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	<title>gentilezza &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/gentilezza/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "gentilezza"</description>
	<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 21:42:47 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[c'è ancora altruismo gratuito in giro]]></title>
<link>http://molengai2.wordpress.com/?p=1351</link>
<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 12:25:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>molengai2</dc:creator>
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<description><![CDATA[l&#8217;auto che ci ha lasciato il parcheggio libero ci ha anche omaggiato del tagliandino del aprch]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>l'auto che ci ha lasciato il parcheggio libero ci ha anche omaggiato del tagliandino del aprcheggio valido per tutta la notte</p>
<p>a loro non serviva più e ce lo hanno regalato così per pura gentilezza</p>
<p>li ringrazio</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[La ragazza della profumeria]]></title>
<link>http://mcarpielli.wordpress.com/?p=262</link>
<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 15:00:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>mcarpielli</dc:creator>
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<description><![CDATA[Volevo acquistare un profumo da donare a mia moglie per il compleanno.
Entro in profumeria, mi aggir]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Volevo acquistare un profumo da donare a mia moglie per il compleanno.</p>
<p>Entro in profumeria, mi aggiro osservando le confezione dei profumi in attesa che una commessa si liberi.</p>
<p>Finalmente arriva una ragazza assai alta, circa 1.80 suppongo, bionda, viso molto bello.</p>
<p>E' estremamente gentile e timida nel contempo. La voce esce a fatica e lieve.</p>
<p>Anche il fisico dimostra la timidezza attraverso il tenere leggermente incassate (ingobbite) le spalle, tipico atteggiamento di chi vorrebbe essere un po' meno visibile.</p>
<p>Quando torna dal magazzino mi propone una confezione di ricarica del profumo che avevo scelto, così da permettermi di risparmiare quella decina di euro.</p>
<p>Penso che non ci sia questa gran differenza, visto il prezzo della boccetta e prendo la confezione normale.</p>
<p>Sapete cosa ho pensato della ragazza? penserete che come uomo quarantenne (quasi) io sia stato attratto da lei. Nulla di più errato.</p>
<p>Il sentimento: ho provato stima per Lei.</p>
<p>Mi veniva in mente mia figlia, che adesso ha 10 mesi di età.</p>
<p>Spero che un giorno diventi come la ragazza che mi ha servito in profumeria.</p>
<p>E spero per tutte e due che la loro gentilezza venga ricambiata dalla fortuna di incontrare persone oneste e sincere.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Era buona, gentile, educata, si è uccisa]]></title>
<link>http://mcarpielli.wordpress.com/?p=213</link>
<pubDate>Sun, 04 May 2008 17:29:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>mcarpielli</dc:creator>
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<description><![CDATA[Era una dirigente statale, era buona, gentile, di una educazione squisita, leale.
Si è suicidata la]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Era una dirigente statale, era buona, gentile, di una educazione squisita, leale.</p>
<p>Si è suicidata lasciando marito e due figli.</p>
<p>Mi hanno raccontato questa storia, a mio avviso purtroppo in questa società le persone così vengono emarginate e i gruppi di altre persone cercano di distruggerle per togliersele dagli occhi, le perseguitano.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[de-vi mori-re! de-vi mori-re!]]></title>
<link>http://lapupachasonno.wordpress.com/?p=2706</link>
<pubDate>Sat, 03 May 2008 07:30:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>lapupachasonno</dc:creator>
<guid>http://lapupachasonno.wordpress.com/?p=2706</guid>
<description><![CDATA[ogni tanto mi fanno notare che io sono gentile (eh, succede&#8230;). succede soprattutto quando ad e]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>ogni tanto mi fanno notare che io sono gentile (eh, succede...). succede soprattutto quando ad esempio sono in una tavolata e aiuto i camerieri a rassettare piatti e posate. certo, è il loro lavoro mica il mio. ma a me non costa molto farlo, ed è un gesto gentile. non dovuto, ma gentile. oppure quando ripiego i vestiti che prendo dagli scaffali di un negozio, oppure quando auguro buon lavoro a chi mi ha appena servito o mi ha venduto qualcosa. se mi augurassero buon lavoro tutte le volte che qualcuno mi manda una mail o mi saluta in corridoio forse fare un buon lavoro sarebbe meno banale, e per loro meno dato per scontato.<br />
una volta mi è successo di augurare buon lavoro a un casellante mentre c'eri tu in macchina con me. mi hai fatto notare che era un po' una presa per il culo visto che io stavo andando al mare e lui era lì a lavorare. in quel momento mi sono chiesta se secondo te sarebbe stato più opportuno fargli la stecca.<br />
<em>(residui/3)</em></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ 	NEI BAR "VINCONO" PULIZIA E GENTILEZZA]]></title>
<link>http://agenziabarabc.wordpress.com/?p=83</link>
<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 08:02:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>agenziabarabc</dc:creator>
<guid>http://agenziabarabc.wordpress.com/?p=83</guid>
<description><![CDATA[






Cosa determina la qualità   di un bar? A rivelarlo, la ricerca ‘La qualità del caffè al ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://conme.files.wordpress.com/2007/08/al-bar-de-tapas.jpg" height="393" width="525" /></p>
<table class="MsoNormalTable" style="width:78.44%;" border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" width="78%">
<tr>
<td style="padding:0;" valign="top">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;"></span></p>
</td>
<td style="width:99.74%;padding:0;" valign="top" width="99%">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:14pt;">Cosa determina la qualità   di un bar? A rivelarlo, la ricerca ‘La qualità del caffè al bar' che sarà   presentata nel convegno annuale dell'Istituto Nazionale Espresso Italiano il   24 febbraio prossimo. I clienti valutano innanzitutto il livello del servizio,   l'abilità del barista, la pulizia, l'ordine e la gentilezza. Dalla ricerca,   curata dall'associazione di consumatori Altroconsumo con la collaborazione   dell'Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè e del Centro Studi   Assaggiatori, emerge inoltre che agli occhi degli avventori un peso   significativo è dato dalla bellezza del locale, dalla velocità del servizio e   dalla qualità del caffè. Ininfluenti sul giudizio finale invece il prezzo   dell'espresso, la marca della macchina e del macinino e persino quella del   caffè stesso.<br />
La ricerca completa sarà presentata nel convegno annuale dell'Istituto   Nazionale Espresso Italiano, il 24 febbraio prossimo nella fiera Pianeta   Birra Beverage &#38; Co. Seguirà un dibattito tra le maggiori associazioni di   categoria.</span></td>
</tr>
</table>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'arte della gentilezza]]></title>
<link>http://ilbalcone.wordpress.com/?p=120</link>
<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 10:41:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ennebì</dc:creator>
<guid>http://ilbalcone.wordpress.com/?p=120</guid>
<description><![CDATA[&#8220;La mia religione è molto semplice. La mia religione è la gentilezza&#8221;. Dalai Lama
Chi ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">"<em>La mia religione è molto semplice. La mia religione è la gentilezza". </em><strong>Dalai Lama</strong></p>
<p align="justify"><img border="0" vspace="5" align="left" width="390" src="http://www.zai.net/images/user_pages/cortesia.gif" hspace="5" height="379" />Chi di noi, <strong><em>caro Professore</em></strong>, non sperimenta quasi quotidianamente almeno un caso  di prepotenza o scortesia da parte del suo prossimo? Le racconto un fatto banale, ma sintomatico, uno di quei casi su cui si deve solo sorridere, per non indignarsi sempre.  Immagini un Oviesse qualunque, io vado dalla cassiera e chiedo se c'è un bagno (ci sono sempre all'Oviesse, io ho un'ottima esperienza di bagni). La tizia sotto i 50, tutta tirata a lucido mi risponde: sì, vada di sotto (intendendo il piano interrato). Io incalzo, conoscendo la prassi: mi dà la chiave? E lei mi risponde, infastidita che io sia ancora lì a rubarle il suo prezioso tempo: ma quale chiave! Non c'è nessuno di sotto...<br />
<em>La pazienza è la virtù dei forti... </em>così anche questa volta ignoro la provocazione... Però, mi chiedo, <strong><em>Professore</em></strong>, dove sta scritto che una persona gentile ed educata quale io mi reputo debba sempre incassare in questa mondo di sclerati?<br />
"Gli italiani stanno male", mi sento sempre dire, ma non si starà esagerando con questa storia che solo perché uno non arriva a fine mese ha il diritto di essere nervoso e maleducato? Anche perché anche io sono fra quelli che non arriva a fine mese... ma non per questo me la prendo col primo che capita! Sa che penso? Che noi italiani dovremmo cominciare tutto daccapo, compreso ripetere (imparare) le regole delle buone maniere.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Clienti gentili, clienti facili, e tutto il resto]]></title>
<link>http://blog.ramsesoriginal.org/2008/01/19/clienti-gentili-clienti-facili-e-tutto-il-resto/</link>
<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 21:52:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>ramsesoriginal</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Foto originale di lepetiteprince7531 
Come di certo alcuni di voi sapranno, da un po di tempo lavo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2164/2040257299_c06dec9008.jpg" alt="Love and Hate" height="397" width="500" /></p>
<p><a href="http://flickr.com/photos/9913355@N04/2040257299/">Foto originale</a> di <a href="http://flickr.com/photos/9913355@N04/">lepetiteprince7531 </a></p>
<p>Come di certo alcuni di voi sapranno, da un po di tempo lavoro in un noleggio di atrezzatura sportiva invernale. Ci sono molti clienti. Oggi un maresciallo dei carabineri della basilicata oggi é stato alcuni minuti a chiacchierare. è stato gentile, si é mostrato aperto ai consigli che gli davo, e dopo, prima di andarsene, mi ha regalato una bottiglia di un ottimo vino, prodotto da suo padre. Poi ci sono i clienti facili: entrano, dicono "Voglio un Rossignol RS-9 di 150 cm,  mi setti l'atacco su 7.25, eccovi lo scarpone. E mi dia le stecche di 120cm." Gli si da quello che si vuole, questi hanno i soldi pronti in contanti, esattamente contati, e se ne vanno.</p>
<p>Parentesi aperta:</p>
<p>chi mi conosce sa di certo che non sono per niente razzista, e odio i pregiudizi.</p>
<p>Parentesi chiusa.</p>
<p>Il resto dei clienti, quelli composti da gente ne gentile ne facile, é composto da gente di tutte le nazionalitá, e di tutte le etá. Peró: i gruppi di russi neo-ricchi sono spesso estremamente arroganti, non si lasciano dire niente, e sono estremamente tirchi. E i gruppi di gente proveniente dal Israele sono spesso estremamente arroganti, tirchi, e pretendono sempre di piú, anche quando si é giá andati oltre il limite.  Non dico che tutti i russi sono cosí: il cliente con il quale sono andato il piú d'accrodo era un giovane sloveno neo-arricchito, che si é portato dietro gli amici russi. E uno die clientei piú generosi veniva da Betlemme. Peró, in linea di massima, questo tempo di lavoro finora mi ha.. insegnato... che quando entra un russo/slavo/isrealita, é meglio spegnere i sentimenti, che senno la rabbia sale... e sale..... e sale... e......</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ieri notte: i cazzi tuoi]]></title>
<link>http://monte.wordpress.com/2007/10/19/ieri-notte/</link>
<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 11:51:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>monte</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ieri notte stavo facendo i cazzi di mio fratello&#8230;ero solo a casa, con un po&#8217; di nostalgi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri notte stavo facendo i cazzi di mio fratello...ero solo a casa, con un po' di nostalgia dei miei...ed ecco che compare un libricino...</p>
<p>Inizio a leggere "mi piace scrivere, dovrei farlo più spesso"...continuo e scopro che scrive nello stesso mio modo, o meglio come scrivevo nell'altro blog (tranquilli, non vi siete persi niente)...</p>
<p>Una sensazione stranissima mi pervade e di colpo mi mancano quelle nottate dove chiacchieravamo e ci confrontavamo, sembrava come se prevedeva le mie parole e i miei sgangherati pensieri, dopo tutto lui le mie cose le ha già vissute...13 anni di differenza...</p>
<p>E pensare che siamo simili in un sacco di cose e solo una volta gli ho detto che lo stimo (e tra l'altro ero ubriaco)...l'ho sempre visto come quello che sapeva le cose da fare, da dire ecc..e poi leggendo e ascoltandolo ho trovato anche una persona con i suoi problemi, che lo rendevano i suoi discorsi ancora più "vissuti".</p>
<p>Ho imparato la gentilezza, e la bellezza di un gesto da lui.<br />
Una brioche la mattina, un regalo la sera, un pensiero il pomeriggio...una telefonata o il parlare bene del fratello con gli amici :)</p>
<p>E adesso che è sposato, sono contento che abbia realizzato un altro obiettivo.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le cortesie più piccole: Emily Dickinson]]></title>
<link>http://poesie.wordpress.com/2007/09/02/le-cortesie-piu-piccole-emily-dickinson/</link>
<pubDate>Sun, 02 Sep 2007 20:38:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>marcomkc</dc:creator>
<guid>http://poesie.wordpress.com/2007/09/02/le-cortesie-piu-piccole-emily-dickinson/</guid>
<description><![CDATA[Le cortesie più piccole
– un fiore o un libro –
piantano sorrisi come semi
che germogliano nel ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Le cortesie più piccole<br />
– un fiore o un libro –<br />
piantano sorrisi come semi<br />
che germogliano nel buio.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La gentilezza degli estranei]]></title>
<link>http://fahre.wordpress.com/2007/05/24/la-gentilezza-degli-estranei/</link>
<pubDate>Thu, 24 May 2007 14:23:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>alfredomc</dc:creator>
<guid>http://fahre.wordpress.com/2007/05/24/la-gentilezza-degli-estranei/</guid>
<description><![CDATA[[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]
1. Alex
Rune non mi vuole più. Lo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>[Pubblicato online su A.L.I. Associazione Libera Italiana, 2007]</p>
<p>1. Alex</p>
<p>Rune non mi vuole più. Lo capisco da come non risponde alle domande, da come saluta, da come sparisce la mattina. Non volevo venir qua per sapere questo, era meglio stare dov’ero. Fuori la città brulica, contrariamente al mio dentro. Venditori di fazzoletti accanto a bilance pesapersone. Commercianti di canne da pesca lungo un ponte. Ieri sono passato davanti a un negozietto di catene per navi e ganci per gru. Entri e compri una catena da attracco per petroliera. Hanno anche due vetrine, con i rotoli di ferraglia esposti. Questa posto mi dà l’idea del corpo di un’adolescente, una ragazzina di tredici anni, con seno, fianchi e vita da donna, ma gambe troppo lunghe, movimenti dinoccolati, e un viso che non si sa come classificare. Potrebbe essere una bambina o una top model. Istanbul.</p>
<p>Arrivo al piccolo caffè, è vicino a un palazzo antico. Sulla facciata c’è il nome di Garibaldi. Dentro, due targhe di marmo con una dedica della Società Italiana Lavoratori, in occasione del cinquantenario. Chi ci abitava in quella casa nel 1913? Che comunità italiana c’era a Istanbul? Dev’essere ancora di proprietà dell’ambasciata, c’è una bandiera fuori, anche se un po’ nascosta. Giro intorno al palazzo e salgo la stradina laterale. Siedo a un tavolino basso con sedie da bambini.<br />
Due tavoli più in là, viso non troppo fresco, occhi azzurri, jeans e canottiera, una donna si dà un gran daffare per comunicare con una generazione distante. In inglese. Ha una gran borsa con dentro giornali e riviste. Mi chiedo cosa faccia. Lavora in qualche servizio culturale della biennale? Giornalista? Fotografa? Sembra annuire a un uomo seduto al tavolo a fianco. Uno elegante, sobrio. Pantaloni grigi e camicia bianca. Scarpe lucide. Che si sta lamentando perché é mezz’ora che aspetta, pare che lo facciano apposta. È incazzato come non mai.</p>
<p>Li osservo con la coda dell’occhio. A guardarla bene, penso proprio che sia qui per la mostra. Ho anch’io il catalogo della biennale sul tavolino. Non ho ancora visto nulla e sono qui da tre giorni. Non ho palle per fare nient’altro che compartirmi. In fondo la biennale era solo una scusa per rivedere Rune. L’uomo inveisce  e se ne va. Il cameriere si guarda bene dal fermarlo. Lei guarda entrambi, poi si gira verso di me. Ricambio il suo sguardo. È una bella donna, sui quaranta, un po’ sovrappeso.</p>
<p>Lo schienale della seggiolina fa male, o forse è solo la mia schiena a essere più insofferente. Fisso la striscia gialla sul muro segnata dal bordo delle sedie, caffé dopo caffé. Una ferita aperta che non sanguina.<br />
Il caffé turco varia molto. Qui lo fanno denso ma non troppo, saporito. Lo portano già zuccherato, basta chiedere senza zucchero, medio zucchero o molto zucchero. Non si gira, sennò la miscela risale a galla. Quello di ieri, in un altro posto con sedie e tavoli ad altezza normale, era troppo denso e la miscela del caffé non riusciva a depositarsi sul fondo. Ho bevuto caffé macinato.</p>
<p>Eva è arrivata a Istanbul da sola, tanto sapeva che avrebbe visto un sacco di gente conosciuta, anche loro qui per lo stesso motivo. E infatti ieri sera, mi dice, si è imbattuta in almeno dieci persone che bazzicano la scena artistica. Che culo, mi verrebbe voglia di dirle. Ma sto zitto. Mi racconta cosa le è successo.<br />
Girando per viottoli, si rompe un tacco. In strada, ovunque, ci sono lavori per adeguare le infrastrutture a quella che dovrebbe essere la più grande metropoli europea dopo Mosca. La pedonabilità ne risente un pochino, per usare un eufemismo. Entra in un negozio che vende pelle, chiede se lì vicino c’è un calzolaio. Dietro il banco, un signore distinto coi capelli bianchi. La fa accomodare, valuta il problema, parla al telefono. Arriva un vecchietto che prende la scarpa, sparisce, e dopo dieci minuti torna col tacco nuovo. Le scarpe sono bianche, non proprio roba che si trova facilmente. Le chiedono anche l’altra scarpa. Eva tergiversa un po’, confusa, ma alla fine si arrende benevola ai due. Altri dieci minuti, altro tacco nuovo e perfetto. Le offrono anche il tè. Alla fine si alza, ringrazia e fa per pagare, ma i due non accettano denaro. Niente di niente. Un grazie e basta.<br />
Una di quelle giornate che non ti aspetti. Ma mi ci metto anch’io. Eva è qui da sola. Fa la curatrice di un museo a Basilea e non si perde una biennale. Il suo uomo fa il grafico e a lui l’ambiente dell’arte fa proprio schifo. Quando la incontro mi dà l’impressione di essersi cucita addosso un vestito da curatrice-giramondo. Sembra che in fondo desideri un’altra vita, e a questo punto non possa tirarsi indietro. Ma forse é solo una mia proiezione.<br />
Esce dal negozietto confusa, felice. Entra in un bar e si mette a chiacchierare con uno straniero, che da venti minuti sta aspettando un tè. ll tizio accanto, munito di catalogo della biennale – e che poi sarei io – la sbircia con vago interesse. Si presentano, chiacchierano, decidono di mangiare qualcosa assieme.</p>
<p>Eccomi qua. Con una donna del quale so appena qualcosa e ciò mi basta. Rune dev’essere già tornato alla guest house a quest’ora. Chissà cosa penserà non trovandomi. Un po’ per i soldi, un po’ perché non sono pratico della città, in questi due giorni è finita che ero la sua ombra. Certo oggi non mi può dire che sono a traino. Anzi, le propongo di andare a vedere la Torre del Galata. C'é un edificio a fianco, il portone è sempre aperto, basta spingerlo e si sale su fino all’altezza della torre, e non c’è mai nessuno. Mi c’ha portato ieri Rune. Credo di poterlo  ritrovare.</p>
<p>Camminiamo fino al Galata. Nel mezzo del quartiere c’è la torre, circolare, in pietra. Piena di gente. Andiamo avanti. Eva mi sembra contenta. Quando mi parla mi guarda negli occhi, e mi sento un po’ in imbarazzo. Ho avuto altre storie con donne, ma mi sento sempre impacciato. Come se dovessi dimostrare qualcosa che non ho, o che non sono. Entriamo nel portone. Ci sono degli uffici pubblici per gli infortuni sul lavoro o qualcosa del genere. Comunque sia è sempre aperto. Andiamo su.</p>
<p>2. Eva</p>
<p>Bella questa cosa. Mi ha portata fin qua, all’altezza della Torre, solo un po’ più a destra. Sul Bosforo c’è una quantità di navi, barche, petroliere, cargo, pescherecci. È la prima cosa che ho notato ieri venendo dall’aeroporto. La strada segue la costa europea da nord verso sud, l'ho seguita col dito sulla cartina. Sulla terrazza del tetto chiacchieriamo, fumiamo, ridiamo. Un’interminabile fila di navi, dentro fuori e attraverso Istanbul. Barche e pescherecci hanno sempre il via libera, mi dice. Le navi stazionano alla larga prima di avere l’ok per imboccare il Bosforo. Forse non è vero, ma sembrano rapide nonostante la stazza. Dei gran lumaconi che pensi ci metteranno una vita per rullare e procedere, ma non è così.</p>
<p>Non so come prenderlo. Forse ho detto qualcosa di strano e non me ne sono accorta. S’è rattristito d’un colpo. Ormai è andata. Godiamoci il momento. Chissà Lukas cosa direbbe a vedermi qui. Lui che non sopporta le biennali, men che meno gli artisti. Tutti froci, pare. Non lo dice ma lo pensa.</p>
<p>– Devo andare, domattina lavoro e mi alzo presto.<br />
Uno scatto in piedi, a metà sigaretta. Avevo capito che era qui con un suo amico. Un po’ a malincuore scendo anch’io, lo saluto, gli do un bacio sulla guancia. Buona fortuna e arrivederci. Vedo un taxi e mi sbraccio, d’un tratto l’aria è pesante. Mi giro e lo guardo. Ci penso, ma poi non gli lascio il biglietto da visita. Va bene così, e buonanotte. Chiedo per il London Hotel.<br />
Mi monta una specie di rabbia. Voglio fumare. Ho anche lasciato la borsa aperta, che cretina. Il pacchetto mi viene in mano da sé. Mi fermo. C’è come troppo vuoto. Un pensiero balordo. Mi si scaldano le tempie. Prendo la borsa sulle ginocchia, cerco. In quel momento, so. Non ho più il portafogli. No, aspetta. Tiro fuori giornali e guida, specchietto e agenda, tiro fuori tutto quello che c’è dentro. Faccio segno al taxista che non capisce. Continua ad andare. Fermati, cazzone, fermati. Dove cristo vai, non capisci? Mi ha fregato il portafogli, il portafogli. I soldi. Le carte. Aspetta. Mi guarda prima nello specchietto, si gira, continua a guidare.</p>
<p>– No money. They stole my purse. No money, you get it?<br />
Non volevo fare una scenata. Ma che cazzo. Fermati. È fermo. Mi guarda. Mi sento addosso lacrime. Devo sembrar stupida e sono invece imputtanita come non mai. Con me stessa, per lo più. Alla fine lo guardo. Aspetta, lui. Aspetta di sapere cosa voglio fare. Cosa voglio fare?<br />
Rimetto tutto dentro e chiudo la lampo. Ora la riapro, e tutto sarà come prima.</p>
<p>– Where the money?<br />
E che ne so? Gli dico forse sul tetto del palazzo, forse è scivolato quando ho preso il pacchetto. So bene che non è così. Lukas m’ha scassato le palle per anni perché chiudessi la borsa quando vado in giro. Lui tutto precisino. E ora la chiudo, senza rendermene conto. Anche quando prendo l’accendino, apro e chiudo tutte le volte.</p>
<p>– Ok, mi fa lui, come dire, sali che torniamo indietro.<br />
– Ok, dico io.<br />
Le lacrime sono passate, ma rimane il nervoso. Se davvero è stato lui, quel figlio di puttana. No, Eva, fermati. Magari l’hai solo perso. Magari è sul tetto.<br />
Già, il tetto. Il panorama.<br />
Il taxi torna alla Torre del Galata. Io la richiudo sempre, la borsa. Si ferma davanti all’ingresso. Il portone dove siamo entrati prima è un po’ più a destra. Devo cercare quel portone, ma forse è sull’altra via, non mi sembra qui. Scendo.</p>
<p>– I… I don’t have money.<br />
Non l’hai ancora capito? Via, và! Mi allontano dalla macchina, isterica. Attraverso la strada per vedere meglio gli ingressi. Era di legno coi vetri in alto. Faccio tutto un pezzo di strada in discesa, ma non riconosco il portone. Neanche il palazzo. Mi sembrano tutti uguali. Merda. Sento un clacson. È il taxista che non se n’è andato. Mi chiede cosa c’è, un’altra volta. Non è facile capire una in stato isterico tignoso. Mi dice a gesti di montare in macchina, mi può aiutare. Boh. Vado, tanto peggio di così. Giù verso il mare, ma non attraversa il ponte. Non riesco a pensare, ora. Mi affido a lui. Mi sento scarica.</p>
<p>– You go to friends, my friends. You help. They speak English.<br />
Almeno quello. Parcheggia fuori da un portoncino. C’è una targa, Altyazi FilmLab. Si affaccia un tipo capellone in maglietta militare e jeans. Un altro è dentro. Dopo qualche parlottamento, finalmente si rivolgono a me in inglese. Spiego, poco convinta, e forse poco convincente. Sono le undici di sera in un appartamento di Istanbul con tre uomini che non ho mai visto prima. Mia madre mi darebbe della scema. Mio padre, lasciamo perdere. Non ha mai capito cosa faccio, o non ha mai voluto capire.</p>
<p>Siamo in uno studio di post-produzione. Due tavoli con doppi computer, mixer, monitor. Metri di cavi sparsi sul pavimento, e un tavolone in fondo alla parete con scartoffie, custodie di plastica, fogli, dvd. In fondo ha un suo ordine, nel casino. I due stanno lavorando, come dice la targa, al montaggio digitale di un film. E sospendono ogni cosa.<br />
Il taxista rimane ancora per un po’, il tempo di preparare un tè, poi sparisce. Lui lavora, di notte. Cercano di tranquillizzarmi facendomi parlare e imprecare. Mi vedo, e vedo loro, come se fossi fuori da me stessa, in un angolo della stanza. Una spettatrice. Ci riescono. Bevo il tè. Si lanciano in rete e mi danno i numeri da chiamare per bloccare le carte. Mi danno telefono e bloc-notes. Chiamo, mi rispondono dopo un’eternità. Blocco tutte e tre le carte.</p>
<p>– Globetrotter, you know…<br />
Mi prendo anche in giro da sola. Domani penserò a patente e tessera sanitaria. Ai quasi duecento euro è meglio che non ci pensi proprio. Passo circa mezz’ora lì dentro. Si offrono addirittura di portarmi alla polizia per la denuncia. Avevo deciso di rimandare a domattina, ma forse è meglio levarsi dagli impicci ora, freschi di reato. Altro giro. Due ore di snervamento. Era meglio se andavo a dormire. Loro però rimangono lì, anche se il poliziotto ammiccante parla inglese. Ma da dove sbucano questi due?</p>
<p>– What hotel are you staying?<br />
Do forfait. Mi arrendo. Ho capito che mi accompagneranno fino a Basilea, se serve. Il London Hotel è famosetto. Soprattutto tra i creativi. Prima di scendere dalla macchina, mi offrono di darmi i duecento euro per andare avanti fino a sabato. Quelli che mi hanno rubato. D’acchito non capisco bene cosa vogliono dirmi, poi realizzo. Rimango interdetta, perché dovrebbero fare una cosa simile? E i creativi sono tutti precari che sappia io. O Istanbul è l’eccezione? Non penso proprio. Non ci credo. No grazie, non voglio. Lo so bene che non ho soldi qui con me, ma me li faccio spedire. Domani. Lo so che poi glieli ridarei, cosa c’entra? Non voglio, anche se non ho un centesimo in tasca. Posso chiederli a qualcuno degli artisti o curatori che conosco, anche loro qui a Istanbul. Che figura di merda. D’altra parte, capita a tutti. Può capitare. Quello stronzo. E io tanto fessa. Ok, sono senza un soldo.</p>
<p>– Are you sure you wanna do this?<br />
Non mi conoscete neanche. Non sapete niente di me. Non sapete il mio cognome né dove abito. E ve li ridarò, una volta tornata a casa? Potrei sparire e buonanotte, come l’amico dei panorami mozzafiato.</p>
<p>– Well, that’s our responsability. We decided to give you the money. We, and we only, are responsible if you don’t send it back. Get it? That would be our mistake, right?<br />
Right. Accetto, mi faccio dare nomi e indirizzi, prometto solennemente che li rispedirò appena tornata. Chiedo ancora, a me stessa, come facciano a fidarsi.</p>
<p>Mi riportano in albergo, stretta di mano. Buonanotte. Mi infilo nel letto con le gambe che fanno male, e penso a voce alta che è una buona storia per un posto come Istanbul. Mi dico che si sopravvive di più quando si prova a vivere. E dormo.</p>
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<title><![CDATA[Arance]]></title>
<link>http://fahre.wordpress.com/2007/05/07/arance/</link>
<pubDate>Mon, 07 May 2007 22:41:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>alfredomc</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non ne va una dritta. Giornata da stare a letto.
Però sono in piedi, e ho già avuto la mia dose di]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Non ne va una dritta. Giornata da stare a letto.</p>
<p>Però sono in piedi, e ho già avuto la mia dose di dispiacere senza che mi faccia dell’altro male.<br />
Allora esco, vado a fare la spesa. Torno, sistemo la roba in frigo, mi accorgo che non ho comprato la frutta. Arance, d’inverno cosa vuoi trovare? Esco di nuovo, dopo aver controllato le mail. Nella speranza che qualcosa mi cambi umore. Macché.<br />
Cambio negozio. Fruttivendolo, non supermercato. Davanti a me c'è una donna che compra un pacchetto di sigarette. I chioschetti vendono di tutto. Aspetta il resto e mi guarda con l'aria di sfida.</p>
<p>Devo avere una faccia da cazzo stamattina.<br />
Faccio i gradini dei quattro piani due a due per tenere allenati gambe e culo. Mi sento addosso non cordialità, nemmeno indifferenza, e neanche fastidiosa curiosità; ma sfida, confronto, come se io, maldestro come sono, minacciassi il loro spazio personale.</p>
<p>Mi succede con uomini e donne, indistintamente.<br />
Succede quando me ne sto fermo, o zitto, o vado dritto per la mia strada. Senza badare troppo agli altri. In realtà ci bado eccome. Ho sempre i sensi all'erta. È un’inconscia tattica di sopravvivenza, sviluppata negli anni. La complementarietà. Ho due centimetri di gamba destra in meno. Cercare di essere in sintonia è una priorità.</p>
<p>Così mi accorgo di certi meccanismi che sfuggono facilmente. L'atteggiamento di confronto in cui sbatto quando non sono io a salutare per primo. Se lo faccio, tutto scorre liscio. La gente risaluta. Sorride anche. Attaccano discorso, o accennano una gentilezza col capo. Se non parto subito, vengo percepito come incazzato, o presuntuoso, non so. A volte mi hanno detto, molto tempo dopo averli conosciuti, che si erano chiesti perchè tanto astio. E si erano anche risposti. Allora ho cambiato la foto sulla finestrella della chat. Di spalle, così almeno hanno ragione.</p>
<p>Mica li mangio.<br />
Non credo che il mondo sia pieno di bastardi da cui guardarsi. Le persone sono persone, e non minacce, o limitazioni, ma possibilità. Però mi trovo a dover dichiarare con un sorriso la mia innocuità. Con le balle girate. Grosse come arance.</p>
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