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	<title>carlo-santulli &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/carlo-santulli/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "carlo-santulli"</description>
	<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 08:19:24 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Il Diario di Scuola di Pennac]]></title>
<link>http://falsepercezioni.wordpress.com/?p=546</link>
<pubDate>Fri, 22 Aug 2008 10:42:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Daniel Pennac
Ai numerosi estimatori di Daniel Pennac, autore di Diario di scuola, segnalo la recens]]></description>
<content:encoded><![CDATA[[caption id="attachment_547" align="aligncenter" width="287" caption="Daniel Pennac"]<img class="size-full wp-image-547" src="http://falsepercezioni.wordpress.com/files/2008/08/pennac.jpg" alt="Daniel Pennac" width="287" height="385" />[/caption]
<p style="text-align:justify;">Ai numerosi estimatori di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Pennac">Daniel Pennac</a>, autore di <em>Diario di scuola,</em> segnalo la <a href="http://virtualbookshelf.wordpress.com/2008/08/21/daniel-pennac-diario-di-scuola/">recensione</a> di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a>,  interessante per almeno un paio di buoni motivi: primo, perché è scritta col consueto acume dal Capo Recensore di <a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a> (Carlo, appunto), e, secondo, perché il si dà il caso che il recensore sia anche docente universitario, e quindi particolarmente indicato per dire la sua sull'argomento affrontato dallo scrittore francese. Insomma, datemi retta: leggetela!  :)</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Daniel Pennac: Diario di scuola]]></title>
<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=55</link>
<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 21:07:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Recensione di Carlo Santulli
Il “somaro” non appare, a prima vista, un personaggio affascinante,]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;">Il “somaro” non appare, a prima vista, un personaggio affascinante, a partire da esempi celebri, come Lucignolo in Pinocchio: oggi tuttavia, la “somaraggine” si è caricata di significati sociali, nel senso che non è più il singolo ad essere somaro, ma è la società che non mette in grado, il mondo che non permette, eccetera.<br />
Lungi da me il voler ridurre o peggio negare le responsabilità della società e della scuola, tuttavia, per esperienza, c'è un limite (razionalmente) a quello che si può fare dall'esterno per il “somaro”. Dico razionalmente non a caso, come spero di mostrare nel seguito.<br />
Osservo solo che, come in questo “Diario di scuola” di Daniel Pennac, la correttezza politica mostra i suoi limiti: un insegnante di lunga esperienza, come l'autore è, non può nascondersi dietro un dito. Dove la scuola fallisce, non può indorare la pillola, e, come sappiamo da lunga frequentazione letteraria, raccontare delle vicende apparentemente fantastiche non ha mai impedito allo scrittore della saga dei Malaussène di mostrare la realtà in controluce, e di inserire la sua idea di mondo nella narrazione. Unica concessione: il ragazzo difficile, a scuola, è detto Maximilien, quasi per contrasto tra il nome pomposo e imperiale e la povera realtà di un adolescente che cerca di scampare alla scuola, più che frequentarla. Quindi, Maximilien, Lucignolo, “somaro” o “ragazzo problematico” che sia, Pennac decide di dedicargli un romanzo, allo scopo devo dire quasi commovente, di spiegare la scuola e forse la società di oggi a sua mamma centenaria, con l'idea, molto tenera, di farle capire come suo figlio, l'inspiegabile “somaro” di ieri, sia potuto essere un insegnante e uno scrittore di successo. Ed insieme a Maximilien ritroviamo tutti quei personaggi che già in “Come un romanzo” Pennac ci aveva mostrato, i ragazzi ossessionati dalla moda e dalle esigenze mutevoli ma sempre categoriche del gruppo, consumatori di beni e della loro stessa vita.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--><br />
Penso che sarebbe ingenuo, e forse anche un po' approssimativo, pensare che davvero il successo scolastico si traduca in un più generale <em>cursus honorum</em> trionfale per tutta la vita, in un momento in cui i <em>nuovi poveri</em> sono sempre più letterati e colti (o, girando la frase, la cultura non è ormai indicativa necessariamente di maggiore ricchezza). Tuttavia, questo rende sempre più difficile il ruolo dell'insegnante, dato che non siamo più imbevuti dell'idea illuministica della cultura come progresso sociale, ed anche non possiamo promettere più banalmente possibilità di riscatto, anche economico, che passino per l'aula scolastica od universitaria.<br />
Si tratta di trovare nuove e forti motivazioni per imparare, che non sia l'apprendere un mestiere o ottenere quel posto che viceversa ci sarebbe negato. In realtà si apprende per migliorare se stessi, e per provare dei piaceri spirituali che non sono spiegabili così semplicemente, in una parola profondi (ma qualcuno vuole veramente essere profondo oggi?). Tutte le spiegazioni abbreviate di questa gioia di apprendere sono piccoli tradimenti. E' la domanda tipica che viene fatta all'insegnante: “A che serve, questo che stiamo studiando?”, alla quale si possono dare migliaia di risposte, pratiche e calate nella realtà dei fatti, ma la verità non può che essere un po' tautologica. Si apprende perché non si può fare altro, dalla nascita: è un po' il destino dell'essere umano. Molto filosofico ed elegante, ma non basta forse per fondare una scuola, né, più prosaicamente, per redimere un “somaro”. Per la scuola ci vogliono voti, registri, premi e punizioni, classi, corsi di diverse materie, sperimentazioni, aggiornamenti, ecc. Ma dove tutti questi strumenti, ed altri ancora, falliscono (e lo stesso Pennac non può, con la solita onestà intellettuale che lo contraddistingue, negare di aver fallito in più di un'occasione) ed il “somaro” rimane, al di là di un eventuale fascino letterario, “irredento”, solo l'amore può riuscire. Sembra banale, ma è la bellissima conclusione di questo libro: oltre un certo limite, non c'è incentivo, proposta educativa o sottigliezza pedagogica che tenga, l'educazione richiede un profondo coinvolgimento emotivo e morale: in breve, non si può non sporcarsi le mani. Altrimenti, continueremo a credere che il “somaro” lo crei, quasi per germinazione spontanea o (più seriamente) per determinazione fisiognomica lombrosiana, la società.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Intervista a Carlo Santulli: "Ghigo e gli altri"]]></title>
<link>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=116</link>
<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 08:37:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Chiara</dc:creator>
<guid>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=116</guid>
<description><![CDATA[
Intervista a cura di Luigi Milani (gennaio 2008 )
Carlo Santulli, scrittore, critico, professore as]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Intervista a cura di <a href="http://www.progettobabele.it/ghigo/prefazione.php">Luigi Milani</a> (gennaio 2008 )</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.carlosantulli.net/"><img class="alignleft" src="http://people.lulu.com/storage/users/162/753162/images/68215/foto_carlo.bmp" alt="" />Carlo Santulli</a>, scrittore, critico, professore associato, a contratto, presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza e colonna portante della rivista letteraria <a href="http:///">Progetto Babele</a>, ha dato alle stampe la sua prima raccolta, Ghigo e gli altri, che contiene nove racconti e un romanzo breve. Che dire, se non che ne raccomando vivamente l’acquisto a chiunque ami leggere delle pagine di vera letteratura?</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>Ghigo e gli altri è un libro composito, nel senso che contiene due romanzi, uno più lungo, L’amore nella città sommersa, uno più breve, B.A., e una serie di racconti. Accostamenti anticonformisti, caro Carlo…</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignright" src="http://bp1.blogger.com/_F-4Vify0l_U/R49MQJQoWvI/AAAAAAAADP4/CCgGDN-ZZyQ/s200/copertina_ghigo.jpg" alt="" />È che a me i libri compositi piacciono, agli editori ultimamente no. E sono arrivato a un punto nella vita, che vorrei fare quel che mi pare. Va notato che all’uopo avrei bisogno di un po’ di soldi, per un certo tempo ho inviato W, A o SI’ ad un noto concorso per SMS, poi ho iniziato a sentirmi scemo, anche perché un’amica mi ha chiesto cosa succede se invece invii NO. E non mi andava di sprecare un euro per provare…<br />
A parte gli scherzi, non l’ho fatto per anticonformismo, che è una dizione che non mi appartiene, semplicemente mi è venuto fuori così, composito: era la sua natura. Poi, può darsi che la “compositezza” stia tornando in voga. Abbiamo già la Carcasi che scrive davanti una cosa e di dietro un’altra. Lo facevo anch’io sui quaderni di scuola, quando si riempivano a rilento, una materia da nord a sud ed una da sud a nord, ma non ho fatto tendenza (purtroppo): mia figlia vuole un quaderno per materia, e tutti con Winx, Bratz, ecc. Mia mamma di solito me li comprava monocolori, come i governi di transizione dell’epoca, e a me stavano bene (alcuni li ho ancora).<br />
<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Come nasce L’amore nella città sommersa?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Era un’idea che avevo da molti anni, una vicenda ambientata nei primi anni del fascismo, è un periodo che ho studiato molto. Il 1929 è un anno cruciale in questo senso per Roma: la Camera viene totalmente fascistizzata, c’è la Conciliazione l’11 febbraio. È un anno disastroso dal punto di vista climatico, c’è l’ultima grande alluvione del Tevere, e addirittura compare la neve, proprio in febbraio. Ma specialmente Mussolini, che aveva una sua idea della città, toglie i tram dal centro (dove non torneranno più, con l’eccezione di largo Argentina). E la questione dei tram, che è centrale al romanzo, diviene un pretesto per intensificare la creazione della città come la conosciamo, coi suoi contrasti violenti tra la città sommersa e quella emersa, tra quella che si finge di non vedere e quella ufficiale. La vicenda è quella di un professore torinese, trasferito nella capitale da tempo, ma ancora “in fuga”, almeno col pensiero, e del suo rapporto, professionale, ma anche quasi di amicizia, con un suo allievo timido e fin troppo succube dei genitori, specie del padre.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>E B.A.?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">B.A. era nato da un’idea piuttosto semplice: lui e lei, da lungo tempo lontani, vorrebbero appartarsi, il che è comprensibile, direi. Ma per una serie di circostanze, non possono. Ad un certo punto, la vicenda ha una svolta, per due motivi, uno interno al racconto, cioè che lei si stufa di girare a vuoto, ed uno esterno, nel senso che io mi sono innamorato abbastanza seriamente della protagonista. Quindi c’è una virata, scandita anche musicalmente dal fatto che B.A., la protagonista appunto, ama ascoltare le vecchie canzoni francesi, tra cui “La mer” di Charles Trenet. Ho saputo solo dopo la stesura del racconto che B.A. è in più o meno buona compagnia come gusti musicali, troppo tardi per cambiare canzone (anche perché “La mer” piace anche a me).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">A parte i grandi classici, sono molto legato ad una certa letteratura del periodo fra le due guerre. Potrei dirti alcuni nomi che trovo molto vicini alla mia sensibilità, Marino Moretti e Mario Puccini per esempio, ed adoro il grande umorismo, da Campanile a Pitigrilli arrivando fino a Raymond Queneau. Ma anche il Calvino umorista, quello di “Marcovaldo”, e (un po’ stranamente, forse) Guido Morselli.<br />
Tra gli scrittori viventi, Domenico Starnone, Paola Mastrocola; all’estero Daniel Pennac e uno scrittore spagnolo molto interessante, Lorenzo Silva. Tra gli anglosassoni, Philip Roth, David Lodge, Paul Auster.<br />
Ecco, speravo mi chiedessi chi non sopporto (avevo la lista pronta), ma magari facciamo la prossima volta.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In tempi di instant-book e best-seller confezionati con criteri biecamente commerciali, la prosa del tuo libro colpisce per cura e qualità. A quante revisioni sottoponi i tuoi scritti? Hai fatto tuo - ti auguro di no, se non vuoi rischiare di sfociare nell’ossessione! - il modus operandi (o scribendi, fai tu) del grande Pontiggia?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Rivedo finché non mi sembra che le pagine assomiglino vagamente a quello che volevo dire: alle volte non ci arrivo, perché è troppo difficile, comunque sì, è vero, io rivedo instancabilmente i miei scritti. Quante revisioni non saprei dire, perché con la videoscrittura si confonde un po’ tutto, ma certo finché il libro non è uscito, ho continuato a rivederlo (e meno male che è uscito, in un certo senso).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Quanto tempo ha richiesto la scrittura del materiale che compone Ghigo e gli altri?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Dal 2002 al 2006, più o meno quattro anni insomma. (Ma ho fatto anche altro nel frattempo, eh?).</p>
<p style="text-align:justify;">Come riesci a conciliare l’attività accademica con la passione per la scrittura?</p>
<p style="text-align:justify;">Mah, io non concilio niente: mi piace fare diverse cose nella stessa giornata. In certo senso mi lascio vivere (solo in apparenza…), e faccio tutto quello che reputo necessario, sia nell’attività accademica che nella scrittura. Vivo non alla giornata, ma al quarto d’ora, cosa molto apprezzata dai bambini, non sempre dai grandi. Mia moglie ha molta pazienza (come la più parte delle donne che vivono con un uomo).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ultimo libro letto?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Oh, ho appena finito un vecchio classico (1963, nostro coetaneo, Luigi!) un po’ dimenticato, ma splendido, “Libera nos a malo” di Luigi Meneghello, un libro ricco di umorismo scoppiettante a tratti, e specialmente scritto con una voce vera, non artefatta, e senza arzigogoli letterari, ma con uno stile scintillante.<br />
Ecco, è una specie di meritata restituzione al professor Meneghello, recentemente scomparso. Io sono stato per anni a Reading, e lì il dipartimento di italiano mantiene la sua impronta, perché l’ha fondato e l’ha diretto per qualcosa come mezzo secolo; e sapessi quante volte, in Italia ed altrove, dicendo che lavoravo all’università di Reading, la replica, sempre ammirativa, era: “Ah, Meneghello!”. Ecco, anche se a Reading in effetti stavo in un’altra “parrocchia”, mi faceva piacere pensare di essere sotto lo stesso “tetto” di un famoso studioso italiano, e lasciamelo dire, di uno scrittore di quel livello.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ultimo libro apprezzato?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Beh, l’ultimo libro, come sopra, l’ho apprezzato. Ma ultimamente mi sta andando bene, devo dire. Ci sono più bei libri di quel che si pensi…</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Cosa stai facendo per promuovere Ghigo e gli altri?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Poco, in verità: su queste cose sono pigro e probabilmente un po’ scarso, non saprei vendere ghiaccio agli esquimesi (o clacson ai ternani). Confido su qualche amico (a proposito: grazie!) ed un po’ di visibilità su Internet. Proprio oggi ero in libreria e due commessi parlavano tra loro. Il succo era: “Se non la smettono di uscire così tante novità, non venderà più niente nessuno. Tranne i soliti nomi” Avevo una mezz’idea di comprare un libro, ma poi, per non premiare uno dei soliti nomi, sono uscito. Nascostamente, spero di diventare dalla sera alla mattina uno dei soliti nomi, anch’io, senza fare sforzi. Ci dev’essere una lista di soliti nomi da qualche parte.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Quali consigli daresti agli sciagurati che volessero intraprendere la carriera dello scrittore?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Per ogni pagina che si scrive, è utile leggerne alcune centinaia (o migliaia? Insomma tante). Inoltre, può essere opportuno avere qualcosa da dire, magari anche leggermente diverso da quello delle centinaia o migliaia o tante pagine lette. È chiaro che, se si seguono queste due semplici regole, quel che si dice non sarà di moda, e scontenterà la fidanzata o i parenti o i colleghi o il parroco o tutti insieme (e magari anche altri): però, se si ha voglia di dirlo, val la pena comunque di insistere, secondo me. Se non altro per soddisfazione personale.<br />
Questo per quanto riguarda lo scrivere: vendere, è un altro discorso. Oggi si vendono dei libri a mio parere illeggibili e non si vendono dei libri a mio parere godibilissimi, il che indica chiaramente che, come dicevo poco sopra, non ci capisco un’acca.<br />
Poi, non pretenderete mica di arricchirvi per forza facendo gli scrittori? Scrivere è una missione.<br />
Come insegnare (anche se quest’ultima l’ha messa in giro il Ministero per non pagare gli aumenti).</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.progettobabele.it/ghigo/libro.php">La scheda del libro</a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.progettobabele.it/ghigo/indice.php">L’Indice</a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.progettobabele.it/ghigo/prefazione.php">La prefazione</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Muriel Barbéry: L'eleganza del riccio]]></title>
<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=47</link>
<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 18:41:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Recensione di Carlo Santulli
Il riccio (in francese hérisson), ed anche il riccio di mare (in franc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;">Il riccio (in francese <em>hérisson</em>), ed anche il riccio di mare (in francese <em>oursin</em>), sono acuminati fuori e morbidi dentro, come dire hanno una pelle ispida, ma dentro sono teneri (il che, nel caso del riccio di mare, giustifica delle acrobazie digitali allo scopo di consumarne l'eterea sostanza). L'esterno del riccio non è casuale: lo ha creato l'evoluzione in un lungo lavorio, e ci sono fior di studi di biologia evolutiva sull'argomento. Sia onore al riccio, dunque.</p>
<p style="text-align:justify;">C'è poi <strong>“L'eleganza del riccio”</strong>, il romanzo di successo di <strong>Muriel Barbéry</strong>, professoressa di filosofia quarantenne, che rifugge dalla notorietà e vive in campagna, salvo avere <a href="http://muriel.barbery.net/">un blog</a>.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--> È un libro che ricorda certe commedie cinematografiche francesi, che riuscivano a rendere accettabile alla borghesia d'oltralpe qualunque argomento, dall'omosessualità (ricorderete forse “La cage aux folles”, letteralmente “La gabbia di matti” tradotto in italiano, come al solito lubricamente, in “Il vizietto”, e due appropriati e spassosissimi Tognazzi e Serrault), all'adulterio (“Tre uomini e una culla”, piccolo capolavoro di Coline Serreau poi pesantemente imitato in varie occasioni dal cinema americano) ed alla parodia di qualunque istituzione (dalla casta militare a quella politica: ricordate forse il colonnello Buttiglione di Jacques Dufilho).</p>
<p style="text-align:justify;">“L'eleganza del riccio” è, rispetto ai referenti cinematografici precedenti, su un livello assai più alto: tuttavia è tipicamente francese. Non sorprendentemente, sta avendo un successo enorme in Italia, perché noi italiani, benché non sempre entusiasti dei cugini d'oltralpe, tendiamo a guardarli da qualche decennio come i parenti che hanno avuto successo: ce l'hanno avuto, insomma, ma perché noi siamo stati tanto sfortunati (“a me m'ha rovinato la guera” avrebbe detto il grande Petrolini). Il romanzo di Muriel Barbéry è però anche “nostro”; infatti colpisce gli stessi mali che sentiamo sulla nostra pelle: la cultura vista come ostentazione e come una sottoclassificazione del lusso, il finto progressismo di quelli che “fanno vedere” che parlano con la portinaia, invece di rivolgerle semplicemente la parola, e la triste camuffatura da pezzenti, però d'alto bordo, degli adolescenti “bene”, e poi la psicanalisi, gli psicofarmaci, ecc. In breve, descrive la volgarità di questa borghesia arricchita di cui ci vergogniamo un po', però della quale forse (molti di noi) ambiremmo a far parte, se è vero come sembra che la maggior parte degli italiani dichiara di andare in vacanza e poi, forse, non ci va, il che mi fa anche un po' tenerezza, perché amo il mio paese (anche le sue debolezze), però, visto da un'altra angolatura, mi spaventa. Nel senso: quel che gli altri pensano è davvero più importante di quel che facciamo veramente?</p>
<p style="text-align:justify;">In più, in questa storia strana e un po' pazza di Renée, una portinaia filosofa ed amante della letteratura russa e di un'adolescente, Paloma, chiusa ed introversa (anche se piromane in pectore), in un condominio di gente altezzosa e forse un po' stupida, che finiscono per incontrarsi a causa di un signore giapponese, Ozu, lontano parente di un famoso regista, di cui Renée ha visto tutti i film, c'è quasi una necessaria provocazione (ci torneremo). Fuori, c'è la città (e che città!), ma tutti si accontentano di quello che Paloma definisce “la boccia dei pesci”, tranne appunto Renée, lei stessa, Ozu ed alcune persone un po' fuori dagli schemi, come la portoghese (di Faro) Manuela, l'(unica) amica di Renée. Beh, c'è anche un barbone, serio come un notabile della Russia zarista, e c'è un'aspirante veterinaria, che porta il peso di un nome ridicolo, Olympe Saint-Nice. Tutti gli altri sguazzano insensibilmente nella “boccia”. Paloma per esempio ha una sorella, Colombe, che frequenta la Normale, cioè si prepara ad insegnare, ma naturalmente è molto trasgressiva, sapete quella maturità espressiva fatta di droghe varie e di spese folli...</p>
<p style="text-align:justify;">Il successo del romanzo, elegante e spiritoso, ma di costruzione molto tradizionale (non che sia necessariamente un difetto, intendiamoci), tranne che per le due voci di Renée e Paloma che si incrociano, dimostra senz'altro che è un'opera che viene al suo tempo giusto, nel momento in cui la sinistra cerca di liberarsi di tutti i suoi vezzi e birignao, ma non per convinzione, più che altro perché l'hanno allontanata dal potere. Momento che è anche quello in cui il fastidio (di destra, di centro e di sinistra) per il diverso che ancora alberga nella nostra civilizzata società occidentale sta venendo fuori a tutta forza, con una mancanza di camuffamenti e perfino di ipocrisia che spaventa. Fastidio che è il primo passo verso il razzismo e la discriminazione.<br />
Così, in questo romanzo per certi versi delicato, dove si riesce a parlare con leggerezza anche di una persona che va al gabinetto, ma senza tacere che ci sta andando (grande lezione di stile, non c'è che dire), non manca una sommessa provocazione, come per dire che in fondo la cultura potrebbe essere patrimonio di tutti, e non sono la filosofia, la musica o le scienze ad essere noiose. I noiosi, ahimé, siamo noi quando facciamo gli intellettuali e gli snob.<br />
Ecco, tutti, anche in Italia, abbiamo visto la crisi del nostro sistema di valori, basato sull'alternanza e la dicotomia di conservatori e progressisti (beh, lo diceva già <a href="http://www.giorgiogaber.org/">Giorgio Gaber</a> qualche lustro fa: “Destra e sinistra” mi pare sia del 1984, anche se Gaber l'aggiornava periodicamente), ma pochi cercano davvero la via d'uscita (che personalmente penso sia una vivace multiculturalità basata su valori etici comuni, se mai ci arriveremo), i più si attardano nel rimpianto (avete presente i reduci del '68?). Sono ancora nella boccia dei pesci, purtroppo ormai l'acqua è inquinata e c'è il rischio che ci sia dimenticati di cambiarla.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Atomico Dandy, Piersandro Pallavicini]]></title>
<link>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=94</link>
<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 22:03:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>Chiara</dc:creator>
<guid>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=94</guid>
<description><![CDATA[Ho trovato questa recensione, a cura di un amico di questo blog, del romanzo &#8220;Atomico Dandy]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/918/9788807819186g.jpg" alt="" />Ho trovato questa <strong><a href="http://virtualbookshelf.wordpress.com/2008/05/13/atomico-dandy/">recensione</a></strong>, a cura di un <a href="http://www.carlosantulli.net/">amico</a> di questo blog, del romanzo "<strong><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/atomico-dandy-pallavicini-piersandro-feltrinelli/libro/9788807819186?a=395754">Atomico Dandy</a></strong>" di <a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaAutore?id_autore=500004">Piersandro Pallavicini</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Uno stralcio riguardante la scrittura del romanzo:<br />
<em>"La struttura del romanzo è insolita, molto “semi-spontanea” in certo senso. È costruita per scene, ma mai episodica, e neppure si stressa più di tanto a cercare di vedere cos’essenziale e tagliare cosa non lo è, come tanta letteratura di consumo, anche a livello mondiale, fa (questo pone un problema molto interessante, se cioè esista qualcosa di essenziale in letteratura: se ci limitiamo alla “trama”, molti romanzi, non solo classici, si potrebbero concludere in venti o trenta pagine…)"</em></p>
<p style="text-align:justify;">Curiosi di leggere l'intera recensione? Cliccate <strong><a href="http://virtualbookshelf.wordpress.com/2008/05/13/atomico-dandy/">qui</a></strong>.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Caos calmo]]></title>
<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=31</link>
<pubDate>Thu, 15 May 2008 14:54:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
<guid>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=31</guid>
<description><![CDATA[Recensione di Carlo Santulli
Partiamo dalla fine: “Caos calmo” si conclude con un&#8217;infinit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;">Partiamo dalla fine: “Caos calmo” si conclude con un'infinità di ringraziamenti: gesto bello e gentile, senza dubbio, ma anomalo in un romanzo. Certo, i romanzi li fa la vita, ed ogni incontro ci aiuta a costruirlo; l'idea del romanziere chiuso nella torre d'avorio è spesso abbastanza avulsa dalla realtà: però è interessante che la gente ringraziata sia quasi tutta ben nota, con molti scrittori tra di loro.</p>
<p style="text-align:justify;">La storia mi sembrava interessante, a parte il fatto che il romanzo avesse vinto il Premio Strega nel 2006. Non so voi, ma per me aver vinto un premio letterario costituisce un forte deterrente all'acquisto: è una cosa psicologica, forse un po' malata, ma è qualche anno che va così. Ed in effetti mi accorgo di averlo comprato solo quando la fascetta dello Strega è scomparsa, ed il prezzo è sceso a 6 euro. Non l'ho fatto apposta però: ho solo atteso, perché non ero convinto. Dietro l'edizione Bompiani Oro che ho io c'è una frase molto icastica, tratta dal romanzo: “La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo”, che mi fa tornare ai tempi della scuola quando, avendo litigato con qualcuno, pensavo che il rancore fosse duraturo, sempre e comunque. Invece (ho scoperto poi) a volte lo è, altre volte no. E come il rancore, anche l'amicizia: può durare, o magari no. Non ci sono regole. Però, la modesta frasetta della quarta di copertina spiega molto l'attitudine di Veronesi in buona parte del romanzo: la voglia di enunciare verità universali. In effetti il romanzo, come si dice da qualche parte su IBS, in se stesso è un apologo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco, non so se avevo bisogno di apologhi, ma devo dire che la storia del padre, Pietro Paladini, che, persa improvvisamente la moglie Lara, si piazza, tralasciando il lavoro (o meglio dicendo di lavorare dalla propria auto), sotto la scuola della sua unica figlia, al centro di Milano, mi intrigava parecchio. Poi avevo sentito che Nanni Moretti era interessato ad interpretare il film, e questo aveva aggiunto un altro buon motivo per leggerlo. Sono disposto a perdonare a Moretti più di qualcosa, ripensando ad alcuni suoi film.</p>
<p style="text-align:justify;">Così ho comprato il libro: quel che ho notato subito, un difetto essenziale, è la sua preoccupante discontinuità. Voglio dire: può succedere che l'ispirazione sia un po' a corrente alternata, infatti di solito si rilavora il testo proprio per conseguire una struttura più omogenea e per eliminare le cadute di gusto. Qui si passa da profonde meditazioni sulla vita (il protagonista riflette sulle multinazionali, sul nostro modo di vivere innaturale, sull'economia che ci domina, sugli strani rapporti di parentela, sulla crescita di sua figlia Claudia, che è in un periodo della vita, dieci anni d'età, che pochi recentemente raccontano, perché sembra poco interessante ed invece può essere magmatico e determinante) ad intermezzi da fiction televisiva. Ci sono belle immagini, c'è il bambino down Matteo che attende che ogni mattina l'antifurto della macchina lo “saluti”, c'è la ragazza vestita come per andare a correre, e che invece porta a spasso il cane, Jolanda, che nella sua evanescenza, in fondo anche fisica, ma certamente caratteriale (il trattamento dei personaggi di Veronesi è per tutto il romanzo, con un paio di eccezioni, blando ed incerto: sembra che attenda l’arrivo di una telecamera per riprendere la scena), è piuttosto ben riuscita, un piccolo incontro costante ed atteso.</p>
<p style="text-align:justify;">Purtroppo, e dico purtroppo, perché dalla premessa non mi si può accusare di antipatia per l’autore, c'è anche il resto. Faccio un elenco di elementi che hanno causato la mia irritazione, premettendo che sarebbero perdonabili nel romanzo di un esordiente, ma qui stiamo parlando di un romanzo esaltato dalla critica come un capolavoro, e aggiungendo che naturalmente sono considerazioni personali:</p>
<p style="text-align:justify;">1. Il continuo contrasto tra Roma e Milano, giocato puramente sugli stereotipi: il romano che si affaccia ed offre il piatto di spaghetti al pomodoro al protagonista ne è un ottimo esempio. E' la solita storia: Milano corre, e Roma cammina, e c'è anche la citazione del gesto plebeo di Sordi nell'”Americano a Roma”. C'è un cattivo lezzo di commedia all'italiana andata a male (il film di Steno-Sordi è del '54). Ed entrambe, Roma e Milano, sono opache come viste attraverso uno specchio.</p>
<p style="text-align:justify;">2. Il fratello di Pietro, Carlo, è uno stilista di jeans, ed è l'eterno Peter Pan con la fidanzata “annuale”. Naturalmente si droga, e naturalmente c'è la serata a fumare oppio con Pietro, mentre Claudia dorme (dorme?), che è una delle scene più insignificanti del romanzo, però si capisce che ci vuole, forse per tranquillizzare un certo pubblico che se l’aspetta: roba da “Marrakech Express” vent'anni in ritardo, e purtroppo senza Diego Abatantuono, e quindi seriosa e parolaia, e non divertente ed anarchica.</p>
<p style="text-align:justify;">3. C'è il cattolico Paolo Enoch, di cui Paladini-Veronesi fa una descrizione impietosa: non solo è vagamente integralista, ma quando si ribella alla società che lo vuole come lui non vuole essere sembra proprio cretino, e poi puzza, ecc.; Enoch viene rivalutato nel finale, forse (è un’ipotesi) perché qualcuno dei ringraziati dell'ultima pagina deve aver detto all’autore che qualcosa non andava. Rimane comunque la tipica impressione dell'autore come classico intellettuale italiano che non capisce i cattolici, non gli interessa provarci, pensa che siano un po' matti e comunque in estinzione: gli vanno bene solo quando fuggono in missione. Indigeribile, a mio parere.</p>
<p style="text-align:justify;">4. Le continue citazioni, negative perloppiù, di Berlusconi e possessi berlusconiani (Canale 5, ecc.); ah, si parla anche di Previti. Questo riflette secondo me un'ossessione: c'è chi è ossessionato dal sesso, e chi vede una persona dappertutto, come in bilocazione, al punto che si può pensare che si sentirebbero vuoti e persi se quella persona si ritirasse a vita privata. Ma pazienza, questa gliela farei anche passare, anche se c'entra come una sparatoria in un film sentimentale: ma non la successiva qui sotto.</p>
<p style="text-align:justify;">5. Marta, la sorella di Lara, con cui Pietro ha avuto rapporti, anche sentimentali o meglio sessuali, prima della moglie, è bella e molto strana, e penso che sia uno dei personaggi femminili più antipatici della storia della nostra letteratura: in Italia non me ne viene in mente un altro, è una specie di Crudelia De Mon macrobiotica. Ma quello che mi ha irritato non è l'antipatia, è un diritto di Veronesi dipingere una ragazza odiosa (anche perché è meno evanescente di molti suoi personaggi maschili). E' che Marta ha un attacco di panico, ed oltre a sfasciare un paio di auto, il che è non è del tutto plausibile, ma piacerebbe agli americani, sempre se si filassero Veronesi, ...si spoglia. Questo mi ha fatto toccare il culmine dell'irritazione: gli attacchi di panico, caro Veronesi, sono cose serie e tragiche, e non servono alle bonazze per restare in reggiseno (cos'è, un filmato di Playboy?). Già viviamo in un paese dove se hai l'attacco di panico (nel caso più normale e consueto non sei una Miss Italia) sei additato al pubblico disprezzo, ci manca solo una descrizione del tutto fantasiosa dei sintomi, senza la minima partecipazione emotiva (già, siamo così anglosassoni...). Mi ricorda la morale di “Figli di un dio minore” (film che mi irritò anch’esso a suo tempo): se sei disabile, ma molto bella, hai molti meno problemi che se sei disabile, ma così così. Devo ammettere che, per quanto di modesta intelligenza, me lo immaginavo, così come anche che Marta in reggiseno attirasse l'attenzione di qualche passante, ma forse non per l'attacco di panico. Siamo sempre nell’ambito della commedia all’italiana di serie B.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, ma non si sa bene se sia un difetto, o sia piuttosto voluto, a parlare con l'uomo fermo davanti alla scuola arrivano tutti, ma proprio tutti, specie gli artefici della disgraziatissima fusione societaria che Paladini vuole impedire (o fomentare, o implodere, non si sa): ce ne fosse uno che non si presentasse. Di economia io ne mastico poco, ma credo di capire che la concezione più o meno vetero-comunista di Veronesi (solo in economia) tenda a dimostrare che: a. non è vero che si lavora dalla propria auto, b. stiamo tutti perdendo il lavoro, c. sarebbe meglio tornare al dopoguerra. I tre punti sarebbero perfettamente condivisibili da molti piccoli imprenditori del Varesotto o del Nord-Est: Veronesi riesce tuttavia a confondere molto di più le acque, non per nulla è un romanziere.</p>
<p style="text-align:justify;">Tralascio per carità di patria la storia di sesso, naturalmente disperata ed angosciosa, con la donna salvata dai flutti: non è la parte peggiore del romanzo, ma non si sa assolutamente a cosa serva nell'economia della storia. Però immagino che piacerebbe al pubblico americano, se solo comprasse i nostri libri: il salvataggio iniziale ricorda McEwan mal digerito, e gli ammiccamenti nel seguito non mancano, tranne che Veronesi, a differenza dello scrittore di Aldershot (Hampshire), naviga a vista. E ci sono i Radiohead che lanciano messaggi subliminali, roba da “Ritorno al futuro”, ma in fondo molto veltroniano (forse anche la citazione sordiana è funzionale al contesto, a questo punto).</p>
<p style="text-align:justify;">Concludo: ci sono romanzi peggiori, ma è anche vero che le punte di irritazione che mi ha suscitato questo “Caos calmo”, col suo stile tranviario non-romano (nel senso che il tram non esce dal binario, mai e poi mai) ed il suo conseguente andamento mogio con impennate improvvise ed ingiustificate, sono state fenomenali.</p>
<p style="text-align:justify;">A questo punto, restando nell'ambito dello Strega, meglio un romanzo come “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini: se non altro, per quanto a volte pretenziosa, l'autrice in quel caso non tenta di dare un apologo sulla vita, ma racconta, pur se tra salti e scoppiettii, una storia.</p>
<p style="text-align:justify;">Appunto: se, tanto per imitare una cosa buona degli americani (ne hanno anche loro) ricominciassimo a raccontare storie?</p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[Atomico Dandy]]></title>
<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=29</link>
<pubDate>Tue, 13 May 2008 11:23:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
<guid>http://virtualbookshelf.wordpress.com/?p=29</guid>
<description><![CDATA[recensione di Carlo Santulli
Atomico dandy di Piersandro Pallavicini è un romanzo interessante, usc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">recensione di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5000370">Atomico dandy</a></em></strong> di Piersandro Pallavicini è un romanzo interessante, uscito qualche anno fa, già recensito, tra gli altri, da Tullio Avoledo sul "Il giornale", e, più modestamente, ma più vicino a noi, da Enrico Pietrangeli su <a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a>, molto pieno di brio e con caratteristiche del tutto insolite per un libro di narrativa italiana: per esempio vi si parla della vita in una città universitaria, anzi in due, Pavia e Pisa, in modo piuttosto credibile e questo è già sorprendente. Poi, si respira un'aria diversa, e c'è una certa volontà di narrazione: non si tratta di avere delle pedine da muovere, per arrivare alla fine, anzi Pallavicini si muove con una certa eleganza tra vari piani narrativi e temporali, e non sembra avere paura di perdere il filo del discorso: in effetti “Atomico dandy” si segue bene fino in fondo, e questo è già un notevole pregio. Poi, non è, grazie al cielo, un esempio di letteratura ombelicale italiana, quella con un endoscopio puntato verso la pancia (o varie pance): si narra, ci si muove, si cerca di creare una certa affezione del lettore verso la storia, per strana e sopra le righe che sia. Alla fine, è compito dello scrittore cercare di avvincere, proprio nel senso di legare (possibilmente non in modo forzoso...) il lettore alla sua storia, e Pallavicini non c'è dubbio ci riesca, anche se la struttura del romanzo è insolita, molto “semi-spontanea” in certo senso. È costruita per scene, ma mai episodica, e neppure si stressa più di tanto a cercare di vedere cos'essenziale e tagliare cosa non lo è, come tanta letteratura di consumo, anche a livello mondiale, fa (questo pone un problema molto interessante, se cioè esista qualcosa di essenziale in letteratura: se ci limitiamo alla “trama”, molti romanzi, non solo classici, si potrebbero concludere in venti o trenta pagine...).<!--more--><br />
Vittorio Nuvolani, un ricercatore, anzi un chimico, che scopre un computer con chip molecolari, invece che di silicio. Incidentalmente, o forse no, Vittorio è bisessuale e non se ne rende conto per un certo tempo, il che è forse una, ma non l'unica causa, del suo sostanziale insuccesso con le donne. Gliene capitano tre che più diverse non possono essere, un'esile ragazza, Cristina, destinata forse ad una vocazione religiosa più che ad un matrimonio, una studentessa pisana comunista, un po' troppo abbondante, ma coinvolgente, Stefania, e Roberta, bellissima e di Voghera (dove evidentemente non ci sono solo casalinghe…), che Vittorio sposa. E ci sono poi una miriade di personaggi: il professor Sormani, già relatore di Vittorio, al limite della pensione che vuol tenere in vita a tutti i costi un reattore nucleare che ormai è solo un peso, ed ha un segreto, il sardo rivoluzionario Gavino, che ne ha un altro, e…un certo numero di africani, dai quali Vittorio è ossessionato, proprio nel senso delle prestazioni sessuali, come è ossessionato dall'AIDS, dalla sieropositività insomma, il che fa molto anni '80, come il costante riferimento a Chernobyl, allo iodio 131, ma anche alla leggenda metropolitana padana dei biscioni che escono dal lavabo (o erano i coccodrilli che uscivano dalla doccia?)…<br />
È un romanzo che ho letto con piacere, ed alcune pagine sono assolutamente esilaranti, come quando Vittorio penetra al collegio "Maria Goretti", finendo in camera con Cristina, che è terrorizzata e viene cacciata dal collegio stesso (capirete, un internato di suore…): in sé la vicenda dell'uomo in collegio non è nuova, anzi è un topos da <em>pochade</em> ottocentesca, ma viene raccontata con uno stile ed una motivazione abbastanza inconsuete nel panorama, appunto ombelicale, della nostra letteratura. Pallavicini, che nella vita non è "solo" uno scrittore, anche se ha lunghe frequentazioni di riviste letterarie, anche on-line, ma un ricercatore universitario in chimica, e lavora a Pavia (appunto), forse proprio per questo con forza e senza esitazioni prende in mano la storia ed impugna i personaggi, descrivendoli, dando loro motivazioni, non lasciandoci vagare incerti a chiederci perché la storia (che è costruita su tre piani temporali sovrapposti, gli anni '80, il 2002, il 2009) si evolva in un modo invece che in un altro, prescindendo dai motivi commerciali, e dalla gabbia del policamente corretto. Non teorizza, racconta, non sembra si preoccupi di appartenere ad un genere (ci sono più generi che romanzi ormai), ma agire un po' fantasiosamente sull'ambito che più gli è noto. C'è sesso, sì, che è, come dicevo, una delle ossessioni del protagonista, ma non c'è mai morbosità, né ci sono notazioni oziose nell'economia del romanzo, tanto che i personaggi si ricordano, e sono tutt'altro che macchiette, specie quelli femminili, e sono assolutamente realistici, anche quando agiscono in modo pazzesco ed incoerente. Ed è interessante notare, secondo me, che non c'è morbosità né si trovano strascicature alla Veronesi, proprio perché Pallavicini preferisce guardarsi intorno, che guardarsi allo specchio. E mi piace anche molto che l'autore non faccia il moralista, che non inneggi all'apocalissi prossima ventura. Per esempio, sentivo proprio oggi una tipa alla radio che diceva che, dal tempo (1986) che Zucchero cantava “Non c'è più rispetto” (e Nuvolani si laureava...), c'è sempre meno rispetto al mondo (a parte che il titolo della canzone del buon Fornaciari derivava da "Respect" di Aretha Franklin e poi si riferiva, in ogni modo, ad un rapporto personale e non ad una crisi cosmologica), mi chiedo dove la tipa della radio aveva tratto questa brillante conclusione (Come si misura il rispetto? In quali unità? E poi: rispetto per chi?). Ecco, ho comprato "Atomico dandy" con la speranza di tuffarmi in una storia senza profezie di sventura né moralismi ogni tre righe ed anche senza finti cinismi che sono poi moralismi rivoltati. In questo sono stato esaudito.<br />
Questo romanzo, occorre dirlo, non ha avuto il successo che la capacità descrittiva e strutturale, anche nella fusione dei diversi piani narrativi, di Pallavicini avrebbe meritato. Non ha neanche avuto, a quel che mi consta, grandi premi letterari: sì, è vero, è uscito da Feltrinelli, ma con delle note di copertina un po' fuorvianti, a quel che mi sembra, che descrivono, più che questo romanzo, la sceneggiatura di un film ibrido (ed improbabile), qualcosa in una terra di confine, credo deserta, tra Nanni Moretti e Pino Quartullo. Nello specifico le note parlano di un quarantenne, intelligente, di sinistra, ma non accennano (per esempio) al fatto che il Vittorio del romanzo nascesse in realtà fascista né alla sua ossessione per i rapporti a tre (probabilmente pensando che né l'una né l'altra cosa facciano vendere, almeno tra i clienti di Feltrinelli). Invece, la quarta di copertina parla di una generica schiavitù, ma descrive Nuvolani nel complesso come un personaggio brillante e privo di chiaroscuri, mentre io trovo che tutta la sua vita sia un grottesco tentativo di trovare la propria identità, politica, sessuale e di ricercatore, una specie di romanzo di formazione a strappi e saltelli, come le vere formazioni nella vita sono.<br />
Imbarazzata, e francamente un po' fuori luogo, ma umanamente comprensibile in questo nostro strano paese, che tende ad un curioso ma feroce moralismo di ritorno, molto più ipocrita e fasullo di quello degli anni '50, la nota finale dell'autore, che vuole precisare di non essere Vittorio, pur essendo ricercatore universitario ed aver lavorato a Pavia e Pisa. Un bel problema, in effetti, scrivere narrativa in Italia, cercando di alzare lo sguardo dal proprio ombelico. Certo, la nota autobiografica è evidente, e, in caso di concorso universitario, non è detto che aver scritto un romanzo un po' fuori dalle righe e anche dalla pagina come questo, rappresenti un'attenuante, quindi posso capire che sia meglio premunirsi, ed in questo (da ricercatore) sono solidale con Pallavicini. Tuttavia, questa è l'ennesima stortura italiana: se il romanzo scorre, si fa apprezzare, anzi fa desiderare un seguito (credo incidentalmente che molti uomini vorrebbero conoscere una come Roberta Villa, moglie del Nuvolani), cosa importa quanto della biografia dell'autore vi si soprapponga?<br />
Un buon motivo per riparlare di questo romanzo del 2005, è che mi sembra spieghi a priori perché la sinistra avrebbe perso in Italia nel 2008 (anche se non è il suo scopo, evidentemente). Vittorio scopre a sue spese che ad essere di sinistra non c'è più nulla di catartico, di travolgente, come pensava (le motivazioni della sua scelta di campo sono più confuse in effetti, ancora un po' adolescenziali, tipo quando si frequenta il tal posto perché ci va la ragazza/il ragazzo che ci interessa), ma si sforza di credere che questo cambierà la sua vita. Ed in effetti la sua vita cambia, se non altro perché si sposa e fa carriera, ma essere di sinistra diventa un po' la <em>conditio sine qua non</em> per essere accettati in società, non una scelta di campo, ma quasi un prezzo da pagare, il pegno di sentirsi superiori, per avere la Jaguar del modello giusto, gli incontri intimi a tre, i vestiti di un certo gusto, molto da dandy appunto, e così via. È un ragionamento contorto, ben poco progressista, ma è Vittorio stesso che è vittima ed artefice di se stesso, ed è per questo che è un personaggio che rimane impresso, e il suo essere di sinistra è un po' come il suo essere fascista: incerto, confuso, e pieno di ossessioni. Non dico che la sinistra italiana, o l'Italia in genere, sia piena di Nuvolani, ma la sua fantastica incoerenza e trasversalità è un rischio, che a volte fa tenerezza a volte mette rabbia: forse ci stiamo nuvolanizzando, abbiamo sì una scala di valori, ma è quella antincendio che ci serve per riportarci sani e salvi al pianoterra prima che sia troppo tardi. Non è però l'apocalisse: è che siamo un po' piagnoni da queste parti (scusate, mi è scappato).</p>
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</item>
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<title><![CDATA["Tè e mandarini" di Carlo Santulli]]></title>
<link>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=55</link>
<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 22:39:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>Chiara</dc:creator>
<guid>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=55</guid>
<description><![CDATA[
False Percezioni ha pubblicato &#8220;Tè e mandarini&#8220;, un bel racconto di Carlo Santulli, ca]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><img class="alignnone" src="http://www.pics36.com/wp-content/uploads/2007/12/richard_avedon.jpg" alt="" /><a href="http://falsepercezioni.blogspot.com/"></a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://falsepercezioni.blogspot.com/">False Percezioni</a> ha pubblicato "<a href="http://bibliotecafalsepercezioni.blogspot.com/2008/04/t-e-mandarini-di-carlo-santulli.html">Tè e mandarini</a>", un bel racconto di <a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a>, capo recensore di <a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a>. Non date retta a chi dice che il critico è sempre un artista fallito. Ci può anche essere un'eccezione.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L'inizio:</strong><br />
«Ci fu un periodo (cinque o sei anni fa) che, in parrocchia, da qualunque discussione si partisse, si finiva inevitabilmente di parlare di sfruttamento della prostituzione. A sua (parziale) discolpa c'è da dire che Don Alberto le tentava tutte per scegliere gli argomenti più alati che gli venivano in mente, o che erano proposti da "Famiglia Cristiana", "Città nuova", insomma dalla stampa specializzata. Sarebbe ricorso anche a Frate Indovino, se l'avesse tirato fuori da quel problema: ci voleva una praticità da conventuale che, in tutta franchezza, egli sentiva di non avere. Il sesso degli angeli era già troppo para-erotico, si potevano tentare gli angeli senza sesso, ma in effetti l'ipotesi più praticabile era quella di lanciarsi nell'esplorazione del librone del catechismo, quello senza tagli né sconti, così che almeno un'idea vaghissima delle implicazioni delle Tavole della Legge restasse ad aleggiare nella sala, come una farfallina (un po' in stile "tafano degli Ateniesi"). Tutto inutile: si finiva sempre con quello sciagurato di Stefano, che era però in fondo indispensabile alla disomogeneità del gruppo, a scandire su un ritmo piuttosto metallico: "Si-diver-tono! Me l'han-no detto a me!".»</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Tè e mandarini]]></title>
<link>http://virtualbookshelf.wordpress.com/2008/04/22/te-e-mandarini/</link>
<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 13:43:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>Luigi</dc:creator>
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<description><![CDATA[racconto di Carlo Santulli

Ci fu un periodo (cinque o sei anni fa) che, in parrocchia, da qualunque]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align:justify;"><span style="font-weight:bold;">racconto di </span><a href="http://www.carlosantulli.net/">Carlo Santulli</a><span style="font-weight:bold;"><br />
</span><br />
Ci fu un periodo (cinque o sei anni fa) che, in parrocchia, da qualunque discussione si partisse, si finiva inevitabilmente a parlare di sfruttamento della prostituzione. A sua (parziale) discolpa c'è da dire che Don Alberto le tentava tutte per scegliere gli argomenti più alati che gli venivano in mente, o che erano proposti da "Famiglia Cristiana", "Città nuova", insomma dalla stampa specializzata. Sarebbe ricorso anche a Frate Indovino, se l'avesse tirato fuori da quel problema: ci voleva una praticità da conventuale che, in tutta franchezza, egli sentiva di non avere. Il sesso degli angeli era già troppo para-erotico, si potevano tentare gli angeli senza sesso, ma in effetti l'ipotesi più praticabile era quella di lanciarsi nell'esplorazione del librone del catechismo, quello senza tagli né sconti, così che almeno un'idea vaghissima delle implicazioni delle Tavole della Legge restasse ad aleggiare nella sala, come una farfallina (un po' in stile "tafano degli Ateniesi"). Tutto inutile: si finiva sempre con quello sciagurato di Stefano, che era però in fondo indispensabile alla disomogeneità del gruppo, a scandire su un ritmo piuttosto metallico: "Si-diver-tono! Me l'han-no detto a me!".<br />
Perché Stefano con loro ci parlava, forse le tormentava, ogni sua serata finiva su qualche stradone periferico a mettere in croce quelle poveracce, nell'assoluta convinzione, anzi certezza, che stare a sentire le sue scipitezze aggratis fosse quanto di meglio avevano da fare. Anche perché non rispondevano di no, e non lo trattavano male, di solito (poi, non erano solitamente nello spirito da chiamar la polizia). Le solite serate, parlare, "conoscere le loro storie, le loro avventure, andarci no,  non vorrete mica che mi prenda qualche malattia", ma "sono soggetti interessanti, e poi loro sì che sono donne". "Nel senso che fanno" ripeteva cinicamente Stefano "l'unica cosa per cui le donne servono", mentre alcune delle ragazze del gruppo lo avrebbero volentieri incenerito: certe frasacce sarebbero accettabili da uno tipo Raul Bova, al limite Scamarcio, ma Stefano, ehm... insomma, lasciamo perdere (a parte che era stempiato come un lavandino in una discarica).<br />
Lo diceva, ma non ci credeva: mica cattivo lui, tutt'altro (andava in parrocchia, no?), è che essere ascoltato era una specie di esperienza nuova per lui, che aveva un padre e un fratello sempre certi come la morte, nonché stentorei. Era un ascolto coatto, nel senso che le ragazze avevano paura fosse un appuntato in borghese o uno della ASL (anche un incrocio tra i due, magari). Specie le nigeriane, quelle sulla Portuense dopo il Ponte Pisano, che parlavano sempre come se stessero nella savana (come parlava Stefano cioè all'incirca, quando voleva che qualche segreto della sua porca vita diciamo sentimentale si risapesse, per puro senso di giustizia verso quei pochi che ne erano ancora all'oscuro).<br />
E' chiaro che ci sono i papponi, i magnaccia, per cui non si può esagerare con le confidenze. Ma lui era abile, sempre preciso e in certo senso solenne, ascoltando gli Earth Wind and Fire nella Punto   color nocciola, a volte Tiziano Ferro, ma solo quando si sentiva in vena, cioè aveva rimediato (non con una a pagamento, è ovvio). Punto nocciola che restava nascosta in qualche cespuglio solitario, ma non troppo spinoso, che non gli rigasse la carrozzeria.<br />
Una delle nigeriane, appunto, una di quelle sere (e Stefano aveva bevuto abbastanza da ricordarsene), era sparita; e non nel senso che l'avevano tolta dal mercato, per così dire, od era partita col primo volo per la savana. Era una dissoluzione vera e propria, tanto che nemmeno le colleghe sapevano che fine avesse fatto. E per colmo di sfiga era proprio quella cui Stefano aveva elargito un racconto molto dettagliato della sua relazione con Iolanda, la ricciolona che somigliava a Manuela Arcuri, cioè aveva una sola cosa della Arcuri, insomma quella più evidente ad un'analisi sommaria (remote sensing). La nigeriana all'ascolto aveva un'espressione molto liquida, praticamente cioccolato fuso, forse perché Stefano le stava virtualmente maciullando la mandibola (ed altro) a forza di gridare, in una fratta sulla Portuense a gennaio (meno tre ed insolito, ma intonato, vento di tramontana), quello che Iolanda era, e che aveva e non aveva, e quello che avevano fatto nella Punto nocciola (e sì che la ragazza color cacao una pallida idea doveva avercela: per puro senso di professionalità, se non altro). Per dare rilievo alla spiegazione, Stefano si lanciava a volte nelle lingue, una via di mezzo tra il Berlitz e l'inglese medio Trambus, o nel francese, come si diceva, cuscè. Insomma, la sdraiò di chiacchiere, e malgrado lei sorridesse vagamente (forse pensando che massacrare a colpi di fratta un appuntato in borghese può non essere una buona idea), fu convinto di averla sfinita, ma di esserle simpatico (sic). Alla faccia di Iolanda e dei suoi due arcuri velenosi puntati contro il suo sterno.</p>
<p>Il fatto è che Stefano in parrocchia ce l'avevo portato io: e devo anche ammettere, nella mia ostinata ingenuità, che non avevo valutato correttamente i suoi trascorsi nigerian-portuensi. L'entusiasmo con cui accolse la mia proposta di partecipare agli incontri del giovedì sera mi aveva quasi commosso: sapevo che c'entrava l'idea di incontrare qualche ragazza (perché, a parte la saga iolandiana, sui dettagli della quale si era premurato di informarmi a suo tempo, era da anni a corto, in secco, in bianco, ecc.), ma speravo non mi facesse fare troppe brutte figure (qualcuna gliel'avrei perdonata, lo so). Perché si sa com'è la ragazza di parrocchia (o almeno quelle del mio gruppo): non è che non lo faccia, anzi possiamo dire senza ombra di dubbio che, una volta trovata la persona più o meno adatta e passabile, lo fa. Ma parlarne, ed in quel modo che Stefano prediligeva, non era socialmente accettabile: più che altro, le avrebbe fatte scappare, come anatre sul fiume al primo rinculo di doppietta. (Pensavo anche, allora, che la stessa Iolanda non avrebbe forse gradito una propria descrizione tanto minuziosa, specialmente in certi comparti, con una serie di metafore diciamo bucoliche: mi sbagliavo, ovviamente).</p>
<p>Ma Iolanda, in quel momento, era il passato. Invece la ragazza della Portuense, quella che ascoltava, era scomparsa, sicché Stefano aveva ricevuto la visita di un vero appuntato e di un altro carabiniere: era appunto la sera dopo la sua ultima platonica scorribanda tra le fratte, ed una delle ragazze lo aveva descritto abbastanza dettagliatamente. (D'altronde, non c'erano in giro più molte Punto nocciola con la completa collezione di musicassette degli Earth Wind and Fire, rigorosamente piratata e seminata a vista col cruscotto).<br />
"Credo di essere nei guai" mi disse Stefano.<br />
"Beh, ma hai detto di averle solo parlato"<br />
"Sì, ma non ci credono, non ci si va per parlare, solo qualche maniaco lo fa, ed i maniaci sono tutti  schedati"<br />
Mi stava aprendo un mondo: credo che a questo punto anche Don Alberto (il primo nome che mi viene in mente) si sarebbe detto interessato. Sembrava non la solita esaltazione della vita sulla Portuense accantò ad un falò, fatta dimenticando quasi tutte le circostanze generali ed accessorie: pareva insomma un discorso serio.<br />
Guardai Stefano con malcelato stupore, ed egli interpretò avventatamente il mio stupore come preoccupazione per il suo stato.<br />
Proseguì: “E considera che hanno una paura del demonio, di solito: per parlare ai Carabinieri, devono aver pensato che la loro amica abbia fatto una brutta fine”<br />
Sì, le sapevo queste storie, quelle che piacciono tanto ai giornalisti semicurvi: gli orribili delitti perpetrati da individui insospettabili. Che si dilungano in dettagli, tanto più in nanoscala, quanto più l’assassino non ha lasciato indizi, e non hanno dubbi, già dall’inizio, su chi sia stato a commettere il fatto. Poi cominciano il balletto delle tracce, delle impronte, si è lavato le mani, no, si è lavato anche la faccia, sì è fatto la doccia (eh, ma non da solo…), è sangue, no è ruggine, forse marmellata di mirtilli. E le ipotesi sul computer: ha scaricato un file alle 11.35, no, l’orologio era ancora impostato sull’ora di Londra, e poi il file si scarica anche da solo, comunque abbiamo clonato il disco (perché clonino i dischi, quando basterebbe copiarli, non so: capisco a posteriori che più di una volta mi hanno clonato la versione di latino al liceo). Così si scopre che aveva delle immagini equivoche sul disco rigido (più o meno le stesse che sono in vendita cartacea all’edicola sotto casa), salvate nella cartella “Nonna Giovanna”. Come confermato dalla vicina di casa, le sue nonne, oltre ad avere altri nomi, erano anche poco raccomandabili (una metteva il parmigiano nel risotto alla pescatora, l’altra giocava al lotto sulla ruota di Napoli), il che non ha mancato di insospettire gli inquirenti. E’ chiaro che al mondo succede anche altro, ma di quello i giornali non parlano.<br />
Decidemmo di passare a nostre indagini private immediatamente: non sapevamo ancora, purtroppo, che era già tardi. La fratta portuense era scandagliata palmo a palmo da una telecamera portatile del TG della sera. Ma a parte un paio di bottiglie di plastica ed una nutrita collezione di preservativi colorati, non ne tirarono fuori nulla. In apparenza, almeno: e comunque mezz'ora dopo avevamo la riunione del gruppo della parrocchia.</p>
<p>Non avevo mai visto Don Alberto sarcastico: arrabbiato nero sì, fumante spesso, perplesso poteva capitargli, e dubbioso lo era di regola. Ma il sarcasmo non pensavo fosse roba da preti (ancora una volta mi sbagliavo, come su Iolanda).<br />
Guardò Stefano e disse: "Allora, si divertono, eh?", e l'infame mio amico ebbe un'espressione un po' tra Franti e Elisa di Rivombrosa. Non è facile da immaginare, ma è la similitudine più vicina che mi viene: Franti con la fionda in mano ed il gonnellone, che scappa, mentre il maestro con la penna rossa lo insegue. Molto sessualmente bi-partisan, in certo senso. Credo dipenda dal fatto che ho da lungo tempo l'idea, probabilmente semplificata, che Elisa, che è poi la Vanessa di Richardson, quando non vuole farlo, scappa (non nego che questo abbia una certa logica). Lo farebbe anche più spesso (diciamo continuamente) se non fuggisse; cosa strana, perché nel momento che lo fa, le piace molto (ammettiamo che non lo sapesse, all'inizio: ma alla terza serie dovrebbe ormai conoscersi un pochino). Ecco, la presenza di Franti potrebbe essere una spiegazione: incontrare un amante gallonato davanti ad un bulletto sabaudo che armeggia con la fionda e i cartoccetti è leggermente ansiogeno, specie, credo, se si indossa un gonnellone. Ma mi rendo conto che ho fuso i due personaggi, cosa che probabilmente piacerebbe al ragazzo fiondaiolo: sulla dama settecentesca non mi pronuncio.<br />
Comunque sia, Don Alberto tenne per tutta la riunione un atteggiamento molto spumantesco, non nel senso che frizzasse particolarmente, ma per il fatto che non riusciva a ricucire il discorso (gli si sporcava sempre di schiuma). Finché Sandra, che era poi la nostra Elisa, se non altro per gli occhi  chiari e il viso ovale e composto (avrei dovuto provare se scappava alla bisogna, ma non è il mio tipo) disse: "Sai, Alberto, io credo che siano cose che noi qui non riusciamo a capire bene".<br />
Don Alberto si fermò, pensoso: non credeva esistessero cose che non fossero scritte in quei cinque metri quadri di libri del suo studio; certo altre se ne aggiungevano ogni giorno, e poi c'era la TV, Internet, eccetera, ma insomma la sua conoscenza era aggiornata in tempo reale, con trascurabili lacune. Però insomma Sandra toccava un punto dolente, e forse diceva le stesse cose che avrebbe detto Stefano, solo che i modi erano un po' diversi e produssero in lui un effetto differente: come spostare un bicchiere con una mano o con una ruspa, anche se il risultato forse è lo stesso.<br />
"Già" proseguì "è un mondo complesso: e si fatica a girargli intorno. Ma dobbiamo provare, da cristiani"<br />
E fu una frase che sfilacciò ogni cosa: si seppe dunque, incidentalmente, ma non a caso, che Gianni aveva dato mezzo euro ad un tipo strano (forse un drogato) che aveva finito la miscela del motorino, e che Andrea aveva lasciato i volantini della caccia al tesoro parrocchiale nel temibile ambiente della cappella della stazione.<br />
Pregavo che Stefano non se ne uscisse che con mezzo euro non ci si compra neanche un etto di mortadella, e che alla bisca della piazzetta, non alla stazione, andavano portati i volantini. Perché il buon senso non è sempre roba da parrocchia: alle volte bisogna sentirsi buoni, anche se si fa meno di quelli che sanno di essere cattivi. E poi, diciamolo, Don Alberto un'altra serata sulle solite tematiche non l'avrebbe retta, ora che quella ragazza era scomparsa. Ma Stefano tacque, e l'ombra di Franti si era dileguata dal suo viso: restava quella di Elisa, il che, fosse stato anche solo per l'estetica, era pur sempre un guadagno.</p>
<p>Ci congedammo dal lividore della notte parrocchiale, decisi a riguadagnare il tempo perduto, recandoci nella zona già illustrata dal bieco servizio degli scagnozzi del giornalista semicurvo. In quel periodo (sono passati solo cinque anni, ma mi piace dare un po' di profondità al discorso) mi ero comprato una cinquecento, che era sempre in riserva, perché non avevo mai i soldi per mettere benzina, inoltre, dato che il cofano chiudeva male, la mia macchinetta veniva utilizzata dai ragazzini della zona per dare un po' di birra alla miscela dei loro motorini. Stefano non approvava che fossi in riserva, per una serie di motivi che, mentre lasciavamo alle spalle l'incombente palazzone grigio di un chilometro e ci avviavamo verso la relativa quiete suburbana della Portuense, mi elencò. Non ricordo se fossero ventotto o trentadue motivi, comunque mi fece una disamina complessa e totale di ciascuno di essi: gli unici che ora mi ricordo erano che "raccatti tutto lo sporco del serbatoio" e "le ragazze non verrebbero mai con uno in riserva". Potevo accettare il primo, anche se dopo un paio d'anni di riserva, nel serbatoio ci potevi ormai mangiare una frittura di pesce, ma il secondo mi sembrava frutto della sua contorsione mentale: se le ragazze non venivano con te, non era perché avevi poca benzina. Certo, ammettevo, una sosta forzata per mancanza di carburante nei pressi del Ponte Pisano poteva rappresentare un inconveniente in più nella relazione. Ma io sapevo quantificare la riserva: c'è la lucetta intermittente, quella che smette se freni, e poi quella che non smette neanche se inchiodi. Dopo questa terza fase, restavano da percorrere una trentina di chilometri col piede leggero. Di solito, nell'eventualità improbabile che una ragazza che avesse un minimo di trasporto per me (e viceversa) si trovasse seduta al mio fianco, all'inizio della terza fase occorreva cercare un benzinaio. Non qualunque benzinaio, però: quelli troppo vicini a casa conoscevano la mia macchinetta, c'era qualche basista che avvertiva i ragazzini, ed il serbatoio veniva svuotato in meno del tempo necessario a riempirlo (sapevo di un paio di "poeti del risucchio" nella banda sotto casa mia). Quindi bisognava allontanarsi: ovviamente, di meno di trenta chilometri (di solito due o tre bastavano).<br />
Cercai, nel tempo residuo, di spiegare queste cose a Stefano, ma lo vedevo sorridere, forse anche un po' sarcasticamente. Devo essere onesto, a questo punto: non ho capito che ci andavamo a fare, nella fratta sulla Portuense. A meno che qualcuno non avesse lasciato una traccia, che so, un CD degli "Earth, wind and fire" e non volesse farla sparire. Ma, una volta passata la squadraccia del giornalista semicurvo, c'era poco da trovare. E poi, era buio, e neanche la luna s'era affrettata per noi quella sera (non che ce lo meritassimo, ma un po' ci speravo in verità).<br />
Stefano, che era un profondo conoscitore del poliziottesco anni '70, mi disse, anzi mi intimò di accendere i chiamiamoli pure abbaglianti della Cinquecento.<br />
"Si scarica la batteria" replicai, e Stefano ebbe una smorfia che mi ricordava Thomas Milian, anzi no, Bombolo, un'espressione blesa. Sì, era una risposta mediocre, lo ammetto; lui mi ringhiò qualcosa in ritorno. Eseguii, pensando se avevo mai conosciuto un elettrauto aperto all'una di notte. Stefano mi apparve splendido nel piccolo cono di luce: "Tutto qui?" urlò.<br />
"Eh..."<br />
"Potevo portare la Punto, ma mi si riga la carrozzeria"<br />
"Serve per molto, la luce?"<br />
"Certo che sei un miserabile"<br />
"No, un povero autentico"<br />
"Fammi dare un'occhiata intorno" e disparve fin dove lo guidava la luce dei fari, cioè circa dieci metri più avanti. Passarono alcuni secondi, io pensavo sempre agli elettrauti di turno, finché non lo udii esclamare: "Vieni, Mauro, è bellissimo!": per un attimo pensai che avesse trovato un mosaico imperiale.<br />
Misi la retromarcia, tirai il freno a mano, che grugnì come se fosse l'ultima volta, e scesi.<br />
Aveva ragione: lo spettacolo valeva la pena. Dietro la prima cortina di canne e arbusti, a destra c'era uno spazio lindo e tirato a lucido, perfetto, una specie di Wembley in notturna. Tutto quel che c'era, e molto che era stato portato lì apposta, era invece a sinistra: preservativi, siringhe, scatole di medicinali, bottiglie, lattine, fazzolettini di carta, Pagine Gialle, libri della collezione Harmony quasi intonsi, Topolino, mozziconi di sigaretta, una decina di Guide TV.<br />
"Però, che fari, eh? Illuminato a giorno!" ero sinceramente orgoglioso della mia macchinetta.<br />
"Fari un par de... Guarda che me so' fatto"<br />
Lo guardai, sanguinava dalla guancia destra: "Con che?"<br />
"E che ne so? Se non c'avessi quella bestiolina, ma una macchina vera... Potrebb'essere un ramo spinoso, ma magari una siringa" e furono le ultime parole che disse per una buona mezz'ora: seguirono dei mugolii e qualche sommessa maledizione. Mi pare ce l'avesse con quelli che non hanno una lira e vanno in parrocchia, ma feci finta di non cogliere l'allusione: io non ho la coda di paglia.</p>
<p>La bestiolina, nel seguito, si comportò bene: riuscii a disinserire il freno a mano, ed addirittura a farla ripartire, dopo tre o quattro colpi di tosse. Al Pronto Soccorso del San Camillo, Stefano riprese colore e purtroppo anche la parola. Nel corridoio, uscendo, mi afferrò per un braccio. Notai subito che parlava a bassa voce, doveva essere l'effetto del cerotto, ma comunque faceva strano. Disse: "Hai visto come lavorano quelli del semicurvo? Monnezza raccattata da mezzo mondo, e dove stanno loro a filmare, pulito come un campo da golf"<br />
"Beh, è metaforico"<br />
"Forse, intanto però è da fiji de 'na mignotta"<br />
"Frase che non dovresti dire, proprio tu, che fai sempre l'esaltazione della loro vita"<br />
"Boh, lascia perdere. La verità è che non mi capite. Nessuno"</p>
<p>Il venerdì mattina che seguiva purtroppo immancabilmente alle riunioni del giovedì sera, era anche il giorno che avevo sei ore di lezione, e quindi a Trastevere prendevo il 6.52 per Civitavecchia. Non ci arrivavo proprio sveglio, bastava fossi passabilmente funzionante per le 8.10, ora della prima campanella, ed approfittavo del treno per fare un supplemento di abbiocco. Quel giorno, dato che m'ero coricato alle tre meno dieci, mi sentivo bagnato, gonfio e giallastro come una bustina di camomilla a mollo (verso l'alba aveva piovuto furiosamente, ancora l'aria sgocciolava nel vento). Avevo anche una borsa, che di per sé non era essenziale, ma mi serviva per disseminarvi, insieme a qualcosa per la scuola, qualche romanzo che mi andava di leggere al ritorno. Nello specifico, quella mattina avevo in borsa "Il grande Gatsby", che, sebbene si fosse parzialmente unto intorno a pagina 100, a ricordo di un recente panino con la mortadella che avevo impacchettato molto di fretta con dei tovagliolini di carta, restava un gran romanzo (anche se, per essere proprio sinceri, non ho mai capito come Gatsby sia morto, e specialmente perché: comunque è prematuro parlarne, perché quella mattina grigiastra e uggiosa ero solo ad un terzo, forse meno).<br />
Civitavecchia è una città che ha i suoi vantaggi: prima di tutto, piove raramente, e forse per questo lo spiovere è estremamente fascinoso di rumore di tacchi nel bagnato, di vento che s'acqueta e luce sbieca (o succede perché, pur insegnando topografia, sono un poeta). Più concretamente, c'erano i maritozzi con la panna dell'intervallo in un posto dalle parti di Viale Traiano; in pratica, Civitavecchia mi dava delle idee, e spendevo parecchi soldi nelle cabine telefoniche (non avevo ancora il cellulare) per divulgarle. Spesso erano idee mediocri, un suggerimento a qualche amico, una proposta per il fine settimana. In quel momento ero teso alla risoluzione del caso che mi premeva, con una certa vitalità residua e puramente fisiologica, un po' come le rane di Galvani. Questo perché quel giorno non ero sveglio neanche alle 11 (mi spiaceva per gli alunni del III A e III B, che avevano vissuto l'esperienza di una lezione di sonnambulismo geometrico), il che contribuiva alla mia sensazione molliccia e un po' ondulante di ebbrezza da Luna Park. Dormivo, forse sognavo: tanto è vero che vidi Stefano sul lungomare, che si fumava una delle sue innumeri sigarette (era odioso che fumasse, gliel'avevo detto cento volte, beh trenta, forse ventidue-ventitré, in ogni modo non aveva smesso). Il lungomare era ancora bello con tutti i suoi binari, i suoi carri merci e la rete aerea, una volta avevo anche visto una  835 al traino di due Centoporte castano-isabella (gran giorno quello). Poi hanno deciso che dovesse diventare normale (per conto mio piatto e insignificante), ed hanno rimosso tutto: per coerenza avrebbero dovuto anche piallar via pure tutte le auto, ma si sa che questo non è possibile, insomma non sta bene in Italia, non si fa. Certo, a non tutti piaceva così corrusco di impianti e di vita ferroviaria: per esempio Stefano stava fissando accigliato la scritta Attenti al sezionamento. Accarezzai per un attimo la malsana, ma in fondo seducente, idea che mi chiedesse qualcosa sulle correnti in alternata da 3000 volt, ma invece mi ringhiò quasi addosso: “Ma dove accidenti sei venuto a lavorare? Sembra l'inferno!” (ah sì, c'era anche un 143 che faceva la spola per assemblare dei mercini) “E poi il mare dov'è?”<br />
“In fondo, dietro il parco” risposi, un po' seccato nell'accorgermi che dalla sua bocca usciva più fumo che dallo scappamento della 143.<br />
“Parco lo chiama...” soggiunse con un certo disprezzo, come tra sé, aggiungendo poi: “Ma non dovevi uscire alle due?”<br />
“Difatti, ora sto per tornar dentro, ho solo otto minuti. Se ci facciamo la strada insieme, possiamo fare due chiacchiere introduttive. Alle due, se vuoi, ti porto a mangiare il pesce vicino al porto”<br />
Non amavo il fritto di pesce, cioè: i calamari e le seppioline, quella roba più o meno gommosa, comunque non da sezionare, sviscerare ed aprire, potevo tollerarli. Li mandavo giù, condendo con abbondante, anzi esagerato limone. Purtroppo, c'erano anche i gamberetti, quella specie di grilli marini che si aprono come lattine, cosa nella quale piace da queste parti mostrare una sostanziale, per quanto animalesca, abilità. E lì fingevo uno smodato senso di rispetto e di timore, e prendevo porzioni da scricciolo.<br />
Riducendo la questione all'osso, anzi alla chela, stavo portando un amico a mangiare qualcosa che non mi piaceva, ma che sapevo lui gradiva, e molto. Era puro altruismo? Non siamo ingenui: l'altruismo, per come la vedo io, è solo una versione più socievole della presunzione e della strafottenza (ho fatto una vita in parrocchia, e lo so). Avevo i miei scopi. “Nessuno fa niente per niente” mi aveva detto una volta Stefano. Tranne le ragazze del Ponte Pisano, occorre aggiungere. E penso lo confortasse molto il fatto che anch'io facevo qualcosa per qualcosa, cioè che malgrado tutte le mie arie, non ero esente da difetti (cosa che, devo dire, mi rilassava alquanto).<br />
Anche Stefano era a Civitavecchia con un obiettivo preciso, che aspettavo mi esponesse. Mi stupii che fosse venuto in treno, dato il suo rancore tipicamente italiota per qualunque trave di ferro con sezione a  fungo.<br />
“Ho la Punto dal meccanico” disse cupo.<br />
Non replicai, sperando si rasserenasse. Stefano continuò invece su un tono, se possibile, ancora più torvo: “Mi è scoppiata una gomma sull'autostrada. Avevo fatto la rotazione che si fa ogni anno, l'avevo gonfiata, c'era un sole strano per gennaio, era quasi mezzogiorno. Ed appena fuori dal Raccordo, bum! Ma per fortuna, con una manovra da grande guidatore, sono riuscito ad accostare. Da centotrenta, quarta, terza, seconda. Quasi perfetto, peccato solo aver perso tempo”.<br />
Mi guardò aggressivamente: “Tu la fai la rotazione dei pneumatici sulla Cinquepiotte?”<br />
Ignoravo di cosa stesse parlando: riuscivo, con qualche sforzo, a localizzare la ruota di scorta ed il cric della macchinetta, avevo anche la bomboletta che ti fa arrivare dal gommista prima che gli altri automobilisti ti sbranino sulla corsia d'emergenza. La mia conoscenza del mondo pneumatico mi sembrava completa. Ora Stefano mi dimostrava che forse non lo era (non che mi importasse: speravo solo smettesse, se possibile, di guardarmi come un rifiuto indifferenziato). E, comunque (cosa che non osai dire) se ruotandole, le gomme scoppiavano, grazie, non mi interessava.<br />
“Sai l'anellino che avevo al dito? Sparito. Dall'ultima sera che avevo parlato con la ragazza, temo”.<br />
No, non sapevo, uno dei (tanti) motivi del mio insuccesso direi fisiologico con le donne era che non mi ricordavo come fossero vestite, pettinate, che scarpe portassero, figurarsi collane, anelli, e cose del genere. Figuriamoci con Stefano, che, come magari vi sarete resi conto da queste prime pagine, non era manco il mio tipo. E poi, Stefano era monotematico, quasi maniacale: se era uscito con una ragazza, tutta la sera era dedicata a lei (anche se stava parlando con me), nel periodo del militare non parlava che di mostrine, rancio, “cubo”, camerata, caporali, ecc. (almeno avesse parlato di tradotte, avrei potuto mostrare un po' d'interesse: ma pensate che Stefano sapesse se era trainata da una 424, da una 656 o magari da un diesel?). Così, dal momento che cercava un anello, lo descrisse da tutte le angolazioni, al punto da ingenerarmi il sospetto che avesse una forma dodecagonale o tetradecagonale.</p>
<p>L'anellino lo rivedemmo molto presto, quella sera stessa al Telegiornale. Mio padre, da quando era rimasto solo, aveva sviluppato una certa dipendenza dalle notizie del piccolo schermo. Gli interessi si erano liquefatti, nipoti non ce n'erano, con un figlio unico e probabilmente (lo ammetto) immaturo per un rapporto sentimentale appena dignitoso; a volte riusciva a rimediare qualche lavoretto, specialmente traduzioni dal francese, e allora riprendeva un po' quota, leggiucchiava qua e là, capitava anche in qualche biblioteca pubblica: ma quell'anno, nove mesi su dodici li spese a guardare le stesse identiche litanie, recitate da voci monotone ed ansiogene. Non era mai stato un tipo da bar: riceveva qualche rara telefonata da amici, cui replicava molto di rado. Devo dire però che, a differenza della maggioranza del pubblico televisivo, papà, malgrado i suoi riflessi stessero degenerando in modo che mi preoccupava, credeva soltanto parzialmente a quel che la TV gli proponeva. Con una mentalità molto sperimentale, per correggere gli errori di un servizio televisivo, assisteva ad altri servizi televisivi, su altre reti: ecco, il fatto è che già qualche anno fa i servizi si assomigliavano tutti, già i titoli erano gli stessi ed a volte anche i filmati.<br />
Avevamo già cenato: cucinare per mio padre non era difficile, direi piuttosto inutile, e questo aveva depresso le mie capacità, invero mai eccelse, in quel campo, sicché non avevo superato mai lo stadio pasta con sugo della bottiglia di passata + fettina tictac con insalata a pranzo, ovvero minestrina col dado + piatto freddo la sera. Davo il meglio di me nella disposizione geometrica degli elementi del piatto freddo, oppure nel lavaggio dell'insalata. A volte riuscivo ad insinuare, profittando della distrazione di mio padre, un gambo di sedano nel brodo. Speravo che, un giorno o l'altro, mi desse l'OK per preparare una frittata, anche semplice, benché il mio ideale sarebbe stato, a dire il vero, farne una teglia con patate e falci di cipolla (ed anche mangiarmela, meno una fetta che gli avrei elargito, come dimostrazione della mia perizia). Ma invece, tutto ciò che usciva da questo schema ristretto, erano “pasticci” e uno che ha l'ulcera non si ciba di “pasticci”, specialmente a cena.<br />
Mi sfogavo preparandomi grandi fette di pane casareccio con su spalmata la marmellata di arance, e bevendoci su un caffè lungo, che saliva dal bollitore nel tempo che spreparavo la tavola. Erano due cose che mio padre disapprovava dal profondo del cuore, la marmellata d'arance ed il caffè lungo la sera, ma tanto lui si era già portato lentamente in salotto, ed aveva acceso la TV. Non quella sera: ci avviammo insieme, perché volevo uscire dopo cena, forse citofonare a qualcuno per far due chiacchiere, non sapevo. Avrei rigovernato al mio ritorno.<br />
L'anellino era ora in uno di quei sacchi neri che le forze di polizia scaricano su un tavolo davanti alle troupes televisive. Non fece una gran figura, l'anellino, perché era roba da lattina della Fanta, ma ebbe l'onore di un paio di secondi di primo piano a centro schermo. Questo mi ingenerò il sospetto che qualcuno della banda del semicurvo potesse essere nei paraggi e che ci fosse una storia già inventata e progettata, solo da costruire, con al centro l'anellino e Stefano. Frattanto il mistero sulla scomparsa della ragazza del Ponte Pisano, più che infittirsi, si stava aggrovigliando come un tessuto di fibre d'ortica (non so se ricordate la favola: c'entrano dei principi che sono cigni ed una ragazza di grande abilità all'uncinetto).<br />
Serviva riflettere, insomma concentrarsi: ma alcune sere dopo (era martedì e non avevo rivisto Stefano), per quanto sottoesame e pieno di ripetizioni per via della fine del quadrimestre, realizzai che ero impossibilitato ad agire come avrei voluto. Come lo capii? Fu per il regalo di compleanno di Valeria. Solita storia: colletta, chi va chi non va, in breve mi offersi io, e trotterellai verso la UPIM. Forse Valeria, che era simpatica e gentile, si sarebbe meritata qualcosa di meglio, ma non ero proprio il tipo che aveva fantasia per gli acquisti: dare un incarico a me era come assicurarsi un lavoro sì ben fatto, ma per nulla al di sopra della media. Niente voli pindarici, nessuna ispirazione. Almeno ai grandi magazzini facevo in fretta, potevo calibrare il regalo sulla cifra senza avanzi né ammanchi, e tornavo verso casa per i miei vari impegni.<br />
Invece andare alla UPIM fu una pessima idea, perché mi fece capire subito che stavo subendo una metamorfosi, temporanea sì, ma devastante. Ancora adesso non mi do pace: non sono ingenuo al punto da non capire cosa accadde, anche perché ne portai i segni per un tempo che mi parve eterno. Fu quando andai per pagare: c'era una commessa molto giovane con gli occhiali montati su della celluloide rosso-arancio, più o meno vagamente bionda, e decisamente molto magra, con una camicetta lilla che le lasciava scoperto un filo, ma veramente un filo di pelle alla vita: e solo se si sporgeva in qualche modo, cosa che ella fece pochissimo e senz'intenzione.<br />
Quando avevo dei problemi, ero solito andare a prendermi un tè da Paola, cosa che feci il giorno dopo. L'amica Paola, quella che guarda le cose da un altro punto di vista. Ecco sì, ma non avevo mai avuto questo genere di problemi. Paola sorrise: non c'erano molte cose che potevano stupirla, ma in effetti non mi aveva mai visto tanto sconvolto.<br />
Mi feci forza, almeno con Paola, e cercai di spiegarmi: "Ho avuto un istinto"<br />
"Di provarci: può succedere" sorrise Paola, mi sembrò con indulgenza.<br />
"Ma prima le avrei voluto strappare tutto, a cominciare dalla camicetta lilla" dissi in un fiato, e tacqui per lo sforzo dell'improvvisa sincerità.<br />
Non vorrei che credeste che sono il tipo che va in giro per la città a strappare camicette lilla, un colore che trovo eccitante come una vaccinazione; cioè, di solito no: ma quando, dopo aver pagato e per fortuna non avendo dato corso ai miei propositi, vidi un gruppetto di ragazze entrare nella UPIM, e realizzai che il desiderio dello strappo persisteva, caddi vittima di una profonda prostrazione. Anche perché, sotto il neon sparato a manetta della UPIM, il mio turbamento si vedeva (in basso, se avete presente) e mi sembrò che una di quelle ragazze sorridesse, forse di scherno.<br />
Vedete, io sono stato educato in un certo modo, e dopo una ventina d'anni di parrocchia, riguardavo tutto ciò che concerneva la sessualità come un incidente di percorso. Avrei voluto avere una ragazza, avevo avuto un paio di storie non esageratamente vivaci, ma insomma pensavo che la pubertà fosse passata da un pezzo: invece ne ebbi un supplemento, che durò circa una settimana e lese fortemente le mie abilità sociali. Per farla breve, mi alzavo eccitato, persistevo eccitato quasi tutto il giorno, e mi coricavo eccitato la sera. E notate che spesso, per tutta la giornata, vedevo ben poca gente, men che meno ragazze che potessero destarmi qualche interesse.<br />
"Forse sei represso" concluse Paola "come me, come molti da queste parti"<br />
Queste parti voleva dire nel gruppo di Don Alberto: comunque, che Paola fosse così diretta mi fece bene, e tornai al mio tè con maggior ardimento.<br />
Che c'entra questo con Stefano? E' che, dopo aver curato le sue ferite morali e fisiche, avrebbe voluto che "ci ritagliassimo" come mi disse "il nostro spicchio d'indagine".<br />
Ma io non avevo più la calma olimpica che credevo, ero agitato come una lampreda, e per giunta fantasticavo di strappi, bottoni e fettucce, come un merciaio in protesto. Perché, vedete, nel bene o nel male, l'energia che ci spinge, dico noi uomini, è di origine sessuale: sono duemila anni che cerchiamo di nasconderlo, ma la realtà ci è inoppugnabilmente davanti. Sì, anche i santi, anche i martiri, non parliamo dei religiosi, figuriamoci un poveraccio di studente fuori corso e supplente come me.<br />
Quel che è certo, è che il mio arrapamento globale e fuori programma non dispiacque a Stefano, anzi lo mise di buonumore, come un difetto che mi rendeva meno perfettino e più simpatico: "Magari" aggiunse "con questa spinta troverai qualche sguincia": ecco, con tutti i problemi che ci sono al mondo, dovevo anche sopportare Stefano che diceva sguincia, come se stesse masticando pan di Spagna. Simulai indifferenza.<br />
"Direi anzi che viene a fagiolo: perché ho ricontattato Iolanda, ora fa la giornalista, credo scriva su Repubblica o sul Corriere, mica su un giornaletto di quartiere come te, ed appunto stiamo per andare a trovarla"<br />
Sento che avrei dovuto gridare: "No, Iolanda no!", ma invece, come il pusillanime che sono, mormorai: "E lei ti vuole vedere?"<br />
"Deve ancora nascere una spitinfia che non mi vuole vedere"<br />
Credo volesse dire sì, comunque sia la prostrazione mi riprese violentemente almeno per il 99%, tranne il coso in basso, che sembrava vivere di vita propria ed avrei volentieri punito con un bagno nell'aceto.<br />
L'ingresso in scena di Iolanda che, per peggiorare le cose, si occupava anche di cronaca nera, quella aspra e legnosa, piena di schizzi, tipo splatter, fu abbastanza devastante per il mio 1%: una presenza abbagliante, un tailleur color banana con sotto un girocollo nero, una massa di riccioli castani di cui non si vedeva la fine, due scarpe a gondola modello Rialto e, sorprendendomi alquanto, era pure alta quasi quanto me, quindi parecchio più di Stefano, che sembrava sparire al confronto. Disgraziatamente, faceva pure abbastanza caldo, sicché Iolanda si tolse la giacca del tailleur: in quel momento capii tutto. Annaspai.<br />
"Un gran paio di tette" disse Paola senza perifrasi al nostro tè del giorno dopo. Ecco, non sempre mi piaceva che fosse così diretta, dopo anni ed anni di parrocchia pure lei, ed ancor meno mi piacque quando, per rinforzare il concetto, si volse verso di me con un mezzo sorriso: "O no?"<br />
Capii perché gli uomini sono inferiori, e mi ricordai di un libretto che avevo trovato in uno scaffale basso nella camera da letto di Stefano: "Como quitar (el sostén a una mujer)". Una lettura interessante, che avevo giudicato però un'opera di fantasia: ed in effetti, oltre a sembrarmi di poca utilità nel mio caso specifico di parrocchiante, non si arrivava a capire perché la faccenda dovesse essere così problematica da meritare una trattazione piena di classificazioni e tavole esplicative (e serissima, peraltro, senza un filo d'ironia). In realtà, ragionavo così perché non conoscevo Iolanda, malgrado i racconti (forse) esagerati che me ne faceva Stefano, aggiungendo che la passione amatoria era perfettamente proporzionata alle dimensioni fisiche: in quel momento, devo dire, mi stupì che il mio amico non fosse stato stritolato nelle (diciamo) spire dell'amante. Sempre che avessero veramente avuto rapporti: i racconti di Stefano, benché dettagliati, potevano anche essere degli abilissimi falsi (era già successo, e l'avevo scoperto per caso: andare a verificarne sistematicamente l'attendibilità non mi andava, anche perché erano uno per sera, ed avrei dovuto annotarmi i dati salienti di ogni storia).<br />
Paola mi incalzò, anche se con la solita discrezione: "E che cosa ha detto Iolanda, poi?": immagino che volesse scoprire che era un po' scemetta (o scemona, forse).<br />
Qualcosa disse senz'altro, ma chissà cosa. Non ero certo il più indicato a ricordarmelo, perché il mio coso stava dettando legge e avevo le meningi ridotte a gel per capelli, del quale, in ogni modo, Iolanda non sembrava aver mai avuto bisogno.<br />
Quel che ricordo dalla nebbia della mia pubertà morosa, è che il giorno dopo Stefano si presentò con un articolo, a firma I.C. (che stava per Iolanda Castellano): manco la forza di firmarsi per esteso aveva avuto. Però, a parte quello, all'articolo non mancava nulla, dico come genere giornalistico, anche se la tendenza allo splatter (immaginario per ora) era in fondo prevalente.</p>
<p>"Era presente quella sera, la sera in cui Esiri Usiku scomparve. Era presente, ma lo ammette soltanto ora. E' passata una settimana, e sono giorni che pesano in un'indagine giudiziaria: eppure ha deciso di tacere. S.M., praticante legale, non ha dubbi: Esiri è stata uccisa. Lo dice, mentre guarda serio davanti a sé, quasi con durezza, gli occhi celesti che diresti inespressivi. Nessuna commozione. Eppure, è stato uno di quelli che più recentemente è stato visto accanto alla vittima: l'andava a trovare, le parlava, ci dice. Mi permetto di dubitarne: mostra qualche esitazione, forse un principio di reazione. Ma è un attimo. Riprende lentamente il suo discorso: troppo calmo per non essere in qualche modo coinvolto. Sembra recitare bene la sua parte"<br />
"Eppur si muove, no?" dissi a Stefano dopo aver completato la lettura (continuava per un'altra colonna e mezzo, ma il tono era quello). Non apprezzò.<br />
"Non sembro nemmeno io, io sono un emotivo. Comunque, grazie per il colore degli occhi. Credevo di averli verdi"<br />
"Grigiazzurri" replicai.<br />
"Non mi sembra il caso di fare i poeti"<br />
"Era una considerazione cromatica, non letteraria"<br />
"Cretina, se permetti"<br />
Inutile insistere: e, devo dire la verità, un articoletto tanto falsuccio quanto insipido, non credevo potesse fare gran danno. Beh, naturalmente mi sbagliavo un'altra volta.<br />
Mia mamma, voglio dire quando c'era ancora, mi diceva sempre: "Mauro, non strafare". Mi conosceva sul serio, lei. Strafare era prendere 10 al tema di letteratura, come anche mangiarsi diciassette ciambelline al vino, cose accadute entrambe, anche se in momenti diversi. Non perché mi sballassi, ma perché lo strafare escludeva il fare. Nel senso che per esempio per prendere 10 al tema mi ero assorbito talmente tanto che non avevo studiato per la settimana più cruciale, quella di fine quadrimestre, per cui il voto di italiano scritto si erse nella pagella come un relitto in mezzo a vaste macerie, ed anche le diciassette ciambelline avevano prodotto una contro-reazione, su cui non mi dilungherò. L'unico settore nel quale non strafacevo era quello connesso in qualche modo alle ragazze (posso ammettere che ero timidissimo?); per questo la storia della UPIM era ancora più sospetta: forse ero stato colpito da una mutazione genetica on-the-spot.<br />
Quella notte sognai che Iolanda era stata colpita da un'inattesa passione per me, che sfogliavo freneticamente il testo spagnolo: mi svegliai in uno stato miserevole e troppo tardi per far qualcosa di buono. Mio padre si era affacciato, mugugnando qualcosa, e aveva richiuso la porta. Come al solito, l'amico Sigmund mi aveva rivelato i veri sentimenti per la chiomata, anzi chiomosa, giornalista. Occorreva che la rivedessi, anzi bisognava che scappassi il più lontano possibile.<br />
"E tuo padre ti ha detto che aveva telefonato Stefano"<br />
Bisogna dire che Paola è una ragazza perspicace: oggi poi ha comprato (così ha detto) il tè alla vaniglia apposta per me, perché sapeva sarei venuto, anche se un po' tardi. Paola la mamma ce l'ha ancora, ha una serie interminata di malanni, l'ultimo è stato la cataratta, ma ha una forza dentro di quelle che per fortuna non servono che raramente alle donne di oggi, una forza da cavare l'acqua da un pozzo semiarido ad un'ora di cammino da casa, se avete presente. Davanti alla mamma, che era silenziosa, ma insolitamente presente, riassunsi abbastanza celermente la vicenda notturna ed umidiccia. Paola mi sorrise comprensiva e fece un gesto rotondeggiante che, confesso, mi turbò abbastanza: pativo ancora le promesse negatemi nel sogno. Perché, credetemi, tra me e Iolanda non ci fu nulla: in certo senso eravamo a letto (almeno io), ma dire che fossimo insieme era forse troppo.<br />
La mattina presto, Stefano camminava verso lo studio dell'avvocato Bianchetti. Camminava, perché la Punto era ancora dal suo laconico ed infallibile meccanico. Aveva avuto una serie di guasti, culminati in uno splendido avanzamento di risposta dello spinterogeno che aveva portato il motore ad un fuorigiri (la relazione tra le due cose mi è poco chiara, nella mia macchinina lo spinterogeno è quella latta di pelati col gommino che si bagna quando piove: non so nella Punto, forse cambia la misura della latta). Era sceso dal 23, cercando di non sciuparsi il gessato: non so se avesse una gardenia all'occhiello, certo recava una grossa cartella da praticante legale sottobraccio. Era in ritardo, come sempre, quindi praticamente puntuale: per lunga consuetudine, dava ai clienti appuntamenti comprensivi di ritardo. Tanto Bianchetti, che un'emiparesi aveva reso, se non inefficiente, sicuramente molto orientato, anche politicamente, firmava tutto quello che gli portavano sotto, a qualunque ora e sotto ogni pretesto. Soltanto, inforcava gli occhiali per dare una mezz'idea di concentrazione, poi restava incerto e meditabondo per un minuto, un minuto e mezzo se l'atto era più di due facciate (si poteva cronometrare), infine sussurrava a mezza bocca un: "Bene, bene!" che si spegneva a tre dita dal foglio protocollo, e faceva un ghirigoro a sei zampette, come il simil-cane Agip. Allora Stefano e gli altri praticanti partivano al galoppo, e dopo un attimo erano già sul pianerottolo. Ci sarebbe voluta la porta girevole come nelle biblioteche (e nei saloon).</p>
<p>Quella mattina invece, all'angolo di Lungotevere Arnaldo da Brescia una macchina accostò, come per chiedere un'informazione ad un passante: da essa scesero quattro individui con goffi maglioni scuri che placcarono molto delicatamente Stefano e lo introdussero in posizione carpiata sul sedile posteriore. Una scarpa rimase sul marciapiede, tra una sparuta pozzanghera ed il bordo di travertino.<br />
Mezz'ora dopo, una troupe televisiva scendeva su quello stesso marciapiede, con ben altri mezzi che i muscoli: fecero un primo piano rasoterra, oltre che sulle caviglie dell'inviata, che, come già sperimentato in varie occasioni, facevano accorrere come mosche il pubblico catodico.<br />
"Siamo a Lungotevere Arnaldo da Brescia, in una quieta mattinata romana: qui poco fa Stefano Palazzini, il maggiore sospettato per la scomparsa di Esiri Usiku, è stato fatto salire a forza su un'auto, e di lui si sono perse le tracce. Tutte: tranne questa. Una scarpa (inquadratura di collo pieno) elegante, numero 44: apparteneva a Stefano Palazzini. Stefano, ci permettiamo di chiamarlo così perché potrebbe essere uno di noi, stava andando al lavoro. Una mattinata qualunque, nella capitale, i soliti impegni di ogni giorno. Ma oggi, forse era scritto nel destino, non doveva essere un giorno come tutti gli altri per il praticante legale Stefano Palazzini". La proprietaria delle caviglie Auditel finse un mesto e un po' bieco sorriso, aspettando che la telecamera si dileguasse: la vista di quella scarpa le aveva messo voglia di liberarsi dei maledetti tacchi e metter i piedi ben in alto, magari anche in faccia all'operatore se necessario, in un cuscino di piume.<br />
"Grazie Corinna. Dobbiamo tuttavia precisare che, benché noi stiamo mostrando immagini della Capitale, non vorremmo che credeste che i fatti si limitano a quanto avete visto. Episodi come questo, anche più gravi ed esecrabili, si verificano ogni giorno, nelle strade e nelle piazze di ogni città, grande ed anche piccola, d'Italia. Una piega di inaudita violenza che ha colto il nostro paese negli ultimi anni, peggiorando mese dopo mese, nell'assoluta indifferenza, ci occorre dirlo con la forza e la sincerità che ci è consueta, dell'attuale compagine governativa"</p>
<p>Ma non vidi il servizio che in replica la sera, per fortuna: Stefano era pur sempre un mio amico, mi dava i nervi tre volte al minuto, però aveva una sua forma di nobiltà d'animo, un po' nascosta e difficile da decrittare, ma indubitabile. Insomma mi sarebbe dispiaciuto. Invece, ricevetti una sua telefonata, dove mi implorava, in modo abbastanza inconsueto per lui, che lo venissi a prendere al commissariato in Prati. Partii con la macchinina, sperando che non chiudessero Stefano fuori prima del mio arrivo. Non credo di averci messo molto meno di sei ore-sei ore e mezza: per trovare il posto in tripla fila col botto (allora non c'erano ancora le strisce blu dappertutto) feci sei giri dell'isolato. Credo che ci fosse qualcuno che prendeva i tempi ad ogni passaggio, ma forse mi sbaglio. Avrei sostato con le quattro frecce, perché ero praticamente in mezzo alla strada, ma la macchinina ne aveva solo due, azionabili una alla volta, e sufficienti comunque a scaricarmi la batteria. Per dare una parvenza di indicazione simmetrica, aprii i finestrini da entrambi i lati, per cui cominciai a tremare dal freddo. Una signora col carrellino, diretta al mercato, mi vide e disapprovò silenziosamente.</p>
<p>Stefano non mi sembrò turbato per l'attesa, solo mi sembrò strano che avesse una scarpa e una ciabatta, non secondo il proverbio romano, ma letteralmente. Appena salito, iniziò a parlare a mitraglia: "E' per la ragazza dell'anellino: m'hanno spiegato con una certa energia che sarebbe stato meglio che avessi chiamato il semicurvo, prima di fare le mie indagini nella fratta. Sembra si sia arrabbiato molto. Questa è la cosa grave. Ce n'è anche una meno grave, e cioè che pensano che l'abbia fatta fuori io"<br />
"E l'hai fatto?"<br />
Mi guardò come se fossi il tritone della fontana, con un pesce in bocca peraltro, poi piagnucolò: "Neanche tu mi credi più"<br />
"No, no, ti credo. Dico soltanto che capisco il loro punto di vista"<br />
"Punto di vista! Una scarpa nuova, con la tomaia in vacchetta"<br />
"Se ce l'hanno loro, la rivedremo presto. La scarpa, dico": era un po' nervosetto, ed era meglio precisare ogni frase.</p>
<p>La scarpa in vacchetta ebbe, come previsto, anch'essa il suo quarto d'ora di popolarità: prima della scarpa, rivedemmo Iolanda, appostata sotto casa di Stefano con un microfono in mano, che stringeva distrattamente con entrambe le mani chiuse a conchiglia, e con strascico di operatore, muto e gestuale come uno di quei mimi delle farse settecentesche. Molto erotica (o ero io che ero ingrifato): i capelli erano gonfi ed enfatici come al solito, una specie di Gorgone o meglio una Zelda senza pupazzo ubriacone e presuntuoso di contorno. Più abbondante però dell'originale.<br />
"Che fai qui?" chiese Stefano, e, dato lo stato penoso in cui si trovava, mi sembrò molto appropriato, quasi elegante.<br />
Sorrise gioiosamente: "Mi hanno mandato ad intervistarti: dato che sei un assassino e ho la fortuna di conoscerti, non ho fatto fatica a farmi dare il servizio per un network privato: ho una consulenza. Oltretutto, gli altri non hanno ancora capito bene chi sei e dove abiti. Sono ancora una volta la prima: stavolta al semicurvo le immagini le vendo io"<br />
"Arrivi dappertutto"<br />
"Lo sai, no?"<br />
"Beh, allora che aspetti? Intervistami, e facciamola finita"<br />
Scosse la testa: "Non si fa così: prima sali, io citofono, e risponde tua madre, sgarbatamente e con accento pugliese, o siciliano, e mi passa te, solo perché insisto come una disperata. Il citofono si mette a gracchiare, non preoccuparti, abbiamo tutto l'occorrente, e tu rispondi di lasciarti in pace"<br />
Il mimo annuì servilmente.<br />
"Mia mamma è marchigiana, veramente"<br />
"Non fa nulla: avrà visto Placido, la Proclemer, qualche pugliese insomma, ci vuole quella leggera inflessione drammatica, ma non da attori come loro, da dilettante, da Filodrammatica. Però Banfi no, troppo caricaturale: sei un assassino, ricordatelo, un violento, forse perverso, e ti abbiamo citofonato mentre stavi in bagno. E comunque, basta che fate gli scocciati, al resto pensiamo noi"<br />
Confesso: non sono un violento (o non lo ero, prima di entrare alla UPIM), ma desiderai per un attimo che la avvitasse al lampione, anche se, considerando la stazza di Iolanda, non era facile. Invece Stefano si piegò: nella terra del semicurvo, lo scoprii prono e disposto a tutto.</p>
<p>"Siamo davanti alla casa dove si nasconde il maggiore indiziato del caso Usiku": l'inquadratura vagava spersa tra i nomi sul citofono, lasciando leggere i telespettatori, anche se circa a 60°, indugiando infine con voluta distrazione su Palazzini-Cerioni.<br />
Il ronzio del citofono, esagerato, caricato: "Pronto"<br />
"Signora, siamo della televisione: cerchiamo il signor Stefano Palazzini"<br />
"Non può venire"<br />
"Ma è in casa?"<br />
"E' in casa, ma non può venire"<br />
"Solo qualche domanda..."<br />
"Non insista, la prego, le ho detto che non può venire"<br />
"Come sta suo figlio?"<br />
"Non posso risponderle..."<br />
"Ha avuto l'ordine di non rispondere?"<br />
Segue rumore di colluttazione, grida sommesse e supplicanti, forse qualcosa in frantumi. La voce di Stefano tuona: "Pronto!"<br />
"E' lei Stefano Palazzini?"<br />
"Sono io, che volete?"<br />
"Cosa sa della scomparsa di Esiri Usiku?"<br />
"Quel che so, l'ho detto nelle sedi apposite"<br />
"Ha parlato con la polizia?"<br />
"Sì, ma non posso dirvi di più. Arrivederci"<br />
L'immagine balla, si allontana dal citofono, si perde tra le foglie di un platano, poi torna a Iolanda che si tiene i capelli scomposti nel vento: "Questo è tutto quel che siamo riusciti ad ottenere. Le indagini proseguono, anche se Stefano Palazzini, il praticante legale Stefano Palazzini, rimane l'unico indiziato per ora"</p>
<p>Quella sera, Don Alberto non era più sarcastico: aveva ripreso la sua sostanza pretesca, con in più una certa solennità, che lo rendeva coriaceo anche da lontano. Si era tagliato nel radersi, ma questo non scalfiva la sua espressione meditabonda: fissava il posto accanto a me, che era rimasto vuoto, perché tutti pensavano prima o poi Stefano si sarebbe materializzato, forse per magia. Invece nulla accadde: con un atto d'imperio, un po' fastidioso, ma decisamente ecclesiastico, Don Alberto aveva cambiato la tematica della serata. Si sarebbe parlato della preghiera. C'era appunto un documento della Conferenza Episcopale che si attagliava molto bene al proposito. E finalmente (sollievo) non si sarebbe partiti per la tangente verso le strade consolari (o meglio, verso i cigli delle stesse).<br />
Si armò di una prepotente mellifluità, e cominciò a girar parole in tondo, aspettando che mi tradissi: sedette al limite dell'area, insomma. Ma io tacqui (in verità tutti tacquero: quindici persone, di cui dieci donne, e non una sillaba, per quasi cinque minuti, che scorsero pesantissimi; si udivano le rade automobili del tardi svoltare nel viale e, fra l'una e l'altra, lo stormire ondeggiante delle foglie: al terzo minuto una lattina rotolò, sola e triste). Finché, come era accaduto anche l'altra volta e dopo circa trenta secondi di muti tentativi, che incresparono la sua fronte di solito così liscia, Sandra parlò.<br />
Disse, senza ulteriori preamboli: "Vorrei pregare per una persona che stasera non è qui, ma che credo abbia bisogno del nostro aiuto di cristiani". Molto ben detto, pensai: avrebbe potuto aggiungere una locuzione del tipo "accusato ingiustamente", ma non si hanno gli occhi chiari e la fronte liscia per aver eccessivamente voglia di far la fine di Giovanna d'Arco, specie in prossimità del sabato sera. Comunque, questa fu la fine del suo intervento; ciò che fu anomalo, fu che Don Alberto sbuffò.<br />
Ora (e vi prego di credermi, dopo vent'anni di parrocchia) i preti normalmente non sbuffano, o almeno si premurano di nasconderlo (credo seguano dei corsi appositi in seminario). Infatti Don Alberto si riprese subito, e sublimò il fiato in preghiera (anche la Creazione iniziò così): "Signore, ti preghiamo perché Tu ci aiuti a capire i tuoi disegni. Anche quando ci sembra di aver fallito, perché una persona che avevamo affidato alle tue cure prende una strada che non comprendiamo, forse Tu vuoi insegnarci qualcosa, il cui senso ci è ancora nascosto. Svelacelo, se questa è la tua volontà. Amen"<br />
Poi prese, come in trance, a fissare un punto indefinito tra me ed il posto dove ancora lo spirito di Stefano (che suppongo fosse esprimibile da una delle sue solite frasi romanesche) aleggiava. Quanto questo durasse, non saprei dire: quel che so, è che fu più insopportabile dei cinque minuti precedenti; devastante, in una parola. Me lo ricordai qualche sera dopo, quando mio padre, arresosi a seguire il tronfio programma del semicurvo, "perché tutti lo guardavano, specialmente adesso", tacque anch'egli per vari minuti, mentre di solito punteggiava la serata televisiva, se non con parole, con starnuti e qualcosa che definirei genericamente come altri versi, tanto che ad un certo momento, pensai con orrore che mi avesse lasciato. E fu un sollievo, anche se un po' spaventoso che, quando stavo per alzarmi per verificare (avevo un velo di sudore sulle tempie), prorompesse in un tonante: "Tu conosci quel ragazzo di cui parlano, no?"<br />
Era comparsa una gigantografia di Stefano in costume da bagno, con gli occhi semichiusi perché accecato dal sole di luglio (ricordavo bene il fatto: era una foto che avevo scattato io, quindi tecnicamente nulla, oltretutto gonfiata a dimensioni insostenibili). Poi mio padre soggiunse, con una serenità agghiacciante: "Dì: non è che siete froci?"<br />
Disse proprio così: sembravo caduto in un film di Verdone con Mario Brega, sapete quel film quando lui si vuole sposare la figlia, e Brega, che sarebbe il padre di lei, gli spiega cosa farebbe, ipoteticamente, ad uno che ci provasse soltanto con la figlia, senza poi onorare i suoi impegni. Ma non avevo un padre-Brega, almeno non fino a quella sera, anche perché, nella fattispecie cinematografica, sarei stato fratello di un'Eleonora Giorgi giovane cosa alla quale, devo ammetterlo, non ero preparato, specie dopo essere passato alla UPIM.<br />
Non so cosa risposi: è uno di quei casi non ben decifrabili, nel senso che se dici sì, sembra una presa in giro (e comunque hai detto sì), se dici no, dipende: se lo dici nervosamente, vuol dire sì, se lo dici calmo, vuol dire che sei un freddo, un insensibile (e magari vuole dire sì lo stesso). Insomma, come la metti la metti, sei fregato.<br />
Non che mi interessasse: avevo un amico molto caro accusato di omicidio, e discutere di inclinazioni sessuali mi sembrava del tutto superfluo nella circostanza. Così non era però per il semicurvo, che doveva aver insinuato qualcosa, descrivendo i suoi soliti giri di parole, con la storia del costume da bagno. E mi rendevo conto che la foto, benché orrenda, così ingrandita mostrava con gran dettaglio un particolare che a quelli della TV evidentemente interessava. Arrossii (vent'anni di parrocchia, come dicevo) e farfugliando qualcosa, sparii in cucina, dove mi sparai tre fette di pane casareccio con la marmellata di mandarini (era in offerta alla COOP, e volevo provarla, confidando nella distrazione televisiva di papà). Dopo, mi sentii meglio, anche se iniziai a fare altri versi anch'io.<br />
"Allora" mi dissi andando a letto dopo una lunga seduta in bagno "domani tè con marmellata di mandarini da Paola", pensando che se Stefano, che non mi aveva più cercato, aveva anche ceduto la foto alla banda del semicurvo, era veramente finito. O era stata sua madre, dopo esser divenuta foggiana?</p>
<p>Invece, l'indomani alle nove (stavo per uscire) mi chiamò Iolanda. Non passò molto tempo, e me la trovai in casa, che mi era seduta davanti.<br />
“Allora, come stai? Ci conosciamo poco, ma io so tutto di te, dagli archivi e dalle varie soffiate. Poi c'è quel tuo amico, l'assassino, che chiacchiera come una grondaia da una settimana”<br />
“Stefano non può aver ucciso”<br />
Iolanda sorrise, mettendosi di tre quarti, mossa apprezzabile peraltro: “Che abbia ucciso o no, non importa: è un assassino, come confermato ormai da palate di informazioni”<br />
“False: è tutto falso in questa storia”<br />
“E' vero, ed è comprovato, come ti dicevo”<br />
“E magari sai pure che fine ha fatto Esiri”<br />
Corrugò un po' le labbra verso l'interno: l'avevo colpita, anche se di striscio. “Non esageriamo” precisò “l'ipotesi più probabile, che ti lascio perché tu non sei ancora nessuno, voglio dire televisivamente parlando, è che se la siano riportata in Nigeria, o che sia fuggita coi soldi che aveva fatto con la sua attività. Probabile, non certa, ma in ogni modo nessuno andrà mai a verificare, perché la Nigeria è un caos endemico, e ci sono più Esiri lì che gatti al Colosseo”<br />
Ebbi una sensazione un po' strana, come un calore improvviso: “Quindi non c'è stato nessun assassinio”<br />
“Beh, no, l'assassinio c'è stato, eccome, tutti ne parlano da una settimana: poi, il corpo può trovarsi, o meno, può riapparire dopo anni, quando è necessario rianimare un po' la notizia. Non si fa fatica a trovare un corpo, sai, se si vuole davvero? Anche del colore giusto: è solo questione di tecnica, di esperienza. Il fatto certo, ed indubitabile, è che il tuo amico, o ex-amico, perché non è detto tu lo riveda tanto presto, è un maniaco sessuale ed ha infierito sulla donna scomparsa”<br />
La testa cominciava a girarmi, non so (perché sono un pusillanime, anche un po' bestia) se per il fatto di star vicino ad una donna agghindata (pur se professionale) ed indubbiamente attraente (stava dando il suo meglio) o perché non capivo più come uno poteva essere un omicida, se nessuno era morto. Aveva una camicetta lilla, e questo spiega qualcosa: stavo diventando un maniaco anch'io? Non ebbi neanche la forza di risponderle.<br />
“Il quadro è quasi completo, sai?” disse, posandomi una mano sulla spalla “Manca solo un dettaglio, ma importante: il malato, cioè il tuo ex-amico Stefano, non è un tipo da impresa solitaria, un uomo solo al comando; troppo estroverso, troppo pieno di vitalità, almeno superficialmente, troppo privo di segreti: un solo vizietto, ma sociale, conversativo, non patologico. Insomma, mi serve un complice, così chiudo il pacchetto e mando il tutto alla TV, prima della banda del semicurvo, che, se vuole, deve comprare da me. Da Iolanda Castellano, capisci?”<br />
Sì, capivo benissimo, e devo confessare che quella donna non cessava di eccitarmi. L'avrei picchiata con un mestolo, ma mi attraeva: alla larga! Ne era conscia, naturalmente, cosicché, dopo avermi portato al giusto grado di cottura, con un'ulteriore inclinazione del busto, aprì la borsetta e sparò le ultime cartucce: “E tu sei un complice ideale, fantastico: impeccabile, ma un po' liso e distratto, studente fuori corso, cucina per il padre, frequentatore della parrocchia, nessuna storia importante: sai che belle interviste verrebbero fuori coi tuoi colleghi cattolici, col tuo parroco?” non so, non ricordo se si sia fregata le mani, forse lo fece dopo, o forse l'aveva già fatto e non me n'ero accorto.<br />
“Ma se non c'è stato nessun assassinio?” chiesi, come a me stesso, sgranando gli occhi.<br />
“Capisco quel che vuoi dire: vorresti gridare, negare di essere il complice. Io però ho questa”<br />
Mi mostrò una foto, decisamente meglio di quella che avevo scattato a Stefano, anche se anche questa chiaramente amatoriale: c'era una ragazza coi capelli lunghi, di cui si vedeva forse un terzo del viso, ed uno voltato, vagamente riccioluto come me, ma che non ero io. I due forse si baciavano, di sicuro erano in intimità. Però la ragazza l'avevo vista: dove?<br />
“Non affannarti a cercare: la ragazza è quella che tu chiami Elisa di nascosto, in certi momenti, e che in fondo ti piace, anche se non lo ammetti”<br />
“Sandra!” gridai “ma come fai a saperlo?... Cioè: perché non ne sono sicuro neanch'io”<br />
“Tesorino, tu hai microspie dappertutto, anche nel portafoglio: solo nei capelli non he hai, perché sono troppo radi”; aggiunse poi con decisione: “Insomma, se rifiuti, io mostro questa foto in parrocchia, e tutti ti vedranno nella foto, perché la TV li martellerà, e naturalmente il semicurvo ci metterà la sua, e sai di cos'è capace. Sandra sarà spacciata, perché l'avranno vista col complice del maniaco, e molto coinvolta, per così dire. Ah, dimenticavo: a casa tua troveremo un coltello da pane, l'arma del delitto, che il tuo amico Stefano ti ha affidato: ho già pronto il nastro della registrazione”<br />
“E poi?”<br />
“Poi, basta una coserella facile facile, tipo una foto di Sandra a seno nudo, anche in spiaggia, pur se a casa sarebbe meglio: a letto sarebbe l'ideale. Vedremo quel che si può fare”<br />
“E dove...”<br />
Non dovevo chiederlo: il corpo di Esiri, la foto di Sandra, la mia, che poi non era mia, quella di Stefano, il coltello da pane, tutto si trovava, tutto si poteva avere, in televisione. Non fabbricare: era tutto vero, lo avevano detto loro. Bastava essere arroganti e carismatici come Iolanda, in pratica farsi valere. Mi arresi, bisbigliai qualcosa, e come in un incubo, Iolanda sparì, ma prima mi disse, quasi materna (il fisico ce l'aveva): “Ecco, rimani seduto qui: ora arriveranno, tempo dieci minuti-un quarto d'ora che gli venda il servizio, prima la polizia, poi la banda del semicurvo. Forse arriveranno insieme, tanto si conoscono. Collaborano”</p>
<p>Rimasi fermo in quella posizione, sul divano dove ero stato accanto a Iolanda: ora potevo sentire il ronzio della TV, non udivo le parole, ma capivo che davano delle notizie sul delitto di Esiri Usiku, e mio padre, silenzioso ma presente, se le stava bevendo, una ad una. Appena il flusso fosse cessato, avrebbe toccato un pulsante e subito tutto sarebbe ripreso dall'inizio, le stesse immagini, gli stessi volti, commentati con le stesse frasi.<br />
Mi ricordai all'improvviso di Paola, del tè, della marmellata di mandarini: non era ancora mezzogiorno, ma lei era sicuramente a casa, lavorava da lì, mentre accudiva sua madre, che ormai muoveva quasi solo gli occhi. Non avevano la TV, loro: era anche arrivata la Finanza a verificare l'anno prima.<br />
Al telefono le dissi che sarei venuto per le cinque, aggiunsi poi che sentivo di non poter vivere senza di lei, insomma (anche se mi era costato un po' di sforzo rendermene conto) che le volevo bene, che l'avrei voluta qui con me.<br />
“Anch'io” rispose: per la prima volta non mi sembrò comprensiva, né diretta. Invece la sentii piangere silenziosamente. Riattaccò senza salutarmi.</p>
<p>La storia degli ultimi cinque o sei anni la conoscete tutti.</p>
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<title><![CDATA[Volete collaborare con Progetto Babele?]]></title>
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<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 17:34:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>Chiara</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Questa è la proposta che mi ha chiesto di rivolgere a tutti i lettori di questo Blog, Carlo Santul]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://dalleprimebattute.files.wordpress.com/2008/04/logopb.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-46" src="http://dalleprimebattute.wordpress.com/files/2008/04/logopb.jpg" alt="" width="386" height="60" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Questa è la proposta che mi ha chiesto di rivolgere a tutti i lettori di questo Blog, <strong>Carlo Santulli</strong>, redattore e coordinatore di <a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a>.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.progettobabele.it/toplink/collabora.php" target="_blank"><strong>In che modo?</strong></a><br />
Beh, se seguite questo blog dovete essere amanti non solo della scrittura ma anche della lettura e quindi <strong>le persone ideali per questi ruoli</strong>:</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>1</strong> – lettore di racconti e poesie che arrivano alla redazione;<br />
<strong>2</strong> – recensore di libri che arrivano alla redazione, oppure di altri titoli proposti  dal recensore;<br />
<strong>3</strong> – collaboratore: se avete racconti, poesie e articoli che vorreste proporre per la pubblicazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Nota distintiva per preferire <a href="http://www.progettobabele.it/">Progetto Babele</a> ad altri siti simili è la serietà offerta nel leggere, recensire, ma  soprattutto nel pubblicare le opere offerte. L'invio non garantisce la pubblicazione automatica. Qui entrano in gioco i <a href="http://www.progettobabele.it/toplink/collabora.php" target="_blank">recensori</a>; grazie al loro lavoro serio e pignolo viene fatta una selezione delle opere più meritorie, che normalmente non superano il 20% di quelle ricevute.</p>
]]></content:encoded>
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<item>
<title><![CDATA[Caos calmo, Sandro Veronesi]]></title>
<link>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=12</link>
<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 21:47:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Chiara</dc:creator>
<guid>http://dalleprimebattute.wordpress.com/?p=12</guid>
<description><![CDATA[
Ho trovato questa interessante e approfondita recensione, di Carlo Santulli, redattore e coordinato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a title="caos-calmo.jpg" rel="attachment wp-att-17" href="http://dalleprimebattute.wordpress.com/2008/04/04/caos-calmo-sandro-veronesi/attachment/17/"><img src="http://dalleprimebattute.wordpress.com/files/2008/03/caos-calmo.jpg" alt="caos-calmo.jpg" /></a></p>
<p>Ho trovato questa interessante e approfondita <a href="http://virtualbookshelf.wordpress.com/2008/05/15/caos-calmo/" target="_self">recensione</a>, di Carlo Santulli, redattore e coordinatore di <a href="http://www.progettobabele.it/" target="_blank">Progetto Babele</a>, del romanzo di Sandro Veronesi "<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/caos-calmo-veronesi-sandro-bompiani/libro/9788845234897?a=395754">Caos calmo</a>".<br />
<!--more--><br />
<strong>Santulli comincia dalla fine:</strong> "Partiamo dalla fine: “Caos calmo” si conclude con un'infinità di ringraziamenti: gesto bello e gentile, senza dubbio, ma anomalo in un romanzo. Certo, i romanzi li fa la vita, ed ogni incontro ci aiuta a costruirlo; l'idea del romanziere chiuso nella torre d'avorio è spesso abbastanza avulsa dalla realtà: però è interessante che la gente ringraziata sia quasi tutta ben nota, con molti scrittori tra di loro."</p>
<p>Se vi ho incuriosito, leggete il seguito.</p>
]]></content:encoded>
</item>

</channel>
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