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	<title>leditoriale &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/leditoriale/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "leditoriale"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 23:43:49 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Perchè piace l'idea del partito unico]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/12/06/perche-piace-lidea-del-partito-unico/</link>
<pubDate>Thu, 06 Dec 2007 16:48:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Se dovessimo stare ai sondaggi di Renato Mannheimer, il partito unitario del centrodestra sarebbe gi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img228.imageshack.us/img228/1374/200pxitaliantrafficsignkg3.png" align="left" height="200" hspace="5" width="200" />Se dovessimo stare ai sondaggi di Renato Mannheimer, il partito unitario del centrodestra sarebbe già cosa fatta. Da tempo. Negli ultimi giorni abbiamo letto due rilevamenti, all’interno dell’elettorato della ex Casa delle libertà, molto significativi. Pensate: la metà di questi elettori, quando entrano nella cabina con la loro scheda, potrebbero esprimere, indifferentemente, una preferenza per Forza Italia, An e Udc. E oltre il 70 per cento del popolo del centrodestra vuole una forza politica più ampia, unitaria e in grado di competere con il Partito democratico per il governo del Paese. È lo schema dell’Italia bipolare, ormai entrato nella testa e nei cuori degli elettori, che non esclude la possibilità di un polo centrista, moderato e ancorato nel centrodestra. È lo schema degli elettori che, diciamolo, non corrisponde alle esigenze delle nomenclature, gelose dell’autonomia e delle quote di potere dei nostri partiti-nanetti. Noi siamo e restiamo convinti che, per effetto della spinta della «forza delle cose» che in politica ha una logica perfino matematica, prima o poi la distanza tra la domanda degli elettori di centrodestra e l’offerta organizzativa dei suoi ceti dirigenti si colmerà. Ecco perché non rincorriamo in presa diretta le singole battute, le ripicche di giornata (ieri è stato Silvio Berlusconi a scagliarsi contro Pierferdinando Casini, mentre il giorno precedente il leader di An aveva lanciato segnali distensivi al Cavaliere), lo scambio incrociato di accuse. Vista con questi parametri, attraverso questo lessico, la politica italiana è noiosa. Incomprensibile. Oggi ci sentiamo confortati dai numeri di Mannheimer che, se pure non sono la sintesi dei vangeli, offrono un quadro promettente della maturità del corpo elettorale del centrodestra, di una direzione di marcia che nell’opinione pubblica è largamente condivisa. Non tenerne conto, anche per le singole incompatibilità di carattere, sarebbe una forma di suicidio politico dei leader attualmente all’opposizione. Certo: ci vorrà tempo. E sarà bene spenderlo anche per parlare di quel programma, pochi e specifici punti, che il centrodestra dovrà negoziare e definire per candidarsi al ritorno al governo. Ma noi siamo pazienti, non rispondiamo all’umore dell’attimo: e i fatti, nel tempo, ci daranno ragione.</p>
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<title><![CDATA[Riforme, il rischio di un nuovo pasticcio]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/12/04/riforme-il-rischio-di-un-nuovo-pasticcio/</link>
<pubDate>Tue, 04 Dec 2007 13:19:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dopo gli incontri con i leader dell’opposizione Walter s’era illuso. Per un attimo dev’essergl]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img75.imageshack.us/img75/9593/normalveltroniwd3.jpg" align="left" height="295" hspace="5" width="351" />Dopo gli incontri con i leader dell’opposizione Walter s’era illuso. Per un attimo dev’essergli sembrato che la strada della riforma elettorale fosse in discesa. E invece le minacce che ieri sono arrivate dai cosiddetti alleati minori dell’Unione lo hanno riportato con i piedi per terra. Com’era prevedibile, gli obiettivi di Veltroni non sono compatibili con la tenuta del governo. Lui vorrebbe un sistema di voto che favorisca i grandi partiti e li aiuti a liberarsi dal ricatto dei piccoli. I guastatori dell’Unione non hanno alcuna intenzione di sacrificarsi e scomparire in nome della stabilità. Romano Prodi fa la sua parte, si erge cioè a garante del Pdci, dei Verdi, dell’Udeur e di tutti quelli che temono l’estinzione. Il premier renderà la vita difficile al leader del Pd anche sul dossier riforme. Non è un segreto che il Professore porterebbe subito le lancette al giorno del referendum, se potesse. Ma una strada simile è piena di insidie anche per lui. E allora quello che si profila, nell’Unione, è un accordo pasticciato. Una legge elettorale che accontenti tutti e finisca per non risolvere l’unico vero nodo, il funzionamento della democrazia. Che l’esito possa essere questo lo dimostra la progressiva rettifica che il cosiddetto Vassallum caro a Walter ha subito in queste ultime ore. Adesso avrebbe i connotati di un modello tedesco quasi fedele all’originale, con qualche dettaglio favorevole alle forze ben radicate in certe aree, come la Lega. Ma quando la settimana prossima si arriverà al vertice di maggioranza che il premier ha promesso ai piccoli, rischia di saltare anche l’elevata soglia di sbarramento, unico elemento che può impedire il ritorno alla Prima Repubblica. Si troveranno altri aggiustamenti, altre limature. E rischia di verificarsi qualcosa di non troppo diverso da quello che è successo nel 2005 con il varo del cosiddetto porcellum. Un modello collage in cui è finito di tutto, dal premio di maggioranza alle liste bloccate, a soglie di sbarramento irrisorie, proprio perché anche il centrodestra all’epoca provò a conciliare esigenze spesso opposte tra loro. An voleva salvaguardare il bipolarismo, l’Udc puntava a guadagnare un minimo di libertà di movimento, tutti speravano di limitare la sconfitta. Un pastrocchio. Veltroni rischia di legare il suo nome a una riforma altrettanto confusa e incoerente. Vorrebbe imporre un nuovo corso, ma deve fare i conti con gli avversari che si trova in casa. In più, è imprigionato dal rischio che un suo tentativo di forzare gli equilibri passi come un siluro a Prodi e non per la ricerca di una formula adatta a una democrazia matura. Rischia di avverarsi un paradossale capovolgimento, per il leader del Pd: che sperava di innovare e che invece rischia di modellare un sistema capace di intrappolarlo nella palude della sua coalizione anche in futuro.</p>
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<title><![CDATA[Il riformismo di Veltroni alla prova dei taxi]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/29/il-riformismo-di-veltroni-alla-prova-dei-taxi/</link>
<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 14:27:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ieri, improvvisamente, la capitale è stata paralizzata dai tassisti romani inferociti dalla propost]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img256.imageshack.us/img256/7277/lapr1172356730060ji0.jpg" align="left" height="419" hspace="5" width="280" />Ieri, improvvisamente, la capitale è stata paralizzata dai tassisti romani inferociti dalla proposta, avanzata dal sindaco di Roma, di rilasciare altre 500 licenze. Non è un negoziato qualsiasi per Walter Veltroni, neo segretario del Partito democratico, ma si tratta del primo, concreto banco di prova della sua cifra di riformista. Già, perché la questione dei taxi è una metafora perfetta per misurare l’incapacità, tutta italiana, di modernizzare il Paese puntando più agli interessi collettivi che non ai privilegi di qualche corporazione. La situazione è chiara, da anni. In buona parte delle città italiane, Roma in testa, il servizio dei taxi è scadente, innanzitutto per la scarsa disponibilità delle vetture, come sanno bene i cittadini costretti a lunghe file alla stazione Termini o all’aeroporto di Fiumicino. I tassisti, barricati in una miriade di sindacati piccoli e grandi, urlano e scendono in piazza ogni volta che un amministratore prova ad allargare l’offerta, aumentando le licenze, e tirano fuori a loro difesa il solito bla bla bla sul traffico urbano. Le corsie preferenziali non rispettate, l’eccesso di auto blu, la concorrenza sleale degli abusivi e delle società del trasporto privato urbano. In realtà, dietro il paravento delle parole ci sono solidi e anche, se vogliamo, legittimi interessi. Un aumento delle licenze ne deprezza il valore e aumenta la concorrenza: due cose che i signori delle auto bianche non vogliono. Come i farmacisti, e tante altre categorie, che godono del privilegio del numero chiuso e dell’impossibilità di allargare i club. Che cosa fa il riformista in questa situazione? Scegli e le priorità, negozia e poi decide. Con i taxi, per esempio, non molla sull’allargamento del numero, e poi magari tratta una sorta di compensazione per quanti si ritrovano con un bene deprezzato. E’ la soluzione adottata in diversi paesi, dalla Spagna all’Irlanda, perché quella dei tassisti è una corporazione globale. Ovviamente, il riformista mette nel conto il braccio di ferro con la categoria. E anzi la sfida: se loro utilizzano l’arma dello sciopero, sono padroni di farlo, ma devono risponderne all’opinione pubblica. E’ quello che sta facendo, per esempio, Sarkozy in Francia per ridimensionare i privilegi di alcune pensioni nel settore del pubblico impiego. In Italia, invece, i riformisti delle belle parole hanno sempre alzato la bandiera bianca appena i tassisti hanno alzato la voce. A cominciare proprio dal sindaco Veltroni che, dopo tanti annunci, ha dato ai romani che viaggiano in taxi tariffe più alte e gli stessi disagi di sempre, rinunciando alle nuove licenze. Adesso il capo del Pd ci riprova, consapevole del valore emblematico di questa partita. Vedremo quanto reggerà: perché se dovesse mollare, vuol dire che anche il suo riformismo è fatto di panna montata. Vuoto e impotente di fronte al primo urlo delle corporazioni made in Italy.</p>
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<title><![CDATA[Siamo sicuri: un accordo verrà]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/26/siamo-sicuri-un-accordo-verra/</link>
<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 10:55:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Quando esistevano i grandi partiti di massa, come la Democrazia cristiana, gli scontri interni passa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img248.imageshack.us/img248/5682/berlusconisw8.jpg" align="left" height="353" hspace="5" width="269" />Quando esistevano i grandi partiti di massa, come la Democrazia cristiana, gli scontri interni passavano attraverso il primo gradino delle riunioni di corrente. Suonavano il campanello d'allarme. Poi si andava in Consiglio nazionale, e in direzione, e si tiravano le somme: c'era la sintesi e un gruppo dirigente che la incarnava. Adesso, con i partiti sfarinati e personalizzati, la battaglia si gioca nei rispettivi fortini e con l'uso reiterato delle interviste e delle comparsate in tv. E' cambiata la forma, ed è inutile scivolare nel rimpianto nostalgico, ma resta intatta la sostanza. Nel centrodestra è questa la partita in corso: un rimescolamento delle carte, la ricerca di un nuovo baricentro dell'alleanza, l'emergere di leadership che non sono più scontate. Con una variabile in più, rispetto al passato: qualsiasi soluzione della rappresentanza moderata in Italia passa per il suo ancoraggio con la grande famiglia dei popolari europei. Nelle giornate in cui volano gli stracci, come queste, è inutile perdersi dietro agli insulti, che fanno parte del gioco. <em>L'accusa di populismo rivolta a Silvio Berlusconi</em>, per esempio, è scontata. Tutta la sua storia è guidata dalla bussola dell'antipolitica ridotta a linea politica, dell'uomo che parla direttamente con il popolo, insofferente alle mediazioni, che poi però vive e sopravvive proprio grazie alla sua duttilità. Che cosa è stata, se non questo, la Casa delle libertà? Un'alleanza, cioè, che ha messo insieme postdemocristiani, postsocialisti, postafascisti, leghisti e larghi settori dell'opinione pubblica sensibilissimi alle sirene del populismo (quello che la Dc, ricordiamolo, sapeva filtrare). <em>Allo stesso modo, l'idea di Berlusconi di andare avanti nella costruzione di un partito ancora senza nome «con chi ci sta» è infantile, quasi una ripicca, che non serve allo scopo di ricostruire l'alleanza, ma semmai la condanna a un ruolo di opposizione</em>. Tirate le somme, godiamoci questa fase con l'ottimismo della volontà. È un passaggio dovuto nell'evoluzione del centrodestra, impedito finora soltanto dalla debolezza del centrosinistra e dalla possibilità di una sua implosione, ed era ora che Fini e Casini, come hanno fatto ieri con limpidezza, richiamassero l'attenzione sulla necessità di partire dai «problemi degli italiani», dai contenuti, da un programma. Un lavoro sulla possibile piattaforma delle cose da fare e da proporre avrà il doppio effetto di spostare la discussione ( e perché no: lo scontro) sull'impianto di governo del centrodestra e di avvicinare le forze politiche come chiedono i loro elettori. A quel punto si tornerà, come è scontato, a ragionare sulla casa dei moderati, sulla loro organizzazione politica. E, se i dirigenti del centrodestra non vogliono ricoverarsi in una clinica psichiatrica, un accordo verrà.</p>
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<title><![CDATA[È l’ora dei centristi. Se ci sono, si facciano sentire]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/21/e-l%e2%80%99ora-dei-centristi-se-ci-sono-si-facciano-sentire/</link>
<pubDate>Wed, 21 Nov 2007 10:55:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il doppio spariglio di Silvio Berlusconi, nuovo partito e conversione al sistema elettorale proporzi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img207.imageshack.us/img207/7996/leftrightbz8.jpg" align="left" height="235" hspace="5" width="179" />Il doppio spariglio di Silvio Berlusconi, <a href="http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/20/la-scossa-serviva-e-adesso-carte-sul-tavolo/">nuovo partito</a> e conversione al sistema elettorale proporzionale, ha messo in movimento tutto il mondo politico. Era ovvio. E se Gianfranco Fini agita il bastone e la carota, rimproverando a Berlusconi <em>«un’idea campata in aria quella di andare a votare dopo la riforma »</em> e allo stesso tempo invitandolo a <em>«uscire dalla polemica fine a se stessa»</em>, nell’arcipelago centrista si ragiona sulle possibili, nuove aggregazioni. È chiaro che una legge proporzionale apre uno spazio nella vasta area di insofferenza ai due poli così come si sono formati fino a oggi, anche se il meccanismo di voto è stato un alibi per tenere le bocce ferme. È venuto il momento nel quale i Pezzotta, i Tabacci, i Baccini, i Bianco (gli altri nomi li potete leggere sui giornali) prendano qualche decisione definitiva. O accettano il ruolo di grilli parlanti, coccolati dai salotti televisivi a caccia di qualche testa pensante, oppure alzano l’asta della scommessa e rischiano in prima persona per un progetto più ampio. Noi continuiamo a pensare che non esiste la possibilità di un terzo polo e non solo per una questione di legge elettorale, che se anche proporzionale servirà a rafforzare (e non a cancellare) il bipolarismo, ma innanzitutto perché nel Paese c’è voglia di governi stabili all’interno di un’alternanza tra due schieramenti. D’altra parte, il modello tedesco, tanto gradito ai centristi, è proprio quello che incardina il bipolarismo, fondato sulla reciproca legittimazione degli avversari. E se i centristi hanno una funzione politica, determinante, all’interno del bipolarismo, si tratta appunto di ancorare i moderati a un progetto di modernizzazione del Paese, di renderli cioè omogenei alla grande famiglia dei popolari europei. La principale anomalia dell’Italia, dopo il crack della Prima Repubblica, è ancora questa: la mancanza di una solida rappresentanza dei moderati, con alleanze e riferimenti nella società prima che nei circoli dell’establishment. Soltanto una nuova area centrista, nel centrodestra e non nel limbo della neutralità, può sfilare un pezzo decisivo dell’elettorato dalla deriva populista e catturare consensi in uscita dal centrosinistra dopo la nascita del Partito democratico. Ecco la missione dei Pezzotta, dei Tabacci, e di tanti altri moderati che devono superare l’Udc, ma non possono prescindere dal ruolo, e anche dalla credibilità, conquistati da Pier Ferdinando Casini. Hanno voglia di provarci? Se la sentono? Se le risposte sono affermative, allora è bene chiudere la stagione dei «volenterosi » ,dei «temperati», delle «officine», cioè di movimenti laterali al campo dello scontro politico. C’è bisogno di scelte radicali, chiare e forti, come le hanno fatte nella storia i veri leader del moderatismo europeo. E come in Italia, purtroppo, sembra capace di fare solo Silvio Berlusconi.</p>
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<title><![CDATA[La scossa serviva. E adesso carte sul tavolo]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/20/la-scossa-serviva-e-adesso-carte-sul-tavolo/</link>
<pubDate>Tue, 20 Nov 2007 17:39:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dove vuole arrivare Silvio Berlusconi? Proviamo a dare una risposta a questa domanda, che ci hanno r]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.forza-italia.it/"><img src="http://img115.imageshack.us/img115/3914/popoloee0.jpg" align="left" height="200" hspace="5" width="330" /></a>Dove vuole arrivare Silvio Berlusconi? Proviamo a dare una risposta a questa domanda, che ci hanno rivolto in tanti, senza farci condizionare dal clima avvelenato in questi ultimi giorni nella ex Casa delle libertà. Innanzitutto Berlusconi non ha mai nascosto il sogno di passare alla storia come il fondatore di un grande partito di massa, liberale e moderato. Qualcosa di diverso, e di più stabile, dell’anomala creatura di Forza Italia, una forza politica nata sulla base di uno stato di necessità che ha dimostrato nei fatti di non essere in grado di autoriformarsi. Senza questa premessa, si rischia di ridurre l’operazione dei circoli della Brambilla, paralleli a quelli di Dell’Utri, a un puro capriccio, magari a un dispetto agli aspiranti eredi, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. <em>In realtà i circoli erano e restano pezzi di un nuovo partito che gli elettori aspettavano da tempo dopo l’ingessatura di Forza Italia.</em> In secondo luogo, <em>Berlusconi è un leader movimentista, mosso sempre da una straordinaria sintonia con il suo popolo, insofferente e maldestro quando si tratta di azionare manovre parlamentari, come ha dimostrato il fallimento della sua strategia sulla legge Finanziaria.</em> Per lui è impossibile stare fermi e aspettare lo scivolone dell’avversario sulle bucce di banane della sua fragilità. Ecco, dunque, il tavolo sparigliato e l’annuncio di un nuovo partito <em>«con chi ci sta»</em>. Sapendo che l’appello non cade nel vuoto: già ieri Berlusconi ha raccolto l’adesione di altre frazioni del centrodestra, dai democristiani di Rotondi ai socialisti non emigrati nel centrosinistra. <em>Fate le somme, e vedrete che siamo in presenza di una forza politica con una potenzialità elettorale superiore al 30 per cento.</em> Ma i numeri non bastano. E il disegno di Berlusconi finirebbe alle ortiche se il centrodestra non ritrovasse una strada unitaria che passa, a nostro avviso, per un negoziato trasparente (e non fatto di ripicche personalizzate) con Alleanza nazionale e per una successiva intesa federativa con l’Udc da una parte e la Lega dall’altra. In questa partita, è una variabile importante la trattativa con il centrosinistra per una nuova legge elettorale, e la scossa di Berlusconi ha un significato chiaro: il boccino, nel centrodestra, è nelle sue mani e solo lui può garantire una legge proporzionale che non penalizzi gli alleati e salvi lo schema del bipolarismo. Si potrà discutere all’infinito sul metodo, sul filo del populismo, con il quale Berlusconi annuncia le sue svolte, ma sarebbe un dibattito inutile visti i precedenti. <em>Quello che conta è la sostanza: e se, dopo tredici anni dalla sua discesa in campo, il Cavaliere è ancora l’unico ad avere un’energia vitale nel centrodestra, a prendere iniziative che non siano solo giochi di rimessa, è giusto che tutti facciano i conti con lui.</em></p>
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<title><![CDATA[Studenti, se quelli di destra vincono le elezioni...]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/15/studenti-se-quelli-di-destra-vincono-le-elezioni/</link>
<pubDate>Thu, 15 Nov 2007 10:39:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non hanno avuto grande attenzione da parte dell’opinione pubblica, eppure le elezioni studentesche]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img261.imageshack.us/img261/9518/03920147chucknorrispostgd6.jpg" align="left" height="337" hspace="5" width="268" />Non hanno avuto grande attenzione da parte dell’opinione pubblica, eppure le elezioni studentesche, da Milano a Roma, ci hanno regalato una ventata di aria fresca che le forze politiche farebbero bene a valutare. Crollano le liste di sinistra, vince la destra: questo è il senso del verdetto dal punto di vista dei rapporti di forza. Dopo trent’anni, per esempio, <a href="http://www.libero-news.it/libero/LF_showArticle.jsp?edition=&#38;topic=5170&#38;idarticle=89230357#">Comunione e Liberazione si riprende il celebre liceo milanese Berchet</a>, anche se l’icona elettorale non è don Giussani ma il volto sensuale di <a href="http://thebeanbagchair.wordpress.com/2007/09/13/chuck-norris-facts/">Chuck Norris,</a> l’attore protagonista della serie televisiva «Walker Texas Ranger». Il risultato non era affatto scontato e <em>in quella scuola</em>, soltanto poco tempo fa, <em>si urlavano slogan contro la riforma Moratti e si organizzavano girotondi sull’onda di un movimento che sembrava destinato a un grande futuro ed invece si è di fatto evaporato</em>. Ma il dato politico viene dopo la forte partecipazione espressa dagli studenti in queste elezioni: una discesa in campo che smonta tutti i luoghi comuni su una generazione di ragazzi poco impegnati, senza interessi, distratti dalla tv, da Internet e dalle canzonette. Al contrario, questi studenti che non allungano braccia e non stringono pugni, sono forniti di un senso della realtà che sarebbe sciocco ridurre a puro pragmatismo. <em>Non hanno ideologie, certo, eppure è chiaro che vogliono una scuola migliore, più accogliente, con più opportunità e solidità per il loro futuro</em>. Guardano avanti, e non sopravvivono con la testa girata all’indietro come i loro genitori. Più che al fascismo “male assoluto” o al comunismo “lotta per la redenzione dei popoli” pensano alle aule per gli studi, all’installazione dei pannelli solari, ai rischi degli esami di riparazione. Se proviamo a guardarli con disincanto, senza inforcare gli occhiali del supponente giudizio generazionale, scorgiamo migliaia di ragazzi che non si sentono adescati dalle seduzioni dell’antipolitica. <em>Anzi: vogliono politica. Risposte concrete al loro vivere quotidiano, e non balletti astratti di parole sulle formule e sulle alleanze</em>. Chiedono, cioè, alla politica la sua essenza, la soluzione dei problemi. Ed è un bene che una domanda così forte, così carica di contenuti, sia alleggerita da qualche sorriso goliardico, da un provocatorio <em><a href="http://www.vaffafioroni.org/">Vaffafioroni.org</a></em>. Resta da capire chi e come colmerà la distanza, il vuoto, che separa questa generazione, con le sue aspettative, dalla politica organizzata, dai partiti, dai luoghi, a cominciare dal Parlamento, dove poi il potere passa dalle parole ai fatti. Ecco un bel lavoro da mettere all’ordine del giorno del futuro centrodestra per non disperdere energie fresche e un potenziale di ricambio che farebbe molto bene ai nostri partiti nanetti.</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Il vero maldestro è il ministro Amato]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/14/il-vero-maldestro-e-il-ministro-amato/</link>
<pubDate>Wed, 14 Nov 2007 13:02:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sapevamo che a Giuliano Amato il Viminale stava stretto. Sapevamo che non aveva alcuna voglia di occ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img251.imageshack.us/img251/5792/amatovi6.jpg" align="left" height="250" hspace="5" width="331" />Sapevamo che a Giuliano Amato il Viminale stava stretto. Sapevamo che non aveva alcuna voglia di occuparsi di prefetture e questure, poliziotti e ordine pubblico: tutta materia troppo burocratica per il dottor Sottile, cultore di strategie politiche e, semmai, di impianti istituzionali. Ma non immaginavamo che il cinismo, e il distacco psicologico dalla sua funzione, spingesse il ministro degli Interni a dire, come ha fatto ieri, le seguenti parole: <em>«Il povero Gabriele Sandri non sarebbe morto se i tifosi di due squadre diverse, incontrandosi in un autogrill, non si cimentassero in risse ma bevessero un caffè insieme»</em>. Ma che cosa significa? Una scazzottata tra tifosi in autostrada autorizza forse un poliziotto a sparare ad altezza d’uomo e il ministro competente a giustificarlo? Non è una frase scappata dalla bocca di un uomo sempre accorto e misurato. È il riflesso condizionato di un ministro che non ha la consapevolezza del suo ruolo, perché non lo apprezza. Come gli errori a catena, seguiti alla tragedia di domenica mattina sono la sintesi di un nervo scoperto, di uno Stato che va in tilt al primo incidente. E non basta l’autocritica del questore di Arezzo (<em>«abbiamo fatto un errore di comunicazione »</em>) per scansare la responsabilità politica di chi comanda la prima linea dell’ordine pubblico. In un Paese normale l’assurda morte di Gabriele Sandri avrebbe già avuto un effetto, qualcuno ne avrebbe risposto, e Amato avrebbe rassegnato le sue irrevocabili dimissioni. Invece, la notte di domenica, dopo lunghe ore di sbandamento, si è consentito un assalto organizzato a un commissariato di polizia, dando disposizioni ai poveri agenti di restare inermi. Come se la loro paralisi avesse potuto azzerare la colpa di un collega, definito semplicemente «maldestro» da Antonio Manganelli. E se ci fosse scappato il morto tra le forze dell’ordine durante i tumulti di domenica sera? Si pareggiava anche il conto dei cadaveri di una domenica delle assurdità? In passato abbiamo visto ministri degli Interni dimettersi per responsabilità molto minori di quelle di Amato. E invece dovremo sciropparci questa fiera delle ipocrisie, con una maggioranza blindata attorno a un capo bastone del Partito democratico, a un’eminenza grigia della sinistra italiana, e di un’opposizione che ancora una volta dimostra tutta la sua evanescenza. Il capro espiatorio, che in questi casi deve sempre esserci, è già pronto: il conto di domenica lo pagherà il poliziotto maldestro. E il ministro maldestro resterà, solido e protetto, al suo posto.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Lo Stato sconfitto dalle bande ultrà]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/13/lo-stato-sconfitto-dalle-bande-ultra/</link>
<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 15:57:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Caserme di polizia e carabineri cinte d’assedio a Roma, la sede Rai di corso Sempione a Milano cir]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img151.imageshack.us/img151/8586/02scontribergamoqu5.jpg" align="left" height="204" hspace="5" width="282" />Caserme di polizia e carabineri cinte d’assedio a Roma, la sede Rai di corso Sempione a Milano circondata da centinaia di persone in assetto di guerra, decine di giornalisti e cineoperatori picchiati e minacciati, cortei non autorizzati, danni ingenti al patrimonio pubblico e privato in tutto il Paese. Che cosa è accaduto domenica scorsa in Italia? La risposta, al netto di ogni interpretazione sociologica e analisi politica, è purtroppo molto semplice: è accaduto che <em>il contropotere ultras ha strappato allo Stato il monopolio della violenza, ha dettato le sue condizioni, ha imposto nelle strade e nelle piazze italiane la sua legge.</em> Che dovevano fare, si obietterà, il ministero degli Interni e le forze dell’ordine? Ancora una risposta semplice: quello che sono chiamate a fare,<em> garantire cioè il rispetto della legge e l’ordine pubblico</em>. Certo, prima dell’insurrezione generale c’è stato l’omicidio di Gabriele Sandri, ucciso in circostanze ancora da chiarire dal colpo di pistola di un poliziotto. È quello il c<em>asus belli</em>, la molla che ha scatenato i gruppi organizzati delle curve di tutta Italia. Usare la forza contro gli ultras, viene allora detto, sarebbe stato poco saggio, avrebbe determinato una serie di reazioni a catena dall’esito imprevedibile. Non ci si rende conto invece che il ministro degli Interni ha sbagliato due volte. <em>La prima volta nella grottesca gestione politica e mediatica dell’omicidio del giovane romano, avvenuto alle nove del mattino e silenziato fino alle 12</em>. Una morte intorno alla quale sono ancora troppi i misteri, le dinamiche non chiarite, le omissioni. <em>La seconda volta lo Stato ha sbagliato tradendo il suo senso di colpa lasciando la piazza al caos, dando una dimostrazione di impotenza,</em> consegnando di fatto le città a un contropotere la cui forza è la debolezza di istituzioni sempre più divise e frastornate. Erano surreali domenica sera le dichiarazioni del ministro Giovanna Melandri che ripeteva «tutto questo non ha niente a che fare con i valori dello sport» promettendo placebo come il divieto delle trasferte per il tifo violento. Nessun esponente del governo, tanto meno il ministro Giuliano Amato, è riuscito ad andare oltre queste banalità di circostanza, mentre le bande costringevano i cittadini alla paura e lo Stato nei palazzi e nelle caserme.</p>
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<title><![CDATA[Un consiglio alla Forleo: si goda una bella vacanza]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/08/un-consiglio-alla-forleo-si-goda-una-bella-vacanza/</link>
<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 16:20:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Le lacrime, smentite anche quelle, hanno fatto parte del rito. Nel lungo interrogatorio davanti alla]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img220.imageshack.us/img220/8868/clementinaforleogj5.jpg" align="left" hspace="5" />Le lacrime, smentite anche quelle, hanno fatto parte del rito. Nel lungo interrogatorio davanti alla prima commissione del Csm, il magistrato <a href="http://phastidio.net/2007/11/07/forleo-causa-o-effetto/">Clementina Forleo</a> ha riepilogato con emozione l’elenco di quanti hanno deciso di abbandonarla. <em>La polizia, che l’avrebbe scaricata dopo la famosa sentenza sul terroristaguerrigliero Daki. I carabinieri, che non la tutelano. I partiti politici, che sabotano le sue indagini. I colleghi dell’Associazione nazionale dei magistrati, che non la difendono. Stampa e televisione, che fraintendono le sue parole. </em>Insomma: il gip più famoso d’Italia è una donna contro tutti. Sola. Tanto da presentarsi davanti al Csm in un’utilitaria accompagnata soltanto dalla zia. Nel frattempo, tanto per intorbidire ulteriormente le acque, il presidente emerito della Cassazione in un’intervista denuncia i tentativi del procuratore generale della Cassazione di fare indagare la Forleo in merito ai suoi metodi nell’inchiesta sulle scalate bancarie. <a href="http://www.padovanews.it/content/view/21597/">E viene smentito dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli</a>, con parole secche: <em>«Non c’è alcuna alcuna azione disciplinare nei confronti del gip Forleo»</em>. Ora, sinceramente, voi ci capite qualcosa? L’unica certezza è che nel labirinto delle parole, delle accuse generiche, dei messaggi trasversali, va a pezzi qualsiasi garanzia di giustizia. Vengono meno alcune condizioni essenziali, la freddezza e la serenità di un magistrato nel delicato esercizio delle sue funzioni, e tutto si riduce a uno show da dare in pasto all’opinione pubblica. <a href="http://enzocumpostu.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1674823">Il gip Forleo ci fa perfino tenerezza</a>. E’ una donna chiaramente provata dalla sua esposizione mediatica, dalla decisione di essersi sottoposta in continuazione agli esami televisivi e alle interviste sui giornali. E’ un magistrato che crede, e questo è ancora più grave, al suo isolamento e dunque si sente investita di quella funzione etica che ha prodotto tanti guasti all’equilibrio dei poteri nel nostro Paese. Ancora oggi, per esempio, non si capisce bene, con nomi e cognomi, chi siano i veri nemici di Clementina Forleo e perché avrebbero deciso di trattarla come un’appestata. I maestri della comunicazione, i Borrelli e i Di Pietro negli anni d’oro della loro popolarità, non sarebbero mai caduti in questa trappola dell’indistinto, e ogni volta che apparivano in tv mostravano tutta la loro abilità, anche teatrale, con denunce e accuse precise, mirate. Con la Forleo, invece, siamo entrati nel girone dei capi d’accusa declinati nel mucchio. E a questo punto la prima cosa di cui avrebbe bisogno <a href="http://liberopensiero.blogosfere.it/2007/11/la-forleo-smentisce-se-stessa-ora-il-problema-e-puo-giudicare-gli-altri.html">il gip più famoso d’Italia</a> non è un provvedimento disciplinare, ma una bella vacanza.</p>
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<title><![CDATA[Il mestiere di Biagi? Testimone]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/08/il-mestiere-di-biagi-testimone/</link>
<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 15:26:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[C’è una lezione essenziale, un punto centrale, nella sterminata produzione, articoli, libri, prog]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img136.imageshack.us/img136/1411/65877485pj6.jpg" align="left" height="289" hspace="5" width="200" />C’è una lezione essenziale, un punto centrale, nella sterminata produzione, articoli, libri, programmi televisivi, di Enzo Biagi? Sicuramente sì, e si può sintetizzare in una identità, la sua identità: <em>il giornalista è un testimone</em>. Fortunato, perché si tratta di un mestiere molto affascinante, e se vogliamo privilegiato perché, come diceva Biagi con la sua pungente ironia, <em>«fare il giornalista è sempre meglio che lavorare»</em>. Il testimone non è un osservatore imparziale, e Biagi non nascondeva simpatie e antipatie, né un resocontista asettico del quotidiano. E’ un professionista mosso dalla passione, dalla curiosità, e, perché no, dall’utopia che <em>da piccole finestre si osservano grandi cose</em>. Il giornalista-testimone lavora con l’ossessione delle cinque domande chiave <em>(chi, come, quando, dove e perché)</em>, cerca l’intervista impossibile, ma non trascura il termometro dell’uomo qualsiasi, del dettaglio che può valere più di qualsiasi affresco di cronaca. Enzo Biagi è stato, a sua volta, molto fortunato. <em>Ha fatto per una vita quello che gli piaceva, il successo gli è stato riconosciuto in vita e gli incidenti di percorso, compresa la stupida esclusione dalla Rai, li aveva messi nel conto. </em>Sono diventati la sua bandiera di libertà. Ma è stato fortunato anche per il fatto che il giornalismo gli ha dato l’accesso, a lui ragazzo della provincia trasferito e cresciuto professionalmente a Milano, a personaggi straordinari che voleva sempre raggiungere come un traguardo. Nella sua biografia professionale non manca nulla e fino all’ultimo quella passione è stata la sua principale ragione di vita. Una passione che da nonno, come si faceva chiamare dai suoi collaboratori più stretti, ha saputo trasferire a qualche generazione di giornalisti. <em>Di testimoni del tempo.</em></p>
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<title><![CDATA[È stato sepolto il modello Roma]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/05/e-stato-sepolto-il-modello-roma/</link>
<pubDate>Mon, 05 Nov 2007 11:18:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ha giocato d’anticipo, Walter Veltroni, di fronte alla tragedia di Giovanna Reggiani. E ha fatto b]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img147.imageshack.us/img147/4908/wv20lupa202534imglq9.jpg" align="left" height="294" hspace="5" width="335" />Ha giocato d’anticipo, Walter Veltroni, di fronte alla tragedia di Giovanna Reggiani. E ha fatto bene. <a href="http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/30/il-veltroni-cattivo-ci-piace-serve-anche-a-noi/">Il leader del Partito democratico</a> rischiava di restare travolto dalla valanga di un’opinione pubblica indignata per un livello così scadente della sicurezza nelle nostre città, e ha reagito da commissario straordinario del governo. Ottenendo provvedimenti immediati e scatenando la reazione di Rifondazione che parla di «leggi speciali», con un vago riferimento ai metodi del regime fascista. La tempestività di Veltroni, però, <em>mette a nudo in modo ancora più evidente il fallimento del suo modello di amministrazione della capitale</em>, sul quale il sindaco ha costruito, anche grazie a un’informazione sempre pronta a fare da cassa di risonanza, l’ultimo pezzo della sua carriera politica. <strong><em>Frana, con il delitto di Tor di Quinto, la Roma buonista, accogliente e inclusiva</em></strong>. E’ nuda la città che ha trascurato i suoi malesseri in periferia, e si è concentrata nella fenomenologia dei festival e delle notti bianche. Si sbriciola la retorica di una sinistra di governo che predica tolleranza laddove c’è violenza e che considera la sicurezza un valore di destra, dunque non coltivabile. Il giudizio più severo al veltronismo come fallimentare cultura di governo, una volta messo alla prova con i problemi quotidiani di una metropoli, è arrivato ieri con una doppia intervista, pubblicata sul Messaggero, <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=12313&#38;sez=HOME_ROMA&#38;snw=R">al prefetto Carlo Mosca</a> e <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=12313&#38;sez=HOME_ROMA&#38;snw=R">al capo della Polizia, Antonio Manganelli</a>. Parlano da servitori dello Stato, senza tessere e simpatie politiche, e denunciano «la crescita perversa nella città di insicurezza e illegalità» e perfino la perdita del «decoro» nella capitale. Sarebbe ingeneroso mettere tutto questo sul conto di Veltroni, come è incivile l’accusa al precedente governo di avere spalancato le porte alla comunità romena, della quale non si conoscono neanche le cifre precise. Ma è un fatto che <em>nella Roma veltroniana, oggi sarcasticamente definita “modello Rom” , si è accumulata una catena di violenze che ha messo a rischio l’incolumità dei cittadini ed è mancata una spinta politica, da parte dell’amministrazione comunale, per prosciugare le zone franche dove spadroneggiano i boss di intere comunità</em>. E il sindaco responsabile, come massima autorità amministrativa, di questa deriva, oggi deve fare i conti, da capo del Partito democratico, con i suoi errori. Veltroni è abilissimo a cambiare abito nello spazio di un mattino, ed a trasformarsi, per effetto di uno stato di necessità, in un leader che predica «legge e ordine». Ma le parole non basteranno, se non diventeranno una vera rottura con un cultura politica: quella con la quale Walter Veltroni finora ha governato la capitale d’Italia.</p>
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<title><![CDATA[La spallata? Arriverà da Veltroni]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/31/la-spallata-arrivera-da-veltroni/</link>
<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 12:35:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Vedrete: alla fine la vera spallata arriverà da Walter Veltroni. E non sarà l’effetto di uno sga]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img254.imageshack.us/img254/7931/boyplayingfootballtm9.jpg" align="left" height="370" width="241" />Vedrete: alla fine la vera spallata arriverà da Walter Veltroni. E non sarà l’effetto di uno sgambetto o di una trappola, ma la certificazione di una svolta politica: il Partito democratico, ormai forza politica compiuta e definita, deve compiere il suo strappo vitale, l’essenza della mission per la quale è nato, ed emancipare la sinistra riformista dagli estremismi, cioè da quella somma di partiti e partitini, di capi e capetti che consentono di vincere le elezioni ma non di governare. E per questo passaggio, molto stretto in un fase così caotica della vita pubblica, Veltroni ha bisogno di due cose. La prima è il partito a sua immagine e somiglianza, con un leader forte, investito direttamente dagli elettori e non dal caminetto delle nomenclature interne, e con alcuni punti qualificanti di rottura rispetto al vecchio schema dell’Unione. Il leader del Pd, dopo il successo dell’assemblea di Milano, porterà a compimento il disegno interno con l’elezione dei coordinatori provinciali (23 novembre), l’ossatura del nuovo partito sul territorio. Nessuno potrà fermarlo in un’avanzata militare, e Veltroni dovrà solo negoziare una civile convivenza con l’unico leader che, in teoria, potrebbe contrastarlo, ma che al momento, per il realismo che lo contraddistingue, non ha alcuna intenzione di mettersi di traverso. Parliamo, ovviamente, di Massimo D’Alema. Resta la seconda cosa: la caduta del governo Prodi. Ieri si è visto in modo nitido, per una efficace coincidenza di fatti, perché il Partito democratico, e Veltroni in prima linea, non possono continuare a coprire l’arte della sopravvivenza del premier. Nello stesso giorno, il governo ha approvato il pacchetto di disegni di legge sulla sicurezza con l’astensione di tre ministri della sinistra e la Camera ha bocciato l’istituzione della commissione d’inchiesta sul G8 di Genova con Udeur e Italia dei valori schierati con i centrodestra e con la sinistra radicale che urla al mancato rispetto del programma. In pratica, sommando i due episodi si scopre che il compromesso dell’ultimo minuto, al termine di estenuanti mediazioni, non è più l’arma segreta del governo. La pistola è scarica, e dunque bisogna prenderne atto. Proprio quello che Veltroni ha intenzione di fare, sapendo che la sua partita si gioca in pochi mesi, forse settimane. Perché il tempo della tattica è scaduto e chissà che per l’Italia non si avvicini, dopo questa interminabile e perfino noiosa transizione, una nuova fase politica.</p>
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<title><![CDATA[Il Veltroni cattivo ci piace. Serve anche a noi...]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/30/il-veltroni-cattivo-ci-piace-serve-anche-a-noi/</link>
<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 09:53:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Chi aveva dubbi sul profilo che Walter Veltroni darà alla sua leadership, è stato servito con l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img148.imageshack.us/img148/2397/ammveltronidk1.jpg" align="left" height="280" hspace="5" width="280" />Chi aveva dubbi sul profilo che Walter Veltroni darà alla sua leadership, è stato servito con l'assemblea di Milano: non sarà un segretario con il guanto di velluto. Per fortuna, aggiungiamo. Se il Partito democratico ha un senso, ciò non deriva solo dall'effetto semplificazione che contiene, ma innanzitutto dalle novità che sarà capace di mettere in campo, utili a tutto lo schieramento politico, centrodestra compreso. E Veltroni le ha già squadernate a Milano. Primo: non ha alcuna intenzione di restare prigioniero del manuale Cencelli dei suoi king maker. Vuole essere un capo vero, con un esercito e non circondato da generali impegnati a dettargli l'agenda. Vedrete, quindi, che nel Pd ci sarà aria nuova e gente nuova, e i «pellegrini», per usare un'espressione di Romano Prodi, dovranno mettersi in fila, senza sgomitare. Qualcuno ci rimetterà il fegato, altri prenderanno il cappello e cambieranno casa. Secondo: Veltroni vuole rompere lo schema di un Partito democratico prigioniero della sua alleanza a sinistra, con la quale vince le elezioni ma non governa, non innova. Da qui l'idea di «correre da soli», preludio a un passaggio successivo che separerà i postsocialdemocratici, come è avvenuto in tutta Europa, dalla sinistra radicale. E in quanto capo Veltroni vuole essere rispettato sia quando difende la sua scelta a favore di un sistema elettorale maggioritario (mentre D'Alema, Fassino e Rutelli sono per il proporzionale alla tedesca) sia quando, lo farà nei prossimi giorni, vorrà da Prodi un forte segnale di discontinuità con un governo con meno poltrone di ministri e di sottosegretari. Sempre che ci sia il tempo per farlo e la situazione non precipiti. In questa ipotesi, che non dispiace al neosegretario, ben vengano le elezioni, già gradite, secondo il sondaggio di Renato Mannheimer dal 40 per cento degli italiani. Terzo: Veltroni pensa a una nuova forma-partito, necessaria dopo l'eclissi delle vecchie e strutturate forze politiche del Novecento. A questo proposito, la discussione su un possibile partito-light, senza iscritti, sezioni e tessere, ci sembra del tutto surreale. Che cosa significa? Chi tirerebbe fuori i soldi, per esempio, per portare avanti la baracca? Il paragone con i modelli anglosassoni è astratto e privo di fondamento: in America sono possibili finanziamenti alla politica che in Italia diventerebbero solo occulti; in America i poteri che bilanciano e controllano il primato della politica sono forti e trasparenti, in Italia hanno la faccia dei magistrati che urlano in tv e tagliano le teste o quella degli industriali che controllano l'opinione pubblica. Altra cosa, invece, è quella di un partito aperto, federale, con larga autonomia nel territorio, collegato attraverso reti stellari con gli universi delle associazioni e del volontariato. Un partito che ci piacerebbe vedere in campo a sinistra e a destra, secondo la fisionomia di una democrazia finalmente matura.</p>
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<title><![CDATA[Ci fidiamo di Napolitano. Lo merita]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/26/ci-fidiamo-di-napolitano-lo-merita/</link>
<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 11:32:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il boccino è nelle mani di Giorgio Napolitano. Il governo Prodi, ieri ripetutamente sconfitto al Se]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img206.imageshack.us/img206/9928/napolitano1gq3.jpg" align="left" height="285" hspace="5" width="207" />Il boccino è nelle mani di Giorgio Napolitano. Il governo Prodi, ieri ripetutamente sconfitto al Senato, in caduta libera di consensi e sfiduciato dai grandi quotidiani dell'establishment, dal Corriere della Sera alla Stampa, non può tirare a campare a lungo. Quando e come cadrà è un dettaglio: l'agenda politica dice che siamo già nel dopo Prodi. E qui entra in gioco, innanzitutto per le sue prerogative istituzionali, il capo dello Stato la cui posizione finora è stata molto chiara. Napolitano vuole alcune riforme, a partire da quella relativa alla legge elettorale, prima di sciogliere le Camere e chiede uno sforzo bipartisan per approvarle. Inoltre, il governo che verrà , come già richiesto a Prodi durante la precedente crisi, dovrà avere una sua «autosufficienza» che, tradotta con un numero, significa 158 voti, senza dunque contare il soccorso straordinario dei senatori a vita, al Senato. Si può seguire il percorso tracciato dal presidente della Repubblica? Assolutamente sì, ed è evidente che Napolitano si muove da garante super partes, nell'interesse del Paese, e non di una parte nella quale pure ha militato per una vita. Fatta salva la buona fede del capo dello Stato, del quale abbiamo mille buoni motivi per fidarci, devono però essere chiariti tre punti. Il primo: Prodi non ha «l'autosufficienza» richiesta, cioè quota 158, e quindi dovrebbe rassegnare i mandato al Quirinale senza aspettare l'incidente in aula che avvelenerebbe ulteriormente il clima, rendendo così più difficili i passaggi successivi. Napolitano non ha armi politiche per costringere Prodi a questa decisione, se non quella moral suasion che rappresenta una delle sue prerogative istituzionali. Tutto è che la eserciti con la sua autorevolezza. Secondo punto: il governo che verrà deve avere un mandato e una scadenza ben delimitati, altrimenti diventerebbe una prosecuzione della parabola politica del centrosinistra, come teme Silvio Berlusconi, in attesa magari di un ribaltamento delle previsioni elettorali, oggi decisamente a favore del centrodestra. Terzo presupposto: fatta la legge elettorale, e le riforme che chiede il capo dello Stato, si va a votare. Senza rinvii e forzature, come purtroppo si è verificato, per esempio, durante il settennato di Oscar Luigi Scalfaro. La parola deve tornare al popolo elettore, come è giusto che sia visto lo stato asfittico e la mancanza di prospettive della legislatura. All'interno del perimetro che abbiamo disegnato, e con le garanzie che contiene, il centrodestra farà bene a fidarsi di Giorgio Napolitano. L'uomo lo merita, e la carica che ricopre è una garanzia che va salvaguardata e rispettata anche da parte di chi, come l'opposizione, ha un legittimo interesse al rapido ritorno degli italiani alle urne.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Ambiguità toscane]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/25/ambiguita-toscane/</link>
<pubDate>Thu, 25 Oct 2007 14:28:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[La regione Toscana ha il chiodo fisso delle iniziative pubblicitarie, con i soldi dei contribuenti, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img254.imageshack.us/img254/6495/gaytoscanazc0.jpg" align="left" height="332" hspace="5" width="230" />La regione Toscana ha il chiodo fisso delle iniziative pubblicitarie, con i soldi dei contribuenti, per «valorizzare le differenze» e giocare così al tavolo del politically correct che piace tanto a qualche assessore del centrosinistra come il democratico <a href="http://www.consiglio.regione.toscana.it/Politica/archivio-elettorale/VIII_legislatura/fragai.asp">Agostino Fragai</a>. Si va dal diversity manager alla card prepagata con 2.500 euro a disposizione di transessuali e transgender per partecipare ad attività formative con l'ausilio di un tutor. Fino ai manifesti con <a href="http://albertocane.blogspot.com/2007/10/beb-omosex.html">un bebè che, con tanto di braccialetto</a> come se fosse un malato di Aids, avverte: <em>L'orientamento sessuale non è una scelta</em>. Un messaggio sbagliato, ambiguo, inutile. Innanzitutto perché utilizza un neonato per una pubblicità dell'amministrazione regionale con il patrocinio del <em>ministro delle Pari Opportunità</em> (l'unico che starnazza ancora sul progetto Dico): qualcosa che ricorda le provocazioni del fotografo <a href="http://spotx.blogosfere.it/2007/09/oliviero-toscani-e-nolita-dicono-no-allanoressia.html"><em>Oliviero Toscani</em> con la fanciulla anoressica in primo piano</a>, in modo però velleitario e poco professionale. In secondo luogo, che cosa significa <em>«omosessuali si nasce»</em>? C'è qualche certezza scientifica che lo dimostra? Non risulta. Mettere i gay nel recinto dei misteri della genetica significa soltanto ridurli a un universo di persone malate, da compatire. E si rischia così di aprire le porte a nuove forme di razzismo, di discriminazioni, di odiose etichette. Il contrario dell'idea di partenza, quella cioè di <em>«valorizzare le differenze »</em>.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Nel sud servono i prefetti. Di ferro]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/24/nel-sud-servono-i-prefetti-di-ferro/</link>
<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 11:37:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
<guid>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/24/nel-sud-servono-i-prefetti-di-ferro/</guid>
<description><![CDATA[Il pacchetto di misure del governo sulla sicurezza, che quando e se arriverà in aula dovrà affront]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img99.imageshack.us/img99/589/morieh7.jpg" align="left" height="431" hspace="5" width="200" />Il pacchetto di misure del governo sulla sicurezza, che quando e se arriverà in aula dovrà affrontare l’opposizione della sinistra radicale e della Rosa nel pugno, contiene alcune novità interessanti, a partire dall’ambizione del titolo «Disposizioni in materia di illegalità diffusa». Nel disegno di legge, ecco il punto più qualificante, si riconoscono nuovi poteri ai prefetti che <em>possono perfino scavalcare alcune prerogative dei sindaci.</em> L’intenzione è buona, ma il provvedimento è timido e senza una forte premessa , con relative conseguenze, rischia di risolversi in una bolla di sapone. La premessa è questa: in molte parti del territorio meridionale la criminalità organizzata è più forte, molto più forte, della politica e di fatto, direttamente o indirettamente, la controlla. <em>Solo così si spiega una mafia che riesce a diventare la prima azienda italiana con 90 miliardi di euro di fatturato, una camorra e una ‘ndrangheta che hanno messo le mani sui fondi pubblici, innanzitutto quelli europei. </em>Il livello di permeabilità a queste pressioni delle amministrazioni locali è fortissimo e il circuito malavita-economia-politica-pubblica amministrazione è presidiato dagli uomini dei clan. Come si può provare a spezzare questa catena che inquina la democrazia e sottrae un pezzo di territorio italiano alla sovranità dello Stato? Qualcuno può pensare sul serio di farcela con le forze di qualche sindaco coraggioso, magari con il sostegno saltuario dell’opinione pubblica? No, servono scelte radicali. E in attesa di quella «rivolta delle coscienze» invocata dal Benedetto XVI nella sua recente visita pastorale a Napoli, i cui tempi sono incompatibili con le necessità dello Stato di diritto, servono scelte radicali.<!--more--> Per esempio quella di affidare nuovi poteri ai prefetti. Di farli tornare, nel Sud, prefetti di ferro come lo furono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Mori">Cesare Mori</a> e Carlo Alberto Dalla Chiesa nel secolo scorso. E per questo servono leggi, soldi, ma innanzitutto volontà politica, perché si tratta di spezzare quel circuito che nella sua perversione genera consenso. A delle task force, organizzate con personale qualificato e tecnologie sofisticate che fanno capo alle prefetture, si potrebbero affidare tutti gli appalti pubblici nelle zone a rischio. Sarebbe una piccola rivoluzione che un governo così precario, con un Partito democratico così squilibrato nelle regioni meridionali come hanno dimostrato i dati di affluenza alle urne delle primarie, non potrà mai fare. Questo invece è un tipico lavoro per un governo di centrodestra che voglia cambiare l’Italia con interventi efficaci, a partire dalla legalità e dalla sicurezza.</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Le elezioni si avvicinano. Comunque]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/18/le-elezioni-si-avvicinano-comunque/</link>
<pubDate>Thu, 18 Oct 2007 07:55:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’atteggiamento costruttivo e concreto del centrodestra sul pacchetto di riforme istituzionali in ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img187.imageshack.us/img187/7902/elezioniyu8.jpg" align="left" height="256" hspace="5" width="320" />L’atteggiamento costruttivo e concreto del centrodestra sul pacchetto di riforme istituzionali in discussione alla Camera (<a href="http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/politica/riforme-costituzionali/riforme-costituzionali/riforme-costituzionali.html">ieri la Cdl, in commissione, si è astenuta compatta</a>) è un segnale importante della rotta che l’opposizione intende seguire nei prossimi mesi. Nella convinzione che il Polo, pur non governando, ha tutto l’interesse a chiudere un accordo con la maggioranza. Innanzitutto perché è questa <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/03/29/il-virus-che-ha-colpito-litalia-lantipolitica/">la risposta più efficace al virus dell’antipolitica</a>, che colpisce entrambi gli schieramenti, e al distacco sempre più marcato dei cittadini dalle istituzioni. Pensate: <em>dopo decenni di dibattiti, commissioni, leggistrappo votate nelle diverse legislature a colpi di maggioranza, si realizza rapidamente una nuova architettura della politica</em>. Si chiude, per esempio, lo scandalo di un bicameralismo perfetto che significa inefficienza, costi e dunque sprechi. In secondo luogo, <em>la ritrovata unità del centrodestra sulle riforme istituzionali è un fatto politico nuovo</em>, che non può essere sottovalutato. Ed è la conferma di quanto andiamo dicendo da tempo: se la ex Cdl la finisce di dividersi su presunte leadership, su una successione che non può essere all’ordine del giorno, e discute di contenuti, allora l’unità diventa un fatto naturale e apre le porte anche a nuovi accordi, compreso il possibile <em>partito unico tra Forza Italia e Alleanza nazionale</em>. Se il centrodestra è compatto in materia istituzionale, un campo dove le divisioni sono sempre trasversali, figuriamoci quanto può esserlo su altri temi in agenda, dal fisco alla sicurezza. Infine, nel pacchetto delle riforme deve trovare posto anche la nuova legge elettorale. Non solo per un’ovvia scelta di coerenza istituzionale, che sgombrerebbe il campo dal rischio del referendum, ma anche per sfilare alla maggioranza una carta decisiva per la sua sopravvivenza. <em>Ecco perché è giusto ottenere lo spostamento della discussione sulla legge elettorale dal Senato, dove è condannata a finire su un binario morto, alla Camera, dove si sta lavorando bene e sul serio.</em> Una volta approvate le riforme istituzionali, con la legge elettorale, le porte per il ricorso anticipato alle urne saranno spalancate. <strong><em>Non ci sarà bisogno di raccattare il voto di qualche scontento in Senato, né di inseguire manovre di trasformismo parlamentare. Al voto si andrà, in questo caso, non per una scossa,a ma per una precisa scelta politica.</em></strong></p>
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<title><![CDATA[Il centrodestra ringrazi Veltroni e si svegli]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/16/il-centrodestra-ringrazi-veltroni-e-si-svegli/</link>
<pubDate>Tue, 16 Oct 2007 09:18:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[La più concreta iniziativa per l’asfittico centrodestra italiano l’ha presa Walter Veltroni. E ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://antoniogaldo.wordpress.com/files/2007/10/veltroni.jpg" alt="veltronino" align="left" height="348" hspace="5" width="234" />La più concreta iniziativa per l’asfittico centrodestra italiano l’ha presa Walter Veltroni. E ci voleva. Già, perché a parte qualche inutile polemica sulla reale affluenza alle urne, <a href="http://pritreviso.splinder.com/">l’investitura plebiscitaria del sindaco di Roma a leader del Partito democratico</a> rappresenta una scossa salutare per l’ex casa delle Libertà. Nulla sarà come prima, questo è sicuro, e non c’è bisogno di dare fiato alle trombe della retorica per rendersi conto che la nascita formale e sostanziale di un nuovo partito costringerà il centrodestra a riprendere un’azione politica. Certo: resta l’incognita delle elezioni a breve, nel 2008, la soluzione più gradita a Silvio Berlusconi, ma non si può restare fermi in attesa che sia chiara l’evoluzione della legislatura. Non lo capirebbero gli elettori, a partire da quelli che sono scesi in piazza nella manifestazione <a href="http://it.notizie.yahoo.com/rtrs/20071013/tts-an-manifestazione-ca02f96_1.html">organizzata, con successo, da Alleanza nazionale</a>, e da quanti chiedono da tempo un’accelerazione sulla strada del partito delle libertà. Che fare, dunque? Un percorso possibile è quello di riaprire rapidamente un tavolo di discussione per un programma comune. Parlare di cose, insomma, prima che di contenitori. E farlo non solo coinvolgendo circoli e associazioni, un patrimonio molto cresciuto nel centrodestra, ma innanzitutto i gruppi dirigenti dei partiti. Si deve fissare un’agenda, con punti precisi, quelli che poi diventeranno la piattaforma di una programma di governo, breve ed efficace, da presentare in occasione del ritorno alle urne. Per esempio: <em>tasse, sicurezza, welfare e famiglia, legge elettorale e modifiche istituzionali, privatizzazioni, scuola e università</em>. Se si tornasse a discutere con concretezza di questi temi, cercando anche di allargare l’area delle consultazioni alle forze sociali in un momento nel quale l’Italia è prigioniera della sua frammentazione, si potrebbero ottenere nel breve periodo due risultati.</p>
<p><em><strong>Il primo:</strong></em> dare un segnale di buona politica, lontana dalle formule astratte e vicina ai problemi dei cittadini e alle possibili soluzioni.<br />
<strong><em>Il secondo:</em></strong> creare il terreno sul quale poi ricostruire le alleanze nel centrodestra.</p>
<p>Un programma di governo, tanto per capirci, renderebbe visibile l’assoluta vicinanza delle posizioni di Forza Italia e An, e potrebbe perfino spingere i dirigenti dei due partiti a saltare il passaggio intermedio di una federazione per puntare diritti al partito unico. Così siamo sicuri che, nel merito dei contenuti, anche la distanza con l’Udc è più corta, e a quel punto un patto federativo con i centristi sarebbe a portata di mano. Serve, come vedete, una buona dose di coraggio e di generosità:<em> e per il momento diciamo grazie a Walter Veltroni.</em></p>
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<title><![CDATA[Così il nucleare è un costo scandaloso della politica altro che barbiere…]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/12/cosi-il-nucleare-e-un-costo-scandaloso-della-politica-altro-che-barbiere%e2%80%a6/</link>
<pubDate>Fri, 12 Oct 2007 09:32:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Proviamo a mettere in fila le dichiarazioni di intenti. L&#8217;ultima, in ordine di tempo, è quell]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img162.imageshack.us/img162/769/nuclearpowerplantxg5.gif" align="left" height="231" hspace="5" width="311" />Proviamo a mettere in fila le dichiarazioni di intenti. L'ultima, in ordine di tempo, è quella di Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, che da Nuova Delhi ci comunica <em>«il bisogno crescente di energia nucleare civile»</em> e chiede il rilancio di questa fonte energetica in cambio di <em>«un aumento del livello di sicurezza»</em>. <a href="http://www.corriere.it/editoriali/07_ottobre_12/battista_nucleare.shtml">Prima di lui, lo stesso discorso lo avevano fatto i ministri Pierluigi Bersani, Francesco Rutelli, Linda Lanzillotta, Antonio Di Pietro; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta; leader dei partiti della maggioranza, come Piero Fassino</a>. Quanto a <a href="http://pseudosauro.blogspot.com/2007/10/bravo-prodi.html">Romano Prodi</a>, ecco le parole del capo del governo: «Ero favorevole al nucleare nel lontano 1987, quando uno sciagurato referendum lo bocciò. Per il momento non ci sono le condizioni politiche per riaprire il dossier». Già, le condizioni politiche. E quali sarebbero? L'opposizione di un ministro, il verde <a href="http://www.indipendenteonline.it/cactus/cactus_pecoraro.htm">Alfonso Pecoraro Scanio</a>, che vale il 2,1 per cento dei voti e qualche veto sul versante della sinistra massimalista? Una risicata minoranza, dunque, di fronte alle forze più autorevoli, e più consistenti, del centrosinistra: una minoranza che ancora una volta esercita fino in fondo il suo efficace potere di veto. Allo stesso tempo, dal fronte dell'opposizione, <em>Pier Ferdinando Casini ha proposto ieri, dalle colonne del Sole 24 Ore, una cabina di regìa bipartisan per riaprire in Parlamento la partita del nucleare</em>.<!--more--> E su questa linea si ritrovano Alleanza nazionale e Forza Italia. A conti fatti, siamo di fronte ai due terzi dei gruppi politici che si dichiarano favorevoli a una svolta radicale nella nostra politica energetica. Una maggioranza schiacciante che, però, sarà sconfitta ancora una volta da una minoranza secondo la legge dominante dell'impotenza della politica italiana. Tra l'altro, se è vero che Prodi oggi sul nucleare è prigioniero dei veti interni, va ricordato che anche il governo del centrodestra, nella precedente legislatura, non è riuscito a realizzare una nuova politica energetica, e neanche ci ha provato pur disponendo di un'ampia maggioranza in Parlamento. Intanto, l'Italia resta un Paese dipendente dalle sue importazioni, sempre più care, in campo energetico, con enormi danni per la bilancia dei pagamenti, per le stratosferiche bollette che pagano imprese e famiglie, e per il rischio dei black out invernali. Nel 2006, ha ricordato recentemente il presidente dell'Authority, Sandro Ortis, alla sola Enel sono stati riconosciuti 66 milioni di euro a titolo di reintegrazione dei maggiori oneri sostenuti per l'utilizzo di impianti alimentati a olio combustibile. Ecco, dunque, se volevate un esempio di quali sono gli scandalosi costi della politica, ben più gravi di un taglio di capelli gratuito dal barbiere, il caso del nucleare, e l'ipocrisia che lo circonda, è emblematico.</p>
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<title><![CDATA[Ecco perchè Veltroni e Prodi sono incompatibili]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/11/ecco-perche-veltroni-e-prodi-sono-incompatibili/</link>
<pubDate>Thu, 11 Oct 2007 10:03:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
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<description><![CDATA[Quanto durerà la convivenza tra Romano Prodi e Walter Veltroni? Quanto potranno resistere assieme, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img520.imageshack.us/img520/9743/prodiveltronimj4.jpg" align="left" height="150" hspace="5" width="175" />Quanto durerà la convivenza tra Romano Prodi e Walter Veltroni? Quanto potranno resistere assieme, marciando lungo strade parallele, <em>il premier e il futuro leader del Partito democratico, due figure che in tutto il mondo occidentale sono riconducibili alla stessa persona? </em>Poco, molto poco. Anzi: un divorzio sostanziale, insanabile, si è già consumato in queste ore. Basta dare un occhio, per esempio, all’intervista all’Unità di Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato. <em>«Dopo il 15 ottobre (cioè dopo l’elezione di Veltroni n.d.r.) bisogna azzerare i ministri del Pd e ridurli»</em> ha detto la Finocchiaro, un dirigente di primo piano che in questo anno «faticosissimo» ha vissuto sulla sua pelle l’ebbrezza prodiana di resistere sul filo del voto a palazzo Madama. Le parole della capogruppo rimbalzano dopo un analogo annuncio dello stesso Veltroni («dobbiamo dimezzare i ministri ») al quale Prodi, imbufalito, ha risposto così: <em>«Queste cose le decido solamente io»</em>. Punto. Un secondo strappo, ancora più sostanziale, avviene sulla questione del risanamento e della manovra finanziaria. Di fronte al commissario Joaquin Almunia che definisce «non sostenibile» il debito pubblico italiano, Veltroni sottoscrive e si tuffa a pesce in quello che il Corriere della Sera di ieri, in un editoriale di Dario Di Vico, battezza come «un inedito asse». E Prodi? Da Bruxelles, stizzito, replica a Almunia, e quindi a Veltroni: «Lasciateci governare». Doppio punto. Sullo sfondo di questa netta divaricazione, si intravede l’incompatibilità politica tra Prodi e Veltroni che abbiamo sempre segnalato da queste colonne. <em>Mentre il primo sopravvive grazie alla sua abilità di negoziatore con la sinistra massimalista, i cui voti sono determinanti per la tenuta della maggioranza, il secondo, se vuole dare veramente un segnale di novità alla sua investitura, deve rompere proprio l’assedio a sinistra, e affrancare il Partito democratico dai veti e dalle interdizioni che arrivano dalla minoranza estremista. Sono strade non distanti, ma inconciliabili</em>. E non c’è compromesso che tenga di fronte a una elementare legge della politica che rende necessaria una prova di rottura quando si crea un partito nuovo, con un programma nuovo. Per paradosso, ma è la realtà, Veltroni può diventare leader soltanto se stacca la spina dell’ossigeno che tiene in vita il governo Prodi. Da qui non si spacca. «Dopo le primarie del 14 ottobre, comincia il bello» annuncia la Finocchiaro. No, cara senatrice, il bello è già iniziato.</p>
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<title><![CDATA[Così gli operai vogliono finalmente le mani libere]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/09/cosi-gli-operai-vogliono-finalmente-le-mani-libere/</link>
<pubDate>Tue, 09 Oct 2007 14:23:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Chissà quanti sindacalisti hanno letto, in queste ore decisive per il voto sul welfare nelle fabbri]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://img518.imageshack.us/img518/1778/altan2gb2.jpg"><img src="http://img518.imageshack.us/img518/1778/altan2gb2.jpg" align="left" height="246" hspace="5" width="236" /></a>Chissà quanti sindacalisti hanno letto, in queste ore decisive per il voto sul welfare nelle fabbriche, il sondaggio Ispo, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, sul tema <em>«Che cosa e come vedono il lavoro gli operai»</em>. Il dato più sorprendente della ricerca è quello relativo alla metà dei nostri <em>Cipputi</em> che dicono chiaramente di preferire <em>«un sistema in cui ciascuno può fare gli straordinari che vuole guadagnando così di più»</em>. Questa volta sono gli operai in carne e ossa, e non i soliti professori bocconiani del pensiero ultraliberale, che vogliono le mani libere. Chiedono cioè di non restare intrappolati in quella giungla di 900 contratti erga omnes che imbrigliano il mercato del lavoro, e impediscono l’esercizio di una flessibilità che potrebbe tradursi rapidamente in aumenti salariali.<br />
Sono loro, gli operai, che chiedono uno scatto in avanti nelle relazioni industriali: la sicurezza del posto di lavoro, è il loro ragionamento, non deve escludere la possibilità di premiare il merito. La novità contenuta nei dati del sondaggio spinge il professore Renato Mannheimer a parlare di <em>«operai sarkoziani»</em>, favorevoli cioè alla parola d’ordine del nuovo leader francese «lavorare di più, guadagnare di più». Ancora una volta la nostra classe operaia dimostra una maturità e un’evoluzione culturale che invece non si rintracciano nei gruppi dirigenti di chi dovrebbe rappresentarla, il sindacato. <em>Quel sindacato che si ostina a difendere, in tutte le sedi e con tutte le armi a disposizione, il tabù dei contratti centralizzati che definiscono ogni dettaglio del rapporto di lavoro. Quel sindacato che, con questa rigidità, difende più il lavoro della sua nomenclatura (specializzata appunto nel negoziato salariale) che non gli interessi dei lavoratori. </em>Per loro, ormai le mani libere, anche a costo di rinunciare a qualche garanzia, sono una necessità. Innanzitutto per alzare il livello, oggi insostenibile, dei salari.</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Gentiloni, le leggi come clave non funzionano]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/09/gentiloni-le-leggi-come-clave-non-funzionano/</link>
<pubDate>Tue, 09 Oct 2007 14:22:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ricordate la valanga di polemiche sul disegno di legge Gentiloni? La parata di dichiarazioni del gov]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img107.imageshack.us/img107/4016/267ia0.jpg" align="left" height="200" hspace="5" width="166" />Ricordate la valanga di polemiche sul disegno di legge Gentiloni? La parata di dichiarazioni del governo per delle norme che servivano al Paese, all'informazione e alla democrazia? Aria fritta. Come avevamo scritto, quella proposta, approvata in Consiglio dei ministri, era soltanto una clava sul tavolo del negoziato politico per condizionare, e ammorbidire, l'azione di Silvio Berlusconi, cioè del leader dell'opposizione. Ora è arrivato il momento della verità, e si stanno scoprendo le carte. Il disegno di legge è finito nel porto delle nebbie: non è previsto nel calendario dei lavori della Camera e, come dice Pietro Folena, presidente della commissione Cultura, «la voglia di portare avanti questo provvedimento è pari a zero». Il ministro Gentiloni giura sul fatto che «il governo crede in questa riforma del sistema televisivo e , in una forma ancora da definire, renderà chiara l'esigenza di approvarla in aula quanto prima». Parole vaghe, che nascondono tutto l'imbarazzo di Gentiloni che, con il meccanismo della clava, si è infilato in un tunnel. Molto più esplicita, invece, è la durissima presa di posizione da parte della Commissione europea, che aveva chiesto, «in un arco di tempo non superiore ai due mesi», alcune specifiche modifiche alle legge Gasparri, approvata nella precedente legislatura. In pratica, la commissione ci dava tempo fino agli inizi di ottobre per recepire le sue contestazioni. Cosa che il governo avrebbe dovuto fare con tempestività, senza infilarsi nel vicolo cieco della grande riforma. «A questo punto non ho intenzione di aspettare a lungo prima di intervenire contro l'Italia, non sono abituato a questi rinvii» minaccia Neelie Kroes, commissario europeo alla concorrenza. Con l'aria che tira, è molto probabile un prossimo deferimento dell'Italia all'Alta corte di giustizia europea, con una successiva multa a carico del nostro Stato. Così, il ministro Gentiloni dovrà fare i conti con un doppio smacco. Da un lato l'offensiva politica contro Berlusconi resterà lettera morta e non produrrà alcun effetto sostanziale, specie quelli a beneficio dell'equilibrio del sistema televisivo; dall'altro lato il governo ha rimediato l'ennesima brutta figura in sede europea, dove il nostro tasso di affidabilità è sempre più basso. La lezione è chiara: le leggi si fanno per rispondere a obiettivi e interessi generali e quando, invece, assumo le sembianze delle clave rischiano solo di picchiare sulla testa di chi le ha proposte.</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Finanziaria: prendono in giro anche Napolitano]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/09/finanziaria-prendono-in-giro-anche-napolitano/</link>
<pubDate>Tue, 09 Oct 2007 14:22:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Si accettano scommesse: gli appelli di Giorgio Napolitano contro «una legge Finanziaria ridotta ad ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img517.imageshack.us/img517/7151/napolitanogga0.jpg" align="left" height="216" hspace="5" width="165" />Si accettano scommesse: gli appelli di Giorgio Napolitano contro <em>«una legge Finanziaria ridotta ad articoli unici di dimensioni abnormi»</em> e <em>«un eccessivo ricorso» al voto di fiducia,</em> resteranno lettera morta. Parole scritte sulla sabbia, da archiviare a futura memoria. Romano Prodi lo sa bene, e ha già messo il suo cappello curiale sulle sollecitazioni del capo dello Stato. «Condivido pienamente le sue preoccupazioni» ha detto. Amen. Come il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che ha già dimenticato le promesse fatte lo scorso anno, proprio in occasione del tormentato iter parlamentare della Finanziaria. <em>«Approveremo una legge per farla più snella»</em> aveva promesso. E invece il film si ripeterà, con la stessa regìa, anche quest’anno. L’articolo unico e il ricorso alla fiducia sono due facce di una stessa medaglia. Un problema politico, e non una questione di galateo istituzionale come sembrerebbe leggendo i commenti dei rappresentanti dell’Unione. E il problema consiste nella debolezza della maggioranza, e quindi del governo, che non può affrontare un vero dibattito parlamentare, con tutti i rischi che comporta, e ha bisogno di spezzare il filo del «tira e molla» all’interno della coalizione. Ecco perché Prodi e Padoa- Schioppa mettono in piedi, con un sofisticato gioco di ragionieri, una finanziaria «abnorme», o meglio, mostruosa. Caricano su un solo articolo tutti i provvedimenti che ritengono indispensabili, approvando così in un colpo più leggi, e poi, zac, chiudono i giochi nella maggioranza e con l’opposizione attraverso il ricorso al voto di fiducia. Non sarà un vero e proprio esproprio delle prerogative parlamentari, ma certo questa prassi è al confine, forse fuori, del perimetro costituzionale. Svuota le funzioni stesse di deputati e senatori, privandoli dei loro essenziali diritti-doveri, e riduce il Parlamento, che tra l’altro in una delle sue camere è paralizzato, a una sorta di ufficio per la ratifica dei blitz governativi. Stranamente su questa prassi così ben coltivata dal centrosinistra, si alza il velo del silenzio dei costituzionalisti più noti, generalmente militanti della sinistra intellettuale, che non osano dire una parola di censura sulla deriva della Finanziaria. Sul campo di battaglia, dopo il voto, resteranno, come cenere, le parole del capo dello Stato. Quelle che tutti dicono di avere apprezzato.</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Epifani e Prodi: due debolezze non fanno una forza]]></title>
<link>http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/10/09/epifani-e-prodi-due-debolezze-non-fanno-una-forza/</link>
<pubDate>Tue, 09 Oct 2007 14:21:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Galdo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ci sarà anche qualche forzatura, come lamenta l’ufficio stampa della Cgil, nella titolazione all]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img526.imageshack.us/img526/8481/epifani4yp6.jpg" align="left" height="146" hspace="5" width="196" />Ci sarà anche qualche forzatura, come lamenta l’ufficio stampa della Cgil, nella titolazione all’intervista con Guglielmo Epifani <a href="http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/economia/conti-pubblici-51/accordo-welfare-epifani/accordo-welfare-epifani.html">pubblicata ieri sul quotidiano La Repubblica</a>, ma la sostanza delle cose non cambia. Anzi. Il leader della Cgil dice chiaro e tondo che, <em>se i lavoratori dovessero bocciare con il referendum il patto sul welfare, il primo a pagarne le conseguenze sarebbe Romano Prodi con il suo governo</em>. L’affermazione non è azzardata, semmai bisogna apprezzare l’onestà intellettuale di Epifani che non mette le mani avanti, ma pesa tutta l’importanza della consultazione. E dimostra tre cose. <em><strong>La prima </strong>è che il risultato del referendum non è affatto scontato</em> (come dimostrano anche i fischi di ieri a Mirafiori) e dal suo esito dipende anche l’equilibrio ai vertici del sindacato, <a href="http://www.indipendenteonline.it/archivio_pdf_completi/Indipendente_2_Ottobre_2007.pdf">come ricorda oggi all’Indipendente il combattivo Giorgio Cremaschi</a>. L’ala dura della Fiom non farà sconti ed è probabile che, sul voto dei lavoratori, peserà anche la delusione per quelle buste paga che non fanno un millimetro avanti, nonostante le mille dichiarazioni di buone intenzioni. <strong>S</strong><em><strong>econda considerazione</strong>: il governo non è prigioniero della Cgil</em>, questa è propaganda, ma ha nel sindacato confederale un suo perno. E questo legame, nel nome di una concertazione che quasi sempre significa l’esercizio di un potere di veto, ne riduce qualsiasi potenzialità riformista, come si è visto anche a proposito della non riforma delle pensioni e delle scelte per il settore del pubblico impiego. In questo senso, mai come adesso il sindacato è stato così potente sul piano politico, sebbene Prodi sia abilissimo nel bilanciare gli effetti del patto con Cgil-Cisl e Uil con le generose concessioni, a partire dai tagli fiscali, riservate agli industriali. Sta qui, se ci pensate bene, il segreto della sua sopravvivenza. <em><strong>Il terzo aspetto</strong> delle dichiarazioni di Epifani riguarda il destino parallelo con Prodi</em>. È chiaro che, per la prima volta, il governo rischia non solo per la debolezza parlamentare, ma anche sul terreno sociale dove finora è riuscito a restare protetto. Epifani lancia un doppio appello: ai lavoratori che devono decidere con il loro voto, e alla maggioranza di centrosinistra che non può, come vorrebbero le componenti estreme sollecitate anche dal presidente della Camera, ritoccare la delicata intesa sul welfare. Tutti sono avvertiti, insomma. <em>E la partita si presenta molto pesante, anche perché in politica, come nella fisica, due debolezze, sommate, non fanno mai una forza. Una elementare legge di gravità alla quale non potranno sfuggire né Epifani né Prodi.</em></p>
]]></content:encoded>
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