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	<title>della-maraviglia &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "della-maraviglia"</description>
	<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 08:21:32 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA["Della maraviglia" 9 - L'artista è un miracolo della natura]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=305</link>
<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 17:01:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Torno su Massimo Troisi. Perché non posso farne a meno. Perché è necessario. Perché mi serve, pe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Torno su Massimo Troisi. Perché non posso farne a meno. Perché è necessario. Perché mi serve, perché ci serve. Perché di Massimo Troisi abbiamo bisogno.<br />
La civiltà non può fare a meno della parola degli artisti, poiché essi sanno guardare in profondità, sanno guardare oltre, sanno guardare <em>l'oltre,</em> e ci insegnano ad osservare ciò che sta sotto ai nostri occhi ma che non siamo capaci di vedere. Il grande artista sa donare la vista ai ciechi. E noi, noi saremmo tutti dei miopi e dei presbiti al buio senza l'opera del genio che ci facesse da lente.<br />
Ho sempre reputato che la vera immensità di Troisi traspaia soprattutto nelle interviste. Quando parla a ruota libera, Troisi mostra tutta la sua levatura umoristica, politica, culturale, umana. Egli è un capolavoro incarnato. Ed i capolavori ci rendono migliori.<br />
Lina Wertmuller, in questa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ToCCRyVN_WY&#38;feature=related">bella raccolta</a> di dichiarazioni prestigiose, dà una splendida definizione di Massimo Troisi: egli è insieme Pulcinella e Pierrot, ovvero la dissacrazione sanguigna e la malinconia poetica. In questo, egli diviene l'artista per eccellenza: in lui, per lui, attraverso di lui, rumoreggiano e sospirano infatti entrambe le anime del creatore, ovvero il Comico, ch'è ragione e solare follia, ed il Tragico, che è disperazione e lunare nobiltà.<br />
Sul finale della <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ugvb297rS0U">seconda parte</a> del medesimo collage d'interviste, Marco Messeri cita Cosimo de' Medici: "L'artista è un miracolo della natura, non è un asino vetturino".<br />
Ed i <a href="http://www.youtube.com/watch?v=78hR452CD1U">miracoli</a> sono artefici e forieri di stupore.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/2ZoVVlk1YtM'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/2ZoVVlk1YtM&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/OSk3Wb3dDc8'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/OSk3Wb3dDc8&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/q61EOl7E0AM'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/q61EOl7E0AM&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA["Della maraviglia" 8 - Sintetizzare, palesare, demolire]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=260</link>
<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 15:50:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
<guid>http://sdrammaturgo.it.wordpress.com/2008/02/29/della-maraviglia-8-sintetizzare-palesare-demolire/</guid>
<description><![CDATA[In un periodo di rinnovati e vigorosi assalti alla scienza ed alla civiltà da parte del pensiero ma]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">In un periodo di rinnovati e vigorosi assalti alla scienza ed alla civiltà da parte del pensiero magico, ciò che è più frustrante è dovere spendere argomentazioni contro chi meriterebbe silenzio od a massimo derisione.<br />
I toni nostalgici su quanto erano meglio i vecchi tempi sono sempre ridicoli, inesatti e fuori luogo; eppure è impossibile non rimpiangere i giorni in cui i grandi artisti ed intellettuali venivano interpellati costantemente sui media di massa. Gli scrittori sono ormai scomparsi da televisione e giornali ed è una ferita che menoma la cultura di un'intera società, giacché è proprio dei sommi pensatori riuscire a condensare questioni della massima rilevanza in poche parole dirette e disarmanti.<br />
Non ci saranno più i giganti della stazza di Calvino, Pavese, Moravia e Pasolini, una volta presenze frequenti nelle radio o nei programmi Rai, ma penso a quanto sarebbe opportuno e benefico per la comunità tutta far ascoltare al pubblico quel che Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Sebastiano Vassalli, Antonio Tabucchi (giusto per citare alcuni tra i nomi eccellenti del sapere umanistico italiano contemporaneo) avrebbero da dire in materia di aborto, eutanasia, liberazione sessuale, parità di diritti, eccetera, eccetera, eccetera.<br />
Le menti notevoli ci sono ancora. Magari non immense come in passato, ma pur sempre sbalorditive nella loro profondità speculativa. Ricordo ad esempio il piccolo terremoto che provocarono le dichiarazioni di Mario Luzi contro la situazione socio-politica dell'Italia berlusconiana alla vigilia della sua nomina a senatore a vita. Perché ogni affermazione di un grande intellettuale non può che essere sconvolgente nella sua illuminante radicalità.<br />
Ma ci siamo disabituati alle posizioni nette ed alla potenza sismica del linguaggio quando è portatore di idee nuove o - meglio ancora - quando ci fa notare quello che abbiamo sempre avuto sotto agli occhi ma a cui non abbiamo mai badato, costringendoci a prestare attenzione alle storture del reale e della nostra quotidianità, mostrandoci che in fondo la giustizia e la verità sono sempre semplici, o comunque meno complesse di quanto crediamo e di quanto qualcuno vorrebbe farci credere.<br />
Però, sia per colpa di un pubblico sempre meno esigente, sia per colpa degli editori che si sono piegati alle logiche perverse ed imbarbarenti del mercato, l'Arte, la Letteratura e la Cultura con le iniziali maiuscole sono state soppiantate dall'imperativo del consumo; ecco allora che gli scrittori sono via via andati scomparendo dai mezzi di comunicazione, sostituiti da insulsi autorucoli semianalfabeti spacciati per esponenti dell'intellighenzia. Così, è sempre più facile trovare in qualche talk show o sulle colonne di un quotidiano le opinioni di romanzieri che ignorano metrica e figure retoriche, non si pongono il problema della ricerca e del dialogo con la tradizione, leggono Bukowsky e Fante senza aver mai neppure sfogliato Petrarca e Tasso. Insomma, inventori di storie ma non produttori di letteratura, ergo di conoscenza.<br />
E un popolo senza cultura, a cui non vengono offerti spunti di <i>cogitazione</i>, a cui non vengono palesati dalla voce dei cervelli di alto valore gli errori di cui si macchia od in cui è facile cadere, è un popolo condannato a non ragionare e subire perciò qualsiasi forma di dittatura, da quella politica del potere a quella sovrannaturale della religione, insieme cause e conseguenze della prima e peggiore delle dittature: la dittatura dell'imbecillità.</p>
<p align="justify">Mentre dunque la legge 194 è in pericolo e di eutanasia neppure si parla, Rete 4 domenica scorsa poteva dedicare nel pomeriggio uno speciale alla battaglia - sorella delle altre due - contro il divorzio condotta negli anni settanta dai talebani occidentali di Comunione e Liberazione. Una redazione presumibilmente gremita di divorziati che tesseva le lodi di quegli eroi che si sono spesi affinché una donna non potesse liberarsi del giogo opprimente di un maschio dominante e violento, in nome della coppia che deve andare avanti anche a costo della sofferenza insensata ed insopportabile dei singoli componenti.<br />
Mi è sovvenuto allora quell'inarrivabile capolavoro qual è l'<i>Antologia di Spoon River</i> di Edgar Lee Masters, che avrebbe potuto altresì intitolarsi <i>L'umanità in sintesi</i>. Sono andato quindi a rileggere in particolare due degli epitaffi poetici contenuti nella raccolta, dedicati proprio alle tematiche del divorzio, dell'oscurantismo, dei danni generati dal moralismo di matrice cristiana.<br />
Sono due dimostrazioni esemplari di come al grande poeta siano sufficienti due brevi componimenti per mettere a nudo le atrocità e le assurdità dell'esistenza ed i rischi che comporta l'idiozia, lasciando emergere, in virtù della sua straordinaria raffinatezza filosofica, il bene ed il male delle cose in tutta la loro sconcertante elementarità.<br />
Per le citazioni, faccio riferimento alla traduzione di Fernanda Pivano nell'edizione Einaudi, Torino, del 1943, pagine 179 e 183. I testi in lingua originale sono invece consultabili <a href="http://spoonriveranthology.net/spoon/river/view/Mrs_Charles_Bliss">qui</a> e <a href="http://spoonriveranthology.net/spoon/river/view/Rev_Lemuel_Wiley">qui</a>.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify"><b>La signora Charles Bliss</b></p>
<p align="justify">Il reverendo Wiley mi consigliò di non divorziare,<br />
per il bene dei bimbi,<br />
e lo stesso consigliò a lui il giudice Somers,<br />
così restammo insieme fino alla fine.<br />
Ma due dei bimbi parteggiarono per lui<br />
e due dei bimbi parteggiarono per me.<br />
I due che diedero ragione a lui mi biasimarono<br />
e i due che diedero ragione a me lo biasimarono,<br />
e soffrirono ciascuno per uno di noi,<br />
e tutti si tormentarono per avere osato giudicarci<br />
e si torturarono l'anima perché non potevano stimare<br />
lui e me allo stesso modo.<br />
Ora, qualunque giardiniere sa che le pante cresciute in cantina<br />
o sotto le pietre, sono stente, gialle e rattratte.<br />
Nessuna madre lascerebbe succhiare al suo bimbo<br />
latte malato dal suo seno.<br />
Eppure i preti e i giudici consigliano di allevare la prole<br />
dove non c'è sole ma soltanto crepuscolo,<br />
non calore, ma soltanto umido e gelo -<br />
i preti e i giudici!</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">Due pagine dopo, l'autore ci offre il punto di vista del sacerdote.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify"><b>Il reverendo Lemuel Wiley</b></p>
<p align="justify">Predicai quattromila sermoni<br />
e ressi quaranta <i>revivals</i><br />
battezzando i pentiti.<br />
Ma nessuna delle cose che ho fatto<br />
risplende più viva nel ricordo del mondo,<br />
di nessuna mi pregio altrettanto:<br />
ho salvato i Bliss dal divorzio<br />
e tenuti immuni i figli da quella disgrazia<br />
perché crescessero in ambiente morale,<br />
felici essi stessi, e vanto del villaggio.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p align="justify">Mentre medito sulla  tronfia ottusità di chi fieramente non si accorge di rovinare la vita delle altre persone, mi accorgo che per zittire un antiabortista, ogni antiabortista, basterebbe un poeta, sarebbe sufficiente un Edgar Lee Masters. E' così poco, eppure è così tanto. E viceversa.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["Della maraviglia" 7 - L'anima di un popolo in una canzone]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=256</link>
<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 02:18:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
<guid>http://sdrammaturgo.it.wordpress.com/2008/02/14/della-maraviglia-7-lanima-di-un-popolo-in-una-canzone/</guid>
<description><![CDATA[La mia canzone preferita è La Llorona.
In genere la domanda: “Qual è la tua canzone preferita”]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">La mia canzone preferita è <em>La Llorona</em>.<br />
In genere la domanda: “Qual è la tua canzone preferita” genera dubbi, incertezze, riflessioni. Spiazza, non si sa mai quale scegliere ed in fondo è anche sciocco nonché impossibile eleggere una canzone fra tutte, così come un film tra tutti od un libro tra tutti.<br />
Invece io non dubito mai, neppure per un istante. Mi viene d'istinto, è una sicurezza che ho ben impressa chissà dove nei miei pensieri.<br />
<em>La Llorona</em> è un canto popolare messicano. Ne esistono innumerevoli versioni ed io amo alla follia in particolare quella di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chavela_Vargas">Chavela Vargas</a>.<br />
La scoprii qualche anno fa nel film <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0gQ31m4Yt0s"><em>Frida</em></a> di Julie Taymor e rimasi incantato. Quella passione che trasudava tra le righe profonde del viso segnato dagli anni di quella cantante dall'aria austera e materna, quella voce tremante e decisa, quelle note forti e malinconiche.<br />
“Chavela non è una cantante messicana. Chavela è il Messico”, ebbe modo di dire Salma Hayek, protagonista del film.<br />
Chavela era il Messico che cantava il Messico. Ed il Messico era <em>La Llorona</em>. Il Messico incarnato che dava voce al suono ed alle parole del Messico.<br />
Quella della llorona - "la donna che piange" - è un'antica leggenda centroamericana, della quale è possibile rintracciare tantissime diverse variazioni di paese in paese.<br />
La storia è questa: una volta in un villaggio messicano in cui viveva una bellissima fanciulla arrivò un hidalgo spagnolo. La ragazza si innamorò perdutamente, ma il nobiluomo, dopo averle dato due figli, la abbandonò per tornare in patria e sposare una donna di pari rango. La ragazza impazzì dal dolore ed annegò i suoi bambini nel fiume. Da quel giorno vaga ogni notte disperandosi tra le lacrime alla ricerca dei corpi dei suoi figli e la sua anima non avrà mai pace.<br />
Si sa, nei miti arcaici è condensato tutto il sapere dell'uomo. Cosa sono in fondo tutta la filosofia, la psicologia e la scienza occidentali moderne se non un tentativo di interpretare la mitologia greca? Cos'altro si può aggiungere a ciò che è già contenuto nelle storie di Edipo, Dafne, Fedra?<br />
E come ogni grande mito, quello della llorona accoglie molteplici chiavi di lettura.<br />
Similmente al mito di Medea, esso ci spalanca gli abissi della mente e dell'esistenza umana, il mistero della maternità, il trauma delle origini, la violenza della natura e del caso.<br />
La donna che piange, nella quale confluisce la figura del demone azteco Chiuacoatl, dea della guerra e delle nascite (<a href="http://www.prato.linux.it/%7Elmasetti/antiwarsongs/canzone.php?lang=it&#38;id=4379">cit.</a>), assume la valenza simbolica della terra e del tempo che tutto generano e tutto distruggono. Il ventre materno come luce di vita e buio di estinzione.<br />
La llorona è anche però immagine dell'eterno femminino, quella femme fatale irresistibile nella sua bellezza che ci fa conoscere le atrocità dell'esistenza; diviene quindi specchio del desiderio mai pago e mai domo, dell'amore che fa penare, che pure nella sua purezza (la llorona è vestita di bianco) è anche sempre dolore.<br />
Ma in questa leggenda, in questa canzone, c'è ancora qualcos'altro: c'è la storia di un popolo martoriato dalle conquiste coloniali, dalle invasioni che ne hanno stuprato l'anima. L'aristocratico spagnolo arriva, corrompe l'anima della ragazza, ne abusa, le succhia lo spirito e poi la getta via. Fa insomma ciò che i conquistador di ieri e di oggi, sotto diverse bandiere ma con la stessa inumana brutalità, hanno fatto e continuano a fare con le nazioni dell'America Centrale.<br />
Ne <em>La Llorona</em> c'è tutto questo: la disperazione, l'ironia, la sete di riscatto, la rassegnazione, l'ardore, la rabbia, la nostalgia di un popolo violentato, in cui troppo spesso guerre e rivoluzioni hanno visto figli e fratelli gli uni contro gli altri.<br />
Tra le rughe delle guance di Chavela Vargas, nelle sue mani strette con delicatezza, nei versi che ora scivolano, ora vengono trattenuti, ora zampillano, ora esondano dalle sue labbra, è possibile percorrere il Messico: le sue vallate, i suoi promontori, le foreste rigogliose e misteriose, i deserti arsi dal sole, le rovine di antiche civiltà scomparse la cui eredità di fuoco è ancora riconoscibile nei visi delle generazioni odierne.<br />
La Llorona è un pianto contenuto ed un sorriso mesto, uno sguardo struggente ed un cammino fiero; è un popolo intero ed al contempo è tutti i popoli feriti e sanguinanti, spossati ma non in ginocchio; è un'oscillazione tra la desistenza e la resistenza, una ricerca con gli occhi gonfi e la testa alta di una qualche salvezza, uno scroscio di lacrime ed un grido deciso.<br />
E' la mia canzone preferita.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/vFD-HxPpP_U'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/vFD-HxPpP_U&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["Della maraviglia" 6 - Ridere di dio]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=238</link>
<pubDate>Tue, 01 Jan 2008 23:17:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
<guid>http://sdrammaturgo.it.wordpress.com/2008/01/01/della-maraviglia-5-ridere-di-dio/</guid>
<description><![CDATA[C&#8217;è una frase in particolare dell&#8217;esimio Tricheco che mi ha sempre fatto riflettere: ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">C'è una frase in particolare dell'esimio <a href="http://walrus81.giovani.it/">Tricheco</a> che mi ha sempre fatto riflettere: “Quando si disprezza un qualcosa ad un livello tanto profondo e radicale, non lo si riesce bene né ad attaccare, perché sarebbe dargli importanza; né ad ignorare, perché sarebbe non far nulla per combatterlo; né a parlarne, perché non si trovano le parole adatte ad esprimere un sentimento tanto forte. L'unica soluzione rimane deriderlo” (<a href="http://walrus81.giovani.it/diari/1202418/pensierini_a_piacere.html">cit.</a>). In questa massima è condensata tutta l'anima dell'arte comica.<br />
E costantemente mi rimbomba in testa il motto anarchico per eccellenza, il più potente, il più conturbante: “Sarà una risata che vi seppellirà”.<br />
Già, una risata...La risata.<br />
Nulla è più inviso al potere della risata. Il potere esige che lo si prenda sul serio. Si deve intimorire se si vuole controllare. E la risata dissipa ogni paura.<br />
Il comico scardina ogni meccanismo gerarchico. Ne corrode gli ingranaggi per poi mandarli in frantumi.<br />
Di fronte ai sistemi di automazione dell'individuo, il comico non si spaventa. Le divise minacciose degli eserciti, gli abiti talari carichi di tremori ancestrali, la nuova robotizzazione aziendale dell'essere umano nell'era della tecnica, con tutti quegli sciocchi riti borghesi, l'uniforme giacca e cravatta, l'imperativo della produttività, le strategie di incentivazione dell'impiegato, non scuotono nel comico le corde del terrore. Il comico guarda tutto con sguardo sprezzante e quasi compassionevole e compie il più rivoluzionario dei gesti: li deride.<br />
La dimensione del comico è l'orizzontalità: egli vive e si muove tra pari, innalza le bassezze del corporale, del dimenticato, del rimosso al livello del suo sguardo cristallino e trascina per i piedi gli dei schiantandoli sulla nuda terra dove egli stesso cammina, sputa e si meraviglia del bello e del brutto che lo circondano.<br />
Il comico osserva i suoi simili e li costringe a riconoscere quanto poco siano cambiati – o quanto siano degenerati – da quando altro non erano che scimmie un po' sbilenche. Ed al contempo egli sviscera quella che è l'essenza più pura e nobile dell'essere umano: la consapevolezza di sé e del proprio mondo.<br />
Il comico è l'alfiere dell'equilibrio: radicalizza la pochezza umana glorificandone la logica, la luce del pensiero razionale. E viceversa.<br />
Non c'è potere che tenga alla bufera di libertà innescata dalla parola del comico. Il passo dell'oca od il dio padre che crea, giudica e non si dà pace per le minuzie che non lo dovrebbero tangere appaiono così grotteschi, così stupidi, se rischiarati dalla lucidità dell'ironia. Non fanno più paura a nessuno e di conseguenza perdono tutta la loro forza. Chi sarebbe disposto ad ascoltare un gerarca che cammina come un anatide gracchiante o riverire un vecchio con la barba bianca che ha meno gusto nel vestire di Babbo Natale e porta in testa un cappello senza dubbio più scomodo?<br />
Il comico si stupisce per la complessità delle false convinzioni umane e con altrettanta sorpresa nota quanto sia facile in realtà semplificarne la loro apparenza, tanto elementare è loro struttura.<br />
Bibbia e Corano sono in fondo riducibili ad una diarrea quando il bagno è chiuso a chiave.<br />
Il comico ci dice: “Ehi, guardiamoci bene: siamo davvero ridicoli”. E dio, poi, è il più ridicolo di tutti.</p>
<div align="justify"></div>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">&#160;</p>
<div align="justify"></div>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"> <i>Quale comico avrei potuto portare come sommo esempio di risata dissacrante se non il più grande? Sì, mi sto via via convincendo sempre più che Massimo Troisi sia il maggior autore comico che il Novecento – complessivamente secolo ingrato – abbia voluto regalarci per farsi perdonare almeno in parte.<br />
La mia venerazione nei confronti di Massimo Troisi mi stava quasi quasi spingendo a dedicare all'inarrivabile levatura del suo genio un'intera rubrica a parte, ma ho frenato per tempo i miei impeti di fanatismo adolescenziale. Però temo che di questo passo “Perle” finirà per diventare uno spazio dominato esclusivamente dalla sua figura.<br />
Intanto, come già fatto in <a href="http://inafferrabilerey.giovani.it/diari/1138871/perle_4_-_la_poesia_dellumorismo.html">precedenza</a>, di lui metto due </i>perle<i> invece che una – tiè, alla faccia di tutti gli altri. Perché se riesci a ribaltare il trono di dio con un sorriso timido ed una pacatezza poetica a tratti commovente, senza alzare la voce, ma solo sussurrando con acume gentile quanto tagliente, devi essere ricordato nei secoli dei secoli fino al giorno in cui il meteorite verrà a salvarci.</i></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">&#160;</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/LEwdF0Zescs'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/LEwdF0Zescs&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/EJLEbvkXMdA'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/EJLEbvkXMdA&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["Della maraviglia" 5 - L'eclissi splendente dell'attore]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/2007/09/18/della-maraviglia-5-leclissi-splendente-dellattore/</link>
<pubDate>Tue, 18 Sep 2007 21:45:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
<guid>http://sdrammaturgo.it.wordpress.com/2007/09/18/della-maraviglia-5-leclissi-splendente-dellattore/</guid>
<description><![CDATA[ Mica è facile fare l&#8217;attore.
Mi ha sempre incantato e strabiliato la capacità di diventare ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p> Mica è facile fare l'attore.<br />
Mi ha sempre incantato e strabiliato la capacità di diventare qualcun altro, trasformarsi radicalmente, dare un corpo ed una voce ad un'<i>idea di persona</i> partorita da un artista.<br />
Divenire un personaggio inesistente rendendolo vivo, possibile: questo è tutt'altro che elementare; ha un che di miracoloso, di insondabilmente immenso, misterioso, quasi divino.<br />
Ciò che rappresenta per me il maggior motivo di meraviglia nel lavoro dell'attore è l'abilità nell'<i>annullarsi</i>. Già: la grandezza dell'attore risiede nella maestria con cui sa annullarsi nel personaggio. E' tutt'altro che facile per un essere umano, ancorato com'è alla propria identità, rinunciarvi continuamente in nome dell'arte, giacché, come sostiene Sartre, noi non siamo che un Nulla che aspira a diventare <i>qualcosa</i>; nel nostro <i>non essere l'Essere</i>, la nostra vita è impegnata in una continua, incessante e disperata edificazione di un'individualità riconoscibile, solo illusoriamente stabile; disponiamo cioè di un unico bene e per di più quantomai labile, sempre sul ciglio del precipizio della spersonalizzazione. Pertanto la fatica dell'attore è doppia e grande e nobile è il suo costante <i>martirio</i><span style="font-style:normal;">:</span> egli deve perennemente essere in grado di rinunciare a se stesso con un moto di volontà supportato da uno sterminato apparato di conoscenze tecnche; deve imparare a pensare con un'altra testa, agire secondo criteri non suoi, appartenenti ad altri ambienti, ad altre epoche. L'attore indossa insomma sempre nuove e diverse maschere celandone l'ordito e la fattura, affinché appaiano reali, perfettamente incarnate. Se all'autore spetta la denuncia del carattere di finzione dell'opera, l'attore è invece mosso dall'imperativo del <i>bell'inganno</i>.<br />
Penso all'attore come ad un sommozzatore: a differenza di chi annega, costui sapientemente e forte di qualità natatorie si inabissa ed esplora, scandaglia le profondità con spirito di ricerca, per riportare alla luce nuove conoscenze, un nuovo sapere, un nuovo patrimonio di bellezza nascosta.<br />
Quando scompare sotto al pelo dell'acqua di quel mare oscuro e periglioso qual è un personaggio, egli sa che dovrà agire secondo logiche completamente diverse da quelle che vigono sulla terraferma. Per questo egli deve studiare, applicarsi senza requie; padroneggiare il <i>metodo</i> (anzi, <i>i metodi</i>), quindi trovarne uno tutto suo, imprimere la sua personalità in una complessa architettura di norme e canoni rigidi nella loro inafferrabile mutevolezza.<br />
In virtù di tutto ciò, non può che indignare l'abuso inappropriato del termine attore. Ad esempio, Manuela Arcuri non è un'attrice: è una squillo di alto bordo che ogni tanto recita. Un po' la differenza che c'è tra pittore e tinteggiatore. Detesto quando chiamano <i>pittore</i> l'imbianchino (peraltro, come se fosse offensivo venire appellati "imbianchini"! Il fruttarolo non se la prende a male se non viene chiamato botanico). Quella del pittore è un'arte che concerne un profondo e raffinato studio filosofico-scientifico. Un imbianchino è uno che passa il pennello Cinghiale sulle pareti. Massimo rispetto per il lavoratore, ma sono due cose diverse, come il romanziere o l'impiegato delle poste che compila i moduli.<br />
Dunque, proprio come dipingere e tinteggiare o narrare e compilare costituiscono azioni radicalmente distinte, così una cosa è essere un attore, un'altra recitare di tanto in tanto.<br />
Ecco perché l'attore è un'altra cosa rispetto ad un uomo di spettacolo che recita.<br />
Attore è Vittorio Gassman. Attore è Marcello Mastroianni. Attore è Marlon Brando. Grandi, grandissimi, supremi. Eppure...Eppure c'è stato qualcuno a mio avviso ancora più grande di loro, qualcuno troppo spesso colpevolmente dimenticato nel novero dei giganti della recitazione. Sì, il massimo di tutti i tempi, il vero re dell'Olimpo attoriale, resta per me il sommo Gian Maria Volonté.<br />
Quando Gassman recita, pur nella sua assoluta ed inarrivabile perfezione stilistica, si <i>vede</i> che è Gassman. Lo stesso dicasi per Mastroianni: quella straordinaria espressione di <i>pigrizia metafisica </i><span style="font-style:normal;">rimane immutata (ed è la sua forza: poesia pura)</span>. Ma Volonté...Volonté si tramuta, cambia pelle. Assorbe il personaggio, l'opera filmica o teatrale in tutte le sue coordinate socio-spazio-estetico-temporali e se ne lascia assorbire. L'uomo Volonté scompare e lascia il campo al personaggio.<br />
Gian Maria Volonté lavorava sul personaggio con un'accuratezza certosina, pressoché maniacale; prendeva possesso di ogni sfumatura linguistico-gestuale voluta dal regista, indagava l'ambientazione storica e geografica, analizzava l'intera poetica dell'autore.<br />
Dal western al film storico, dal cinema d'autore allo sceneggiato televisivo, sublime è il risultato dell'unione di smisurato talento innato e cura ed attenzione tecnico-formale.<br />
Quella operata da Gian Maria Volonté è un'<i>eclissi splendente</i>: dal buio dell'offuscamento dietro e <i>nel</i> personaggio, irradia di luce la scena e tutto assume connotati di <i>verità</i>.<br />
Il suo picco estremo resta probabilmente “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, del 1970: un'interpretazione ai limiti dell'impeccabilità, di un'intensità unica, caro com'era l'argomento del film al protagonista impegnato in prima linea nelle battaglie di estrema sinistra.<br />
Una scena è particolarmente sconvolgente: memorabile è il modo in cui Volonté mostra il passaggio del proprio personaggio da uno stato di assoluta sicurezza da vero uomo di potere ad un infantilismo ridicolo e carico di parossistiche note grottesche.<br />
Sarebbe interessante notare al rallentatore i rapidi mutamenti delle espressioni facciali e del tono di voce: apparirebbe chiara la magica padronanza di Gian Maria Volonté sul personaggio dalle cui pulsioni si lascia volontariamente impadronire.<br />
Eccelso, eccelso.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/CsnHF3JQpKE'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/CsnHF3JQpKE&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
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<title><![CDATA["Della maraviglia" 4 - La poesia dell'umorismo]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=171</link>
<pubDate>Fri, 13 Apr 2007 15:01:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
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<description><![CDATA[    Qualche post fa ho avuto modo di esprimere il mio disappunto nei confronti della critica cinemat]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>    Qualche <a href="http://inafferrabilerey.giovani.it/diari/1127122/trecento_motivi_di_meraviglia.html">post fa</a> ho avuto modo di esprimere il mio disappunto nei confronti della critica cinematografica in mano a chi non ha adeguate competenze di analisi artistica. Ora mi accorgo con terrore che essa tende pericolosamente all'inaridimento anche quando è fatta da voci autorevoli.<br />
Il sito <a href="http://www.kataweb.it/">Kataweb</a>, nella sezione dedicata al <a href="http://www.kataweb.it/cinema/">Cinema</a>, propone di ogni film indicizzato una sinteticissima recensione tratta dal prestigioso dizionario Morandini, punto di riferimento per ogni cinefilo e studioso della settima arte. Curioso, mi sono messo a cercare cosa riportasse il glorioso testo a proposito di uno dei massimi autori del nostro tempo, per il quale peraltro nutro un debole particolare: <a href="http://www.massimotroisi.net/pagina1.html">Massimo Troisi</a>.<br />
Decido di andare in ordine e comincio quindi dalla sua opera prima, <b>“Romincio da tre”</b>, commedia perfetta e rivoluzionaria che ha fatto scuola e cambiato il modo di fare comicità (Benigni, Verdone, Albanese, Veber – tanto per fare dei nomi eccellenti - sono debitori di quel capolavoro): “Raro esempio di un film che ha messo d'accordo critica e pubblico. Quello di Troisi è uno degli esordi più folgoranti nel campo della nuova commedia italiana degli anni '80. Bravo non solo come attore.” Un po' limitante e superficiale sull'importanza del film, ma in fondo il parere è positivo. Fin qui tutto bene, mi dico.<br />
A proposito di <b>“Scusate il ritardo”</b> i redattori del Morandini si mostrano anche più generosi: “Nella sua apparente e un po' ripetitiva staticità la commedia è costruita con tranquilla sapienza che attinge linfa, aggiornandola, dalla tradizione del teatro napoletano. Da antologia il dialogo sulla Madonna che piange.”. Quell'<i>apparente</i> mi fa tirare un sospiro di sollievo.<br />
I dolori cominciano quando si arriva a <b>“Non ci resta che piangere”</b>, realizzato insieme all'amico Roberto Benigni: “Semplice, divertente, anemico, senza spessore, mette a frutto tutta la simpatia e l'estro dei due protagonisti”. Ora, passi il <i>semplice</i> (era ciò che volevano); il <i>divertente</i> è scontato; passi pure il <i>senza spessore</i> (l'intento di Troisi e Benigni infatti non era certo quello di affrontare tematiche profonde); ma quell'<i>anemico</i> è una vera bestemmia. Non so come sia venuto in mente a chi di dovere di scrivere quell'aggettivo. Sicuramente volevano dire qualcos'altro ed hanno sbagliato attributo, altrimenti non si spiega come sia possibile definire <i>anemico</i> un film così frizzante, vitale, che gioca con un'alta cultura umanistica tenendola celata e facendone satira giullaresca.<br />
E' riguardo a <b>“Le vie del Signore sono finite”</b> ad avere la quasi certezza che Morandini&#38;Co. abbiano visto un altro film: “Ambizioni di romanzo, ma riuscito soltanto a metà. Sul versante del costume non manca d'eleganza né di misura, su quello politico inciampa negli stereotipi demagogici.”. Sorvolando su <i>ambizioni di romanzo</i> (direbbe il mio barbiere: “Ma che cazzo ne sai che ambizioni c'aveva Troisi?!”), è quantomai difficile capire dove abbiano notato <i>stereotipi politici demagogici</i>. “Le vie del Signore sono finite” è ambientato nel Ventennio, ma la politica vi entra solo per un istante, con insolita efficacia: senza nessuna retorica precedente, Troisi mostra un breve pestaggio squadrista ai danni del protagonista, reo di una battuta di spirito nei confronti del Duce. Sono solo due o tre minuti che valgono da soli più di qualsiasi "Schindler's list", "La vita è bella" ed "Il Pianista" messi insieme, carichi di metafore e densi di garbo e brutalità nel contempo. Poi si vede, di nuovo per pochissimo, il personaggio nelle carceri fasciste, dopodiché la vicenda rientra nei suoi ranghi di storia d'amore. Tutto qua. Ditemi voi dove sta la demagogia stereotipata.<br />
<b>“Pensavo fosse amore...invece era un calesse”</b> viene bistrattato: “E' il più ambizioso ma anche il meno riuscito dei film di M. Troisi che dà il meglio di sé nei lunghi monologhi. Brava e bella F. Neri, tutti bravi i comprimari cui, caso raro, Troisi concede il giusto spazio.”. E' una novità per me sapere che Troisi sovente emargini dal racconto gli altri attori. Eppure mi sembrava che nei precedenti film le figure femminili e le spalle storiche Lello Arena e Marco Messeri interpretassero personaggi tanto di primo piano da apparire praticamente co-protagonisti, ma evidentemente mi sbagliavo. I morandinisti sembrano però avere un moto di semi-pentimento ed aggiungono: “Film d'amore, sull'amore, intorno e dentro l'amore, ha avuto i suoi sostenitori: 'Piccolo piccolo e anarchico... uniforme e imprendibile, fluidissimo e singhiozzante, febbricitante e dolcissimo' (Gariazzo &#38; Chiacchiari).”<br />
De<b> “Il postino”</b> parlano diffusamente e mi procurano diversi sussulti: “Approssimativo e oleografico nell'ambientazione; sforzato nel discorso politico; troppo sbilanciato a sfavore di Neruda; incerto nelle figure di contorno”. Al baretto direbbero: “Oleografico che vor di'?!”. L'ambientazione è costituita da pochi <i>set</i> volutamente il più semplici possibile (la spiaggia, la casa di Neruda, l'osteria) che fungano da scenografia scarna per esaltare i dialoghi tra Mario ed il poeta. La politica anche qui entra sempre di soppiatto, con estrema discrezione. Persino della grande manifestazione finale del PCI lo spettatore non vede che pochi fotogrammi. Il resto si perde nel ricordo suggestivo. Neruda incarna il ruolo del maestro quasi mitico, del <i>totem</i> che piano piano si umanizza: non è un film biografico su Neruda, quindi Troisi e Radford sono stati molto attenti a far percepire la sua presenza senza imporla, come una grande ombra che tutto domina tacitamente. Le figure di contorno sono appunto figure di contorno: servono alla sceneggiatura come strumento narrativo al servizio dell'atmosfera temporale-culturale. Mah.<br />
Ci sono quindi i film che Troisi ha interpretato con Marcello Mastroianni per il regista Ettore Scola.<br />
Con <b>“Splendor”</b> ci vanno giù pesanti: “Fiacco come amarcord, inattendibile sul piano rievocativo, moscio nell'intreccio degli affetti privati, lamentoso e contraddittorio.”. Sarà la mia impressione, ma mi sembrano più pareri personali che tentativi ermeneutici ed analitici.<br />
<b>“Il viaggio di Capitan Fracassa”</b> viene trattato con sufficienza: “Definito da Laura Novati 'favola teatrale in forma di romanzo', girato interamente in studio, il film di E. Scola non si discosta da una barocca dimensione scenografica: tutto qui è teatro. Bello, ma senza cuore. Elegante, ma senza energia e, in fondo, senza una vera ragion d'essere.” Qualcuno doveva spiegare a chi ha scritto il pezzo che Scola <i>voleva</i> che qui, appunto, <i>tutto fosse teatro</i>. Essendo una sperimentazione estetica, non voleva certo essere appassionato ed energico, considerando anche il fatto che la pellicola è tratta da Gautier, fiero sostenitore della bella forma e disinteressato al contenuto emotivo. Mi chiedo poi quale sia la <i>ragion d'essere</i> di ogni film se non quella della volontà creativa di un artista.<br />
Se nei due precedenti casi nessuna critica coinvolgeva direttamente Troisi, praticamente perfetto, è in <b>“Che ora è”</b> che la banda di stroncatori si attacca all'inaudito fino a rasentare l'assurdo ed il ridicolo. Il film è retto magistralmente dall'inizio alla fine dai soli Mastroianni e Troisi - tanto che la loro interpretazione valse ad entrambi la Coppa Volpi 1989, uno dei massimi riconoscimenti per la recitazione - con qualche sporadica apparizione di personaggi di sfondo, ma il Morandini riporta: “Sul tema della difficoltà di comunicazione tra due generazioni è un veicolo per due prove di attore a confronto, indebolito da un improbabile M. Troisi, troppo anziano e – udite udite – TROPPO NAPOLETANO (stampatello ed inciso miei, <i>N.d.R.</i>) per la parte”. Quando si dice non sapere proprio dove andare a parare. Ora, per il ruolo di un ragazzo nato e cresciuto a Napoli, ritagliato da Scola su misura per lui, Troisi è troppo napoletano. Come a dire che Stallone è troppo muscoloso per fare Rambo o Sharon Stone troppo bella per fare la parte della <i>femme fatale</i>.</p>
<p>A me di Troisi viene da dire solo che è uno dei massimi autori ed attori comici di sempre, l'unico italiano che regga il confronto alla pari con i giganti internazionali – anzi, gli dei – Woody Allen e Groucho Marx. Ha portato la poesia nell'arte dell'umorismo ed ha dimostrato come un genio possa affrontare tematiche enormi come la politica, il viaggio, la religione, l'amore, la crescita personale, il tabù, con una delicatezza che diviene forza grazie all'intensità del silenzio e della parola arguta. Ha mutato e arricchito il linguaggio artistico cinematografico, ha modernizzato un genere guardando al passato, ha riformato i tempi comici e reso la satira tanto più tagliente quanto più pacata. Quando pur ostentando con saggezza e piena coscienza una territorialità provinciale si perviene all'universalità artistica (<i>et ergo</i> filosofica), ebbene, credo che in quel caso si abbia a che fare con un Sommo Maestro.</p>
<p>La mia sconfinata ammirazione per Massimo Troisi mi porta ad inserire, a differenza dei precedenti numeri della rubrica, ben due <i>perle</i>. Se le merita, alla faccia di Morandini.</p>
<p>Questo dunque - che per me rappresenta la vetta massima ed insuperabile della comicità in assoluto - è un chiaro esempio di <i>"anemia"</i></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/utOGyZ6iu6M'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/utOGyZ6iu6M&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p>E questo un estratto <i>"approssimativo e oleografico nell'ambientazione, sforzato nel discorso politico, troppo sbilanciato a sfavore di Neruda"</i></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/Yw8O4uPS_Sc'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/Yw8O4uPS_Sc&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p>Ah Morandi': mavvaffanculo, va'.</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA["Della maraviglia" 3 - Jacques, ou de l'intensité]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/?p=160</link>
<pubDate>Sat, 10 Mar 2007 14:36:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
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<description><![CDATA[“Maria, Marcello mi ha dato tanta emoZZiòne” “Mi raccomando, Cinzia, questa canzone devi cant]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>“Maria, Marcello mi ha dato tanta emoZZiòne” “Mi raccomando, Cinzia, questa canzone devi cantarla con tanta emoZZiòne” “No, Maria, Jessica non mi ha trasmesso abbastanza emoZZiòne”.<br />
Non mi stancherò mai di <a href="http://inafferrabilerey.giovani.it/diari/640121/le_parole_sono_pietre.html" target="_blank">ripetere</a> quanto deleteri siano per il genere umano certi programmi televisivi, rei di modificare dannosamente il linguaggio – e, di conseguenza, la vita, giacché noi “dimoriamo nel linguaggio”; anzi, noi siamo il nostro linguaggio (neppure questo mi stancherò mai di <a href="http://inafferrabilerey.giovani.it/diari/937193/come_muta_il_linguaggio_e_di_conseguenza_la_vita.html" target="_blank">ripetere</a>).<br />
Attentando al lessico si attenta ai concetti, li si sfregia e quindi trasforma. La loro magia dunque decade e con essa la profondità delle parole.<br />
Quello che trasmissioni come <i>Amici di Maria De Filippi</i> o <i>Sanremo</i> fanno al termine <i>emozione</i> collegato alla musica, alla sua interpretazione e fruizione, è delittuoso.<br />
I lemmi così netti ed al contempo così vasti andrebbero evitati o trattati con estrema cautela - ecco perché i grandi della letteratura prestano massima attenzione a parole come <i>amore</i>, <i>solitudine</i>, <i>passione</i>, etc. Ed invece significanti tanto considerevoli ed ampi quali <i>emozione</i>, <i>sensibilità</i>, <i>commozione</i>, vengono svenduti, trattati come prodotti da discount.<br />
“Allora, Al Bano, ci dia due etti e mezzo di emozione” “Mi sono venuti due e settanta. Lascio? Eeeh oooh” “Lasci , lasci! Meglio abbondare! Evviva!”<br />
“Signore e signori, stasera avremo ospite con noi nientepocodimenoché Gigi D'Alessio, che sono sicuro ci comunicherà parecchie emozioni”.<br />
Naturalmente il tenore dei cantanti (sic!) e la qualità delle loro esecuzioni sono adeguati a tale meccanismo perverso (nel quale peraltro finiscono inevitabilmente anche musicisti di spessore), e non potrebbe essere diversamente. Quando la canzone diventa prodotto di basso e largo consumo per gli appetiti grossolani del grande pubblico, essa cessa di essere realmente sentita; le note vengono semplicemente <i>riprodotte</i>, ma non <i>attraversate</i> con attenzione analitica e cosciente <i>pathos</i>; il testo viene <i>cantato</i>, ma non <i>lasciato vibrare</i>, <i>esplorato</i> intimamente con piena partecipazione di sentimento e pensiero.</p>
<p>E poi capita di vedere un vecchio filmato in bianco e nero tratto dalla televisione francese e lo scarto tra l'intensità vera e quella fasulla si palesa come netto, cristallino, percepibile in tutta la sua reboante trasparenza. E la bieca banalizzazione della tanto abusata <i>emozione</i> della musica pesa ancora di più.</p>
<p>L'inquadratura è fissa in primo piano su Jacques Brel, un gigante della canzone, una divinità. Il regista non vuole perdere neppure una delle innumerevoli espressioni che si rincorrono quasi impercettibilmente sul volto dell'artista.<br />
Jacques Brel canta con gli occhi, con le guance, con la pelle.<br />
Contrae lo sguardo in smorfie che ora lo mostrano in tutta il suo spessore di uomo, ora lasciano sfuggire accenni di debolezza infantile.<br />
Ogni tanto sembra esitare, tremare, come se la voce non gli bastasse, come se la bocca non fosse sufficiente a contenere l'universo dischiuso dal suo canto.<br />
Il suono sembra trasudare dai pori del viso.<br />
Quella faccia madida, un po' mesta, un po' rabbiosa, in bilico tra l'esplosione e l'abbandono, tra l'abisso e l'elevazione, che si contorce e distende, si rabbuia e sorride, rivela il magma che ribolle nell'artista vero.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/bJIZu37Hfr0'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/bJIZu37Hfr0&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
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<title><![CDATA["Della maraviglia" 2 - La grandezza del comico]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/2006/12/20/della-maraviglia-2-la-grandezza-del-comico/</link>
<pubDate>Wed, 20 Dec 2006 14:07:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Voglio esagerare, ovviamente con perfetta coscienza dell&#8217;iperbole ed in piena consapevolezza d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Voglio esagerare, ovviamente con perfetta coscienza dell'iperbole ed in piena consapevolezza della portata della boutade (benché ogni volontaria estremizzazione celi una neanche troppo vaga convinzione, dissimulata per pura cautela - e la prudenza in questi casi, si sa, è un misto di dubbio metodico ed insicurezza intellettuale <i>tout court</i>): <b>i comici sono i più grandi tra tutti gli artisti. </b><br />
Il termine “comico” però viene troppo spesso screditato: mentre infatti l'appellativo “scrittore” evoca subito un'accezione nobile e solo in seguito viene utilizzato per estensione anche agli autori inferiori (per intenderci: dall'alta letteratura ai romanzetti di consumo Sperling&#38;Kupfer), la parola “comico” subisce nell'uso comune un'omologazione di significato verso il basso. Semplificando: non viene riconosciuta la differenza di valore ad esempio tra Woody Allen e Claudio Bisio. O meglio: vengono entrambi collocati nello stesso insieme, in una medesima categoria, o genere artistico, considerato di serie B e semmai, solo all'interno di tale sottogruppo, distinti secondo chi sia più o meno di seconda classe.<br />
Insomma, la comicità sarebbe una forma d'arte minore.<br />
Ma essa non è che il contraltare dell'elevato genere tragico, nonché una versione moderna e costantemente in fieri della commedia tradizionale. Giacché di fronte al dolore del mondo connaturato all'assenza di un senso della vita, si può piangere o sorridere, facendo leva sui sentimenti alti; oppure ridere, andando ad esplorare i registri bassi, livellando le vette, dissacrando gli idoli, andando a scovare gli aspetti apparentemente più insignificanti dell'esistenza che invece rivelano un universo.<br />
Ottenere risultati alti con mezzi bassi denota però un prodotto ancor più alto delle realizzazioni definite alte per antonomasia. E' come rivoltare un calzino: si tocca il fondo per ribaltarlo e renderlo superficie, cima.<br />
L'arte è uno strumento di conoscenza del reale, che insegna ad osservare la realtà facendo acquisire una nuova percezione delle cose, forte della sua separazione dalla vita. Se infatti è vero che arte e vita sono due pianeti separati, proprio in virtù di questa scissione è possibile imparare a leggere meglio la vita, non già guardando l'arte con gli occhi della vita e la vita con gli occhi dell'arte (ché questo sarebbe un gravissimo errore), bensì scovando nella vita le falle e le storture che l'arte denuncia attraverso il suo status di finzione dipendente dalla vita stessa (l'arte è fine a se stessa e nella sua autoreferenzialità parla al mondo esterno <i>del</i> mondo esterno).<br />
Ed alla comicità spetta proprio il compito di analizzare i territori spregiati dai generi aristocratici o di ridimensionare fino alla distruzione le illusioni di grandezza. Altresì: il comico mostra con razionale disincanto le miserie del tracotante genere umano e ne stigmatizza le velleità e la sicumera.<br />
Ecco perché la comicità è invisa al potere secolare e soprattutto religioso: il riso rappresenta la libertà suprema poiché esso palesa le imperfezioni della creazione, sviscerando in tal modo la nullità delle fedi cieche e vanagloriose.<br />
Il comico ride di dio.<br />
Ne “Il nome della rosa” l'abate del monastero dichiara la propria avversione ai libri che suscitano ilarità perché il riso sarebbe caratteristica propria delle scimmie e renderebbe dunque simili a bestie, offendendo il Signore che pretende serietà. Invece il riso è gesto umano al massimo grado (a tal proposito Dario Fo ha osservato come in un bambino venga individuato il raggiungimento della totale umanità nel momento in cui ride): esso è l'espressione della critica che l'uomo muove a tutto ciò che lo circonda, riconosciuto come un pessimo lavoro. E questo ad una teocrazia o ad una dittatura non può certo piacere.<br />
C'è una gag che costituisce un eccellente esempio del valore conoscitivo di cui è dotata l'arte comica. Autori ed interpreti non sono nemmeno due appartenenti all'Olimpo del genere (nonostante sia quasi delittuoso operare classificazioni in ambito artistico, ne ardisco una a scopo prettamente esplicativo: fascia altissima: Marx, Allen, Troisi; alta: Luttazzi, Guzzanti, Albanese; medio-alta: Cortellesi, Grillo, S.Guzzanti; bassa: i comici di Zelig; bassissima: il Bagaglino; indecente, ignobile, raccapricciante: Boldi, Greggio), bensì situabili in una fascia medio/medio-alta: Claudio Gregori del duo Lillo&#38;Greg e Neri Marcorè.<br />
La scena si svolge in una fotocopisteria. Nel dialogo tra commesso e cliente i due si servono di giochi linguistici che sarebbero più adatti per un'attività commerciale diversa. Grazie quindi ad un leggero lavoro di spostamento e decontestualizzazione, il pezzo lascia emergere tutta la banale convenzionalità dei discorsi e degli atteggiamenti quotidiani, che solitamente sfuggono all'attenzione, ormai metabolizzati nella loro automatica e cieca iterazione, evidenziando come la commedia della ordinaria vita umana sembri un copione che si ripete stancamente redatto da un drammaturgo povero d'inventiva. Gli uomini vengono messi a nudo nella loro condizione di attori-burattini stretti in una morsa implacabile di frasi e pose di circostanza assorbite con ridicola maestria.<br />
Un momento beckettiano di sommo teatro dell'assurdo.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/ZZ1NdKwiDU8'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/ZZ1NdKwiDU8&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA["Della maraviglia" 1 - La magia del cinema]]></title>
<link>http://sdrammaturgo.wordpress.com/2006/12/14/della-maraviglia-1-la-magia-del-cinema/</link>
<pubDate>Thu, 14 Dec 2006 14:02:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>sdrammaturgo</dc:creator>
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<description><![CDATA[  La magia del cinema si mostra in tutta la sua potenza soprattutto nelle piccole ed apparentemente ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>  La magia del cinema si mostra in tutta la sua potenza soprattutto nelle piccole ed apparentemente più semplici scene.<br />
Non sono necessarie solo le sequenza epiche e colossali, come ad esempio il <a href="http://youtube.com/watch?v=LlI4Qs_k6p0" target="_blank">volo degli elicotteri</a> in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apocalypse_Now" target="_blank">“Apocalypse Now”</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francis_Ford_Coppola" target="_blank">Francis Ford Coppola</a> accompagnato dalla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_Valchiria" target="_blank">“Cavalcata delle valchirie”</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Wagner" target="_blank">Richard Wagner</a>, per rivelare la concretizzazione del millenario sogno dell'opera d'arte totale - accarezzato da generazioni di giganti della creazione - con la relativa gamma di nuove, inedite percezioni. All'occhio attento la grandezza della globalità artistica cinematografica si palesa nei momenti meno fragorosi: quando a voce bassa si riesce a scuotere più che con un grido, è lì che il sublime si manifesta, giacché è molto più difficile sconvolgere con un sussurro che con uno schianto.<br />
In <a href="http://www.kataweb.it/cinema/scheda_film.jsp?idContent=276537" target="_blank">“5x2”</a> di <a href="http://www.francois-ozon.com/" target="_blank">François Ozon</a> quattro esponenti della media borghesia si ritrovano in un salotto arredato con gusto dopo una cena condita da confessioni piccanti. Sono Marion, suo marito ed il fratello di lui con il giovanissimo compagno.<br />
Parte <a href="http://www.lyricsmania.com/lyrics/paolo_conte_lyrics_3149/paolo_conte_quinque_lyrics_9771/sparring_partner_lyrics_113350.html" target="_blank">“Sparring partner”</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Conte" target="_blank">Paolo Conte</a> e la donna inizia a ballare insieme alla coppia di amici. Gilles resta seduto sul divano.<br />
E' una danza impacciata, quasi grottesca.<br />
I corpi si cercano, si sfiorano, negando a loro stessi il disperato desiderio di qualcosa, di qualsiasi cosa. Si accontenterebbero anche di emozioni basse, di sensazioni mediocri. Tutto pur di ricevere una briciola di vitalità.<br />
Vittime della modernità, carnefici di loro stessi.<br />
Le note struggenti e disincantate, tipiche della malinconia di chi canta <a href="http://www.lyricsmania.com/lyrics/paolo_conte_lyrics_3149/paolo_conte_lyrics_9766/wanda_-_stai_seria_con_la_faccia_lyrics_113302.html" target="_blank"><i>“Io sono sempre triste ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te”</i></a> con lacrimosa ironia rassegnata al tragico, lasciano emergere dunque tutto il dramma di esistenze travolte dalla stasi, sommerse dalla noia.<br />
La telecamera indugia sui volti, su quegli sguardi di chi vorrebbe ancora chiedere molto alla vita ma non sa bene cosa e come, sui quei visi che non riescono più nemmeno a fingere un'allegria di largo consumo.<br />
La goffa coreografia evidenzia la voglia di un equilibrio chimerico, la musica fa trasparire il senso di fine ed attraverso le immagini il regista descrive la catastrofe della banalità col piglio del narratore sconsolato.<br />
Il calore triste del suono ed il gelo della visione per la confessione tiepida e malcelata di chi ha fallito, di chi bramava sussulti ma si è condannato al tedio dei mediocri.<br />
Le facce, i movimenti, la canzone, la scenografia, plasmano un'atmosfera d'ovatta impregnata di veleno e tagliente come tramontana che filtra da finestre appena dischiuse, scivolando sulla pelle, lungo la schiena.<br />
Un abbraccio che ipnotizza e poi stritola.<br />
Ozon dimostra che è possibile affrescare un'epoca, una società, una classe, senza essere monumentali.</p>
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