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	<title>devoti-a-babele &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "devoti-a-babele"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 08:05:51 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[DEVOTI A BABELE / Il prologo - di Valter Binaghi]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=515</link>
<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 17:32:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
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<description><![CDATA[
(Da: Devoti a Babele, Perdisa Pop 200  
Si è molto parlato di questo prologo, tra recensione e com]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.fotonatura.it/Fiumi%20del%20Veneto/I-sassi-del-Piave.jpg" alt="sassi" /></p>
<p>(Da: <em>Devoti a Babele</em>, Perdisa Pop 2008)</p>
<p><em>Si è molto parlato di questo prologo, tra recensione e commenti, così ho pensato di riproporlo, anche perchè mi permette di mettere in evidenza un aspetto della scrittura che mi sta molto a cuore, cioè la possibilità di attingere al livello simbolico in modo non episodico (come accade nella metafora) ma in modo sistematico (come è possibile nell'allegoria e nella parabola). So che ad alcuni questa dimensione retorica appare artificiosa perchè implicherebbe uno scioglimento "a chiave", cioè una traduzione elemento per elemento da un contenuto manifesto ad uno latente, ma è precisamente questo approccio che io contesto, cioò l'equiparazione della parabola all'allegoria.<br />
La parabola allude e non spiega, il suo livello di comprensione non è pre-definito da un codice ma è proporzionato alla penetrazione spirituale dell'uditore, come Gesù stesso ha spiegato chiaramente. Prevengo la battuta velenosa: no, io non sono uno che trasforma l'acqua in vino.<br />
Solo un modesto scrittore, che vuole congiungere il post-moderno all'antichissimo.</em></p>
<p>L’uomo che nascose la sua anima in una pietra ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.<br />
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale.<br />
Intinse e perfezionò più volte il suo lavoro finché fu soddisfatto. Lo posò su una roccia e lo guardò asciugare al sole giunto allo zenit, che adesso cuoceva le pietre e la savana tutto intorno. Le colline erano silenziose, la selvaggina rintanata, i cacciatori in sosta sotto qualche albero, a bere acqua dagli otri e a sonnecchiare.<br />
L’uomo che nascose la sua anima in una pietra cercò il luogo che gli avevano indicato i suoi sogni, un luogo dove un unico albero nella radura si lanciava contro il cielo come una freccia puntata. Lì, nell’anfratto formato dalle radici dell’albero, infilò il suo sasso, spingendolo bene in fondo, mormorando la preghiera che gli aveva insegnato lo sciamano al villaggio. Poi si voltò e prese a camminare verso ovest, in direzione del mercato: e intanto cominciò a cantare, misurando col numero dei canti la distanza che percorreva.<br />
<!--more--><br />
Ora poteva avviarsi a vendere ciò che pesava nella bisaccia: il frutto di faticose ricerche, diverse pepite di turchese purissimo, con cui poteva acquistare tre pecore almeno, e tornare al villaggio con quei beni, a ricevere i complimenti degli uomini e il sorriso di sua moglie. Aveva fatto tutto quanto doveva per proteggersi dalle impurità che lo attendevano al mercato, come gli aveva raccomandato lo sciamano: “Vedrai cose preziose che non potrai mai avere, e bellezze di donna che non ti appartengono. Conoscerai genti che disprezzano l’austero dio dei pastori e si prostrano a numi ben vestiti, che elargiscono lascivie. La tua anima sarà come un passero tra i falchi: non dire che sei forte, nessuno lo è veramente tranne il Dio. Affida la tua anima ad un luogo sicuro: qualunque cosa accada a Babele, la ritroverai intatta con la tua pietra”<br />
Arrivato al mercato, il primo giorno vendette tutto il suo turchese acquistando ben quattro pecore e lasciandole alla stalla dell’albergo. Lui andò alla taverna.<br />
Bevve buon vino, disputò con una coppia di cacciatori sulle piste della capra selvatica, giocò e vinse a dadi, di nuovo bevette e perdette ciò che aveva vinto, e terminò la giornata nel letto di una prostituta straniera che aveva caviglie sottili tintinnanti di bracciali e parlava la lingua che si parla di là del mare.<br />
L’uomo che nascose la sua anima in una pietra si svegliò quando il sole era già alto, e la prostituta imprecava alle sue orecchie perchè se ne andasse alla svelta. Provò vergogna per sè stesso, e capì quanto prezioso fosse stato il consiglio dello sciamano: presto avrebbe dimenticato tutto, ritrovando la sua anima preservata da ogni macchia.<br />
Andò all’albergo a ritirare le sue pecore, poi fece per avviarsi. Provò a richiamare alla mente la canzone che aveva cantato il giorno prima, ma a quel punto si accorse che aveva dimenticato tutto: la canzone, il numero, e ogni particolare della lunga marcia. Solo ricordava l’albero solitario, tra le cui radici aveva seppellito la sua anima.<br />
Trascinò le sue pecore in lungo e in largo nel territorio circostante, credendo ogni volta di aver trovato l’albero giusto, e ogni volta cercando inutilmente il nascondiglio, finchè le pecore non morirono di stenti in quel deserto, una dopo l’altra, ed egli le macellò per cibarsene, senza interrompere di un giorno la sua ricerca.<br />
Una ricerca inutile. Dopo settimane (in cui certamente al villaggio l’avevano dato per morto), decise di rinunciare. Non avrebbe mai più ritrovato la sua anima intatta, doveva farsene una ragione. L’uomo che aveva vissuto in semplicità sulle montagne, il pastore e cercatore di turchese, non esisteva più: non poteva tornare lassù, non era più dei loro.<br />
Ma di chi sarebbe stato, d’ora in poi, se non di sè stesso? E quale direzione dare al cammino? Mentre pronunciava mentalmente questa domanda provò un sentimento sconosciuto: intravide davanti a sè una libertà sconfinata e il potere di osare.<br />
Si guardò indietro, e tornò all’ultima pietraia oltrepassata. Si mise a rovistare sotto il sole cocente, finchè gli parve di aver trovato un sasso tanto simile al suo da non potersene distinguere se non per il disegno. Provvide anche a quello, lasciò asciugare e poi si chinò afferrandolo avidamente e stringendolo nel pugno, ma niente.<br />
Niente di ciò che aveva perduto ritornò da lui.<br />
Si avviò verso il mercato, e poichè era senza denaro, il primo giorno per mangiare dovette tendere la mano. Poi si adattò a fare da garzone a un maniscalco, e ad altri mestieri con cui sopravvivere alla giornata, finchè un mattino, osservando il banco di monili e gemme di un mercante arabo, ebbe un’idea.<br />
Per un intero giorno setacciò una pietraia riempiendo la bisaccia di sassi tondeggianti di un colore compatto, grigio, bianco, rossastro. La notte, con pigmenti diversi, tracciò su ognuno di essi l’identico disegno: tre cerchi concentrici, e il punto centrale.<br />
Al mattino si procurò due ceppi, un asse, un drappo e uno sgabello, e allestì il suo banco al mercato, dove dispose le sue pietre.<br />
La gente si fermava ad osservare, il prezzo era buono.<br />
“E’ un amuleto?” chiedevano alcuni. E altri: “E’ un’arma?”<br />
Lui annuiva, lasciava che ognuno credesse ciò che voleva.<br />
L’uomo che nascose la sua anima in una pietra va al mercato di Babele ogni mattina, e siede là, finchè non muore il giorno.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Devoti a Babele - recensione di Antonio Pagliaro]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=512</link>
<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 19:12:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=512</guid>
<description><![CDATA[(Pubblicata su Queer di &#8220;Liberazione&#8221; del 22 giugno 200  

“Devoti a Babele” di Valt]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Pubblicata su Queer di "Liberazione" del 22 giugno 2008)</em></p>
<p><img src="http://valterbinaghi.files.wordpress.com/2008/04/devoti-a-babele-cover.jpg" alt="devoti a babele" /></p>
<p>“Devoti a Babele” di Valter Binaghi è una storia di dipendenze che a tratti assume i toni religiosi di una parabola. Nel “prologo nella preistoria”, ad esempio, che va riletto alla fine per meglio comprenderlo. Prologo che narra dell’ “uomo che nascose la sua anima in una pietra”, e, persa la pietra, la cercò fino a rassegnarsi. Ed è nel rassegnarsi che l’uomo intravede davanti a sé una libertà sconfinata e il potere di osare, fino a diventare venditore di pietre nel “mercato di Babele”.<br />
<!--more--><br />
Lasciato quest’uomo preistorico, il protagonista del resto del libro, diviso in tre parti, è Arvo, milanese della piccola borghesia, che seguiamo dagli anni ‘80 fino a oggi. Nei tre periodi in cui si svolge la storia, il tentativo di elusione della realtà porta Arvo a cercare una fuga che si traduce in una dipendenza sempre diversa. La prima è l’eroina dei primi anni Ottanta. Sono i tempi dei tossici. E’ la prima parte del libro, “religione del buco”, forse la migliore delle tre, quella in cui la scrittura di Binaghi sembra essere nata per la storia che racconta. Arvo vive per bucarsi.<br />
La seconda fuga, pochi anni più tardi, è una setta simil-Scientology che accoglie Arvo nel suo programma: disintossicarlo dall’eroina per poi renderlo di nuovo dipendente: è la “religione del programma”. Arvo diventa istruttore della setta, impara a eliminare dal corpo i “traumi pre-natali”, impara il segreto del disordine che corrompe l’uomo: i “Grumi”. Schiavo di farabutti, applica ciò che impara sui nuovi adepti, fino alla tragedia.<br />
Infine, e siamo agli anni duemila, mentre Arvo sembra tornato un normale piccolo borghese, un nuovo crollo: la “religione in video”. E’ la terza parte del libro, raccontata da un cronista fuori campo. Nuove fughe che diventano dipendenze: prima la tv. Piccole comparsate, un reality, l’agente Cico Sbora, piccolo grasso gli occhi dolcementi porcini. “La tv è la vita al quadrato: difficile farne a meno”. Se ti rifiuta, è dramma. Poi il web. La navigazione compulsiva, il distacco dal mondo reale, fino al blog di una giovane donna e il delirio erotomane. E qui, nelle pagine e pagine di e-mail che Arvo scambia con Viola d’Amore il romanzo si perde un po’. Sono tante e molto credibili, e dunque noiose come un blog di Splinder che si chiami appunto Viola d’Amore e pubblichi poesie di Prevert e foto del gatto, le lettere che si scambiano i due. Troppe lettere che precedono un finale, la fine del viaggio di Arvo, che potrebbe essere consolatorio ma che lascia ugualmente una grande sensazione di amarezza. Binaghi cita Heidegger: “solo un Dio ci può salvare”, ma ci mette in guardia: forse non è così per una civiltà al tramonto.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[DEVOTI A BABELE - recensione di Franz Krauspenhaar]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=451</link>
<pubDate>Wed, 14 May 2008 10:44:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=451</guid>
<description><![CDATA[
(Pubblicato su Nazione Indiana)
Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, D]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/binagone.bmp" alt="devoti a babele" /></p>
<p>(Pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/">Nazione Indiana</a>)</p>
<p>Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, Devoti a Babele? Un ragazzo del ‘77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all’inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.<br />
Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c’è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E’ un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all’inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l’eroina della botta e via, la “roba” che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d’oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell’arrampicata mobile e liquida e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all’ultimo capitolo della tua tragicommedia d’un uomo ridicolo.<br />
<!--more--><br />
Arvo lo seguiamo attraverso i suoi buchi, le sue colazioni a base di caffelatte e krumiri rubate alla povera madre vedova, lo seguiamo nei suoi accampamenti a Piazza Vetra alla ricerca della maledettissima roba in cambio di stereo “zanzati”. Nella seconda parte, il ragazzo finisce finalmente in una comunità terapeutica, Castalia. Se prima, all’inizio degli ‘80, siamo alla fine di un’epoca fotografabile tra il multicolor della psichedelia di massa e il nero buco di una Vermicino dove si consuma una morte in diretta del tutto simile a quella che troviamo in uno dei  capolavori “neri” di Billy Wilder, L’asso nella manica (1951) e si prospetta a larghe falde di spot ramazzotteschi fighettismo e berlusconismo strafottuto da bere, deglutire e -perdio- vomitare, ora siamo arrivati alla fine di questo decennio buggerone e  corto, in una succursale fantastica ma anche parecchio brianzola di quel farabuttificio globalizzato che è Dianetics. A seguire il Programma, del quale Arvo diventa sostenitore e in seguito, uscito dal megatraforo della dipendenza, istruttore. Un Programma di normalizzazione ma anche di risucchio dell’anima, cosicchè è vero che si esce dalla schiavitù della droga, ma pagando il prezzo di un abbandono totale della propria indipendenza psicologica, della propria effettiva libertà di scegliere.<br />
La terza parte, trattata intelligentemente e abilmente da Binaghi con altro passo stilistico, perchè i tempi lo richiedono per via di un’accelerazione del ritmo della comunicazione, trova Arvo, nel frattempo sposato e inquadrato nella vita piccolo borghese di quasi tutti, alle prese con una nuova, potentissima dipendenza: quella della Rete, delle ossessioni psicodrammatiche del virtuale. Una caduta, la sua, dal virtuale dell’endovena cosmica al virtuale della comunicazione illusoriamente totale, con Arvo - personaggio  simbolico di una generazione di figli dei figli della guerra che in una sorta di effetto rebound hanno sconfessato gli sforzi e il sudore e le lacrime dei loro padri- che chiede amore ed erotismo via blog a una sconosciuta che sempre tale rimarrà, ectoplasma danzante nel liquido fintamente amniotico di una blogosfera megafono di semplici, banali sospiri di desiderio. Sarà la famiglia, banalmente ma realisticamente, a raddrizzare la via del protagonista verso una grigia ma solida salvezza dall’ultima dipendenza.<br />
Un romanzo compatto e molto ben riuscito, dalla scrittura - tipica di quest’autore - che s’imbeve di una religiosità affannata e del senso di colpa di un’intera generazione che si è fin troppo stordita con cose che meritavano certamente meno attenzione, e nessuna passione; così che i libri di Binaghi, sempre più lontani, passo dopo passo cioè libro dopo libro, da qualsiasi “genere” codificato, diventano ben strutturati apologhi di una generazione cardine e certamente più interessante di altre, nella quale si trova successo pieno in una società opposta a quella vagheggiata in anni ben distanti, e al contempo continue ricadute nel bisogno di stordimento, nella vecchia droga, sul filo di un istinto di autodistruzione divenuto purtroppo di massa, in certo senso seminato a rattrappite mani alle nuove generazioni.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[DEVOTI A BABELE - Cosa ne dicono i primi lettori...]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=418</link>
<pubDate>Fri, 09 May 2008 15:41:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
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<description><![CDATA[
&#8220;Nel complesso funziona assai, è un bel libretto, un bel pugno nello stomaco. mi piace come ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.airplane.it/PerdisaImager.aspx?path=media&#38;name=978-88-8372-441-1" alt="devoti a babele" /></p>
<p>"Nel complesso funziona assai, è un bel libretto, un bel pugno nello stomaco. mi piace come dipingi le donne, fanno sempre una gran figura nei tuoi libri. pare sempre che se il mondo si dovrà salvare sarà per merito loro. non merito delle suffragette, ma delle donne con la d maiuscola".<br />
(Michele Riccardi)</p>
<p>"E' Scanner Darkly ( un oscuro scrutare mi pare fosse la traduzione italica) di Dick ma qui e ora. E senza neanche un "potere" che alla fine tiri le fila del tutto. Perchè le fila da tirare non ci sono più."<br />
(Onofrio Catacchio)</p>
<p>"Le scrivo sul suo ultimo libro: l'ho letto in un paio d'ore, durante la lezione di antropologia teologica... così accattivante da fare passare in secondo piano il tema della Predestinazione; la sua abilità nell'appassionare il lettore è il suo marchio di fabbrica. Lo schema peccato-possibilità di redenzione (scusi se brutalizzo) è in fondo lo stesso de <em>I tre giorni all'inferno</em>.<br />
Mi aveva scritto che con <em>Devoti a Babele</em> avrebbe esplorato il tema della Speranza. Lo ha fatto. Se mi permette, qui viene per me il punctum dolens: nel senso che il tema, ancora una volta viene solo sfiorato e lasciato aperto. Ad uno sguardo romanzesco, la sua soluzione m'ha convinto, ma non dobbiamo dimenticare che però la Speranza è sostanza delle cose, per cui mi chiedo se anche i romanzieri, invece di fermarsi prudentemente sulla soglia, possano avere maggiore coraggio!"<br />
(Gianfranco Rutigliano)</p>
<p>"<em>Devoti a Babele</em> é un potente scavo, una prova a liberarsi di schiavitù. come un allenamento a liberarsi da qualcos'altro, la tua voce, speciale, solo tua, credo, per raccontare un brivido e una noia metafisica, il crollo e una speranza assieme attraverso il crollo."<br />
(Marino Magliani)</p>
<p>"preferivo il custode delle brughiere, ho avuto la sensazione che in questo tuo ultimo, per qualche motivo per te importante, tu abbia voluto strapparti le budella in pubblico in una sorta di divinazione autocoscienziale, (minchia questa mi è venuta di getto), e questo dalla prima all'ultima pagina, anzi alla nota di chiusura, ma non è con l'autosevizia che si intriga il pubblico, non ci sarebbe limite... per me fatta questa stazione di travaglio, dovresti seguire il bonetti, il suo scrutare così diretto, palpabile e dentro la situazione umana, ne possono fare il maigret (o il montalbano o il pepe carvalho o meglio lo studer di friedrich glauser) delle brughiere o della provincia della metropoli. ugh ho detto".<br />
(Gunny)</p>
<p>"E’ un libro diverso dai precedenti, il delirio di una vita, vittima delle dipendenze a cui difficilmente un’anima riesce a sfuggire. Le ultime pagine della terza parte sono senza dubbio quelle che ho amato di più: c’è tanto di quell’amore tra quelle parole che fa quasi male.<br />
E’ tutta la fragilità dell’essere umano quella che scorre e si rincorre in questo libro."<br />
(Daniela Basilico)</p>
<p><em>Aggiungetevi pure nei commenti, che m'interessa molto.</em></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Devoti a Babele - Un'intervista radiofonica]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=411</link>
<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 00:26:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=411</guid>
<description><![CDATA[In occasione della presentazione del romanzo a Bologna, RadioCittà Fujiko mi ha intervistato sul li]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione della presentazione del romanzo a Bologna, <strong>RadioCittà Fujiko</strong> mi ha intervistato sul libro e il mio percorso letterario, ma anche sugli incubi che popolano Babele.<br />
Ne è venuta fuori una chiacchierata discretamente densa, che se vi va potete ascoltare insieme a un paio di brani della BluesBanda, <a href="http://antoniopaolacci.blogspot.com/2008/01/momo-le-puntate.html">qui</a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[IL MIO NUOVO ROMANZO - Un estratto]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=408</link>
<pubDate>Sat, 05 Apr 2008 15:35:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=408</guid>
<description><![CDATA[Dall&#8217;8 aprile in libreria
VALTER BINAGHI - DEVOTI A BABELE - PERDISA POP

“Infermiere, sto m]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Dall'8 aprile in libreria</p>
<p><strong>VALTER BINAGHI - DEVOTI A BABELE - PERDISA POP</strong></p>
<p><a title="devoti-a-babele-cover.jpg" href="http://valterbinaghi.wordpress.com/files/2008/04/devoti-a-babele-cover.jpg"><img src="http://valterbinaghi.wordpress.com/files/2008/04/devoti-a-babele-cover.jpg" alt="devoti-a-babele-cover.jpg" /></a></p>
<p>“Infermiere, sto male”<br />
“Male dove?”<br />
“Dappertutto. E’ la crisi, mi chiami il medico, per favore.”<br />
“Il medico è in visita al piano di sopra, comincia a dire a me”<br />
“Mi devo fare. Se no muoio. Morfina cloridrata, metadone. Non mi dica che non ce n’è”<br />
E’ scafato, sa di medicina quanto gli basta per evitare guarigioni.<br />
“Niente da fare”<br />
“Mi chiami il medico”<br />
“E’ la prescrizione del medico. Niente altro che sedativi, se ne vuoi.”<br />
“Ma cosa vuol dire?”<br />
“Vuol dire che mentre sei qui ti levi la scimmia, per amore o per forza”<br />
E se ne va lasciandolo a smaniare.<br />
Ha la flebo nel braccio, non può nemmeno muoversi dal letto.<br />
“Bastardi, bastardi, non ce la faccio, per favore, bastardi, cosa vi costa? Una fiala, una sola fino a domani e poi me ne vado. Bastardiiii”<br />
<!--more--><br />
La sciattona claudicante in vestaglia rosa ha finalmente mollato il telefono, dopo avere sciorinato alla nuora la lista interminabile dei suoi disguidi gastro-intestinali e quant’è bello il dottore e quant’è stronza l’infermiera e quant’è scipito il puré, mentre Arvo batteva i denti a tre metri di distanza, avvolto nella vestaglia di velluto del padre defunto, nel corridoio scalpicciato dagli zoccoli bianchi del personale paramedico. Ha già il gettone in mano, si butta sull’apparecchio, compone il numero con mani tremanti.<br />
“Giorgino?”<br />
“Giorgino non c’è. Chi sei?”<br />
“Sono...mi chiamo Arvo. Dov’è Giorgino?”<br />
“L’ha preso la Madama in piazza. Sono Spina. Ho io le chiavi di casa, e il resto”<br />
Un sospiro. Non sa  chi è quel tizio, ma è chiaro che ha lui la roba.<br />
“Spina, sono un amico di Giorgino. Amico...tanto, capito? Ho bisogno di una busta, subito, anche mezza. Sono qui in ospedale, a Niguarda, me la devi portare”<br />
“Che faccio, le consegne a domicilio? Ma i soldi ce li hai?”<br />
“Ho fregato un orologio in una camera. E’ un Breil. Vale un casino”<br />
“Si, poi vengo lì e scopro che è una patacca. Niente da fare”<br />
“Guarda che sto male. E poi sono amico di Giorgino. Giorgino la roba a credito me la dà, sa che può fidarsi. Pago sempre”<br />
“Giorgino chissa se è vivo adesso. E io dei suoi amici me ne frego. Mi deve un sacco di soldi e poi guarda, la mia donna, qui, non mi fa uscire. Non se ne parla.”<br />
“Sto male Cristo, sto male. Ti do anche i vestiti, tutto”<br />
“Prova con la Caritas”<br />
Ha riattaccato. Se ne sbatte quello, come Ponzio Pilato, dell’unica verità di questo mondo. Arvo torna alla croce della branda, a smaniare come un cane rabbioso, masticando insulti del passato prossimo e remoto, tua madre è una troia e lo prende in culo dai negri, fascisti carogne tornate nelle fogne.</p>
<p>Gli hanno dato una dose di sedativo che abbatterebbe un mulo ma l’astuzia del desiderio può muovere un automa. Alle tre di notte, guidato quasi solo da un olfatto di sonnambulo, svicola per corridoi, esplora salette, elude turnisti assonnati e casca sull’armadietto giusto, riconosce le fiale (ce n’è a mercato nero in Piazza Vetra), una, anzi due. E la siringa. Poi nel cesso.<br />
E’ lì che lo ritrova il ragionier Lorini, unico nottambulo degente tormentato dalla prostata, alle ore 3 e 26 minuti, collassato.<br />
La madre arriva in taxi, nel cuore della notte, la terza volta in vita sua che ne prende uno.<br />
Le hanno parlato di coma, ma non profondo, non ha capito bene, si è seduta.<br />
Lui è pallido, immobile, un fiore reciso.<br />
Mater dolorosa, mater lacrimosa, una spada ti trapassa il cuore.<br />
Non solo per l’orribile sorte della carne della tua carne, ma per il ruolo che hai avuto in tutto questo. E’ molto tempo che un pensiero ti tormenta, subito respinto negli inferi della memoria da ferite più fresche che lui ti ha procurato in abbondanza ma adesso, nell’ora che pare estrema della tenebra, non puoi più evitarne la fastidiosa luce. E’ una cosa che ti ha domandato uno psicologo due anni fa, uno dei tanti della vostra via crucis, uno antipatico, piuttosto.<br />
Quando hai cominciato a preferirlo a suo padre, a versare in lui il tuo disprezzo per il genitore, a promettergli con l’immotivata ammirazione un Regno senza conquista? Sottraendolo a quell’uomo volgare, rimiravi in lui un simulacro più leggiadro delle bambole che ti ha negato l’infanzia di guerra, mentre a tuo figlio il Demone Assenza soffiava mostruose canzoni nella tibia del Desiderio.</p>
<p>Alle 7 e 58 Arvo riprende conoscenza.<br />
“Va in comunità, dottore, me l’ha promesso.”<br />
“Ne è sicura? Le promesse di questi....”<br />
“Dillo al dottore, Arvo, che ci vai”<br />
“Ci vado”<br />
“Dov’è anche il figlio dell’Esterina. Ha un costo, ma pur di vederlo finalmente in pace...”<br />
Come si fa col miracolato, restituito alla rassicurante banalità del vivere, è tutto un pellegrinaggio di anime pie e soccorrevoli, che ti evitavano come la peste quand’eri troppo strano, ora ansiose di rispecchiare in te la loro stanca normalità.<br />
C’è una zia rimasta nubile (quando ti guarda e rammenta le pene della sorella rinnova felicemente la sua scelta), che porta arance e cioccolato.<br />
C’è l’anziano parroco della tua parrocchia, le cui melensaggini tu diserti dai tempi della cresima, che ha una sua teoria: la droga è la comunione sacrilega col diavolo, e tu certamente ne sei stato liberato per l’intercessione di tua nonna, santa donna, rimpianta Dama della San Vincenzo.<br />
C’è il nonno, che cammina col bastone e non vedi da cinque anni:<br />
“Tua nonna era una figa di legno” dice: “E tu sei un lazzarone”<br />
Ma aggiunge: “Non è tutta colpa tua”. E’ un vecchio stalinista, mastica tabacco e sputa senza ritegno sul pavimento della clinica, anche lui ha una teoria.<br />
Dice che la droga l’hanno messa in giro gli americani, come i capelli lunghi e tutto il resto, per corrompere i figli degli operai e scongiurare la rivoluzione con il bordello. Religione del popolo, roba da dinosauri.<br />
Arriva anche Laura.<br />
“Come si chiama la comunità?”<br />
“Castalia. Dice l’Esterina che col suo fanno miracoli”<br />
Laura si curva su di lui e lo bacia sulle labbra fredde.<br />
“Io sarò qui ad aspettarti, Arvo”<br />
“Potrebbero volerci anni”<br />
“Non m’importa”<br />
Le sue preghiere hanno trovato grazia, Arvo.<br />
Non ti libererai facilmente di lei.</p>
<p>Dopo la prima morte, il pattume karmico sul groppone sembra più leggero.<br />
Non hai vinto la partita, hai solo buttato a monte, ma non importa.<br />
Si ridanno le carte, a tutta prima sembreranno diverse.</p>
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<title><![CDATA[Devoti a Babele di Valter Binaghi - lettura di Antonella Pizzo]]></title>
<link>http://viadellebelledonne.wordpress.com/?p=3105</link>
<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 05:20:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>antonellapizzo</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Devoti a Babele di Valter Binaghi
Prezzo euro 12,00
Pagine 128
Isbn 978-88-8372-441-1
Discese all]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://valterbinaghi.files.wordpress.com/2008/04/devoti-a-babele-cover.jpg" alt="" width="224" height="320" /></p>
<p><strong>Devoti a Babele</strong> di Valter Binaghi<br />
Prezzo euro 12,00<br />
Pagine 128<br />
Isbn 978-88-8372-441-1</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Discese all'inferno e compiaciute permanenze ne abbiamo avute a iosa, e nessuno ha aggiunto una virgola a Rimbaud. Io vi racconto come se ne esce.<!--more--><br />
Chi è davvero Arvo? Un tossico all’ultimo stadio? L’uomo che si libera della propria dipendenza per diventare adepto di una setta new age? Il personaggio mediatico che partecipa a un reality show e e poi naufraga nei lussuriosi labirinti del web? Forse è sopravvissuto al Diluvio, ma nessuno sa dov'è. Sia quel che sia, la parabola di Arvo è la più intensa e provocatoria scorribanda letteraria di uno scrittore che si conferma come una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea.</em></p>
<p style="text-align:justify;">***<br />
Le dipendenze nascono con l’uomo, anzi l’uomo nasce dipendente, sappiamo tutti che il bambino appena nato dipende totalmente dalla madre, succhia il suo seno e si nutre con il suo latte, senza la madre, o qualcuno che si occupi di lui, il bambino è destinato alla morte; poi il bambino si stacca dalla madre, smette di succhiare il suo seno, diventa adulto, si procura il cibo con il sudore della fronte, coltiva la terra, coglie i frutti che pendono dall’albero, va a caccia, a pesca (si fa per dire, ormai quasi nessuno coltiva la terra o va a pesca per procurarsi da mangiare) comunque l’uomo si riscatta e impara a camminare con i propri piedi. Accade però che quando ha paura, quando ha fame, sete, quando soffre, quando i dolori gli spaccano il cervello anche il più grande e grosso uomo torni bambino e dica: mamma! Ora che ci penso, l’unico che non lo disse fu Gesù Cristo, lui chiamò suo Padre, disse alla Madre di non piangere e la affidò ad altri, disse al Padre “passi da me questo calice ma sia fatta la tua volontà” o qualcosa del genere.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma Lui si era fatto uomo, e si era fatto vero uomo. Un vero uomo riesce a staccarsi dalla madre, dal latte e dal suo seno. Mi faccio tre domande: E’ teologico ciò che dico? C’entra qualcosa con le dipendenze? C’entra qualcosa con il libro di Binaghi? Rispondo probabilmente no alla prima, forse alla seconda,   la terza sento però che c’entra molto con il libro di Binaghi, c’entra perché il seno e il latte nelle sue pagine è molto presente, è presente il latte della madre, il succhiarlo, l’assumerlo a colazione ogni mattina in casa della madre, prima di andare a farsi di droga, e se leggerete il libro ve ne accorgerete. Succhiare latte e sangue. Dovrebbe l’uomo per crescere e farsi vero uomo riuscire a completare il viaggio che si chiama vita che parte dalla madre e arriva fino al padre? O dovrebbe smetterla di succhiare assieme al latte anche il sangue delle madri? O la madre deve porgere il suo seno e darsi tutta, in sangue e latte? Ha il figlio sensi di colpa che lo portano a respingere la madre e cercare nelle dipendenze la consolazione vivendo sempre la stessa storia, recitando lo stesso copione? Ha il protagonista un complesso d’Edipo mal risolto? Ha ucciso il padre e ora vuole uccidere anche la madre colpevole di averlo lasciato andare? o, al contrario, non averlo voluto lasciare andare? Lo tiene legato a se perché complice dello stesso delitto, è ugualmente colpevole? Scriveva Stig Dagerman del nostro bisogno di consolazione, scrive Binaghi dello stesso bisogno di consolazione? Queste sono le domande che mi sono nate dentro dalla lettura del suo libro. Se un libro ci muove dentro domande qualcosa vale, anche se le domande sono sbagliate.</p>
<p style="text-align:justify;">Arvo passa da una dipendenza all’altra, prima è dipendente dalla droga, poi da una setta, poi dai reality, poi da internet, alla fine pare si sia salvato ma non ne siamo sicuri, anche se lo speriamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Devoti a Babele è un romanzo complesso e con una forte connotazione religiosa, come è facilmente desumibile dal titolo. Il libro è diviso in più parti, e, benchè complesso, si legge molto velocemente. Le ragioni profonde di tutto sono espresse nella prima parte che è ambientata agli albori della civiltà. L’uomo è alla ricerca della sua identità, della sua anima, quella pura, l’anima che ha perso strada facendo, che ha nascosto e non può più trovare, così si accontenta di falsi segni, di false griffe, commercia in patacche, sostituisce l’apparenza all’essenza, lo scambio, il baratto, il mercato, il guadagnare, sostituisce l’avere con l’essere, come nella teoria filosofica di Erich Fromm, sostituisce la realtà con la finzione, il reale con il virtuale, il latte materno con dei succedanei, con dei prodotti di sintesi, l’amore con la passione, così la libertà muore, nasce la dipendenza, o al contrario, nasce la dipendenza e muore la libertà; come quando il bambino si stacca dal seno e si accontenta del succhiotto, ma un succhiotto è un oggetto di plastica, non è un seno di madre, dal succhiotto non esce nulla, è movimento sterile, è finzione, rappresentazione. Un libro di ricerca dunque, un viaggio alla ricerca di se stesso, della sua realtà, del suo vero essere, di un filosofo o di Dio. E’ la cronaca di un viaggio, del viaggio del protagonista, di Arvo, la cui destinazione però resta ignota al lettore ma che la voce narrante, il cronista, dà ad intendere di ben conoscere, e a ben leggere potremo capire anche noi lettori.</p>
<p style="text-align:justify;">***<br />
Valter Binaghi è nato nel 1957 in provincia di Milano, dove vive con moglie, due figli e una gatta. Si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo” e curando per Arcana alcuni volumi dedicati alla musica pop (Pink Floyd 1978, Lou Reed 1979, Punk 1978, Eroi e canaglie della musica pop 1979). La passione per il blues l’ha portato a fondare diverse band (Blues Ortiga, Blue Valentine, Doctor Blue and the Healers) con cui dal 1991 imperversa nei pub della sua zona, allestendo anche reading musicali per presentare i suoi romanzi, che sono: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia 1999), Robinia Blues (Dario Flaccovio Editore, 2004), La porta degli Innocenti (Dario Flaccovio Editore, 2005), I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, Cronista padano (Sironi, 2007).</p>
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