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	<title>ciclosofia &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "ciclosofia"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 02:34:58 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[In bici dall'infanzia all'età adulta]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/?p=30</link>
<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 15:20:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ieri sera, mentre cullavo il mio bimbo di poche settimane per accompagnarlo nel mondo dei sogni, son]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera, mentre cullavo il mio bimbo di poche settimane per accompagnarlo nel mondo dei sogni, sono riemersi pian piano, quasi che non volessero svegliare il pargolo, alcuni ricordi della mia infanzia. Tra i più nitidi riaffioravano alcuni momenti legati al mio rapporto ormai trentennale con le biciclette: è per questo motivo che ho deciso di riportarli su questo blog.<br /> <!--more-->Se chiudo gli occhi, vedo ancora la mia prima bici, quella con cui ho prima imparato a pedalare e poi ad andare senza l'ausilio delle rotelle. Era appartenuta ad altri miei cugini prima di arrivare nel garage di casa nostra e - chissà, forse proprio per questo - ci ero molto affezionato. <br /> Era verde, un verde rassicurante; aveva una lunga sella a righe bianche e verdi e sul campanello era raffigurato, un po' sgualcito, un orso giocoliere. Ricordo i copertoni chiari, spesso sgonfi; divennero talmente lisi che un giorno la camera d'aria della ruota posteriore esplose, aprendosi un varco nella copertura non più capace di contenerla: fu la prima foratura della mia vita. La fortuna volle che nel cortile in cui giocavamo noi bambini fosse sempre presente un signore che usava il suo garage come laboratorio per i suoi hobby: amava i bambini e ci coccolava tutti, stupendoci con le sue invenzioni frutto di una geniale manualità.<br /> Con la bici da riparare, mi avvicinai dunque al box in cui il signor M. stava lavorando, per chiedergli se fosse in grado di ripararmi la bicicletta. Egli si volse e, sorridendomi, prese tutto il necessario dalla cassetta degli attrezzi. In pochi minuti la bici, sotto il mio sguardo estasiato, era già riparata. Se fossi stato adulto e fossi andato in un negozio, avrei dovuto pagare la riparazione della camera d'aria e del copertone. Ma ero un bambino: oltre la riparazione gratuita, guadagnai pure una carezza sulla testa e l'invito a tornare a vedere il signor M. all'opera.<br /> Non ricordo invece molto bene come andò il giorno in cui vennero tolte le rotelle alla bici verde: sarà stata forse l'emozione troppo grande, la paura, l'eccitazione o chissà cosa, ma non ricordo se fu mio padre, mia madre o se furono entrambi ad assistermi in un momento così importante. A memoria della giornata è rimasta però una foto di me da solo, a cavalcioni della bici, con entrambi i piedi piantati per terra e lo sguardo felice e fiero di chi è consapevole di aver salito un altro gradino verso l'età adulta.</p>
<p>Quando ormai le ginocchia toccavano il manubrio e la sella era stata alzata fino all'inverosimile, fu il momento di acquistare una bici "da grandi". Altri bambini, nel cortile, mi avevano già preceduto in questa tappa dello sviluppo e inforcavano delle fiammanti e coloratissime bici BMX di grido, come si conveniva allora, nei primi anni '80.<br /> Uscimmo a piedi, mio padre, mio fratellino ed io, per andare dal ciclista vicino a casa, che esponeva le sue biciclette una di fianco all'altra, in ordine decrescente per grandezza. Fu facile, quindi, avvicinarmi subito alla zona in cui erano parcheggiate biciclette adatte alle mie gambette. Mi innamorai quasi all'istante di una bici da cross Saltafoss: aveva il telaio blu metallizzato, un colore che non avevo mai visto su una bicicletta, l'ammortizzatore rosso, la sella nera imbottita e sul manubrio svettava un numero "1" nero su campo giallo. Con mio stupore e altrettanta gioia, mio padre acconsentì subito e, mentre si accordava con il ciclista per il pagamento, io ero già in sella sulla bici.<br /> Ma non fui l'unico a tornare a casa pedalando: mio fratello, poco più di due anni di età, vedendomi salire sulla bici, volle imitarmi: salì su un triciclo giallo che reputò andargli a genio. Non ci fu verso di farlo scendere e convincerlo di tornare a casa a piedi: si tornò a casa entrambi pedalando soddisfatti.</p>
<p>La bici blu mi accompagnò per tante estati e tanti chilometri percorsi avanti e indietro, in cortile e nelle strade attorno a casa, non ancora invase dal traffico che oggi impedisce ai bambini di circolare da soli.<br />
Con la fantasia di bambino, la bici un giorno si trasformava in una moto della polizia e il giorno seguente nella moto del ladro che fuggiva per non farsi raggiungere, con il cartoncino tra i raggi per imitare il rombo del motore; un giorno era la bici da corsa del ciclista vincente all'arrivo di una tappa del Giro d'Italia e un altro giorno ancora diveniva un'astronave spaziale.<br /> Non mancarono di certo i piccoli incidenti con gli altri bambini e le cadute, alcune delle quali lasciarono delle brave cicatrici sulle ginocchia, così da ricordarmi ogni giorno e non dimenticare mai che fui bambino anch'io: caddi, provai dolore, ma ogni volta mi rialzai. Un buon esercizio per prepararsi ad affrontare la vita adulta.</p>
<p>Capitò poi un giorno di essere a pranzo da amici di famiglia. Uno dei figli correva in una squadra ciclistica; il padre gli aveva regalato da pochi giorni una bici nuova per la promozione a scuola. Andammo a vederla in cantina, dove c'era parcheggiata anche la vecchia bici da corsa, di taglia più piccola. Il padre del ragazzino mi chiese di provarla: abituato alle ruote artigliate e alla posizione eretta della bici da cross, mi sentivo un po' a disagio così, curvo su quel telaio e con quei tubolari dalla sezione così piccola. Non ricordo bene come mai, ma il giorno seguente quella bici da corsa entrò nel mio garage: ero diventato fiero possessore di una bici da corsa Bianchi, color celeste, con tanto di manettino sul tubo obliquo per azionare i cambi e i pedali a gabbietta.<br />
Guadagnai sul campo i gradi di bambino più veloce del cortile: la bici si prestava a sbaragliare tutti quanti, ma più ancora le gambe erano spinte dall'orgoglio, dalla convinzione e dalla voglia di dimostrare che nessuno poteva battere una Bianchi da corsa.</p>
<p>Quando, nei primi anni '90, esplose la moda della mountain bike (allora italianizzata come <em>rampichino</em>), ebbi il piacere di pedalare in sella ad una splendida bici rosso fluorescente. Erano gli anni dell'adolescenza: come segno di ribellione e per la voglia di rimarcare una certa forza maschia, la bici perse nel giro di poco tempo i portapacchi, i fanali catarifrangenti e persino i parafanghi. Nuda, essenziale, come si addiceva, secondo il sentire dell'epoca, ai "grandi".</p>
<p>Arrivarono gli anni in cui gli amici iniziavano a girare in motorino; il desiderio di possederne uno era troppo tanto, la voglia di sentirmi parte del gruppo forse di più, ma non ebbi mai la soddisfazione di averne uno, per il rifiuto categorico ed irremovibile dei miei genitori.<br /> La bici, tutto d'un tratto, divenne il simbolo del conflitto generazionale: fu normale - lo posso dire oggi, a posteriori - disinnamorarmi e identificarla come un mezzo inadeguato, la zavorra che mi teneva ancorato all'infanzia e - nella testa di adolescente - finanche perdente, di fronte all'esuberanza, alla velocità e al rumore dei mezzi motorizzati.</p>
<p>Tuttavia l'amarezza fu grande il giorno d'autunno in cui dovetti affrontare, per la prima volta in vita mia, il problema dei furti delle biciclette. Tornai a casa a piedi, senza la bici rossa fluorescente, sconsolato e un po' arrabbiato, convinto che se avessi avuto un ciclomotore non sarei stato vittima dello stesso torto. Speravo nella consolazione dei genitori, che invece mi rimbrottarono, convinti che non avessi prestato sufficiente attenzione nella cura della bici. Insomma: oltre il danno, la beffa.</p>
<p>Passai qualche settimana a piedi, complice l'avvicinarsi della brutta stagione. Dentro di me, ovviamente speravo che l'occasione fosse propizia per l'investimento in un ciclomotore. Invece arrivò un'altra bici, una mountain bike bianca che mi ha poi accompagnato verso la maturità, sulla quale ho portato amici e amiche (tanti amici e poche amiche, a dire il vero...) e che inforcai praticamente ogni giorno per tutti gli anni delle scuole superiori fino al conseguimento della patente, fiera compagna di serate con gli amici e soprattutto di tante corse affannate per non arrivare a scuola in ritardo, con lo zaino pesante sulle spalle, col caldo e col freddo, nelle assolate giornate estive e sotto la pioggia autunnale.</p>
<p>Furono quegli anni, probabilmente, che incisero così tanto nel farmi ritrovare l'amore per la bici. Un po' perché ormai ero identificato da tutti come "quello in bici" e ciò assecondava il bisogno di distinguersi dalla massa; un po' per il senso d'anarchia che l'andare in bici concedeva o reputavo concedesse: sottopassi e sovrappassi pedonali, rischiosi contromano in strade a senso unico, percorsi sui marciapiedi, guida senza mani e altre bravate giovanili; per fortuna mia, sempre senza danni.</p>
<p>Credo sia palese, dopo aver condiviso questi ricordi, comprendere come mai, quando mi laureai, non chiesi, come altri compagni di studi, di poter andare in viaggio all'estero. Domandai che mi regalassero una bicicletta: i viaggi ce li avrei messi io, con le mie gambe.</p>
]]></content:encoded>
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<item>
<title><![CDATA[La bicicletta e il silenzio]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/?p=27</link>
<pubDate>Mon, 14 Apr 2008 16:44:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Pochi giorni fa, stavo percorrendo una via poco trafficata in città. Mentre procedevo, cadenzando i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Pochi giorni fa, stavo percorrendo una via poco trafficata in città. Mentre procedevo, cadenzando i colpi sui pedali per godere a pieni polmoni dell'aria fresca di primavera, ho rischiato la collisione con un pedone: camminava lungo il mio stesso senso di marcia e, senza guardare dietro di sé, all'improvviso è sceso dal marciapiede per attraversare la strada. Un tocco al freno, un rintocco di campanello e una sterzata brusca hanno evitato l'urto.<br />
Ho letto subito negli occhi di questo signore l'imbarazzo e la sensazione di aver scampato un pericolo; con un cenno della testa e un sorriso ci siamo salutati e ognuno ha continuato lungo la propria strada, come se nulla fosse accaduto.</p>
<p><!--more-->Ripensando a questo episodio, però, non ho potuto fare a meno di considerare che molto probabilmente il signore è sceso in strada, senza guardare, perché nessun rumore stava preannunciando il mio arrivo.<br />
Devo ammettere che sono abbastanza meticoloso - quasi maniacale - nella cura delle mie biciclette: ci tengo che la catena sia sempre oliata, i freni in perfetta efficienza e nessun cigolio si deve sentire quando pedalo. Non è questo il punto, però. Il fatto è che se fossi arrivato in sella ad una rombante moto o alla guida di un'automobile, quasi certamente il signore si sarebbe voltato per aspettare il mio passaggio, prima di attraversare (mi auguro che nessuno, lette queste poche righe, arrivi a sostenere che la bicicletta, per la sua silenziosità, è pericolosa per l'incolumità delle persone).</p>
<p>La prima conclusione a cui sono giunto - sono sicuro di non essere il primo - è che siamo, tutti noi, tanto abituati al rumore dei motori da non concepire la possibilità che le strade possano essere occupate e percorse da veicoli non rumorosi: il pedone non sentiva alcun rumore, quindi presupponeva che nessuno stesse arrivando dietro di lui. E questo è un vero peccato, a ben pensarci, perché significa che diamo per assodato che non ci sia alternativa al rumore che proviene dalle strade: siamo assuefatti alle strade rumorose.</p>
<p>Il mio pensiero successivo, però, è che non è solo una questione di motori rumorosi: quando le strade erano percorse da carrozze a trazione animale, i rumori non mancavano di certo, sebbene senza raggiungere i fastidiosi decibel dei nostri giorni.<br />
Il fatto è che ho come la sensazione che la silenziosità della bicicletta nel suo procedere venga interpretata come come una sorta di assenza totale dalla strada: non fa rumore, quindi non c'è o è un fantasma.</p>
<p>Non sarà che è a causa di questo pregio (non posso definire in altro modo la possibilità di non disturbare nessuno quando si pedala) che la bicicletta non viene quasi mai considerata come mezzo di locomozione e viene relegata ai margini o in piste ciclabili non sempre ciclabili? Sono forse le automobili con la loro rumorosa prepotenza a costringere le biciclette ai margini delle strade?</p>
<p>Quasi quasi provo ad attaccare alla forcella anteriore un cartoncino, come si faceva da bambini per provare la sensazione di guidare una moto da corsa. Si sa mai che la conquista delle strade da parte dei ciclisti passi attraverso le invenzioni dei bambini.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Voglio tornare bambino!]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/?p=22</link>
<pubDate>Thu, 20 Mar 2008 15:29:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>ghizzo</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’altro giorno, nel salone dell’ufficio dove lavoro, è entrato un cliente con suo figlio. Quest]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">L’altro giorno, nel salone dell’ufficio dove lavoro, è entrato un cliente con suo figlio. Questo bambino, nonostante da quanto ho capito non abbia ancora raggiunto l’anno di età, era di una vivacità incredibile: avendo già imparato a camminare e lasciato libero di girare dal padre, che lo teneva comunque sott’occhio, ha percorso in lungo e in largo tutto l’ufficio, instancabile, e con l’unico divertimento di una macchinina rossa che faceva correre lungo il pavimento. Avrà lanciato almeno cento volte il piccolo veicolo e per cento volte ha osservato curioso e divertito, le evoluzioni che compiva. Volete sapere la verità? L’ho invidiato. Ho invidiato il suo essere felice con niente, quando più di una volta, non sapendo come passare un week-end o una serata io mi senta annoiato; ho invidiato la sua voglia di conoscere e la sua capacità di stupirsi, quando a me ormai tante cose sembrano ripetitive e scontate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">Ho pensato allora a quando io riesco a vivere momenti di assoluta spensieratezza, in cui mi accontento di quello che vedo e di quello che faccio, quei momenti in cui mi diverto veramente con poco e niente. E sono giunto alla conclusione che anch’io riesco a tornare bambino, almeno per un po’: ed è quando vado in bicicletta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><!--more--><br />
<span style="font-size:11pt;">L’idea di questa riflessione, a dire la verità, me l’ha data un libro regalatomi da un amico, volume che naturalmente parlava di viaggi in bicicletta (per la precisione: “Amati giri ciclici” – Giancarlo Pauletto –Ediciclo Editore). Sulla copertina una vignetta di Altan. In essa la moglie chiede al marito, che ha la bicicletta alla mano ed è vestito da ciclista: “Dove vai?” e lui risponde: “A portare a spasso il bambino che è in me”. Fantastica. Altan è riuscito in due battute a descrivere quello che tante volte ho sentito dentro di me, quando sono in giro in bicicletta, e che non ho mai saputo ben spiegare. Perché per tornare bambini ci vuole un certo tipo di preparazione, occorre riconquistare alcune libertà che con il tempo abbiamo imparato a controllare:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">1 – <b>perdere</b> il senso del tempo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">2 – avere voglia di <b>esplorare</b></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">3 - non dare <b>niente per scontato</b> e lasciarsi <b>sorprendere</b></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">4 – avere voglia di <b>fare fatica</b></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">5 – possedere una buona dose di <b>incoscienza</b></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;"> </span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;">1. perdere il senso del tempo</span></b><span style="font-size:11pt;"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">È importante, quando si esce in bicicletta, conoscere il percorso per avere una stima approssimativa dei chilometri che si intendono fare. Di conseguenza, conoscendo le nostre capacità, si può stabilire approssimativamente la durata del giro. Ma una delle cose più belle dell’andare su due ruote, per lo meno se lo si fa per puro divertimento, senza grandi vincoli, ha avere l’opportunità di cambiare percorso, di fermarsi ad ammirare un paesaggio o una costruzione, di abbeverarsi a una provvidenziale fontanella trovata lungo il percorso. Insomma: non siamo in automobile! Per cui abbiamo la fortuna e il privilegio di poter rallentare senza che qualcuno che ci segue suoni immediatamente il clacson (uno degli innumerevoli vantaggi della bicicletta è che non occupa tutta la carreggiata di una strada) e gustarci un panorama pienamente. Il giro durerà più del previsto, magari, ma sicuramente ci consentirà di tornare a casa più felici e appagati di quando siamo partiti. Come un bambino, che gioca per ore e ore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;">2. avere voglia di esplorare</span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">Il veicolo a due ruote consente di andare, spesso, in posti che con le automobili non sono raggiungibili. Per fare un esempio: io vivo in pianura e la mia città è circondata dai campi ed è attraversata da un fiume. Negli ultimi anni, anche grazie a un buon lavoro svolto dalla amministrazione provinciale e comunale, sono aumentate le piste ciclabili e molte aree a ridosso del fiume e dei canali navigabili sono state sistemate per permettere una forma di turismo locale, per scoprire e approfondire le bellezze della nostra terra. Grazie alla bicicletta quindi ho potuto perlustrare in lungo e in largo molte zone della mia terra che sapevo che esistevano, certo, ma che non avevo mai avuto modo di vedere con i miei occhi. Del resto chi ha detto che per vedere qualcosa di bello occorrano fare centinaia e centinaia di chilometri? Spesso anche di fianco a noi esistono delle belle realtà da visitare, magari nei posti dove meno ce lo aspettiamo. Con il turismo a misura d’uomo che permette la bicicletta ho potuto esplorare delle aree che pensavo di conoscere, ma che solo raggiungendo con le due ruote ho veramente scoperto. Come un bambino, che percorre un ambiente nuovo e curiosa in tutti gli angoli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;">3. non dare niente per scontato e lasciarsi sorprendere</span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">Esplorare il mondo su due ruote può portare a delle nuove scoperte, ma anche percorrere le strade che facciamo tutti i giorni permette di scoprire cose nuove. Innanzitutto il punto di vista di chi è sul sellino è più in alto di chi è seduto su un automobile: solo per questo si possono vedere delle cose diverse. Inoltre, una volta liberati dalla schiavitù dell’abitacolo della macchina, i nostri sensi (come ha ben spiegato il <i>ciclosofo</i> in un suo intervento) sono come liberati e ci possono permettere di cogliere sensazioni nuove nell’andare in giro, anche solo per la città: rumori, suoni, odori giungono improvvisi e ci possono lasciare positivamente sconvolti, se siamo capaci di lasciarci andare. Come un bambino, che riesce a cogliere ancora la bellezza dell’evoluzione di una macchinina lanciata, la magia di quelle capriole.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;">4. avere voglia di fare fatica</span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">Fare attività fisica è un bel modo per stare attenti alla linea, per sentirsi giovani, per impiegare il proprio tempo libero. Ha però una grande contro indicazione (questo vale per lo meno per le persone particolarmente pigre): occorre fare fatica. A volte può spaventare questa parola, ma nella maggior parte dei casi il rapporto tra fare fatica e ottenere risultati e divertirsi e direttamente proporzionale. L’esempio per eccellenza è quando si va a fare una passeggiata in montagna: arrivare al rifugio oppure al punto che ci si è prefissi di raggiungere prevede una buona dose di impegno, ma una volta arrivati la stanchezza scompare, per lasciare spazio alla soddisfazione di avere raggiunto l’obbiettivo. Per la bicicletta il discorso è uguale: maggiore è l’impegno che ci si mette, maggiori sono i chilometri che si percorrono, le salite che si riesce a superare. Come un bambino che gioca per ore e ore, instancabile, e che si ferma solo perché un genitore lo chiama per il pranzo o la cena.<b></b></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;"> </span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><b><span style="font-size:11pt;">5. possedere una buona dose di incoscienza</span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;">Questo è un argomento delicato da affrontare, perché non vorrei mi si fraintendesse. Essere incoscienti, in questo caso, non significa sfidare le macchine per le vie della città, percorrere i sensi unici contromano, fare manovre azzardate senza tenere conto del traffico cittadino; ma saper sfidare i propri limiti, non avere paura di osare a fare qualcosa che all’inizio ci sembra impossibile. Aumentare i chilometri di strada percorsa, affrontare una salita che ci è stata presentata come impossibile, percorre una discesa senza toccare troppo i freni per vivere l’ebbrezza della velocità. L’incoscienza per me sono quei piccoli passi che ci permettono di affrontare i nostri limiti e di spostarli ogni volta più in là. Come un bambino, che prima di imparare a camminare deve cadere tante volte, ma che poi non cadrà più.</span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Alla ricerca del perdono]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/?p=12</link>
<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 21:32:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>ghizzo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ho tentato di tenere a bada il senso di colpa a lungo. Poi, in una fredda giornata di gennaio, per c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Ho tentato di tenere a bada il senso di colpa a lungo. Poi, in una fredda giornata di gennaio, per colpa di un invitante raggio di sole che mi ha convinto che poi non faceva così freddo, il senso di colpa si è ripresentato e non ho potuto fare più niente per calmarlo. L'unico modo che conoscevo per scacciarlo via era inforcare la mia bicicletta e mandarlo via con il sudore.</p>
<p><!--more-->Erano ormai mesi che non avevo più occasione per percorrere la strada su due ruote. Sia per il fatto che mi avevano rubato l'ennesima bicicletta sia perchè il tempo, tra pioggia e gelo, non era stato dei migliori, avevo lasciato la mia amata mountain bike a prendere polvere in cantina. Ma se da un lato ero conscio di avere fatto la cosa giusta, dall'altro lato c'era una parte di me che non si rassegnava ad "abbandonare", seppure temporaneamente, le due ruote. Mi ero ripromesso che una volta tornata la bella stagione, o per lo meno un tempo accettabile, temperatura bassa o meno, cielo sereno o nuvoloso, avrei ripreso a pedalare. Mentre la bella stagione tardava ad arrivare il mio senso di colpa aumentava: povera bicicletta, rinchiusa al buio della cantina, tutta sola soletta... Poi arrivò la bella giornata tanto desiderata. Al sabato pomeriggio avevo deciso di fare una specie di giro di perlustrazione, pedalando per una mezz'oretta per la campagna e lungo il fiume. Avevo tra le altre percorso la strada che abitualmente faccio per andare al lavoro, in città ma che costeggia un campo. Appena imboccata una cosa mi aveva colpito: gli odori! Percorrendola in macchina mi ero in effetti accorto che vedere i campi dal finestrino non avevano più quell'effetto terapeutico che avevano di solito, ora rifacendola in bici aveva ripresa, intatto, tutto il fascino della mia terra. Arrivava al mio olfatto il profumo della terra e della roggia, che risvegliò in me la nostalgia dei campi e la voglia di pedalare, che ormai da troppo tempo tenevo a freno... Decisi così che il giorno dopo, la domenica, avrei ripreso in mano il velocipede.</p>
<p>Alla domenica mattina, appena alzato, avevo visto dalla finestra che cominciava a spuntare un timido sole e che la nebbia non si vedeva. Così dopo aver fatto colazione avevo rispolverato la due ruote.</p>
<p>Ore nove e trenta di domenica mattina, poca gente in giro e nonostante il (pallido) sole la temperatura non vuole saperne di salire: il contachilometri segna qualcosa in meno di cinque gradi... L'abbigliamento è giusto, sono ben coperto, ma non ingombrato dai vestiti; nonostante questo, il freddo sulle gambe si sente eccome! Comincia la ciclo-passeggiata e al freddo si aggiunge anche un "simpatico" vento altrettanto gelato, che ogni tanto mi fa scendere dei bei lacrimoni...</p>
<p>(Piccola divagazione: com'è possibile che, qualsiasi strada si faccia, qualsiasi direzione si prenda, un povero ciclista ha sempre il vento contro??? Cos'è, un mistero della fisica oppure un grande mistero della natura, che in quanto tale non riusciremo mai a capire??? se qualche ciclista che legge queste righe ha una risposta, lo prego di darmela!)</p>
<p>Dopo i primi venti minuti di pedalata sono assalito dai dubbi esistenziali: ma chi me l'ha fatto fare di riprendere la bicicletta proprio oggi? non potevo aspettare ancora una settimana, con un tempo più mite? Invidio il ciclosofo, che non ha potuto venire con me, che in questo momento sta al calduccio in casa sua. Poi mi ricordo del senso di colpa e del fatto che la bicicletta aspettava da troppo tempo da sola in soffita e capisco che questo vento freddo è una specie di espiazione, di sacrificio che devo fare per ottenere il perdono dal mio velocipede.</p>
<p>Tante volte penso che il solo capire qual è il problema sia di aiuto per arrivare alla soluzione: non si brancola più nel buio, si intravede lontana una luce e il solo incamminarsi in quella direzione ci aiuta a sentirci più leggeri, a sentirsi ottimisti che le cose si risolveranno.  L'aver capito che dovevo "soffrire" per riprendere e rinforzare il mio rapporto con la bicicletta mi aveva aiutato a sopportare il momento di difficoltà. E una volta passato per l'espiazione, ora potevo godermi il giro in bicicletta. La temperatura, con il passare dei minuti, aumenta, il sole fa sempre più sentire la sua presenza. Il canale della Muzza non ha ancora lo splendore della primavera, i campi sembrano sonnecchiare. I muscoli sono ormai caldi, pedalare è ormai un piacere. Ci prendo gusto e aumento il chilometraggio quasi senza accorgermene. Alla fine i chilometri percorsi sono una cinquantina, le ore di pedalate un paio: di solito li faccio con tranquillità, ma è troppo tempo che non pedalo, quando a mezzogiorno arrivo in piazza sono ormai allo stremo delle forze!</p>
<p>La fatica è stata tanta. Ma il senso di colpa non c'è più, ora mi sento in pace con me stesso. Soprattutto ora so che è ricominciata la stagione delle ciclo-passeggiate.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Chi è il ciclista?]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/2008/01/18/chi-e-il-ciclista/</link>
<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 08:12:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
<guid>http://ciclosofo.wordpress.com/2008/01/18/chi-e-il-ciclista/</guid>
<description><![CDATA[Uno degli aspetti per me più curiosi e al contempo affascinanti del mondo della bicicletta riguarda]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Uno degli aspetti per me più curiosi e al contempo affascinanti del mondo della bicicletta riguarda il significato del termine <b>ciclista</b> nel vocabolario italiano.</p>
<p>Nell'uso comune, infatti, il ciclista può essere inteso come:</p>
<ol>
<li>chi va in bicicletta, adottandola come mezzo di trasporto nell'uso quotidiano</li>
<li>l'atleta, professionista o dilettante</li>
<li>il meccanico che ripara o il concessionario che vende le biciclette</li>
</ol>
<p>Una tale mescolanza di significati non c'è invece nel mondo dell'automobile, dove:</p>
<ol>
<li>chi usa l'automobile è l'automobilista</li>
<li>l'atleta è identificato come pilota</li>
<li>chi aggiusta le auto è il meccanico e il concessionario è chi le vende</li>
</ol>
<p>Una prima conclusione che ho tratto è che ogni <i>ciclista</i> racchiude in sé tutti i significati insieme, sempre: quando va al lavoro e pedala trafelato per superare una salita o per non arrivare in ritardo, ma anche quando passeggia tranquillo, sta facendo un po' di sano sport; quando ripara una foratura, olia la catena o tira i freni allentati, sta aggiustando il suo mezzo; quando vende biciclette, siamo quasi certi che ha avuto un passato come sportivo almeno da dilettante (e attualmente segue o dirige una squadra) e sicuramente usa la bicicletta nei suoi tragitti quotidiani.</p>
<p>L'altra conclusione a cui sono arrivato è che chi si avvicina al mondo della bicicletta, in fin dei conti, è sempre e comunque un <i>ciclista</i>, senza alcuna distinzione tra le persone: una bella forma di democrazia e di uguaglianza, no? <i></i></p>
<p><i>Siamo tutti ciclisti</i>.</p>
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<title><![CDATA[I cinque sensi e la bicicletta]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/2008/01/11/i-cinque-sensi-e-la-bicicletta/</link>
<pubDate>Fri, 11 Jan 2008 22:50:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;assunto fondamentale della ciclosofia è che il mondo, visto dal sellino, è diverso. Divers]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>L'assunto fondamentale della ciclosofia è che il mondo, visto dal sellino, è diverso. Diverso da come può essere percepito dall'interno di un'automobile: mentre l'auto offre una percezione quasi asettica del mondo, stando chiusi nell'abitacolo, la bici offre un'esperienza del mondo diretta, completa, che coinvolge tutti i cinque sensi.</p>
<p><!--more-->Per comprendere meglio il concetto, analizziamo ciascun senso, iniziando dalla <b>vista</b>. Inforcare la bicicletta consente di riscoprire che sopra la nostra testa c'è un cielo diverso per ogni ora del giorno e della notte, per ogni giorno dell'anno.  Non ci sono tettucci sopra la testa, non ci sono montanti attorno a noi, per guardare indietro è sufficiente voltare la testa senza incontrare lamiere o sedili e non si è costretti ad osservare il mondo circostante attraverso la fessura del vetro posteriore. Il ciclista vede la strada che gli corre sotto i piedi, le nuvole sopra la sua testa, scorge gli alberi, gli animali, le persone.<br />
Come se non bastasse, la percezione del campo visivo del ciclista è ulteriormente ampliata per via della minor velocità di crociera: il ciclista percorre il suo itinerario ad una andatura tale da consentirgli di distrarsi quel minimo che gli consente di scorgere il ritorno delle rondini sotto i tetti, le gemme che spuntano sugli alberi, i fiori che sbocciano lungo il ciglio della strada. E non rischia di tamponare il veicolo che lo precede pochi metri davanti.<br />
Ma il <i>ciclosofo</i> non è un temerario né un imprudente: non pedala distratto; al contrario, è un osservatore attento: degli altri veicoli sulla strada, innanzitutto; ma la sua andatura gli concede dei lussi "visivi" che sono sconosciuti all'automobilista. Se una bici procede a 15 Km orari e un'auto a 45, è evidente come per percorrere lo stesso tratto al fortunato pedalatore è concesso un tempo triplo per assaporare visivamente la realtà che lo circonda, rispetto allo sfortunato <i>autocostretto</i>.</p>
<p>Anche l'<b>udito</b> del ciclo-amatore risente positivamente dell'uso della bicicletta. I suoni non giungono ovattati, non sono <i>fuori</i> dall'abitacolo, perché il ciclista è <i>dentro</i> l'ambiente. L'automobilista forse non ci presta più attenzione, ma le sue orecchie sono costantemente disturbate dal rombo del motore, che copre e attenua tutti i suoni. Il ciclosofo incede silenzioso, non disturba quando passa accanto alle persone e se sente un cigolio provenire dalla catena, provvede al più presto ad oliarla, per assaporare senza alcun disturbo il crepitio del brecciolino sul sentiero. L'amico ciclista percepisce il miagolio del gatto lontano, il canto degli uccelli sui tetti delle case, il suono impetuoso del ruscello sotto il ponte e il vento non è un <i>disturbo aerodinamico</i>, ma un sottofondo musicale che detta il ritmo della pedalata.</p>
<p>Proprio il vento ci aiuta a comprendere come la percezione del mondo dal sellino della bici coinvolga il <b>tatto</b>. Il tatto non sta solo nelle dita e nei palmi delle mani. L'esplorazione tattile coinvolge tutta la superficie cutanea: mani, braccia, gambe, viso, collo, torace. Tutto il corpo, insomma. Ecco perché il ciclista <i>sente</i> l'aria che lo avvolge, dalla testa ai piedi. E' un privilegio non concesso all'automobilista, salvo i pochi seduti nelle loro cabriolet e i temerari - nessuno, si spera - a cui sia venuta l'idea di viaggiare con la testa e almeno un braccio fuori dal finestrino.<br />
Il ciclista impara sulla sua pelle - nel senso letterale dell'espressione - il succedersi delle stagioni: avverte il freddo pungente nelle mattine invernali, si scalda nel tepore del sole primaverile e apprezza il riparo all'ombra nelle giornate di calura. In un certo senso anche l'automobilista avverte il cambio di stagione, ma la differenza col ciclista è evidente: quest'ultimo non cerca di cambiare il corso delle stagioni, non ha un abitacolo in cui accendere il riscaldamento in inverno e il climatizzatore d'estate. L'automobilista è in lotta costante col clima: vuole il caldo d'inverno e il freddo d'estate. Il ciclista, al contrario, si <i>gusta</i> ogni stagione. E non è una differenza di poco conto.</p>
<p>Sì, il ciclosofo ha una percezione del mondo che coinvolge anche il <b>gusto</b>. No, non stiamo pensando al sapore degli insetti che talvolta capita di ingoiare (lo scriviamo per dimostrare che siamo consci che anche l'uso della bicicletta abbia degli aspetti negativi, ma intanto dimostriamo che si tratta di piccoli disagi facilmente superabili). Il <i>gusto</i> del ciclista sta nell'assaporare il mondo senza la pretesa di molestarlo con fumi e gas di scarico, nell'accorgersi che il tempo necessario per coprire il tragitto cittadino casa-ufficio è pressoché identico all'automobilista, ma senza il retrogusto amaro delle code e dell'affannosa ricerca del posteggio.</p>
<p>Amico autocostretto che hai letto fino in fondo, ci rivolgiamo a te: forse non avremmo dovuto dirtelo, ma quella che ti sembra una smorfia di fatica sul volto dei ciclisti in realtà è un sorriso. E' il sorriso di chi sta vedendo, ascoltando, annusando, toccando e assaporando il mondo.</p>
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<title><![CDATA[Hai voluto la bici? e adesso pedala!]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/2008/01/03/hai-voluto-la-bici-e-adesso-pedala/</link>
<pubDate>Thu, 03 Jan 2008 22:42:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>ghizzo</dc:creator>
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<description><![CDATA[La bicicletta è stata una delle prime conquiste della vita di ognuno di noi.
Pensate a quando da pi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>La bicicletta è stata una delle prime conquiste della vita di ognuno di noi.</p>
<p>Pensate a quando da piccoli abbiamo ricevuto il primo triciclo, scavate nella memoria alla ricerca di quelle emozioni primordiali: dapprima abbiamo gattonato, poi con l'aiuto di un mobile di casa abbiamo faticosamente raggiunto la posizione di uomo eretto. Erano pochi i mesi passati da quando eravamo arrivati al mondo, ma già era forte in noi il desiderio di andare, di esplorare. Poi arrivò quell'aiuto inaspettato, un triciclo, che ci permetteva di fare molta più strada con meno fatica. A un certo punto dal triciclo eravamo passati alla prima bicicletta: certo c'erano delle rotelle che ci aiutavano a mantenere l'equilibrio, le due ruote erano ancora troppo per le nostre capacità. Ma arrivò anche il giorno in cui togliemmo anche quell'aiuto e finalmente scoprimmo il meraviglioso mondo della bicicletta. Non so voi, ma quel giorno, quel primo piccolo successo conquistato nella mia vita, ancora me lo ricordo come fosse ieri, l'alone del tempo non è riuscito a offuscarlo. Chissà come mai alcune cose ce le ricordiamo così bene e altre sono solo ombre confuse della memoria?</p>
<p>Col senno di poi potrei dire che anche quello era un segno del grande amore che avrei avuto per la bicicletta.</p>
<p>E' sempre stata una compagna silenziosa della mia vita, mi è sempre piaciuto pedalare. Poi l'incontro con il Ciclosofo mi ha aiutato a definire meglio questa mia grande passione. Con lui ho percorso praticamente tutte le strade del Lodigiano, ma ancora non siamo stanchi di pedalare. Perché abbiamo scoperto che attraverso la pedalata abbiamo conquistato tante cose: innanzitutto l'amicizia, perché premere sui pedali e chiacchierare con il tuo amico/compagno di strada è una delle gioie per cui vale la pena di vivere; poi abbiamo capito che quel ritmo che il nostro stesso corpo ci dettava (non si è mai schiavi della fretta, quando siamo sulla bicicletta) ci permetteva di gustare il mondo che ci circondava. Non c'era la frenesia che avevamo quando invece eravamo seduti in un automezzo. Quando si è al volante il paesaggio è solo una cosa che si coglie per frammenti. Mentre si pedala invece noi stessi siamo parte del paesaggio. Un respiro e una pedalata. Un giro di pedali e un particolare del territorio che rimane nel nostro cuore. La mente spazia, i polmoni respirano finalmente aria pura lontani dal centro cittadino che ci soffoca con le polveri sottili.</p>
<p>Mi sono chiesto tante volte cosa voglia dire la felicità. Durante le ciclo passeggiate arrivo a pensare che sia pedalare per la campagna alla domenica mattina in una tiepida giornata di primavera.</p>
<p>Ma oltre alla riscoperta della natura, del paesaggio che ci circonda, pedalare significa confrontarsi anche con noi stessi, con i nostri limiti. Aumentare costantemente il chilometraggio dei propri giri è una piccola conquista, in un mondo avaro di riconoscimenti, in una realtà quotidiana che spesso ci stringe tra stress e insoddisfazioni.</p>
<p>Penso che alla fine sono le piccole cose quelle che ci aiutano ad andare avanti. Non è un accontentarsi, ma porsi dei piccoli traguardi, che senza che ce ne accorgiamo ci portano lentamente alla realizzazione di noi stessi.</p>
<p>Non so quanto posso essere stato chiaro, non è mai facile raccontare un grande amore! Invito i ciclisti (o ciclosofi) che leggeranno queste parole a condividere le loro esperienze, le loro sensazioni da sopra il sellino; a tutti coloro che sono curiosi ma che non pedalano, un invito a provare questo mezzo di locomozione che arriva dal passato ma che sarà il futuro delle nostre città!</p>
]]></content:encoded>
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<item>
<title><![CDATA[Prologo]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/2007/10/29/prologo/</link>
<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 17:25:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il ciclista non fa code, non ha problemi di parcheggio. Procede spavaldo, impettito, e il suo agile ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<blockquote>Il ciclista non fa code, non ha problemi di parcheggio. Procede spavaldo, impettito, e il suo agile veicolo gli trasmette una tranquilla solennità. Beffardamente sorpassa l'automobilista imbottigliato nel traffico, rattrappito fra schienale e sedile in una regressiva posizione fetale. Il ciclista è anche un inventore. Tra una pedalata e l'altra, con i capelli scompigliati dal vento, costruisce e impone la propria dimensione del vivere nella confusione della città: il mondo, visto dal sellino, appare diverso.</p></blockquote>
<p><span class="ListingText">Didier Tronchet, <em>Piccolo trattato di ciclosofia. Il mondo visto dal sellino</em></span></p>
]]></content:encoded>
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