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	<title>assassini-di-bambini &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/assassini-di-bambini/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "assassini-di-bambini"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 06:42:54 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Miseria umana della pubblicità]]></title>
<link>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=760</link>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 00:38:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italiano Liberale</dc:creator>
<guid>http://gigionetworking.wordpress.com/?p=760</guid>
<description><![CDATA[“Miseria umana della pubblicità:
Il nostro stile di vita sta uccidendo il         mondo”
A cura]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:center;" align="center"><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">“<i>Miseria umana della pubblicità:<br />
Il nostro stile di vita </i></span><i><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">sta uccidendo il         mondo</span></i><span style="font-size:14pt;font-family:Verdana;">”<br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">A cura del         Gruppo MARCUSE, <a href="http://www.eleuthera.it/">Elèuthera</a>, 144 pp.,         € 12,00 -<a href="http://www.informationguerrilla.org/miseria-umana-della-pubblicita-il-nostro-stile-di-vita-sta-uccidendo-il-mondo" title="Link Originale" target="_blank">Link originale</a>                           </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Il sistema pubblicitario nella società industriale<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La pubblicità, arma del marketing, è l’arte di vendere         qualsiasi cosa a chiunque e con qualsiasi mezzo. Per la precisione, è         il marketing nella sua dimensione comunicazionale. Passando attraverso         la scappatoia dei media, essa costituisce l’archetipo della «comunicazione».         La critica alla pubblicità si estende quindi alla critica contro il         marketing e contro la comunicazione: questi tre flagelli compongono         insieme il sistema pubblicitario. Ma questo sistema è stato generato         dal capitalismo industriale, che finanzia i media di massa di cui         orienta il contenuto. Il problema perciò non si riduce         all’abbrutimento pubblicitario, include anche la disinformazione         mediatica e la devastazione industriale. Non bisogna illudersi: la         pubblicità è solo la punta dell’iceberg del sistema pubblicitario,         ovvero di quell’oceano glaciale nel quale si sviluppa ed espande la         società consumista con la sua crescita devastante. E se siamo contro         tale sistema e tale società, è perché il nostro stile di vita sta         uccidendo il mondo.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L’effetto principale della pubblicità è la propagazione         del consumismo. Basato sull’iperconsumo, questo stile di vita riposa         sul produttivismo, e dunque implica lo sfruttamento crescente delle         persone e delle risorse naturali. Tutto ciò che consumiamo comporta         meno risorse e più scarti, più nocività e più lavoro depauperante.         Il consumismo porta così alla devastazione del mondo, alla sua         trasformazione in deserto materiale e spirituale: un ambiente dove sarà         sempre più difficile vivere e sopravvivere in modo umano. In questo         deserto prospera la miseria fisica e psichica, sociale e morale. Gli         immaginari tendono ad atrofizzarsi, le relazioni sono disumanizzate, la         solidarietà si decompone, le competenze personali diminuiscono,         l’autonomia sparisce, i corpi e le menti vengono standardizzati.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La miseria umana della pubblicità è, dunque, sia questa         vita impoverita che esalta una pubblicità onnipresente, sia la miseria         degli ambienti pubblicitari stessi, che illustrano in modo caricaturale         l’impoverimento morale di cui soffre la società mercantile. Per         questo motivo citeremo abbondantemente i discorsi di vari pubblicitari.         Il cinismo - di cui alcuni menano vanto - fa parte a tal punto del loro         «folclore professionale» che, ad esempio, nessuno osa contestare la         descrizione romanzesca che ne fa Frédéric Beigbeder. Secondo François         Biehler, pubblicitario sempre in servizio, essa è «rigorosamente         esatta». Come può giustificare la sua professione, allora?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">«La pubblicità serve anche a rilanciare i consumi». I         pubblicitari stessi non negano che ciò implica una buona parte di         manipolazione. E cosa significa manipolare qualcuno, se non fargli fare         qualcosa che non avrebbe mai fatto spontaneamente, come rinnovare         inutilmente merce futile e nociva? Come diceva Machiavelli, il fine         giustifica i mezzi. Biehler deve quindi ritenere tollerabile questa         manipolazione, in quanto si compie in nome di un fine eminentemente         consensuale: «Rilanciare i consumi e far funzionare l’economia, il         che, a priori, non è condannabile».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ecco che si tocca l’assioma che viene sotteso nella         schiacciante maggioranza dei discorsi sulla pubblicità: è bene, anzi         necessario, stimolare          la Crescita         , questa Vacca Sacra invocata in coro da tutti i politici, questo Messia         del quale si acclama il ritorno. Se si accetta il dogma fondante         dell’economicismo, pregiudizio che quasi nessuno contesta malgrado i         suoi effetti disastrosi sulle nostre vite, allora la pubblicità è         effettivamente indispensabile, tanto che diventa difficile metterla in         discussione. Se invece la volontà di produrre si giustifica con il         fatto che ne dipende la sopravvivenza materiale, in società come le         nostre, dove regnano spreco e sovrapproduzione, si tratta di un         presupposto irragionevole, irresponsabile e pericoloso. Dobbiamo inziare         a renderci conto che la crescita, divenuta fine a se stessa, invece di         corrispondere ai nostri bisogni è prima di tutto crescita di nocività         e di diseguaglianza.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La pubblicità è indissolubilmente legata alla         devastazione del mondo, di cui è uno dei motori. Essa vi contribuisce         doppiamente: spingendo l’iperconsumo di merce industriale, favorisce         lo sviluppo di un’economia devastatrice; e dissimulandone le         conseguenze, frena una presa di coscienza ogni giorno più urgente se si         vuole evitare il peggio. Essa deve dunque essere oggetto di una critica         radicale, cioè di un’analisi che risalga fino alle sue radici. Solo         coloro che identificano saggezza e acquiescenza, spirito critico e         consenso mediatico, possono accontentarsi della denuncia dei suoi         eccessi più flagranti.<br />
Ma soltanto risalendo alle radici si potrà comprendere la ragione dei         suoi abusi così ordinari, in particolare dell’estrema violenza che fa         subire alle donne. Ma nessuno ne esce indenne, come mostrerà questo         manifesto contro la pubblicità e contro «la vita che vi si rispecchia».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Capitolo 6 - LE RELAZIONI PERICOLOSE</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La storia insegna che ciò che può spezzare vecchie catene         spesso forgia nuove schiavitù. L’industria avrebbe potuto         risparmiarci i lavori più penosi, ma di fatto ci ha asservito a un         lavoro senza tregua. La pubblicità ha giocato un ruolo di catalizzatore         in questo ribaltamento: inoculandoci l’incessante voglia di consumare,         ci ha trasformati in servi di quella macchina che si supponeva fosse al         nostro servizio. Al tempo stesso, tuttavia, essa non ha fatto altro che         rivelare, aggravandoli, i pericoli inerenti a questo modo di produzione.<br />
La propaganda industriale non poteva limitarsi alle merci classiche e         rispettare l’indipendenza di quelle tre sfere fondamentali e vitali         che simboleggiano ciò che di positivo si è inventata la modernità: il         giornalismo, la democrazia e la medicina. Non meraviglia che essa ne         abbia pervertito pericolosamente le logiche interne allorché è         riuscita a metterle al servizio dell’accumulazione del capitale.         Grazie alla sua azione, i media sono diventati macchine per far         spendere, invece di diffondere il libero pensiero. Con l’avvento del         mondo della comunicazione, essa ha spoliticizzato la politica e svuotato         la democrazia della sua sostanza. Infine, impadronendosi della         farmacopea, ha trasformato la medicina in sistema patogeno. Ma la         pubblicità non avrebbe potuto fare il suo abituale lavoro di becchino         se tali istituzioni non avessero già mostrato delle falle: di fatto,         essa ha semplicemente catalizzato le insufficienze di cui soffrono gli         ambiti che essa travolge con tanta facilità.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">L’indipendenza illusoria dei media<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Prima della metà del XIX secolo, i giornali venivano         finanziati dai loro lettori e redattori, in quanto non si trattava di         ricavarne un profitto, ma di formare un contropotere di fronte         all’onnipotenza monarchica. Nel 1836 Émile de Girardin inaugura la         pratica che fonda la stampa di massa moderna: introduce degli annunci a         pagamento alla fine del giornale allo scopo di diminuirne il prezzo di         vendita, quindi di accedere a un numero più ampio di lettori, quindi di         attrarre più pubblicità e così via. Questa pratica si è         generalizzata e oggi la maggior parte dei giornali dipende per il 50%         dalla pubblicità, mentre alcuni vivono esclusivamente di pubblicità,         come quei giornali «gratuiti» la cui funzione è esclusivamente di         diffonderla presso un pubblico più vasto.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ovviamente, i pubblicitari si felicitano per questa «associazione         a scopo di lucro» in cui la pubblicità è il «partner dominante »,         in grado di «imporre il proprio linguaggio» e «parassitizzare» lo         spazio dei giornali, ormai ridotti al ruolo di supporti pubblicitari. La         simbiosi è ancora più marcata nelle riviste, trasformate in negozi         virtuali che permettono di fare lo shopping restando seduti; appare         incontenibile nelle riviste aziendali distribuite alla clientela (da         parte di società ferroviarie, linee aeree, ecc.); e diventa infine         caricaturale nei magalogues, espressione di Naomi Klein derivata dalla         fusione dei termini magazine (rivista) e catalogue (catalogo), cui la         scrittrice ricorre per definire quelle «fanzines» con cui le grandi         marche americane vendono i loro «stili di vita» ai propri «fan». Nel         2004 Leroy Merlin fa uscire il suo Du côté de chez vous, abbinato         all’omonimo programma televisivo su TF1. È l’apoteosi di una         sinergia industrial-mediatica particolarmente pericolosa per quanto         riguarda l’informazione.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La convergenza tra pubblicità e informazione è avvenuta         mediante un doppio movimento. Da un lato, i pubblicitari mantengono la         confusione dei generi imitando lo stile e l’impostazione degli         articoli giornalistici. Per lottare contro tale pubblicità clandestina         (stretto equivalente della propaganda nera che opera falsificando le         fonti), la legge ha imposto che le pubblicità vengano presentate come         tali; tuttavia esse continuano a camuffarsi nella forma di «dossier         pubblicitari», di «supplementi omaggio», di «tavole rotonde», ecc.<br />
Ma se la pubblicità scimmiotta l’informazione, l’informazione non         si tira certo indietro. Alcuni sedicenti «giornalisti» accettano         bustarelle per moltiplicare nei loro articoli i riferimenti a quelle         marche che vogliono accrescere la propria notorietà; altri praticano il         «reportage pubblicitario» o il «giornalismo promozionale»: ibridi         linguistici che oscurano la frontiera tra gli spazi promozionali e         quelli redazionali. Il giornalismo diviene così un business come tutti         gli altri, tanto che alcune redazioni si rivolgono ai consulenti di         marketing per determinare le aspettative dei «consumatori         d’informazione».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Inevitabilmente la politica viene considerata come meno         fondamentale rispetto alle inchieste sul consumo e su altri «temi         sociali» trasversali. Siamo entrati nell’era dell’infotainment,         l’info-divertimento: l’informazione deve divertire (in inglese         entertainment) piuttosto che istruire. Queste tendenze sono         particolarmente marcate nella televisione.<br />
Tramite la mediazione dei consulenti pubblicitari, gli inserzionisti         organizzano, almeno in parte, i palinsesti della programmazione: più         una trasmissione è seguita, più attira pubblicità e quindi denaro;         viceversa, le trasmissioni meno adescatrici vengono relegate a orari         impossibili. Gli inserzionisti influenzano anche i contenuti, rifiutando         che i loro spot siano abbinati a trasmissioni che suscitano emozioni         negative, nel timore che queste ultime facciano impallidire i loro         prodotti.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Quanto alla carta stampata, gli inserzionisti impongono che         gli annunci non siano inseriti in contesti che contengano critiche         dirette alla marca o a ciò che le viene associato: il Paese         d’origine, quello di produzione, ecc. La pubblicità rafforza così il         monopolio di fatto che tende ad avere sull’«informazione» in materia         di prodotti. In questo caso i protagonisti sono i consulenti         pubblicitari (cinghie di trasmissione tra padronato e redazioni) e,         ancor più, le agenzie di vendita di spazi pubblicitari. Grazie ai «piani         mediatici» (con i quali determinano i veicoli pubblicitari appropriati         per raggiungere l’obiettivo prefissato, organizzando poi il         bombardamento), sono infatti loro che possono influenzare e ricattare le         redazioni, minacciando di tagliare i viveri. Il loro potere di pressione         è ancora più elevato per il fatto che questo settore è estremamente         concentrato: in Francia cinque agenzie centrali hanno «il controllo di         quattro quinti del volume totale». Poiché la pluralità degli         inserzionisti, ritenuta garante della libertà di stampa, è un aspetto         in effetti secondario e illusorio, l’argomento classico in favore         della pubblicità dev’essere rimesso in discussione.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Fieri di ricevere finanziamenti per la loro missione, che         è quella di analizzare e criticare in piena autonomia, certi         giornalisti rivendicano il legame che li collega alle grandi imprese. «La         pubblicità, strombazza il direttore di ‘Le Monde’, è garante         dell’indipendenza del giornale». Precisiamolo: di fronte ai poteri         politici. Ma tale finanziamento comporta un’altra dipendenza: quella         dalle potenze economiche. E se parrebbe logico, nel caso di un giornale         finanziato dallo Stato, che il giornalista si trattenesse dallo sputare         nel piatto in cui mangia, perché le cose dovrebbero andare diversamente         quando il piatto lo fornisce il capitale?<br />
Circa mezzo secolo fa, il fondatore di «Le Monde» faceva questa         dichiarazione: «Mi sembra pericoloso che la vita del giornale sia         assicurata per una porzione eccessiva dalla pubblicità, perché ciò lo         pone alla mercé di un ricatto». Il finanziamento da parte dei soli         lettori è infatti l’unica garanzia di una completa indipendenza         redazionale. È appunto per questa ragione che un giornale come «Le         Canard enchaîné» rifiuta la manna pubblicitaria; non meraviglia         dunque che sia il solo giornale che informa il pubblico sull’influenza         nociva di quest’ultima all’interno dei media.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La giornalista Florence Amalou spiega bene come la         pubblicità possa diventare un mezzo di pressione, o meglio di         repressione, nelle mani degli inserzionisti intenzionati a influenzare         una linea editoriale: rappresaglie pubblicitarie (campagne annullate in         seguito ad articoli troppo critici), boicottaggio dei nuovi titoli che         si smarcano dal «pensiero unico» al servizio del padronato,         giornalisti licenziati o messi alle corde dalle agenzie pubblicitarie,         «limatura» o mutilazione dei loro articoli, che possono anche essere         corretti o direttamente cestinati. Altre tecniche sono più dolci e         sornione: richiami di tipo amicale, intimidazioni, connivenze, relazioni         privilegiate con i vertici. Insieme al bastone, quelli che vogliono         crearsi un «terreno mediatico favorevole » sanno anche agitare la         carota della «lubrificazione pubblicitaria»; una volta interiorizzate,         queste pressioni portano a un’autocensura che gli stessi giornalisti         non negano.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ovviamente queste pratiche sono possibili solo da parte dei         grandi inserzionisti, cosa che mette fortemente in discussione         l’affidabilità dell’informazione che li concerne. E quanto più la         stampa permane in una posizione di fragilità finanziaria, tanto più la         pubblicità può comprarne il silenzio e la compiacenza. Più un         inserzionista fa pubblicità, più le redazioni gli accordano un         trattamento di favore. Così, Jean-Marie Messier, l’ex monarca di         Vivendi Universal, è stato servilmente corteggiato dai media quando era         al culmine della sua breve carriera: prime pagine, interviste all’«uomo         dell’avvenire» e ritratti elogiativi si sono moltiplicati nel periodo         in cui era uno dei principali inserzionisti in Francia.<br />
La dipendenza della maggior parte dei giornali nei confronti degli         inserzionisti è ancora più problematica per il fatto che sono le         marche, e non i politici, a essere oggi giuridicamente intoccabili. Le         grandi imprese sono infatti le potenze politiche più nocive in         assoluto, nel senso che sono loro a trasformare il mondo. Le decisioni         che modificano o rischiano di modificare in profondità la vita         quotidiana (OGM, nanotecnologie, flessibilità, ecc.) non vengono prese         in seno ad assemblee nazionali, ma a monte, vale a dire nei consigli di         amministrazione e nei laboratori tecnico-scientifici; le istanze         politiche tradizionali avranno tutt’al più il compito di far ingoiare         la pillola.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Beninteso, ci sono notevoli differenze tra i media e perciò         diversi gradi di vassallaggio, ma guardiamoci bene dal credere che la         pubblicità sopraggiunga a pervertirli dall’esterno.         L’interconnessione è totale: i media hanno bisogno della manna         pubblicitaria, quest’ultima ha bisogno del canale mediatico per         rivolgersi alle masse. Ma soprattutto c’è una profonda analogia nel         loro modo, pur problematico, di trasmettere i propri messaggi a masse di         destinatari anonimi e atomizzati. E in effetti, più siamo connessi ai         media in modo verticale e impersonale, meno siamo legati tra noi in modo         orizzontale e personale. Un’atomizzazione che accresce la nostra         dipendenza e la nostra vulnerabilità nei confronti dei mass media, che         sono di fatto a doppio taglio: più costituiscono formidabili mezzi         d’informazione «democratica» (accessibili a una larga audience), più         favoriscono la concentrazione oligarchica della parola pubblica,         conferendo un immenso potere di disinformazione a coloro che la         detengono. Offrendo «pane e giochi circensi», gli imperi         mediaticoindustriali minacciano la democrazia: la situazione         dell’Italia berlusconiana non fa altro che manifestare in modo         particolarmente acuto la norma che predomina ovunque. Il verme è nella         mela. Se la pubblicità dirotta l’informazione, bisogna anche capire,         come ci invita a fare Christopher Lasch, le insufficienze         dell’informazione stessa:<br />
Ciò che la democrazia esige, è un dibattito pubblico vigoroso, non         informazione. Certo, essa ha anche bisogno di informazione, ma il tipo         di informazione di cui ha bisogno può essere prodotto solo attraverso         il dibattito. Non sappiamo quali cose abbiamo bisogno di sapere finché         non abbiamo posto le domande giuste [.]. Quando ci impegniamo in         discussioni che catturano interamente la nostra attenzione e la         focalizzano, ci trasformiamo in avidi ricercatori d’informazione         pertinente. Altrimenti assorbiamo passivamente l’informazione, ammesso         che lo facciamo.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La comunicazione all’assalto della democrazia<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Siamo giunti alla questione politica, e anche qui è la         pubblicità che ha aperto dei varchi. La distinzione che, malgrado         l’identità dei loro metodi, sussisteva tra pubblicità e propaganda         si è andata sbiadendo. Due cose le differenziavano: innanzi tutto il         loro ambito di applicazione (commercio/politica); poi il fatto che la         pubblicità costituiva una professione autonoma (in quanto le imprese         affidavano la loro pubblicità ad agenzie esterne), mentre la propaganda         veniva fatta dai politici e dai militanti stessi. Al giorno d’oggi, i         pubblicitari fanno «marketing politico» o «elettorale» e         s’incaricano della propaganda dei partiti. La confusione delle         categorie è giunta a un punto tale che i messaggi di propaganda         politica inseriti a pagamento sono talvolta preceduti dalla menzione «pubblicità»,         mentre quelli della propaganda commerciale lo sono dall’indicazione «comunicato»,         normalmente riservata alle istituzioni pubbliche.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Negli anni Ottanta i pubblicitari si compiacevano nel         constatare che «la politica è entrata in pubblicità e viceversa». Le         prospettive di arricchimento per la vita civica appaiono esaltanti: «In         una società fondata sul consumo di massa quasi obbligatorio tutto si         vende, e di frequente per ragioni molto lontane da quelle che sono le         qualità intrinseche: dall’uomo politico alla saponetta…». Per i         nostri strilloni della democrazia adulterata, «l’atto elettorale è         un atto di consumo come un altro».<br />
Questa prospettiva, che vede la politica passare dal dominio della         convinzione a quello della seduzione, non incanta più di tanto i         cittadini, tanto che in Francia vengono votate alcune leggi in materia.         La pubblicità politica è così bandita da televisioni e radio, e poi,         nel 1990, anche dalle affissioni murali. Immediatamente, la «comunicazione»         si sostituisce alla pubblicità, troppo chiassosa. La furbata è ben         evidente: «comunicare» suona meno unilaterale. Ed è certamente molto         più insidioso. Come spiega un «comunicatore», «il consiglio in         comunicazione non si esprime necessariamente sotto forma pubblicitaria e         non è per forza di cose vistoso». La comunicazione è discreta, ma si         tratta sempre di «influenzare le attitudini e i comportamenti dei         diversi tipi di pubblico». Jean-Pierre Raffarin, ex pubblicitario         divenuto primo ministro, incarna questa convinzione: «La comunicazione         pubblicitaria è divenuta per molti la soluzione a tutti i gravi         problemi della società». Tutto sarà sistemato d’ora in avanti a         colpi di comunicazione, modalità in grado di «gestire» i conflitti         sociali, di render possibile il «management» dell’opinione pubblica.                  </span>
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<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Governare vuol dire apparire. I consulenti in materia di         comunicazione applicano ora tecniche che si sono provate efficaci nel         campo del commercio. Così vengono organizzate «riunioni Tupperware»         per insegnare a piccoli gruppi di politici la demagogia del sorriso su         misura; si ricorre al telemarketing, o alla pubblicità postale, per         fare due chiacchiere con i cittadini; se poi ai politici è vietato         comparire nei jingles pubblicitari delle catene televisive e         radiofoniche, non per questo essi hanno perduto ogni speranza di         ficcarcisi in qualche modo. Il ruolo di comunicatore assume qui tutta         l’ampiezza possibile. Si negoziano interventi in trasmissioni valutate         in anticipo sulla base della loro capacità di veicolare il messaggio.         Essendo il tempo per parlare limitato, ci si applica per renderlo         altamente redditizio ricorrendo alle regole pubblicitarie: per «vendere         un’idea» bisogna a) esprimere una promessa e una soltanto, che sia b)         confacente al target, c) semplice, d) credibile, e) durevole,         declinabile, f) opportunista. Il che spiega perché le campagne si         concentrino solo su pochi temi e il discorso sia ridotto a slogan.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Sotto la pressione dell’Auditel, le trasmissioni         politiche si fanno più rare; i comunicatori devono allora far passare i         loro clienti in altre trasmissioni, naturalmente di intrattenimento.         Niente viene più escluso per far parlare di sé, migliorare la propria         «immagine» e imprimerla nella testa degli spettatori. Quando poi, come         di norma accade, i partiti di governo standardizzano i propri programmi         per impadronirsi del «centro», tutto si gioca in termini di «personalità»         dei candidati, l’equivalente dell’«immagine di marca», e non si         parla più di politica, ma delle mogli, dei bambini, degli hobbies.         Questo degrado della vita politica raggiunge l’apice in Paesi dominati         da giunte violente che ricorrono spesso e volentieri ai servizi delle         agenzie di «relazioni pubbliche» occidentali, per raffinare la loro «comunicazione»         interna ed esterna o per scegliere la marionetta che avrà le migliori         possibilità di «sedurre» le masse locali. Il Guatemala è tra quelli         che ne hanno fatto le spese: il fondatore dell’industria di public         relations ha mobilitato l’opinione pubblica americana per preparare il         rovesciamento, a opera delle élite locali e della CIA, del suo         presidente democratico, che aveva osato proporre una riforma agraria in         questa repubblica delle banane della United Fruit.<br />
</span>         <span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La Guerra</span>         <span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"> del Golfo, altamente         spettacolarizzata, ha poi portato al culmine queste manipolazioni di         massa. Un’agenzia di public relations ha organizzato la falsa         testimonianza di un’infermiera, che ha raccontato al Congresso         americano di aver visto soldati iracheni uccidere bambini in fasce:         l’intensa emozione da parte del pubblico convince definitivamente che         bisogna andare in guerra. I comunicatori di Bush padre cominciano anche         ad applicare la neolingua, così gli «interventi chirurgici» rendono i         bombardamenti più accettabili, anche se in realtà non sono molto meno         mortiferi. Sottili strategie di marketing politico per vendere la guerra         a un’opinione pubblica reticente.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Per quanto i media abbiano in seguito riconosciuto di         essersi lasciati trasformare in altoparlanti delle fucine di propaganda         alleate, le operazioni d’intossicazione si sono poi moltiplicate. Al         fine di giustificare l’intervento della NATO, le agenzie di relazioni         pubbliche si sono sfiancate per «far coincidere serbi e nazisti»,         alimentando così le campagne di disinformazione sull’esistenza di un         genocidio in Kosovo. E i media, gli intellettuali e le opinioni         pubbliche si sono lasciati beffare. In seguito, il Tribunale penale         internazionale dell’Aja ha trovato solo 2.108 corpi e nessuna fossa         comune: il famoso «Piano Ferro di cavallo» sarebbe un’invenzione dei         servizi segreti occidentali, e peraltro l’abbietto Milosevic? è stato         perseguito esclusivamente per crimini di guerra. L’Office of Global         Communication anglo-americano ha svolto bene il suo lavoro anche durante         la seconda guerra in Iraq: se le frottole sulle armi di distruzione di         massa non hanno attecchito più di tanto in Europa, il bluff dello         smontaggio della statua di Saddam (organizzato in anticipo dalla         coalizione e dai media) ha comunque procurato un effetto istantaneo di         giustificazione della guerra, recuperando il potenziale emotivo delle         immagini sulla caduta del comunismo.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La prima cosa di cui ci si deve riappropriare è il senso         delle parole. I governi hanno sempre fatto propaganda: in Francia, prima         della seconda guerra mondiale, c’era un ministero che portava questo         nome. Il termine è in seguito divenuto peggiorativo, e non casualmente         i propagandisti si sono acconciati con il grazioso nome di «comunicatori»         (o «esperti in relazioni pubbliche»), ponendo un’aureola di onestà         sul carattere manipolatore di un lavoro difficilmente controllabile.<br />
Pur essendo la situazione già abbastanza deteriorata, i venditori di         comunicazione hanno da poco fondato in Francia la lobby Démocratie et         Communication con l’obiettivo di far cadere le restrizioni imposte         alla pubblicità in campo politico (come il divieto di spot, rimosso in         occasione delle elezioni europee del 2004). Tra costoro Jacques Séguéla,         che ama presentarsi come un «figlio della pubblicità», un «mercenario         garantito », un «camaleonte». Costui ha fatto la pubblicità per François         Mitterrand («Generazione Mitterrand») e per innumerevoli partiti nel         mondo intero, vantandosi di cambiare campo per essere sempre dalla parte         del vincitore. Come tanti comunicatori francesi, ha sguazzato nella rete         dei rapporti franco-africani, lavorando per quei dittatori che servono         così bene, anche loro, gli interessi della nostra industria nazionale,         precisamente quella petrolifera.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Se si pongono queste evoluzioni in una prospettiva storica,         si può parlare con Jürgen Habermas di «rifeudalizzazione dello spazio         pubblico». Nel Medio Evo, le decisioni politiche erano prese nei         segreti arcani del potere: ciò che veniva concesso al popolo erano         sfilate e feste in cui i potenti davano spettacolo di sé per accrescere         il proprio prestigio. Con l’età dei Lumi, si costituisce una sfera         pubblica che non si accontenta di acclamare passivamente il potere, ma         lo contesta e lo discute: sta qui l’origine delle moderne rivoluzioni         politiche. Tuttavia, con la crescente concentrazione economica e con         l’emergere di un nuovo potere politico, quello delle grandi imprese,         lo spazio pubblico ha velocemente ripreso il suo aspetto di scena ludica         dove i potenti si pavoneggiano per ottenere un consenso plebiscitario. I         grandi orientamenti politici non sono più discussi, bensì imposti con         tattiche di comunicazione che ne dissimulano le poste in gioco: è la         fabbricazione del consenso, the manufacturing of consent.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ci si può indignare del «passaggio dalla democrazia         rappresentativa alla democrazia consumista» annunciato da Séguéla, ma         questo stravolgimento si limita a esacerbare fino al parossismo quelle         insufficienze intrinseche alla democrazia rappresentativa, la quale non         esige affatto l’impegno di ciascuno nella sfera politica, ma il suo         esatto contrario. Poiché il concetto di partecipazione si è ormai         ridotto ad andare a votare ogni cinque anni, non ci si può meravigliare         che il potere sia stato confiscato da professionisti della politica,         esperti e altre figure chiave del mondo della comunicazione. Lo spirito         «progressista» ha la sua parte di responsabilità in questa deriva: ha         disdegnato le tradizioni popolari di autogoverno locale e non ha dato         prova di alcuna chiaroveggenza di fronte allo sviluppo industriale e         mediatico, assimilandolo al Progresso e trascurando i suoi effetti         nefasti sulle condizioni concrete del dibattito pubblico e della         sovranità popolare.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">È quindi logico, purtroppo, che la politica si sia ridotta         sempre più a uno spettacolo; e la cancrena pubblicitaria non fa che         rivelare i limiti di una concezione poco esigente e troppo mediatizzata         (cioè indiretta) della democrazia. La via per manipolare l’opinione         pubblica, mascherando qualsiasi politica, statale o industriale, dietro         il velo dell’interesse generale, è ormai libera. Nel 2004         Sanofi-Synthélabo ha lanciato una OPA ostile su Aventis: se si deve         credere alla campagna di comunicazione condotta in quest’occasione,         solo l’interesse umanitario a salvare delle vite avrebbe motivato la         costituzione di questo quasi-monopolio farmaceutico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La creazione industriale di nuove malattie<br />
</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Nel Medio Evo, ciarlatani e cavadenti promettevano già         bellezza e salute, per non dire dell’eterna giovinezza, grazie a         pozioni miracolose e a elisir di lunga vita. Si sarebbe potuto sperare         che simili pratiche declinassero con il progresso; al contrario, la         pubblicità le ha esacerbate. Se non vale la pena attardarsi         sull’esempio caricaturale dei cosmetici, ben altra attenzione merita         il modo, misconosciuto, con cui l’industria farmaceutica utilizza il         sistema pubblicitario per pervertire la medicina. In Francia, la vendita         e la pubblicità diretta dei medicinali sono teoricamente limitate: in         realtà lo sono sempre meno. Gli industriali del settore stanno cercando         di raggiungere il grande pubblico e lo fanno, come chiosano ammirati i         pubblicitari, «a suon di sotterfugi per raggirare una regolamentazione         restrittiva». Sarebbero tutti soddisfatti se si raggiungesse il livello         degli USA, dove la deregulation liberale ha autorizzato il direct to         consumer. In dieci anni, i budget pubblicitari si sono decuplicati e il         giro d’affari dei medicinali coinvolti si è triplicato…                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Non siamo ancora a questo punto, ma il sistema         pubblicitario non è meno attivo in Francia, dove mira al target che la         legge gli consente: il medico che fa le ricette. I medici sono tampinati         da una legione di rappresentanti dei laboratori farmaceutici. Si parla         spesso della carenza di personale medico negli ospedali. Ricordiamo che         in questo caso c’è un rappresentante ogni nove medici! Si parla         spesso della «dura necessità», per poter finanziare la ricerca         medica, di far pagare ai Paesi poveri i diritti di brevetto, che         moltiplicano per dieci o anche più il prezzo dei medicinali. Ricordiamo         che i laboratori destinano soltanto dal 9 al 18% del loro budget alla         ricerca, ovvero tre volte meno di ciò che viene destinato al marketing.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">A lungo persuasi di far bene il loro mestiere, cioè di         fare del loro meglio per la salute del paziente, i medici si sono resi         conto che vengono reclutati per fare consumare il più possibile         determinati prodotti. Un sistema pubblicitario efficace mira a fare di         chi prescrive le ricette un braccio affidabile della tenaglia che         stritola certi malati. Ecco come si svolge il lavaggio del cervello,         spiegato da chi l’ha subìto in prima persona. All’inizio dei suoi         studi, il futuro medico scopre con piacere tutto un mondo di regali, di         loghi che gli divengono familiari e di sponsor generosi che         sovvenzionano serate e settimane bianche. La contropartita sembra         minima, basta far finta di ascoltarli mentre abbozzano una graziosa «verità         scientifica» su un dato prodotto.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Comunque, «fanno parte della nostra formazione», come         dicono i più vecchi, in generale già ben formattati. Più tardi, lo         studente comincia a conoscere seriamente le patologie. I libri su cui         studia raccomandano certi medicinali in grassetto, gli stessi di cui si         ritrova la scintillante pubblicità nella sovraccoperta o inserita tra         le pagine. Libri scritti dal «fior fiore della medicina», che ha         acquisito notorietà grazie alle sovvenzioni di laboratori legati alle         loro specializzazioni gli stessi che producono quei medicinali. Ma per         lo studente quel testo è il riferimento indispensabile, e siccome la         medicina s’impara a memoria, tutto ciò entra a far parte del sistema!         Durante l’internato, volente o nolente, frequenta i laboratori più         volte a settimana (in occasione di «visite di cortesia», di uscite         organizzate, di «riunioni d’informazione», ecc.). Inoltre, il         primario può esercitare pressioni dirette o indirette affinché si         orientino le prescrizioni a favore del laboratorio X, amico del         primario.<br />
Lungo tutta la sua vita lavorativa, il medico sarà corteggiato per il         suo stesso bene: riunioni, pranzi, «soggiorni di formazione» lo         arricchiranno di un sapere preconfezionato, abilmente truccato alla         bisogna nelle riviste di riferimento o nei dépliant che vantano le         proprietà del medicinale (che talvolta «dimenticano» di menzionare         taluni effetti secondari).                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Quando sono state lanciate le pillole contraccettive di         terza generazione (meglio tollerate delle precedenti, ma considerate a         rischio per un possibile aumento delle malattie cardiovascolari), un         laboratorio spiegava nelle sue schede promozionali come, contrariamente         alle pillole concorrenti, il tasso di colesterolo non fosse aumentato         con i suoi prodotti. Un esame più attento della spiegazione segnalava         che questa prova «scientifica» era stata riscontrata… nella femmina         del coniglio. Le cavie sapranno apprezzare. Quindi, anche se i medici         hanno appreso (molto di recente) ad avere uno sguardo critico, i trucchi         del mestiere funzionano sempre. Allorché i rappresentanti cessano di         incentivare i medici, il volume dei medicinali prescritti nella zona         geografica trascurata (sorvegliata con la complicità dei farmacisti e         delle mutue) precipita. Sono dunque i rappresentanti ad acuire il senso         critico dei medici? Sì, nei confronti di malattie che non esistono e         che vengono create a colpi di convegni e articoli «scientifici»         ratificati da rinomati professori. Una creazione particolarmente facile         quando la frontiera tra il normale e il patologico è così sottile. A         partire da quali soglie bisogna prendere in considerazione il tasso di         colesterolo o la tensione arteriosa?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La minima flessione può creare un mercato immenso…<br />
Philippe Pignarre, che ha lavorato per diciassette anni nell’industria         farmaceutica, ci ricorda che quest’ultima costituisce il «gioiello         della corona del capitalismo». I suoi tassi di profitto sono più alti         di quelli di qualsiasi altro settore, banche comprese. Ma per         mantenerli, tenendo conto della scadenza dei brevetti, bisogna innovare         di continuo e spingere con urgenza, a dispetto di ogni prudenza, al         consumo di nuovi prodotti. Pignarre ci spiega in dettaglio le strategie         impiegate: si pubblica uno stesso articolo, sotto firme diverse, per         aumentare la notorietà di una nuova molecola e suggerire ai medici che         i suoi vantaggi sono stati davvero confermati; poi la si può         addirittura commercializzare sotto due nomi diversi per imporla più         rapidamente (strategia detta di co-marketing); infine si fa pressione         per farla prescrivere in prima battuta, ecc. Quando le molecole         divengono di pubblico dominio, si procede alla «cosmesi» dei         medicinali, scommettendo sulla celebrità del nome di marca; ad esempio,         si fa di tutto per far dimenticare che          la Tachipirina         non è altro che paracetamolo. C’è anche la «strategia di nicchia »:         i laboratori propongono il loro medicinale nel sottodominio limitato di         una patologia e in seguito «lavorano per allargare questa nicchia,         preparando i medici al depistaggio e sensibilizzando sia la stampa che         il grande pubblico. Si sono così visti nascere alcune ‘nuove’ turbe         psichiatriche», come certe forme di depressione breve o di schizofrenia         precoce.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Davanti alla difficoltà di trovare nuovi medicinali, i         laboratori si accingono dunque a inventare nuovi pazienti per vendere i         loro vecchi prodotti. A questo fine, essi ricorrono a tutti gli         stratagemmi del sistema pubblicitario, utilizzando le tattiche di         comunicazione che si indirizzano direttamente alle masse per il tramite         dei media. Negli Stati Uniti è così improvvisamente comparsa una nuova         malattia: «la turba da fobia sociale». Tra il 1997 e il 1998 vi si fa         riferimento, nei media, una cinquantina di volte ma, nel 1999,         l’epidemia sembra dilagare tanto che vi si fa riferimento più di un         miliardo di volte. Cosa è successo? Niente, se non lo sviluppo di una         vivace strategia di relazioni pubbliche per conto di un laboratorio che         cerca nuovi sbocchi per un antidepressivo, il Paxil, le cui vendite         aumentano del 18% nell’anno 200024.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Queste strategie sono pericolose, perché i medicinali         possono innestare una caterva di effetti indesiderabili, che vanno dagli         effetti collaterali benigni a quelli mortali. Ad esempio, un laboratorio         propone degli ormoni per occuparsi della «menopausa maschile»; le sue         pubblicità giocano sul desiderio degli uomini di «restare giovani» e         di conservare tutta la loro libidine. Ma c’è da temere che il         testosterone proposto comporti a lungo termine un drammatico aumento         dell’incidenza del cancro alla prostata. Allo stesso modo, anche sul         breve termine, i sondaggi clinici su un campione di 2.500 persone sono         statisticamente troppo deboli per accertare eventuali effetti negativi         gravi (con i laboratori che, in caso di problemi, fanno tutto il         possibile per spiegarli tramite le caratteristiche delle cavie piuttosto         che delle molecole). Un farmaco tagliafame ha ottenuto nel 1985         l’autorizzazione alla distribuzione sui mercati (AMM): trombe e         tamburi, congressi sul prodotto miracoloso che migliorerà         l’alimentazione di milioni di persone, malate per aver troppo         consumato o più spesso schiave di un conformismo fisico propagandato         proprio dalla pubblicità.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">In pochi anni viene consumato da sette milioni di persone e         qui ci si accorge della sua pericolosità: 200 persone moriranno o         subiranno gravi conseguenze. L’ingegnosità dispiegata per         massimizzare la redditività del triangolo medico-malato-laboratorio è         terrificante. Il predominio dell’immagine sulla verità è un tratto         indiscutibile della pubblicità, ma nel campo della salute è criminale,         perché i medicinali sono potenzialmente delle vere e proprie mine         antiuomo.<br />
Il principio di precauzione va a farsi fottere grazie a un’ondata di         pubblicità che stimola l’iperconsumo dei medicinali, il quale a sua         volta comporta 1.300.00 ricoveri (cioè il 10% del totale!) e 18.000         decessi all’anno solo in Francia. Coccolando l’illusione ossessiva         della salute perfetta, della bellezza e della gioventù eterne, Big         Farma ha creato di fatto delle nuove malattie.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Il cinismo dei laboratori trova l’eguale solo presso i         loro marketers, che sacrificano coscientemente la nostra indipendenza, e         anche la nostra vita, al Dio Profitto. Eppure sarebbe sbagliato e         ingiusto imputare al solo sistema pubblicitario questa deriva del mondo         della medicina. Di nuovo, essa non fa che svelare, aggravandole, le         insufficienze di una concezione della medicina come assistenza         focalizzata sulla prescrizione di composti chimici la cui aggressività         è causa di patologie e dipendenze. Ora, le statistiche provano che i         progressi della salute pubblica non sono legati in modo decisivo ai         medicinali moderni, ma molto più al miglioramento delle condizioni di         vita e specialmente dell’alimentazione, vale a dire a cose che gli         individui possono controllare da sé. Un’altra concezione della salute         si profila a questo punto, una concezione fondata sull’autonomia         personale e garantita da una sana igiene di vita che prevede il ricorso         all’assistenza medica solo in certi casi particolari.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Gli «spettacolari progressi» della tecnica medica non         solo non hanno contribuito granché all’aumento della speranza di         vita, ma hanno avuto effetti nefasti non voluti o previsti dai medici.         Da un lato questi effetti, invece di spingere gli individui a prendere         in mano la loro salute per costruire un modo di vivere più sano, hanno         rinforzato l’idea che la salute è assicurata al meglio tramite il         consumo quotidiano di cure prodigate da istanze specializzate.         Dall’altro lato, sono stati sistematicamente usati per giustificare le         condizioni di vita moderne: condizioni che sono sempre più patogene! Il         cancro, causa di morte per 150.000 francesi ogni anno, è un’epidemia         legata all’industria, più precisamente a quella chimica, che è anche         alla base della farmacopea. Come scriveva Ivan Illich, “la civiltà         industriale crea nuove malattie e il sistema medico stesso è ben lungi         dall’essere sano: Una struttura sociale e politica distruttiva trova         il suo alibi nel potere di appagare le proprie vittime con terapie che         esse hanno imparato a desiderare. Il consumatore di cure diviene         impotente a guarirsi o a guarire chi gli sta vicino”.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">CONCLUSIONI</span></b><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><br />
</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Era ora che la pubblicità provocasse una reazione         proporzionata alla ripugnanza che ispira a molti di noi: la pubblicità         è in sé infame, è propaganda industriale che si spaccia per         informazione e talvolta passa per tale. È infame per ciò che promuove:         l’edonismo adulterato, il narcisismo delle apparenze mercantili, la         noncuranza cool e il disprezzo del passato che sta dietro alla beata         nostalgia della «vera vita campestre». È infame soprattutto perché         è un potente motore di quel consumismo e di quel produttivismo che sono         all’origine del saccheggio della natura e delle società, al quale         contribuisce in misura ancora maggiore mascherando la devastazione del         mondo che ne consegue e che, malgrado tutto, salta agli occhi.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Non ci si può che rallegrare del lavoro di tutte quelle         associazioni che si sforzano di sensibilizzare la popolazione su questa         peculiare nocività e che lottano compatte contro il suo imperialismo.         Ma questa battaglia resta troppo spesso parziale; condotta per vie         legali e giuridiche, essa è simile a quella di Sisifo contro il suo         masso, che rotola sempre giù dal pendio. Non ci si può limitare a         criticare la pubblicità, come ha ben capito l’associazione Casseurs         de pub che, traendo le dovute conseguenze dalla sua attività iniziale,         oggi pubblica un giornale intitolato «         La Décroissance         » (         La Decrescita         ). La pubblicità è in effetti intrinseca all’organizzazione della         vita di cui tutti facciamo parte e che bene o male sopportiamo: essa ne         è quindi inscindibile, in tutte le sue dimensioni. Criticare la         pubblicità senza criticare questa organizzazione e senza voler uscire         dalla trappola della crescita è contraddittorio.<br />
La pubblicità è una componente a pieno titolo di quella produzione         industriale su cui poggia il nostro laborioso comfort.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">È indissolubilmente legata alla divisione del lavoro, alla         concentrazione economica, al ruolo del denaro nella nostra società; in         breve, al fatto cruciale che noi affidiamo alle grandi imprese, dietro         pagamento, il diritto di occuparsi della nostra vita al nostro posto.         Non ci si può dunque accontentare di rompere la vetrina pubblicitaria,         perché dietro di essa c’è il potere ideologico e pratico che         esercitano le grandi marche sul nostro quotidiano, ed è questo che va         messo sotto accusa. Non bisogna aspettarsi nulla dalle marche,         soprattutto quando, come sottolinea Stuart Ewen, recuperano le critiche         per darsi un’immagine di «imprese responsabili» che s’ingegnano         per mettere una spruzzata di etica sulle loro etichette, o per passare         una mano di pittura verde sulle lamiere ondulate delle loro fabbriche:                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La cultura di massa ci interpella nella stessa lingua della         nostra critica, invalidandola giacché propone le soluzioni della grande         impresa ai problemi della grande impresa. Finché non ci confronteremo         con l’infiltrazione del sistema mercantile fin nei più reconditi         meandri dell’esistenza, lo stesso cambiamento sociale resterà un         prodotto della propaganda delle marche. Abbiamo assistito ai primi passi         di una politica della vita quotidiana; ma questa politica è subito         divenuta un pupazzo nelle mani della controparte. […] Bisogna restare         vigili e rigettare ogni forma di progresso sostenuta dalle marche.<br />
Una volta che si sia presa coscienza del carattere devastante del         sistema industriale, cosa si può fare per evitare di essere complici         della sua espansione? Oggi è impossibile non fare compromessi, tenuto         conto delle costrizioni implicite nelle nostre condizioni di vita. Ma la         necessità di fare tutto il possibile per riprenderne il controllo non         è per questo meno pressante.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Bisogna cercare di uscire dalla nostra dipendenza         quotidiana da una megamacchina statal-industriale che ci assiste in         tutti i nostri atti. E dunque imparare a vivere altrimenti: lavorare e         consumare diversamente, al tempo stesso meno e meglio; preferire, quando         è ancora possibile, il mercato al supermercato, gli artigiani agli         industriali, gli indipendenti alle catene e alle grandi case di         produzione, il rigattiere e il mercato delle pulci agli asettici centri         commerciali. Non è infatti risibile scandalizzarsi della pubblicità e         degli abusi del sistema industriale che vi fa ricorso, continuando nel         frattempo a favorire l’espansione di entrambi con i propri atti di         consumo?                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ma per comprendere il fenomeno pubblicitario, e pretendere         di opporvisi, bisogna vedere più in là della dittatura del profitto e         del produttivismo; o meglio, bisogna sforzarsi di coglierne tutte le         manifestazioni concrete, comprese quelle che intaccano, a causa della         venalità generalizzata e della logica della redditività, il nostro         quadro di vita e l’esistenza che vi conduciamo. Una critica seria         della pubblicità non può inoltre esimersi da una critica dei mass         media e della stampa contemporanei, progressivamente divenuti una         gigantesca pagina pubblicitaria. Come non può tralasciare una critica         all’urbanismo e all’organizzazione moderna dello spazio, con le sue         reti di trasporti peraltro tanto propizie al martellamento         pubblicitario.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">E tale critica, non ci conduce forse a interrogarci sul         valore di certe infrastrutture che il mainstream dell’oscurantismo         sedicente «progressista» pubblicizza in maniera costante? Pensiamo a         tante cose, e in particolare - per non esitare a rimettere in         discussione un consenso tanto cieco quanto universale (soprattutto nei         francesi) - agli aeroporti, alle autostrade, alle linee ad alta velocità,         alle antenne per le reti di telefonia mobile, e ovviamente ai progetti         internazionali per costruire in Francia nuove centrali nucleari a basso         costo o sperimentali (progetti EPR e ITER). Non è il caso di         interrogarsi, per ogni singola situazione e in modo preciso, sui «benefici»         che queste infrastrutture ci apportano in relazione a quelle che         rimpiazzano e in relazione alle alternative di cui impediscono lo         sviluppo? Di domandarsi se questi benefici non si realizzano in realtà         solo a vantaggio di una minoranza? Di confrontare tali presunti benefici         con i costi di queste infrastrutture per la collettività in termini di         budget colossali, di ricadute nocive, di risorse mobilitate e         soprattutto di rischi indotti? Perché, di nuovo, il loro effetto è         quello di favorire l’espansione dello sviluppo industriale e della         logica concorrenziale, quando sembra invece urgente frenarli e deviarli         per evitare il disastro ecologico e umano che si profila         all’orizzonte.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Certo, questa messa in discussione non deve essere fatta         solamente in nome dei disagi e delle ricadute nocive subite dalle         popolazioni locali, ma nella prospettiva di una critica globale di un         sistema universalmente nocivo (e in che misura!) che esige queste         infrastrutture per svilupparsi. I movimenti locali vengono così spesso         sconfitti perché restano prigionieri di rivendicazioni troppo private         che immediatamente li discreditano. Se è facilmente comprensibile che         essi non abbiano voglia, e a buon diritto, di avere questi sconci vicino         casa, perché altri dovrebbero invece volerli?<br />
Da questo punto di vista, la lotta contro la pubblicità, in particolare         nelle forme che ha assunto a partire dalle azioni dell’autunno 2003,         è interessante a più livelli. Intanto ha consentito di prendere le         distanze dalle rivendicazioni corporative avanzate dalla maggior parte         dei sindacati. Poi si è affrancata, quanto meno nei discorsi dei suoi         promotori più conseguenti, dalle contraddizioni classiche della critica         della pubblicità, quella che si adombra pudicamente per i metodi più         scandalosi come la «persuasione occulta», continuando però a ripetere         docilmente l’assunto delle nostre operose élite: «La crescita non è         il problema ma la soluzione». Se si pensa veramente che la crescita sia         un obiettivo auspicabile, allora bisogna attrezzarsi con mezzi adeguati,         e una scialba réclame utilitarista e informativa non ne fa parte. Se         s’intende accettare il saccheggio del mondo da parte dell’iperconsumo,         allora è meglio che esso venga mascherato con sfavillanti spot         pubblicitari, tanto sensazionali quanto mistificatori.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Intendiamo denunciare con fermezza anche le altre illusioni         di cui si nutrono le critiche ingenue della pubblicità. Allo stato         attuale dei rapporti di forza, non c’è alcuna ragione perché la         pubblicità arretri o fermi la sua avanzata. Non c’è alcuna ragione,         ad esempio, perché i bambini delle scuole francesi sfuggano, quando sarà         il momento, al trattamento pubblicitario shock che viene già         somministrato ai loro coetanei negli Stati Uniti. Le riforme         dell’istruzione pubblica hanno attivamente promosso tutte le         condizioni affinché le scuole francesi abbiano sempre più bisogno del         denaro dei poteri forti privati, e ben presto molte saranno attaccate a         flebo commerciali. È possibile che talune iniziative riescano, almeno         in certi istituti, a ritardare la scadenza, ma da sole non potranno         cambiare il problema di fondo. Concentrandosi su un capro espiatorio         facile come la pubblicità, esse anzi contribuiscono a occultare la         funzione cui l’istruzione pubblica tende a restringersi, con la         benedizione dei genitori preoccupati per il «futuro» dei loro bimbi:         quella di preparare questi ultimi a diventare impiegati «competitivi»         e consumatori «razionali».                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">La questione della pubblicità illustra in modo crudo         quanto sia oggi difficile apportare dei miglioramenti a un aspetto         particolare della vita sociale senza chiamarne in causa anche tutti gli         altri. La pubblicità rappresenta perfettamente la vita che conduciamo!         Il riflusso pubblicitario non potrà ovviamente risultare se non da un         regresso della produzione mercantile e dall’emergere di altri rapporti         sociali (dove sarà magari più consueto venire in aiuto dei propri         vicini che accettare denaro per far installare un pannello pubblicitario         in uno spazio di cui si è proprietari). Non potrà verificarsi se i         rapporti di forza e l’organizzazione della vita non muteranno         profondamente. E perché questo avvenga, non basterà certo invocare lo         Stato, nella speranza che limiti il bombardamento in atto e difenda quei         cittadini impotenti che ha largamente contribuito a espropriare di ogni         potere sulle loro vite. Per arrivare a toccare questioni cruciali, la         pubblicità non dev’essere contestata isolatamente, bensì usata come         una interessante via d’accesso per arrivare a una critica radicale del         capitalismo. […]                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">In un contesto storico in cui il sabotaggio ci sembra         nuovamente chiamato a ritrovare i suoi titoli nobiliari, le azioni         contro la pubblicità hanno anche saputo riallacciarsi alla critica         dello spettacolo. Iconoclaste e profanatrici, esse hanno aggredito -         spesso inconsapevolmente, ma talvolta in modo del tutto cosciente - il         cuore del capitalismo: il feticismo della merce. Al capitalismo non         basta sfruttare gli uomini dall’esterno, con l’appoggio dello Stato         e delle sue coorti armate; esso è anche una religione, e il suo         principale supporto, oggi, è ognuno di noi, persi come siamo nella         massa dei fedeli-consumatori ammaliati dai miracoli dell’industria         hi-tech.<br />
Nel 1921, Walter Benjamin aveva già capito che il capitalismo è «la         celebrazione di un culto senza sogni e senza pietà». Tale culto è         quello del denaro e della sua incarnazione in forma di merce: «senza         pietà», cioè inesorabile e permanente, «senza sogno», cioè senza         utopia e senza speranza. Un culto che non promette alcun superamento         verso un altrove, ma soltanto la propria intensificazione; che organizza         un mondo chiuso nel «qui e ora» mercantile, un mondo esposto in un         presente senza memoria. Per dirla con Herbert Marcuse, si tratta di un         mondo unidimensionale nella misura in cui è privo di ogni ideale che lo         trascenda e che permetta dunque di uscirne per giudicarlo e criticarlo.         L’uomo a una sola dimensione che gli corrisponde non fa altro che         proiettarsi verso nuove spese. E non potrà mai ribellarsi: senza sogni,         non c’è rivolta.                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">I grandi sacerdoti di questo culto senza tempi morti sono         indubbiamente i pubblicitari. San Cathelat considera le sue contorte         opere come le vetrate di quelle «cattedrali moderne» che sono gli         ipermercati. San Séguéla, profeta esaltato della pubblicità «divina»,         «missionaria» e «immortale», ci assicura che essa è precisamente «l’eucarestia         di quella grande messa pagana che è il consumo». La prova dell’«essenza         divina» del sistema pubblicitario, ci spiega, è che esso «fa il mondo         a sua immagine». E così «ipnotizza la nostra infanzia, manovra la         nostra gioventù, abbrutisce la nostra maturità». Nessun sacrificio è         sufficiente per questo idolo, tanto vorace quanto spietato.         Evangelizzatori delle masse, questi pastori dei centri commerciali         guidano le loro pecorelle verso le casse, santificando da bravi curati         al passo coi tempi un capitalismo ipersviluppato.                  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Davanti alla miseria umana che questo propaga, loro         promettono ciò che può solo intensificarla: la consolazione attraverso         il consumo, fondamento di questo miserabile surrogato di religione che         è appunto il consumismo, nuovo oppio dei popoli. Blando euforizzante e         potente narcotico, questo procura soddisfazioni illusorie e instilla una         rassegnazione reale. I pubblicitari sono mercanti di sabbia che lavorano         per espandere il deserto.<br />
Nei secoli XVIII e XIX, i pensatori illuminati ritenevano che la critica         della religione fosse la premessa di ogni critica. In un opuscolo         situazionista del 1966, intitolato De la misère en milieu étudiant,         Mustapha Khayati delineava una nuova configurazione storica, nella quale         ci ritroviamo oggi più che allora:                  </span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">«Nell’epoca del suo dominio totalitario, il capitalismo         ha prodotto la sua nuova religione: lo spettacolo». Il sistema         pubblicitario è solamente il vettore più manifesto di questa         contemplazione medusea provocata dalla vita autonoma di un’economia         che si rivela mortale per ogni vita decente. Criticarla è la condizione         preliminare di ogni altra critica sociale. Preliminare, perché bisogna         essersi già liberati di questo contesto di accecamento per poter aprire         gli occhi sul mondo immondo generato dalla crescita mercantile. Ma solo         preliminare, perché una volta rotto l’incantesimo resta da         ricostruire, negli interstizi e sulle rovine della devastazione, un         mondo umano. Ciò che è infame ha cambiato maschera, ma la parola         d’ordine di Voltaire non ha perduto nulla della sua attualità: «Schiacciate         l’infame!».                  </span></p>
<p><i><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Fonte: MISERIA UMANA DELLA PUBBLICITA’. Il nostro stile         di vita sta uccidendo il mondo, Gruppo MARCUSE, Elèuthera, 2006, 144 pp.,         € 12,00</span></i></p>
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