompagnati per tre mesi, che dico arrivederci a Sewa. Parto per il Tamil Nadu per un mese a seguire un altro programma di Progetto Sviluppo e della Cgil, quello per la ricostruzione  (non solo fisica, ma anche della vita sociale) di sedici villaggi dell'area di Nagapattinam, non lontana da Pondicherry, dove il 26 dicembre 2004 si abbatté l'onda dello tsunami.<!--more--></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Dalla gara di solidarietà di quei giorni molte iniziative sono cresciute: questa, in particolare, ha visto nascere un consorzio di diversi sindacati europei, fra cui la Cgil, e di alcune organizzazioni non governative indiane. Il consorzio lavora costantemente in quelle zone dall'aprile del 2005.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">L'impegno è su molti fronti: il rilancio della pesca, il sostegno all' agricoltura, l'educazione, il microcredito. I lettori del blog non mi abbandonino: tra qualche giorno ricomincerò a raccontare di nuovo l'India da quelle coste.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">La foto di Laura Salvinelli mi ritrae con due amiche di Sewa, Sapna e Sanghita, nel corridoio a fianco del mio ufficio, mentre ci prepariamo a iniziare una riunione. Proprio in questi giorni abbiamo chiuso con soddisfazione una prima fase del nostro lavoro: abbiamo consegnato alla sede romana di Prosvil tutti i materiali per un progetto di cooperazione dedicato proprio alla crescita della consapevolezza e dell'autonomia femminile, alla tutela dei diritti e alla lotta contro l'analfabetismo.</p>
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<title><![CDATA[Il deserto,gli aironi e i pastori  ]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/09/01/il-desertogli-aironi-e-i-pastori/</link>
<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 16:10:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il Rann del Kutchch, il deserto di sale che si espande bianco e luminoso a perdita d&#8217;occhio, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0441.jpg" title="dscn0441.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0441.jpg" alt="dscn0441.jpg" /></a><font color="#000000"><font size="3">Il Rann del Kutchch, il deserto di sale che si espande bianco e luminoso a perdita d'occhio, è ai confini del mondo. Finiscono le colture e non resta che un piccola strada che corre nella luce abbagliante. Ora, che il monsone non è ancora alla fine, l'acqua si mescola al sale e stormi di aironi rosa dalle ali macchiate di nero avanzano guardinghi raccogliendo il pesce dal fondo salino con i loro becchi a pala.  Alla vicinanza degli uomini si sollevano in volo nel vuoto dell'azzurro.</font></font><!--more--></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">In mezzo al deserto sta Khadir, un'isola di dodici villaggi, dove si coltivano miglio e leguminose che sono alla base dll'onnipresente "dal" dell'alimentazione indiana. Vicina, un'altra isoletta è una postazione militare: cento soldati tengono d'occhio il confine pakistano, al di là di quella distesa di sale che sembra non avere fine. </font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Balasar è l'ultimo avamposto prima del nulla: poche case poverissime, acqua piovana per lavarsi, un  piccolo bar tra le mucche e i bufali dove i cooperanti bevono “thumb up”, la coca cola indiana, dopo  i loro sopralluoghi nei villaggi. La cooperazione italiana, infatti, dopo lo spaventoso terremoto del 27 gennaio 2001, che ha colpito soprattutto il Kutchch, è arrivata fin qui: con Movimondo, un programma di agricoltura sostenibile per undici villaggi e un bravissimo capo progetto di cui sono diventata amica, un lupo solitario che non vuole essere nominato. Nel gruppo di coloro che, nel gergo della cooperazione, vengono chiamati “beneficiari” ben 863 famiglie,il quaranta per cento del totale, sono senza terra. </font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Il progetto ha lo scopo di far condividere ai contadini banche di sementi, di sostenere l'agricoltura di insediamento attraverso piccole dighe che contengano e conservino l'acqua del monsone, di favorire i gruppi di risparmio e microcredito bancario, che sono diventati ormai così popolari che una circolare della “Reserve bank of India” del 30 giugno 2005 invita formalmente tutte le banche a dedicare un ramo d'azienda a questo scopo, a formare i quadri  per trattare con pastori e contadini e a considerare la faccenda un “business”, dato che le mancate restituzioni sono sotto il 5 per cento.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Ma le popolazioni,  davvero le popolazioni, sono il grande patrimonio, la sorpresa che lascia senza fiato.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Tuttavia ci avviciniamo per gradi. A Nilpar, lungo la strada verso Balasar, c'è una grande scuola gestita dal GSS (associazione per l'autogoverno locale), la Ong indiana d'ispirazione gandiana partner di Movimondo.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Bambine e bambini in divise blu festeggiano Raksha Bandhan, la festa di fratello e sorella di cui parla anche Vikram Seth ne “Il ragazzo giusto”, il romanzo dove la tenerezza fra fratello e sorella ha un  posto speciale. Si scambiano un piccolo braccialetto di stoffa in segno di reciproca protezione. Il braccialetto non andrà tagliato per nessun motivo, potrà essere tenuto fino alla distruzione, o sciolto e lasciato galleggiare nell'acqua, oppure sepolto in una pianta di basilico, sacra agli dei per tradizione. Sembra riaffiorare spesso in India, di fronte alla durezza del vincolo coniugale e della vita matrimoniale, il bisogno di ricostruire legami tra le ragazze e le loro famiglie d'origine. Alla fine della festa i ragazzi piantano ciascuno, nel giardino della scuola,  un albero di Neem in onore delle loro sorelle  e il maestro non manca di ricordare alla famiglie quale grave colpa sia sbarazzarsi di una bambina.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Ma i Parkara koli, la tribù più povera e marginale del progetto (che ha una quota garantita nella scuola di Nilpar), non si sbarazzano delle bambine: non esistono fra loro né infanticidi, né aborti selettivi. Vivono nei Vandhs, villaggi isolatissimi in terre aspre di argilla e calanchi, sono immigrati qui dal Pakistan duecentocinquanta anni fa, ma pochissimi hanno titoli formali di proprietà della terra, così non hanno diritto a nessuna facilitazione governativa e i loro appezzamenti spesso non sono irrigui. Solo dodici Vandhs su trentatré della zona hanno una scuola, la grande maggioranza dei bambini  rimane analfabeta e un misero 27 per cento accede a uno scampolo di istruzione. La mezzadria del Kutchch è quanto di più brutale si possa immaginare: si è mezzadri per il tempo del raccolto e solo sul raccolto, il padrone non è tenuto a investire nulla e la terra, non amata e non coltivata per il resto dell'anno, dà poco a tutti, ai contadini, ai padroni, al paese. Per il resto dell'anno i Parkara koli emigrano in altre zone del Kutchch e del Gujarat, lavorano i sale e il carbone e spesso, per disperazione, vendono sotto costo. Mi raccontano che, all'inizio del progetto, i Parkara koli, quando vedevano avvicinarsi qualcuno della casta Darbar, con cui sono storicamente indebitati, scappavano dalle riunioni per il terrore che la propria autonomia comportasse la loro vendetta. Eppure a Malu Wan, verso sera, la miseria non scuote l'anima: i Parkara koli hanno ricostruito le loro case tradizionali dopo il terremoto, hanno dipinto le porte con ogni sorta di animali, puliscono antichi aratri sbalzati in ferro.  Le donne cucinano con i loro braccialetti d'argento che coprono l'intero avambraccio, portano  gonne e corpetti aperti sulla schiena che non tralasciano una sola sfumatura del rosso, del verde, del giallo. Ma il monsone non è finito e le colture quest'anno sono rigogliose: per le povere cene di chapati di miglio e curry c'è ancora tempo.</font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0427.jpg" title="dscn0427.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0427.jpg" alt="dscn0427.jpg" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span><font size="3"><font color="#000000">Dhabada, il villaggio di un'altra tribù, i Rabari <em>(cui sono dedicate tutte le fotografie tranne quella</em> <em>della porta dipinta, che è di Malu Wan)</em>, è più ricco e più animato. I Rabari  sono pastori e come tali si ritengono discendenti diretti di Krishna, cui sono devotissimi. Guidano nelle radure enormi greggi di pecore bianche  dal muso e dalle orecchie rigorosamente nere, mandrie di mucche e di bufali. Si aggirano sotto la pioggia del monsone fra i cespugli bassi, un panno bianco sulla testa, raramente un ombrello. Sono l'incarnazione antica di un mestiere che forse nel mondo ha ancora pochi decenni di vita.</font></font></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0458.jpg" title="dscn0458.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0458.jpg" alt="dscn0458.jpg" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span><font size="3"><font color="#000000">Ma soprattutto sono teatrali, creativi e narcisi nel loro abbigliamento, come attori consumati. Turbanti, orecchini con pietre incastonate, giubbotti colorati, gli uomini. Abiti scuri, su cui risaltano gioielli d'argento senza limiti di peso e dimensioni, le donne.</font></font></span></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0452.jpg" title="dscn0452.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/09/dscn0452.jpg" alt="dscn0452.jpg" /></a></p>
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<title><![CDATA[Sigaraie in uno slum tutto blu]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/08/26/sigaraie-in-uno-slum-tutto-blu/</link>
<pubDate>Sun, 26 Aug 2007 17:21:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
E&#8217; difficile definire Dudewers uno slum. Del resto, da che vivo ad Ahmedabad ho imparato che ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0255.jpg" title="dscn0255.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0255.jpg" alt="dscn0255.jpg" /></a></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">E' difficile definire Dudewers uno slum. Del resto, da che vivo ad Ahmedabad ho imparato che poche parole sono così imprecise come “slum”.  Slum è l'orrore delle tende di plastica in mezzo all'immondizia , slum è la fila di negozietti lungo le grandi strade, di fronte a cui si dorme in una veranda di fortuna aspettando l'alba e il nuovo ciclo di lavoro, slum è la piccola enclave in muratura quasi dignitosa, con un abbozzo di fogna, i gabinetti in comune e le mucche a far da portiere del condominio. Slum è tutto ciò che sta al di sotto della rispettabilità del ceto medio e dunque é anche Dudewers, l'angolo di città con la massima concentrazione di sigaraie di bidi.<!--more--></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ma Dudewers, cosa rara, è molto bello. Vi si entra alla disperata, superando un strada di terra  battuta su cui ha incrudelito il monsone. Ma, dove finisce la melma, un enorme portone blu, intensamente dipinto di blu e incastonato nella pietra, regala al piccolo quartiere una grazia regale. Dentro un  tempio dedicato ad Hanuman, l'amatissimo dio scimmia, protagonista del rocambolesco salvataggio di Sita dalla grinfie del demone Ravana e della sua restituzione a Rama.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Abituata come sono ad imbattermi in decine di versioni bollywoodiane e antropomorfe di Hanuman, mi commuove l'idolo senza tempo del piccolo tempio: la statua è dipinta di un rosso intensissimo che sfuma nell'arancio e contrasta con gli occhi grandi, di bachelite bianca e nera .  Più che un dio indiano pare un idolo animista. In mezzo al piccolo slum, che è anche un luogo chiuso, castale, da famiglia estesa, un enorme ibiscus fiorito. Dietro, in un cortiletto, le sigaraie di bidi.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0250.jpg" title="dscn0250.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0250.jpg" alt="dscn0250.jpg" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il bidi è la sigaretta indiana dei poveri. Costa sei rupie (dieci centesimi di euro) a pacchetto, ogni pacchetto ne contiene venticinque e ha la forma di un tronco di cono. Nessuno che abbia fatto un po' di fortuna fumerebbe mai un bidi. La carta che lo avvolge è piacevolmente antiquata, con disegni stampati di Ganesh, di un signore al telegrafo, di un illustre inventore del passato.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Chi li fabbrica? Spesso  una percentuale consistente di quei 44 milioni di bambini indiani sotto i 12 anni che ancora lavorano e duramente. Nel caso del gruppo che  incontro, donne invece, come sempre quando si tratta di adulti: agli occhi degli uomini è un lavoro troppo umile e mal pagato.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il gruppo  che vedo al lavoro è composto di sei donne: la prima pulisce e raschia le foglie esterne che raccoglieranno il tabacco, la seconda definisce le misure con cui dividere le foglie e le taglia, la terza e la quarta riempiono e arrotolano i bidi, la quinta lega ogni bidi con un filo, la sesta, con un secondo filo, unisce un pacchetto di venticinque.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Durante il lungo, monotono lavoro che si svolge sedute  per terra in una veranda, piccolo riparo d' ombra per le case di più famiglie, tornano, da scuola e dal lavoro, i vicini dirimpettai. D'improvviso un immenso televisore a colori abbaia suoni sulla nostra quiete: intravedo una donna ingioiellata, matura e ampia di forme, che si rivolge minacciosamente a una fanciulla, un giovanotto dagli occhi sgranati che promette amore mentre spinge lentamente la sua diletta sul dondolo del giardino. Insomma è la telenovela indiana che d'improvviso mi ricorda lontanissime polemiche italiane, quando nei primi anni sessanta comparve la tv fra i baraccati e si gridò allo scandalo.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0251.jpg" title="dscn0251.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/08/dscn0251.jpg" alt="dscn0251.jpg" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Oggi ad Ahmedabad  circa diecimila sigaraie di bidi sono organizzate e tutelate da Sewa, ma c'è una lunga storia sindacale che le riguarda  che inizia nel 1978.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">E' in quel periodo che la lavorazione dei bidi si caratterizza come lavoro a domicilio tipicamente femminile e chiudono alcuni tabacchifici che prima esistevano. Il lavoro era molto duro, si guadagnavano quattro rupie al giorno per trattare materiale sufficiente per 1000 bidi ed inevitabilmente la madre finiva per coinvolgere tutta la famiglia (bambini piccoli compresi) in un lavoro che comporta la continua respirazione di polvere di tabacco e notoriamente espone alla tubercolosi.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ogni lavoratrice era alla mercé del mediatore che le forniva il materiale e che poteva accusarla i averlo usato male, di non aver ottenuto tutti i bidi che poteva, o addirittura di averlo trattenuto per fare affari per conto suo. Benché le sigaraie di bidi fossero tutelate da un'importante legge del 1966 che prevedeva un salario minimo, cure mediche gratuite e assistenza alla maternità, nessuno si prendeva cura di applicare la legge. Anzi: poiché era in indispensabile una carta di lavoro per avere l'assistenza medica e accedere agli altri benefici, spesso i datori di lavoro rifiutavano la carta, oppure la emettevano sotto falso nome, possibilmente maschile, per evitare di concorrere all'assegno di maternità.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Per anni Sewa ha condotto, in questo ambiente di lavoro, lotte epiche. Ha ottenuto che il salario minimo, che nel 1987 era ancora di quindici incredibili rupie al giorno, venisse almeno applicato. Ha ottenuto dal governo di essere l'autorità garante per il rilascio effettivo e l'autenticità delle carte di lavoro. Ha fatto aprire un vero centro medico che migliaia di donne utilizzano sia per la prevenzione e la cura delle malattie legate al loro lavoro, sia per l'assistenza durante la gravidanza e il parto.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Non sono certo un'aristocrazia operaia le sigaraie di bidi, ma  la dignità di Dudewers sarebbe stata impensabile alla fine degli anni settanta.</p>
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]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Pashota, l'amico dei marziani]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/07/24/pashota-lamico-dei-marziani/</link>
<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 14:39:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Le fotografie sono di Laura Salvinelli
&nbsp;

&nbsp;
Il confine fra Gujarat e Rajasthan lo segnano ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3"><em>Le fotografie sono di Laura Salvinelli</em></font></font></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli296.jpg" title="con Pashota"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli296.jpg" alt="con Pashota" /></a></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><font size="3">Il confine fra Gujarat e Rajasthan lo segnano i turbanti. Discretamente bianchi, intonati alle camicie e ai dhoti degli uomini della campagna, d'improvviso diventano rosa shocking, rossi, arancio, o di mille sfumature solari, quasi abbagliano come catarifrangenti nella vastità della pianura: abbiamo passato la frontiera.</font></font></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Per la prima volta un lungo viaggio nel treno vero degli indiani, quello senza nessuna concessione ai comfort occidentali, quello di tanti film e di tanti romanzi. Spartane panche blu, finestre senza vetri, protette soltanto da sbarre orizzontali, portelli inesistenti e velocità di crociera così lenta che consente a tutti di salire e di scendere come nei vecchi tram . Gli scompartimenti sono come piccole piazze di paese: donne che cantano, anziani con gli occhiali d'osso e il cappellino bianco alla Nehru che non si capacitano che la straniera non mastichi nessun'altra lingua civile oltre all'ostico inglese, venditori di tutto, di samosa, di chai, il magnifico the indiano alle spezie servito in tazzine di terracotta, di insalate di cetrioli e pomodori al limone e peperoncino, di “soap paper”, la carta oleata immersa nel sapone profumato e confezionata in disegni pastello che in Italia collezionavo da piccola.<!--more--></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli304.jpg" title="salvinelli304.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli304.jpg" alt="salvinelli304.jpg" /></a></p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">I bambini, in divisa scolastica, si sbracciano a salutare il treno dai terrapieni. Accadeva anche da noi quando il viaggio era un sogno e un'avventura.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Sono diretta a Pushkar e non è solo turismo: ho un messaggio di un amico italiano per un amico indiano. Non si vedono e non si sentono da molti anni e io ho con me una mappa sommaria e il compito di ritrovarlo.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Pushkar è l'antichissima città sacra dedicata a Brahma, anzi con ogni probabilità è l'unico luogo sacro in India dedicato al dio Brahma che, forse per la sua unitarietà e il suo tratto apollineo, non ha mai stimolato la fantasia degli indiani quanto Vishnu e Shiva, inesauribili fonti di arte, di storie e di leggende. Il lago minuscolo, brulicante di pesci, anguille e tartarughe in un groviglio primordiale perché nulla a Pushkar può essere ucciso, i ghatt, i sari stesi ad asciugare perpendicolari all'acqua lungo i sacri gradini, i palazzetti dei maraja  sempre pronti per i pellegrinaggi del signore e della sua corte, i sadhu immobili e seminudi.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Probabilmente Pushkar è rimasta uguale e e stessa per tremila anni e più, finché, come dice una mia amica, sono arrivati i marziani. I freak con i jeans, i capelli lunghi, le chitarre, il libero amore, un po' di soldi (moltissimi per gli indiani) e la voglia di godersi un luogo che, per antica tradizione, consente di fumare canne in assoluta libertà. Sono comparsi gli alberghi, i negozietti, i ristoranti, il disordine multicolore del cosmopolitismo giovane, ma i sacri ghatt sono senza tempo, come prima che atterrassero le astronavi.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il mio amico da giovane era un marziano e Pashota, l'amico indiano, gli ha fatto da guida e da protettore nel paese sconosciuto.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Come trovarlo? Pushkar è piccolissima e il suo assetto corrisponde a un'urbanistica mitologica e semplice concepita da Brahma e dalle sue due mogli in conflitto fra loro.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Brahma lanciò un petalo di loto in mezzo a una conca verdeggiante e ne scaturì il lago, poi decise di prendere moglie. Scelse Saivitri, ma la vanitosa impiegò troppo tempo ad agghindarsi per  le nozze e il dio non sopportò di aspettarla. Così, enorme scandalo, scelse una moglie intoccabile della tribù dei Gujar, Gayitri. Umiliata, Saivitri si rifugiò in cima alla collina più alta che circonda la conca del lago, non prima di aver lanciato le sue maledizioni: al marito traditore perché non fosse adorato in altri luoghi oltre a Pushkar e alla rivale perché la sua tribù fosse segnata per sempre dalla schiavitù e dall'umiliazione. Maledizione efficacissima anche quest'ultima, a giudicare dalle cronache politiche recenti: nel giugno scorso i Gujar, esasperati per la loro povertà e marginalità, hanno infiammato il Rajasthan con una rivolta violenta durata quindici giorni.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Comunque, alla fine anche Gayitri riuscì a prendere possesso di una collina,naturalmente più bassa di quella della Saivitri e opposta alla sua. Ecco. Pushkar è tutta qui: il lago, i meravigliosi ghatt, gli accampamenti dei marziani e le due colline con i due mandir (templi) dedicati alle due mogli rivali.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Pashota, l'amico indiano, sta lungo la strada che sale verso il tempio di Savitri, è un bramino,  guida e governa un piccolo tempio con l'aiuto della sua famiglia.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli311.jpg" title="salvinelli311.jpg"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli311.jpg" alt="salvinelli311.jpg" /></a></p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Ci accoglie all'entrata un'enorme testa di cartapesta in memoria di un saggio maraja, poi arriva lui ridente e loquace. L'italiano si mescola all'inglese: i suoi marziani erano italiani, li ha scarrozzati sui cammelli, li ha protetti e se ne è fatto proteggere, ne ha raccolto le fotografie che ci mostra con orgoglio e nostalgia, è venuto a trovarli ai quattro angoli della penisola, da Brescia a Venezia, da Napoli a Genova. Poi, forse quando le astronavi migliori hanno lasciato il suo pianeta, con l'aiuto del mio amico è tornato alle sue radici: ha rimesso a posto un antico piccolo tempio, ha scoperto e decorato di rosso le fattezze di un Ganesh “naturale” dall'intrico di un grande albero di baniano, ha dissodato un bel giardino e lentamente cerca di mettere in piedi un piccolo ashram per turisti e pellegrini.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Mi è sembrato felice. Sappilo, amico italiano.</p>
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<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><a href="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/07/salvinelli313.jpg" title="salvinelli313.jpg"><br />
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<title><![CDATA[Il villaggio e la levatrice]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/06/24/il-villaggio-e-la-levatrice/</link>
<pubDate>Sun, 24 Jun 2007 14:06:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Le fotografie sono di Laura Salvinelli
L&#8217;autobus  che ci  porta vicino al villaggio di Pasunj]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/06/salvinelli103.jpg" alt="salvinelli103.jpg" /></p>
<p style="margin-bottom:0;"><font color="#000000"><font size="3"><em>Le fotografie sono di Laura Salvinelli</em><br />
L'autobus  che ci  porta vicino al villaggio di Pasunj è il  251, ma destinazione e numero sono rigorosamente e solo in lingua gujarati, simile all'hindi nei caratteri, ma priva di quelle eleganti cornici superiori che connettono le lettere in hindi fino a formare le parole e che lo rendono particolarmente prezioso nella stampa su carta e su tessuti.</font></font></p>
<p style="margin-bottom:0;">Finestrini protetti da due sbarre di ferro orizzontali e privi di vetro, piccole panche a due posti, affollamento medio di donne e di mercanti, il 251, fra sbuffi di vento e sobbalzi, ci conduce attraverso l'immensa periferia di Ahmedabad, un bazar operoso e sterminato, ma duro, polveroso e sovraffollato.<!--more--></p>
<p style="margin-bottom:0;">A un bivio traslochiamo su un rikshaw collettivo: il minuscolo veicolo è in grado di imbarcare anche otto o nove persone, più frutta, verdura, provviste e quanto altro chi torna dalla città o da altre zone coltivate porti con sé. D'improvviso tutto cambia ed è l'India dei millenni, non quella della modernità, davanti ai nostri occhi. Piccoli templi bianchi e azzurri all'ombra di olivi selvatici, banyani, alberi di frangipane e salici indiani, dalle foglie lunghe e flessuose usate anche per ornamento alle porte delle case. Aratri nei campi coltivati. Uomini dai lunghi baffi, vestiti di bianco, longhi attorcigliati ai fianchi,turbanti e camicie sbracciate e lavorate sul petto con mille pieghettature. Donne avvolte nel sari fino a coprire la testa come in un peplo, portano erette una doppia anfora di ferro per l'acqua che si restringe verso l'alto in due curve: se non si trattasse troppo spesso del giogo di una schiava sembrerebbe il copricapo di una regina.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Dopo una mandria di bufali e un gregge di capre nere, all'entrata nel villaggio corre verso di noi un nugolo di bambini felici all'uscita da scuola. Tutti in divisa, secondo un tradizione che in India non muore, le bambine in blu e bianco con le trecce  ripiegate e raccolte da sgargianti nastri rossi.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Siamo ospiti di Chanchal Ma, la dai, la levatrice, ma anche un' anziana saggia del villaggio: vedova da quarant'anni, continua una tradizione e una sapienza appresa dalla suocera, come accade spesso. Il rikshaw ci lascia poco lontano dal portico della sua casa. Atterriamo stordite su un charpoi e d'improvviso decine di sguardi si sgranano su di noi: vengono da tutte le capanne e piccole case  vicine, è una folla di occhi brillanti, penetranti, curiosi, come pupille di gatti nella notte. Restiamo così, imparando pian piano a gustare il reciproco stupore, per più di un'ora: senza muoverci, sorridendo e rispondendo ai sorrisi di tanto in tanto, respirando piano.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Poi ci si abitua almeno un poco gli uni agli altri e lo sguardo si solleva sul villaggio. Pasunj è grande, cinquemila abitanti, una torre colorata al centro per ospitare gli uccelli di passaggio, una scuola dal grande cortile con il volto del Nehru dipinto alla parete e due mandir, due templi. Quello che visitiamo, dedicato a Krishna e Lakshmi, è molto povero, un angolino vicino all'ufficio postale. Come ornamenti, oltre alle immagini degli dei, tante luci colorate come quelle dei nostri alberi di Natale e l'unico lusso del villaggio, che troveremo poi quasi in ogni casa: secchi, bicchieri, pentole, piatti, anfore di ferro, di ottone, di rame, lucidissimi e disposti in complicate costruzioni lucenti. Quasi tutta la struttura del villaggio è per aree chiuse: piccole case, tutte con  porticati, sono disposte a rettangolo: in mezzo gli alberi, gli animali, i pozzi per l'acqua. E' la stessa struttura che i contadini inurbati tendono a riprodurre negli slum: ma senza l'aria, il verde, gli spicchi di cielo sulla testa, il profumo del fieno accumulato nella parte alta della casa sopra le travi del primo soffitto, l'ocra intenso del pavimento di paglia e fango essiccato.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Chanchal Ma fa la levatrice nel villaggio da 25 anni e in questo momento  ci sono 110 donne incinte e molte puerpere da assistere. La seguiamo nel giro di visite: nella borsa di stoffa uno stetoscopio di ferro e piccoli volantini stampati da Sewa per informare e per divulgare alcune norme di igiene e buona alimentazione. Poco più che bambine, grandi occhi docili, le giovani donne incinte mostrano alla dai la piccola pancia che cresce tra il choli e la ripiegatura del sari; onnipresente la suocera le osserva. Le madri, accoccolate sul charpoi accarezzano  e consolano i neonati con una grazia da natività quattrocentesca: i sari le incorniciano, le lunghe dita massaggiano il bambino sulla pancia e nelle pieghe del collo. Nei cortili interni altre donne mungono le mucche ovunque presenti, forse pregando Krishna, il dio vaccaro, perché porti prosperità alla famiglia. Le mostrano orgogliose alle visitatrici subito dopo i figli: sono presenze sacre e familiari, certamente, ma soprattutto sono un'assicurazione contro la fame e la miseria più disperata. Ogni tanto uno scroscio di monsone ci arresta sotto un portico e i cespugli secchi estirpati dal vento volano lungo il sentiero. Tutto sembra sereno, malgrado la povertà e la vita antica della campagna. Ma una  delle ultime visite ci riserva il dramma. Un'intera famiglia è accoccolata e muta accanto al charpoi, una donna semi nascosta piange; un velo rosso poggiato sulle corde copre qualcosa di straordinariamente piccolo, la dai lo solleva, è una bambina di dieci giorni e un chilo di peso, quarta sorella di un famiglia tra le più povere, che non ce l'ha fatta.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Alle sei, quando cala la luce , tornano i ragazzi dalla città con le moto rombanti, i contadini dai campi con le greggi e i bambini arrampicati sui carri dei buoi. Noi, sedute sulla stuoia nel portico  della nostra dai,  mangiamo chapati, subjee, riso e dhal e ci prepariamo a una notte riparata, ma vicina al cielo gonfio di monsone e alle mille voci e  presenze  intorno a noi. Una donna anziana si lava al pozzo, altre si siedono vicine e parlano fitto.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/06/salvinelli102.jpg" alt="salvinelli102.jpg" /></p>
<p style="margin-bottom:0;">Alle prime luci dell'alba Chanchal Ma inserisce un bastoncino d' incenso in una fessura della sua porta, poi si gira verso i nostri charpoi e ci benedice. Poco dopo compare un ragazzo, elegante nel portamento, palesemente diverso dai contadini, ma semplice e pulito come una bellezza antica. Rakesh è il maestro, un' autorità nel villaggio così come suo padre, insegnante in pensione della scuola media. Vivono in una delle case più belle, ereditata dal bisnonno, portico di legno scolpito e porte intarsiate di metallo sbalzato. Ci invita da lui e l'intera famiglia ci accoglie e ci nutre con una cura che incanta. Mentre ci consentiamo i riti di pulizia che non avevamo osato a cielo aperta, la televisione ci aggiorna sul mondo, o meglio sul mondo visto da qui:  Prathiba Patil è stata ufficialmente candidata alla presidenza della repubblica, Saunita, l'astronauta della Nasa di origine indiana, è tornata sana e salva sulla terra e, last but not least, la nazionale di cricket si prepara a sfidare l'Irlanda.</p>
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<p style="margin-bottom:0;"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/06/salvinelli104.jpg" alt="salvinelli104.jpg" /></p>
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<p style="margin-bottom:0;"><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/06/salvinelli105.jpg" alt="salvinelli105.jpg" /></p>
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<title><![CDATA[Autista musulmano di Ahmedabad]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/06/10/autista-musulmano-di-ahmedabad/</link>
<pubDate>Sun, 10 Jun 2007 13:14:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Molti autisti di rikshaw segnalano l&#8217;appartenenza religiosa con vari simboli. In questo caso ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"> Molti autisti di rikshaw segnalano l'appartenenza religiosa con vari simboli. In questo caso si tratta del copricapo bianco. I rikshawallah indù, invece, installano un tridente dedicato a Shiva sulla parte esterna del cruscotto.</p>
<p><img src="http://orditoetrama.wordpress.com/files/2007/06/autista1.jpg" alt="Autista" /></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Casalinghitudine]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/06/05/casalinghitudine/</link>
<pubDate>Tue, 05 Jun 2007 11:38:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Verrà l&#8217;uomo della Bisleri?
E&#8217; questa la domanda più assillante che un casalinga india]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Verrà l'uomo della Bisleri?</font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">E' questa la domanda più assillante che un casalinga indiana (anche part time) di ceto medio si pone ogni mattina. E io naturalmente, in quanto cooperante, mi considero assimilata alla categoria.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000"><!--more-->A orecchie italiane la parola Bisleri ricorda pubblicità antiche e oramai totalmente fuori mercato: quando si beveva il Ferro China Bisleri invece del whisky e del cognac. Sospetto che il signor Bisleri (se esiste), o comunque il suo marchio, siano sbarcati  in India molto tempo fa in cerca di nuove fortune. E le abbiano trovate. Oggi, in hindi,  in indoinglese e in ciascuna delle decine di lingue del  subcontinente, Bisleri è sinonimo di acqua minerale ed è una delle poche parole italiane capite da tutti.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Bisleri, oltre a vendersi in normali bottiglie, viene distribuita a pagamento nelle case in grandi taniche di  plastica da quaranta litri. Sicurezza e salute al modico prezzo di 60 rupie per chi può permettersele. Già, ma l'uomo della Bisleri – magro come un chiodo e dal piglio severo, nel mio caso – si fa desiderare. Verrà, non verrà, azzeccherà il giorno in cui la tanica è davvero alla fine, oppure verrà due volte di fila quando non ti serve, dato che non puoi cumulare più di due taniche? All'ufficio reclami (che esiste sempre in India) lo danno sempre in viaggio verso casa tua e si dicono certi del suo arrivo nel giro di un quarto d'ora, massimo mezz'ora. Una volta su cinque è persino vero.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">L'acqua, il grande dramma dell'India povera e contadina, non risparmia nemmeno i privilegiati. Nel mio appartamento, al piano terreno di una casa di tre piani in un quartiere considerato borghese, l'acqua arriva per due ore al mattino, dalle sette alle nove, e poi basta. Non è buona né per bere, né per cucinare. Per bere si dipende dall'uomo magro e severo, per cucinare bisogna comprare un apparecchio di filtraggio da applicare ai tubi della cucina.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Alla casalinga part time che deve raggiungere l'ufficio, dunque, è richiesta un certa intelligenza organizzativa. Lavare la verdura e la frutta prima di uscire (o conservare l'acqua filtrata se la spesa  la farà dopo ), lavarsi con cura per l'unica volta nella giornata in cui lo si può fare con l'acqua corrente e tenere da parte l'acqua per rinfrescarsi al ritorno dal lavoro (la temperatura è sempre intorno ai 40/45 gradi), non abbandonare mai la presa  sul team Bisleri.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Ma, intorno alla casalinga di ceto medio, si materializza, quasi senza sforzo di ricerca, un'intera piccola comunità di aiutanti. Alle otto del mattino compaiono in casa mia due donne poverissime, in sari scuro. Chiaramente c'è fra loro un rapporto gerarchico: la più importante delle due non pulirebbe mai il bagno: si dedica ai panni e alla cucina, mentre il bagno e i pavimenti sono appannaggio della sua sottoposta. Però alla fine del breve lavoro ( in un'ora scarsa hanno fatto tutto) si siedono insieme sul dondolo del mio piccolo giardino e chiacchierano e scherzano in gujarati a lungo, finché riprendono le forze e se ne vanno, forse verso casa, forse verso un altro lavoro. Nel frattempo, qualche volta, sono apparsi un signore discreto e quasi invisibile a bagnare il giardino e un giovanottino  in bicicletta vestito di bianco a portare gli abiti stirati: non arrivano tutti i giorni, anche le loro sono visite imprevedibili, ora frequenti ora no, secondo ritmi impossibili da controllare.   Alle sette di sera, invece, in sari immacolato, con piglio deciso e alta professionalità, compare sempre  la cuoca : in quattro e quattr'otto fa la pasta e stende i chapati con un gesto più stretto di quello con cui noi stendiamo la sfoglia. Il chapati sta su un piccolo tagliere ed è come una piccola  sottilissima pizza.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Non so a cosa attribuire questa sofisticatissima divisione del lavoro: se a un'implicita solidarietà di comunità  che consente a molti del circondario  di godere di uno scampolo dei benefici di una nuova presenza che offre qualche opportunità di guadagno, o se alla passione tutta indiana per la gerarchia e per la divisione del lavoro, raccontata da tanti scrittori, e da Naipaul in particolare, con severo sarcasmo.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Certo, gli elettrodomestici non aiutano e non sono previsti. Tranne che per il frigorifero non ve n'è traccia. Si lava tutto a mano: la biancheria in un bacino esterno (nel giardino o nel terrazzo) bassissimo che ricorda il greto del fiume del villaggio, i piatti nel lavello della cucina. Il ferro è nelle mani del giovanottino vestito di bianco insieme ai vestiti. L'India globalizzata non importa né produce spazzoloni o scope dal manico lungo: la povera aiutante-cameriera sta sempre con la schiena china a terra  e non sono riuscita a comprarle qualche strumento adatto a evitarlo.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">La casa è semplice, attenua il calore con le finestre piccole schermate da  spesse tende colorate e con grandi pale di ventilazione al soffitto che scompongono tutto, appunti, ritagli, quaderni. Fuori un piccolo giardino un po' stento si ringalluzzisce meravigliosamente alle prime avvisaglie di monsone: d'improvviso le foglie si sollevano, i germogli nascono, gli ibisco macchiano il verde di tante chiazze rosa e rosse.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Benché collocata in una città di più di tre milioni di abitanti,  la mia casa è visitata dagli animali piuttosto spesso. I più familiari sono certi cagnoloni randagi e smilzi che cercano l'ombra dove la trovano. Il più sorprendente è un pavone che arriva quasi ogni mattino all'ora di colazione, fa una pausa di riflessione sul cassone dell'acqua piovana e se va. Le più temibili sono le scimmie: arrivano in branco, quando meno te le aspetti, e se non le cacci e difendi le tue cose possono fare di tutto, anche svaligiarti la casa. Sono molto più abili in furti e rapine degli scarsi malfattori presenti nel paese.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">E la raccolta dei rifiuti? Non vorrei offendere nessuno, ma ha l'aria di essere un problema meno drammatico che a Napoli.  Grandi pacchi e confezioni  in un paese povero non ci sono, le mucche, che ovviamente girano in libertà per le strade, mangiano i rifiuti umidi se non vengono ritirati (come in teoria dovrebbe essere), carretti di riciclatori passano di casa in casa in cerca di carta, vetro e plastica.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">La campagna è vicina: non solo per gli animali e per i carretti di frutta e verdura che percorrono la via, ma anche, strano a dirsi, per i cantieri.</font></p>
<p align="justify"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font color="#000000">Ahmedabad cresce; anche nella mia via si sta costruendo una nuova casa,  dalla campagna arrivano muratori, manovali e donne di fatica per cantieri. Dall'altra parte della mia stradina, alla sera la famiglia dei muratori ricostruisce il suo villaggio: le brande (charpoj) di corda, un fuoco accesso, i chapati che friggono, gli uomini stesi in longhi e turbante bianco, le donne che ancora si affannano a rincorrere i bambini dopo aver trasportato i mattoni sulla testa per tutto il giorno. Le vedo, dal cancelletto della mia casa, cercare la quiete a poco a poco.</font></p>
<p style="margin-bottom:0;"><font color="#000000"> </font></p>
<p style="margin-bottom:0;"><font color="#000000"> </font></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Tubercolosi fuor di metafore]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/05/26/tubercolosi-fuor-di-metafore/</link>
<pubDate>Sat, 26 May 2007 04:05:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
<guid>http://orditoetrama.it.wordpress.com/2007/05/26/tubercolosi-fuor-di-metafore/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp;

Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2007 sul quotidiano &#8220;Il Riformista]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;">&#160;</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p>Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2007 sul quotidiano "Il Riformista".</p>
<p style="margin-bottom:0;">Mettiti la mano davanti alla bocca quando starnutisci! Copriti con il fazzoletto quando tossisci! Antiche raccomandazioni della mamma. E quel buffo “salute” dopo lo starnuto, ormai in disuso dalle nostre parti. E ancora. Ricordi vaghi di targhe di metallo bianche e blu sugli autobus, che portavano scritto “non sputare” e che già mi parevano da bambina reperti archeologici, rimandi a un'epoca tanto lontana da essere indecifrabile.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Per uscire dalle  metafore, dai rimandi morti, dalle sagge e blande regole di buona educazione, basta prendere una jeep,  abbandonare il centro di Ahmedabad e superare il cavalcavia della ferrovia su cui viaggia il Sabarmati Express, il treno dello sviluppo, quello che corre ogni giorno da Delhi a Mumbai e che trasporta l'India che conta.</p>
<p style="margin-bottom:0;">A pochi metri dall'invaso della ferrovia sta lo slum di “Amraivadi”: 100.000 abitanti, in grande maggioranza indù, per il settanta per cento alloggiati in baracche, talvolta tende, o  comunque case di fortuna. Come ci hanno raccontato i celeberrimi romanzi di Dominique La Pierre (in particolare “La città della gioia” e “Mezzanotte e cinque a Bhopal”) le vicinanze di una ferrovia o di una grande fabbrica sono i luoghi ideali perché nasca uno slum: i poveri sopravvivono con qualche materiale di riporto abbandonato, con gli scarti delle produzioni, persino con quello che i passeggeri buttano giù dai finestrini.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Qui la tubercolosi non conosce distanze metaforiche. E' presente, angosciosa, è la malattia più diffusa per la quale si muore e, al momento, ha aggredito in maniera conclamata un numero imprecisato di persone, di cui trecento ( sembrano un'enormità, ma forse sono pochissime rispetto ai malati che nessuno riesce a raggiungere) vengono curate dal centro specializzato gestito, insieme ad altri nove in città, da Sewa (Self employed women's association) , il sindacato di donne per il quale lavoro.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ankita, la capo progetto, mi accoglie in un minuscolo dispensario che ha la stessa metratura e  il medesimo povero arredo dei due spacci che gli stanno a fianco, uno di granaglie, riso e lenticchie, l'altro di incensi, nastri dorati, luminosi piccoli lussi per le pratiche religiose.</p>
<p style="margin-bottom:0;"> Qui si fanno l'analisi della saliva e il test della tubercolina, ma soprattutto si chiede tassativamente ai malati di venire in ambulatorio per prendere le medicine e li si va a trovare a casa se non lo fanno. Il motivo è semplice: la terapia è lunga, dura dai sei ai nove mesi, a volte dà l'ingannevole sensazione di un miglioramento così radicale da somigliare alla guarigione, altre volte  effetti collaterali. Così il paziente, spesso analfabeta oltre che povero, se lasciato a se stesso, interrompe, si dimentica e, alla successiva aggressione del male, la prognosi è assai più spesso infausta. Non esiste un programma sanitario nazionale  sulla tubercolosi, il prezzo proibitivo della cura completa è di 20.000  rupie, l'equivalente di 366 euro, una cifra notevole persino per il ceto medio. Sewa un  po' fa da sé e un po' è aiutata dall'Oms, ai pazienti chiede la cifra simbolica di trentacinque rupie.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Cambia la geografia delle patologie,  cambiando paese . Sembra un'ovvietà, ma è come avere sulla testa costellazioni diverse:qui le costellazioni si chiamano tubercolosi, malaria e Aids. Qui si risistema in modo diverso nella mente l'aristocratica distanza della “Montagna incantata”e  si assimilano più facilmente i dati che preoccupano ormai anche tanti medici europei, soprattutto quelli che lavorano nei grandi quartieri degradati delle metropoli d'immigrazione: un milione e mezzo di morti  e nove milioni di nuovi casi di contagio all'anno, un terzo della popolazione mondiale infettata dal bacillo e potenzialmente esposta alla malattia.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ankita e le sue compagne  fanno sistematiche piccole assemblee nello slum. Gli slum consolidati, pur nella loro dura miseria, hanno dei tratti urbanistici che somigliano al villaggio e aiutano la socialità. Ogni gruppo di venti trenta  stanze-case è disposto a ferro di cavallo intorno a una sorta di corridoio interno sopraelevato che protegge uomini bambini e animali (mucche ,capre) dai pericoli e dai fumi del traffico della città.  E' qui che Ankita ripete le raccomandazioni della mia mamma. Le riesce più difficile suggerire una buona areazione di case senza finestre o una dieta nutriente in un luogo in cui persino le banane, il frutto più povero in India, sono un lusso.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Anche in questo c'è differenza di genere? - le chiedo.” Le donne si ammalano per il  60%, gli uomini per il 40%: le donne mangiano meno e peggio”-è la risposta.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Un carro argentato, battuto al martello di mille motivi a festone, si intravvede nell'angolo fra la strada principale e i cortiletti dello slum. Lo tirano due poveri cavallini, ma bianchi. Sul carro lo sposo, in turbante rosso, circondato dalle sorelle che lanciano petali di fiori, si avvia verso la casa della sposa. Lo precede un'intera banda in cappello duro nero e giacca rossa. Per molte ore il sogno e la fiaba avranno la meglio su tutto.</p>
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<title><![CDATA[Ahmedabad: vita e miracoli di una città]]></title>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 17:39:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Cominciamo da lei, dalla città: Ahmedabad. Somiglia a un flusso senza fine che comincia all&#8217;a]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom:0;"><font color="#000000"><font size="3">Cominciamo da lei, dalla città: Ahmedabad. Somiglia a un flusso senza fine che comincia all'alba e si attenua solo dopo le dieci di sera. </font></font></p>
<p style="margin-bottom:0;">Alle prime luci arrivano i cammelli: tirano carri di legno lunghi e piatti, come usava nelle nostre campagne tanto tempo fa, e trasportano dalla campagna di tutto, dai manghi alle melanzane, dalle patate ai lychees. Sono i fornitori dell'infinità di mercati e mercatini che pullulano in città. Talvolta frutta e verdura si vendono nei banchi e nei negozietti, molto più spesso una donna si accoccola per terra, gambe incrociate, cestini intorno, pallu del sarij sulla testa per ripararsi dal sole,  bambini al seguito, dato che la mamma, anche se lavora, è quasi sempre l'unico asilo nido.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Poi il moderno fa la sua comparsa. Un nugolo di moto, motorini, biciclette a motore che Roma, al paragone, fa ridere. Pochi i caschi, malgrado una campagna infomativa della polizia locale, molte le famigliole abbarbicate in cinque sulla moto, come su un'utilitaria. Tante jeep, tante automobili, anche di alta qualità con aria condizionata e autista.</p>
<p style="margin-bottom:0;"> Ahemedabad è, per gli standard indiani, una città ricca: negli anni trenta è stata la capitale di un'importante industria cotoniera che si è sviluppata anche in tutta la regione. Esistono bellissime foto d'epoca ,con le operaie in sarij bianchi dai bordi stampati, come usava allora, al lavoro sui grandi telai delle officine. L' industria ha richiamato molta immigrazione dalle campagne e ha ingrandito la città fin dai primi anni dell'indipendenza. Poi, anche qui, per paradossale che possa sembrare, è cominciata la deindustrializzazione: i cotonifici hanno cominciato a chiudere al'inizio degli anni settanta e oggi sono praticamente spariti, la piccola e piccolissima attività commerciale e artigianale è diventata l'unica forma di vita economica, o spesso di pura sopravvivenza, dei poveri, soprattutto delle donne. E' a questa attività che Sewa, il sindacato dle donne indiane per il quale lavoro, vuole dare dignità, anche alla più umile, come la raccolta della carta e del metallo nelle discariche.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Nel frattempo è nata l'information society, la società della conoscenza o dei servizi avanzati, comunque la vogliamo chiamare. Tutte le multinazionali dell'Ict  sono qui, Tata trionfa nei servizi su internet e invade di pubblicità la città intera , pullulano università e centri di ricerca;  i manager e gli “operativi” di questo nuovo mondo sono quelli delle belle automobili con autista, o alla peggio delle jeep e delle buone moto. Ma è un mondo mobile: ogni ragazzino (maschio,però), anche dello slum, sogna di avere i chip, invece del bastone da maresciallo, nello zaino.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Operosamente e disordinatamene tutti si intrecciano e si rincorrono per le strade della città, di qua e di là dal fiume Sabarmati, nella GC Road delle grandi firme e dei grandi magazzini, come nei budelli minuscoli del grande bazar di Manek Chowk. Ma nulla di definitivo po' essere detto del traffico  senza il suo grande protagonista: il tuk-tuk, il tre-ruote, l'Ape per dirla all'italiana, il taxi dei poveri. E' la salvezza: lo prendi al volo all'angolo della strada, c'è sempre, ti salva dai 45 gradi all'ombra, sa  dove andare anche se in India non esitono numeri civici e  gli indirizzi richiedono lunghe spiegazioni, mastica  quel po' d'inglese che basta, è disposto a caricare le più stravaganti mercanzie, dal computer alla scorta di acqua da bere ,e ,per l'equivalente di dieci/venti centesimi di euro ti porta quasi ovunque. Sia benedetto il tuk-tuk driver. Da un anno a questa parte, il tuk-tuk ad Ahmedabad è anche ecologico: non si alimenta più con l'atroce kerosene, ma con una miscela ecologica apparentemente assai sopportabile.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ma nel grande mare  della città ci sono le isole. Io ne  ho esplorate due per ora.</p>
<p style="margin-bottom:0;">A quattro o cinque kilometri dal centro, sulle rive del Sabarmati, il Gandhi Ashram, dove Gandhi visse tra il 1917 e il 1930 e accolse nella vita comunitaria gli harijans (intoccabili) con grande scandalo persino della sua famiglia, conserva ancora molto del suo fascino. Il modestissimo cottage di Gandhi, i suoi oggetti (gli occhiali, i sandali, il bastone), il luogo di preghiera sulla riva del fiume, il silenzo che nonostante tutto si preserva, mandano ancora l'eco di un'energia lontana. Per il resto l'ashram non è più tale: è un bel museo popolare e un luogo di formazione.</p>
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<p style="margin-bottom:0;">Nel cuore della città antica, invece, ho visto gli storici “Pol”. Ghetti? Probabilmente sì: piccolissimi quartieri protetti da torri, grate, porte segrete e accessi difendibili. Al centro di ognuno una fonte per lavare, un piccolo tempio, una minuscola edicola scolpita per accogliere e nutrire gli uccelli. Molti portoni di case sono capovalori di legno intarsiato del quindicesimo/sedicesimo secolo. Nobilmente, urbanamente, la struttura di ogni “pol” ricorda un villaggio. Ma perchè tanti villaggi quasi fortificati, uno a ridosso dell'altro, senza neanche la presenza dell'acqua, che invece giustifica il tessuto urbano tanto fitto di Venezia? Forse perchè ad Ahmedabad, come in molte altre parti dell'India, le diverse comunità e caste convivono, sembrano accettarsi, ma d'improvviso si odiano e si fanno del male.Molto male. Ma questa è un'altra storia, su cui torneremo.</p>
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<title><![CDATA[Sto per partire]]></title>
<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2007/04/19/sto-per-partire/</link>
<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 16:25:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sto davvero per partire. L&#8217;emozione è grande. Sarò ad Ahmedabad il 30 aprile e dopo quindici]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Sto davvero per partire. L'emozione è grande. Sarò ad <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ahmedabad" title="wikipedia" target="_blank">Ahmedabad </a>il 30 aprile e dopo quindici giorni avrò una vera casa indiana. Non so ancora in quale quartiere. Mi hanno detto che il centro storico è bellissimo.</p>
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