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	<title>libero-mercato &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/libero-mercato/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "libero-mercato"</description>
	<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 09:39:59 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Free trade]]></title>
<link>http://ilsarcotrafficante.wordpress.com/?p=615</link>
<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 06:00:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>ilsarcotrafficante</dc:creator>
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<description><![CDATA[Luigino: &#8220;Babbo, cosa è il Libero Mercato?&#8221;
Padre: &#8220;Un mercato di cui non ci si p]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Luigino: "Babbo, cosa è il Libero Mercato?"</p>
<p>Padre: "<strong>Un mercato di cui non ci si può liberare</strong>"</p>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Wto: fallito il vertice è tempo di ripensare il 'mercato' e lo 'sviluppo']]></title>
<link>http://elviracorona.wordpress.com/?p=609</link>
<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 21:27:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>e.c.</dc:creator>
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<description><![CDATA[di Elvira Corona (pubblicato su Unimondo)
Non sono bastati nove giorni e nove notti per arrivare a u]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h6><em>di Elvira Corona (pubblicato su</em><a href="http://www.unimondo.org/article/view/159460/1/" target="_blank"><em> Unimondo</em></a><em>)</em></h6>
<p><a href="http://Nessuna"><img class="alignleft size-medium wp-image-610" src="http://elviracorona.wordpress.com/files/2008/07/dda_96x149_pxls_e.gif?w=77" alt="" width="77" height="120" /></a>Non sono bastati nove giorni e nove notti per arrivare a un accordo che accontentasse tutti o almeno non scontentasse i più. Pascal Lamy - direttore generale <a href="http://www.wto.org/index.htm" target="_blank">dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio </a>(World Trade Organization, WTO) - ha ammesso il fallimento dell'ennesimo round della Doha Development Agenda: "Dovremo far calmare un pò le acque - ha dichiarato a proposito di futuri negoziati del WTO - le divergenze inconciliabili tra alcuni Stati membri hanno reso impossibile un accordo". Si è concluso con un giorno di anticipo - rispetto alla tabella di marcia - l'incontro tra i rappresentanti di Stato e di Governo riuniti a Ginevra per chiudere i negoziati aperti nella capitale del Qatar nel novembre del 2001, con l'obiettivo di trovare delle soluzioni che favorissero lo sviluppo economico dei paesi poveri liberalizzando il commercio mondiale. Ma a 7 anni d distanza però nulla sembra essere cambiato. <!--more-->Secondo <a href="http://tradewatch.it/osservatorio/articles/art_2175.html">Tradewatch</a> (Osservatorio italiano sul commercio internazionale) "la crisi economica e la crisi alimentare hanno messo a nudo l'ipocrisia dei grandi players dell'economia globale, vecchi e nuovi. Dal fallimento della ministeriale di Cancun nel 2003, assistevamo al solito teatrino nel quale le grandi potenze e i Paesi emergenti si accusavano reciprocamente di mancanza di ambizione: chiedevano ingenti aperture dei mercati, senza poi a loro volta concederle. Anziché affrontare le questioni chiave per far sì che le regole commerciali lavorassero a sostegno dello sviluppo dei Paesi poveri, tutta la contesa si è ridotta alla sola questione dell'accesso al mercato nel settore agricolo, dei servizi e dei prodotti industriali. Ma c'è un mondo fuori, e ha detto no".</p>
<p>Per Marco De Ponte - segretario generale di <a href="http://www.actionaid.it/pages/wto.jsp" target="_blank">ActionAid Italia </a>- "la necessità di una leadership mondiale capace di affrontare cruciali nodi della politica mondiale è sempre più evidente. Quello del WTO - continua De Ponte - è solo l'ultimo di una serie di appuntamenti internazionali che non hanno saputo adottare significative decisioni per affrontare questioni delicate come quelle dell'agricoltura e della crisi alimentare globale, a partire dal Vertice FAO del giugno scorso, passando per il G8 di Toyako".</p>
<p>Sergio Marelli - presidente dell'<a href="http://www.ongitaliane.it/ong/master/index.asp" target="_blank"> Associazione Ong italiane </a>- non sembra sorpreso dalle difficoltà del vertice: "che lo scoglio più difficile fosse quantificare i livelli di protezione per gli agricoltori, ossia dare esatti valori percentuali alle riduzioni di dazi e sussidi era del tutto prevedibile ma non che questo fosse ancora una volta la causa del fallimento del negoziato. Ancora una volta speravamo che la responsabilità dei Governi, dei Paesi industrializzati come di quelli cosiddetti emergenti, prevalesse sugli interessi particolari e di breve termine. Ora - aggiunge Marelli - l'unica certezza è che a trarre i maggiori vantaggi dal fallimento saranno ancora una volta gli agricoltori dei Paesi industrializzati, USA e UE in testa che continueranno a ricevere sussidi alle loro produzioni ed esportazioni. L'apertura dei mercati e la liberalizzazione del commercio - precisa - sono teorie sempre evocate ma applicate solo quando avvantaggiano le economie dei Paesi ricchi. L'eliminazione totale dei sussidi alle esportazioni agricole, prevista negli accordi della OMC per il 2013, sembra diventare l'ennesima chimera rischiando di perpetuare le pratiche nefaste di dumping che soffocano le economie e danneggiano la capacità produttiva di Paesi già vulnerabili".</p>
<p>I paesi emergenti chiedono con insistenza a Washington e Bruxelles di aprire i loro mercati ai prodotti provenienti dal Sud del mondo e di porre un freno alle politiche di sovvenzioni agricole concesse agli agricoltori nordamericani ed europei che danneggiano le nazioni più povere. Ma gli occidentali sono pronti a fare concessioni soltanto se Brasile, Cina e India si impegnano a ridurre i dazi doganali che frenano la penetrazione dei loro prodotti industriali nei mercati del Sud del mondo. Più che accordi sembrano essere ricatti veri e propri.</p>
<p>"Quello che continua a sbalordire - secondo Marelli - è proprio il fatto che non si consideri come le economie di Ue e Usa negli ultimi cinquant'anni si siano rafforzate con un forte incremento del settore agricolo grazie a uno strettissimo e fortissimo protezionismo, e si continui a invocare la liberalizzazione delle economie per impedire un minimo di protezionismo da parte dei Paesi poveri. Questo nodo da sciogliere è a mio avviso tra le cause principali del fallimento del negoziato: un ostacolo ipocrita e incoerente che addirittura compromette la riuscita del Doha Round che dovrebbe chiudersi a dicembre". E secondo molti, in assenza di un'alternativa concreta, resta l'ultimo debole baluardo contro legge del più forte e della definitiva affermazione della linea degli accordi bilaterali dentro i quali il potere negoziale dei Paesi in via di sviluppo è nullo rispetto a quelli dei paesi sviluppati.</p>
<p>Per Jeremy Hobbs, direttore di <a href="http://www.oxfam.org/en/pressroom/pressrelease/2008-07-29/breakdown-trade-talks-missed-opportunity" target="_blank">Oxfam International</a>, "è una grandissima delusione. In un momento in cui il prezzo degli alimenti e del petrolio aumenta e le prospettive economiche globali sono incerte, le popolazioni povere del mondo sono sempre più vulnerabili. Un accordo commerciale decente avrebbe dato loro una possibilità per non aggravare la povertà".</p>
<p>Secondo Aftab Alam Khan di ActionAid, "La responsabilità del fallimento è tutta di Stati Uniti e Unione Europea, che non riescono a pensare oltre gli interessi delle loro enormi imprese transnazionali che vogliono accaparrarsi sempre più opportunità di mercato nei paesi poveri. Che gli Stati Uniti e l'Unione Europea accusino Cina e India per il fallimento è ridicolo".</p>
<p>Ma in questa tornata del Doha Round non sono solo le divergenze tra Nord e Sud del mondo ad essere in evidenza. Anche quelle tra Usa e Ue. Peter Mandelson, commissario per i commercio dei 27, ha detto che i colloqui sono stati viziati anche da un programma di sussidi agricoli quinquennali da parte degli Usa che rappresenta "uno dei piani di incentivi agli agricoltori americani più reazionari della storia degli Stati Uniti".</p>
<p>Nonostante l'ammissione del fallimento, <a href="http://www.wto.org/english/news_e/news08_e/meet08_summary_30july_e.htm" target="_blank">una nota pubblicata sul sito del Wto </a>indica anche le "convergenze" che sarebbero emerse su 18 dei 20 temi in agenda; decisivi per il fallimento dei colloqui - si legge nel comunicato - si sono invece rivelati i contrasti sull'entità degli aumenti delle importazioni e degli abbassamenti dei prezzi necessari per far scattare i meccanismi di salvaguardia dei mercati interni, cioè la creazione di un meccanismo di protezioni speciali che permetta ai paesi in via di sviluppo di aumentare le tariffe sulle importazioni agricole quando raggiungono un certo livello e cominciano a minacciare la sussistenza degli agricoltori più poveri.</p>
<p>E nei commenti di diplomatici e ministri dei paesi emergenti e del sud del mondo prevalgono toni molto critici. Uhuru Kenyatta, vice-primo ministro del Kenya alla guida della delegazione africana a Ginevra, ha affermato che "lo stallo delle trattative minaccia in modo grave la lotta contro la povertà; sconcerto è stato espresso anche da diversi altri ministri africani, che hanno denunciato un'egemonia sui negoziati da parte di sette "grandi", Unione Europea, Stati Uniti, Giappone, Australia, Cina, India e Brasile". Il negoziatore sudafricano Xavier Carim ha sottolineato che la proposta di compromesso presentata da Lamy comporta per Pretoria "un prezzo esorbitante", senza per di più garantire alcuna apertura dei mercati europei alla produzione agricola nazionale; differente la posizione del Brasile, favorevole a un accordo anche perché - sottolinea il direttore dell'Associazione nazionale per il commercio con l'estero, José Augusto Castro - non ha sottoscritto "alcun accordo bilaterale con i principali attori internazionali". Quasi a mantenere una porta aperta per il futuro, Lamy ha sostenuto che il mancato raggiungimento di un accordo non implica la fine del ciclo di Doha e che ora bisogna "lasciar posare la polvere".</p>
<p>E mentre tutti discutono su numeri e percentuali di apertura dei mercati la<a href="http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&#38;mode=page&#38;cntid=910"> Campagna per la riforma della Banca Mondiale </a>commenta così il vertice di Ginevra: "In un momento in cui il problema è di sfamare la gente, inquinare meno e trovare un modo di vivere carbon free, non abbiamo bisogno di aumentare il flusso di merci che girano per il pianeta, piuttosto avremmo bisogno di farle girare (e inquinare) di meno, favorendo che ciascuno innanzitutto coltivi il necessario per i propri consumi (così sarà meno a rischio di aumenti sui mercati internazionali). Piuttosto che imporre tagli, il WTO potrebbe negoziare che chi vuole può mettere i dazi che vuole sui prodotti che un paese sussidia cosicché l'effetto dei sussidi non rovini i mercati e potrebbe regolare i mercati facendo in modo che non possano esistere monopoli e oligarchie di corporation che li distorcono, potrebbe favorire l'occupazione, il rispetto dei diritti e l'ambiente. Nei momenti di crisi serve rinnovare non riproporre una minestra riscaldata e così annacquata da non aver più né sapore, né effetti benefici".</p>
<p>Se n'è accorto un attento economista come <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&#38;ID_articolo=4843&#38;ID_sezione=&#38;sezione=" target="_blank">Domenico Siniscalco che su ‘La Stampa' </a>di oggi commenta così il fallimento: "La globalizzazione, che nelle premesse e nelle promesse doveva favorire tutti, ha finito per escludere molti dai propri benefici, con ampliamento dei divari e delle disuguaglianze nei Paesi ricchi come in quelli emergenti. Più di recente, a fianco della questione distributiva ha mostrato gravissime pecche sul piano dell'efficienza, generando crisi finanziarie e reali in pieno dispiegamento. Tutto questo, pur nell'inevitabilità delle crisi, mostra l'insostenibilità del modello di sviluppo che è stato adottato nell'ultimo decennio. Se vogliamo salvare la libertà degli scambi, con i vantaggi che comporta, occorre rivederne le istituzioni economiche e finanziarie".</p>
<p>Secondo Siniscalco "la sfida, per i liberali, è impegnativa: occorre salvare il mercato da se stesso". Per noi,più prosaicamente, è tempo invece di ripensare il "mercato" e lo "sviluppo".</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[De Carburantibus 2]]></title>
<link>http://verymadworld.wordpress.com/?p=7</link>
<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 10:37:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>serialk</dc:creator>
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<description><![CDATA[Orbene, al di la di quanto detto sul MISTERO dei rialzi dei carburanti, valutiamo gli elementi invec]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Orbene, al di la di quanto detto sul MISTERO dei rialzi dei carburanti, valutiamo gli elementi invece lapalissiani e sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Sto parlando delle famose ACCISE, che altro non sono che una tassa. Ma non basta, su queste tasse si paga l'IVA del totale, ossia una tassa sulla tassa, concetto abbastanza aberrante e privo di alcun senso, ma come è ormai noto, ahimè, il buon senso è stato pensionato da un pezzo.</p>
<p>Ci sono accise che si riferiscono a guerre finite da un pezzo, ad eventi che appartengono ad un passato abbastanza remoto, eppure noi continuiamo a pagarle. Queste si che sono tasse belle (mutuando un aggettivo caro all'ex ministro dell'economia) e ASSURDE! Ma tanto tutto quel che ingrassa i conti pubblici è cosa buona e giusta (Amen).</p>
<p>Cominciamo ad eliminare questo immotivato esborso e vedremo un immediata discesa dei prezzi alla pompa, magari ,se vogliamo fare un balzetto (non balzello) in più, abbassiamo anche la quota dell'IVA (la più alta in Europa se non erro).</p>
<p>Ma che dico! Altolà! L'Europa AMMONISCE dal praticare un controllo dei prezzi. Nessun calmiere, basta il mercato.</p>
<p>E qui casca l'asino: NON ESISTE NESSUN ACCIDENTI DI LIBERO MERCATO DEI CARBURANTI!</p>
<p>Sarà una verità scomoda ma non ci massacrino gli attributi con questa solfa che solo i più ingenui o "lealisti" possono mandar giù.</p>
<p>L'Europa farebbe bene a smetterla di sparare sentenze basate su assunti falsi.</p>
<p>"Ma c'è il pericolo dell'inflazione!!!"....a Roma direbbero "E STI CAZZI!"...mi sembra che prima del pericolo dell'inflazione ci sia il pericolo per parecchia gente in Italia di non riuscire più a tirar avanti manco tirando la cinghia fino all'ultimo foro!!! Se c'è un burrone all'orizzonte ma contemporaneamente stai andando a fuoco, penso che il burrone sia l'ultimo dei tuoi pensieri (a meno di non sopprimere gli istinti più elementari). Ma non è il caso di dilungarsi ulteriormente su queste teorie supermacroeconomiche che non sono probabilmente alla portata della nostra mente di comuni mortali.</p>
<p>Sta di fatto che per l'ennesima volta ci stanno prendendo per i fondelli, e il loro unico sforzo e teso a inculcarci il contrario, che il mondo va così, la congiuntura internazionale è sfavorevole, è il prezzo del mercato (BASTAAA!)...</p>
<p>Prima o poi la gente SI INCAZZA...e probabilmente, già in alcuni paesi si sente l'acqua che bolle, il momento è tanto più vicino...</p>
<p>Chissà cosa succederebbe se...</p>
<p>Serial K</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[De Carburantibus 1]]></title>
<link>http://verymadworld.wordpress.com/?p=5</link>
<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 08:16:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>serialk</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ogni volta che vado a fare il pieno i dubbi mi assalgono: mi starò rendendo complice della morte de]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Ogni volta che vado a fare il pieno i dubbi mi assalgono: mi starò rendendo complice della morte del pianeta? Quanto inquinerà questa auto veramente?....ma sopratutto COME E' POSSIBILE CHE IL PREZZO DI QUESTO DANNATO PETROLIO SALGA OGNI GIORNO???</p>
<p style="text-align:justify;">Ma fin qui sarebbe anche tutto abbastanza pacifico, sapete, il petrolio è una risorsa limitata e non rinnovabile, i paesi in via di sviluppo hanno accresciuto la domanda, bla bla bla, penso che ogni buon telegiornale che si rispetti ormai ci racconti il predicozzo quasi quotidianamente.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono un pò di cose che non mi tornano...</p>
<p style="text-align:justify;">Se sale il prezzo del barile OGGI ci vorrà un pò di tempo affinchè questo barile arrivi dagli emirati arabi alla catena di raffinazione, e poi alla nostra efficentissima rete distributiva che ci metterà a sua volta un altro (bel) pò di tempo a fare il suo lavoro, così non penso  che  con una velocità  tale da violare la relatività Einsteiniana i frutti di quel greggio allo stato grezzo così bistrattato arrivino alle nostre pompe.</p>
<p style="text-align:justify;">Eh si, perchè i nostri distributori dal canto loro ritoccano il prezzo con una contemporaneità quasi assoluta con i rialzi del petrolio, remoti nello spazio, ma ISTANTANEI.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma questo è ben poca cosa di fronte al vero "macigno".</p>
<p style="text-align:justify;">Anche se prendessimo per buono il fatto che il prezzo del greggio è ormai legato a doppio filo con l'andamento (pessimo) del dollaro sui mercati valutari, per cui, per farla breve, quando il dollaro cala, il petrolio s'impenna (mi sembra di sentire il Carcarlo Pravettoni), bisogna davvero fare violenza alla logica, alla matematica, o più semplicemente al buon senso, per accettare il fatto che ciò abbia ripercussioni in europa dove un euro FORTISSIMO, al pari di Rocky nel fiore della carriera, ci permette un cambio favorevolissimo col dollaro, per cui se il petrolio è quotato in dollari per noi il suo prezzo dovrebbe rimanere INVARIATO se non addirittura CALARE!!! Invece sono anni che continua a salire, e se la matematica non è un opinione, o mi sono perso qualcosa, qualche macrodiavoleria economica magari, o tali aumenti sono INGIUSTIFICATI e TRUFFALDINI!</p>
<p style="text-align:justify;">Ah ecco, mi dimenticavo, siamo in un paese libero, il prezzo "lo fa il mercato". Parole sacrosante, se non per il fatto che l'ipotesi di tale tesi è ASSOLUTAMENTE FALSA!</p>
<p style="text-align:justify;">Tralasciando la discutibile libertà in senso lato del nostro paese, di sicuro in campo energetico il mercato è tutto fuorchè libero, con buona pace dell'Antitrust.</p>
<p style="text-align:justify;">Se voi andaste al mercato, il semplice mercato rionale, e trovaste solo TRE bancarelle di frutta che la vendono a prezzi molto simili, ben 10 euro per una banana, pensereste "uh che bello questo mercato, com'è libero" o vi figurereste quella banana già nel vostro fondoschiena prima che nello stomaco?</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco, riportate la similitudine nel florido mercato dei carburanti e il gioco e fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Non c'è che dire, quando si rabbrividisce di fronte alla parola pompa<br />
direi che il fondo del barile è solo ad un palmo dal nostro naso.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma forse si può fare qualcosa...</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">SerialK</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Buongiorno.]]></title>
<link>http://condivido.wordpress.com/?p=3</link>
<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 07:56:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>condivido</dc:creator>
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<description><![CDATA[Eccoci qua al primo di una lunga, spero, serie di editoriali.
Proverò a spiegarvi in due parole qua]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Eccoci qua al primo di una lunga, spero, serie di editoriali.</p>
<p>Proverò a spiegarvi in due parole quali sono i motivi che mi hanno spinto ad aprire un blog dopo quindici anni di utilizzo di internet.</p>
<p>Tanti sono convinti che il concetto di gratuità sia solo uno specchietto per le allodole ed in parte è vero, ma non sempre.</p>
<p>Ci sono belle persone, bei sistemi di guadagno e di scambio delle risorse. Esistono comunità che basano la loro esistenza sulla fiducia che lega i singoli membri.</p>
<p>Si possono ottenere tante cose <strong>gratis</strong> o ad un prezzo <strong>minimo</strong> rispetto al mercato convenzionale, ci sono tante persone disposte a collaborare ad un progetto, <strong>senza  chiedere nulla in cambio</strong>.<br />
Io sono sempre stato bravo a trovare "l'occasione", il modo di risparmiare qualcosa, l'affare sul web o al mercato, le vie alternative per acquisire beni e servizi. In questo preciso momento storico in Italia c'è un gran bisogno di sdoganare alcuni processi, c'è bisogno di gruppi d'acquisto, di economia alternativa, di risparmiare, di <strong>condividere.</strong></p>
<p>Io voglio iniziare a farlo, nel mio piccolo.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Due righe]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=14</link>
<pubDate>Sat, 15 Mar 2008 10:04:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[Per dirvi che oggi saremo in piazza dalle 15 in poi. Solo per un paio d&#8217;ore perchè poi andiam]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Per dirvi che oggi saremo in piazza dalle 15 in poi. Solo per un paio d'ore perchè poi andiamo a sentire Grillo a Piazza Navona (alle 17) e facciamo un salto al presidio degli <a href="http://www.peaceandjustice.it/" target="_blank">statunitensi contro la guerra</a> a Largo Argentina in occasione del quinto anniversario dell'inizio della guerra contro l'Iraq (sì, sono già passati cinque anni)...</p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Verso un nuovo movimento d'indipendenza]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=13</link>
<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 17:26:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[Che crediate o meno alle teorie sul 2012, è indubbio che il modello tecno-industriale globalizzato ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Che crediate o meno alle teorie sul <a href="http://www.progetto2012.it/" target="_blank">2012</a>, è indubbio che il modello tecno-industriale globalizzato a cui siamo abituati è destinato a finire o a mutare radicalmente nei prossimi decenni. I motivi sono molti: la scomparsa dei combustibili fossi (i veri pilastri del sistema), il surriscaldamento globale, la sovrappopolazione e così via. Uno dei falsi miti dei nostri tempi (sostenuto anche in molti circoli cosiddetti ambientalisti: vedi il documentario di Al Gore) è che con qualche piccolo aggiustamento (lampadine fluorescenti, pannelli solari, macchine elettriche, biocombustibili, buste in amido di mais etc.) in futuro potremo più o meno continuare a condurre la stessa vita che facciamo oggi: prendere la macchina tutte le volte che ci pare, riempire le nostre case di inutili gadget usa e getta (o quasi), scendere al supermercato sotto casa per soddisfare ogni nostra voglia. Insomma ci si affida ancora una volta alla tecnologia per risolvere i problemi creati dalla tecnologia stessa.</p>
<p>La verità è che non esiste alcuna fonte di energia pulita in grado semplicemente di sostituire il petrolio. Anche perché molte di quelle che vengono spacciate come fonti “pulite” hanno in realtà degli altissimi costi sociali e ambientali: basti pensare alla deforestazione e all’aumento dei beni alimentari di base provocati dalla corsa ai biocombustibili. Dunque non sono necessariamente più “sostenibili” dei combustibili fossili anche se come questi ultimi rappresentano un ottimo business per i soliti noti. Con questo non voglio dire che le energie veramente rinnovabili (come il solare e l’eolico) non vadano incoraggiate, ma semplicemente che queste non risolvono il problema alla radice: l’insostenibilità del nostro stile di vita, tutto incentrato sulla comodità e sulla soddisfazione immediata dei nostri istinti consumistici. Volenti (attraverso una riflessione collettiva delle nostre priorità in quanto esseri umani) o nolenti (per mezzo di politiche autoritarie calate dall’alto: quello che uno studioso americano ha chiamato <a href="http://ruttar.altervista.org/poteri/1_6_energofascismo/energofascismo.htm" target="_blank">energofascismo</a>), saremo costretti a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Ovviamente i politici non lo dicono: le elezioni non si vincono dicendo ai cittadini di fare dei sacrifici. Il rischio di questa politica scellerata è che gran parte della gente rischia di trovarsi completamente impreparata per quello che ci attende.</p>
<p>La maggior parte di noi, e in particolare coloro che vivono in città (che ormai rappresentano più della metà della popolazione globale), infatti, è praticamente dipendente al 100% dal sistema per la sua sopravvivenza. Lo si vede soprattutto nell’alimentazione: gli studi indicano che sulle tavole degli italiani aumentano i cibi pronti (inscatolati, imbustati, surgelati, precotti etc.) e che sempre meno gente è in grado di cucinarsi una cena con tre o quattro ingredienti base (anche con l’ausilio di un libro di ricette!). È una notizia di una gravità inaudita: praticamente abbiamo messo la nostra salute (ricordatevi: siete quello che mangiate!) nelle mani di un oligopolio di multinazionali alimentari. Per quanto possa essere fuori moda, imparare a destreggiarsi in cucina rappresenta un passo fondamentale verso la liberazione di sé: potrete scegliere tra un’infinità di ricette e non solo tra quelle proposte dai Quattro salti in padella, scoprirete nuovi ingredienti, recupererete un rapporto diretto con quello che mangiate e se un domani dovessero chiudere tutti i supermercati (basta vedere quello che è successo durante lo sciopero dei camionisti) non morirete di fame!</p>
<p>Per ridurre ulteriormente la vostra dipendenza dalle grandi catene, vi consiglio poi di unirvi a un <a href="http://www.retegas.org/" target="_blank">gruppo di acquisto solidale</a> (G.A.S.): gruppi più o meno grandi di persone che si mettono d’accordo per comprare il cibo direttamente dai piccoli produttori locali, secondo la logica della solidarietà, che, come si legge sul sito della rete nazionale, «parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a colore che - a causa della ingiusta ripartizione delle ricchezze - subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo». Se abitate dalle parti di Piazza Vittorio il G.A.S. più vicino è quello di <a href="http://groups.google.com/group/gas-monti?hl=it" target="_blank">Monti</a>. Questi sono piccoli passi (ce ne sono tanti altri) per cominciare a vivere meglio, riacquistare una propria indipendenza e non farsi trovare impreparati se un domani - come mi auguro - questo sistema dovesse crollare su se stesso e dovessimo tutti imparare nuovamente a vivere.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Aggiornamento]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=12</link>
<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 11:14:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[Causa maltempo, non saremo in piazza questo pomeriggio. Speriamo di poter rimediare domani&#8230;
]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Causa maltempo, non saremo in piazza questo pomeriggio. Speriamo di poter rimediare domani...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giorno 3]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=11</link>
<pubDate>Sun, 24 Feb 2008 18:47:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[È veramente un piacere vedere che per alcuni il libero mercato di Piazza Vittorio è già diventato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>È veramente un piacere vedere che per alcuni il libero mercato di Piazza Vittorio è già diventato un appuntamento fisso del sabato pomeriggio! Sempre più, infatti, si sta evolvendo in un mercato libero di idee, oltre che di merci: un’occasione per ragionare insieme su stili di vita, di consumo e di convivenza che rispondano ai nostri bisogni umani (e, perché no, animali) più profondi, e non alle esigenze del mercato, delle aziende o del PIL. Anche perché, anche in un parco vivace e variegato come quello di Piazza Vittorio, il rischio è spesso quello di “sfiorarsi” senza mai incontrarsi. In un sistema che vi vorrebbe tutti isolati di fronte agli schermi dei nostri computer e dei nostri televisori, e in cui la nostra esperienza della realtà è sempre più mediata, trovarsi e fare quattro chiacchiere faccia a faccia è un gesto quasi sovversivo! Sperando di ricevere in tempo i due thermos di seconda mano che abbiamo ordinato su eBay (sempre secondo la logica per cui, se proprio bisogna comprare qualcosa, e questa non si riesce a trovarla aggratis, meglio comprarla di seconda mano), sabato prossimo vi promettiamo il rinfresco che avevamo annunciato la settimana scorsa.</p>
<p>Intanto vi segnalo la neonata associazione <a href="http://nuke.noauto.org/" target="_blank">NOAUTO</a>, presentata la settimana scorsa qui a Roma, che si propone di promuovere una politica urbanistica che rimetta al centro l’uomo e vada oltre l’attuale modello auto-centrico, dannoso per la salute, per l’ambiente e per lo spirito. Dalla loro lettera aperta (consultabile sul sito):</p>
<p>E’ sotto gli occhi di tutti l’insostenibilità dei nostri sistemi di mobilità urbana.</p>
<p>Da tempo l’OMS denuncia il tributo in termini di aumento della mortalità e di maggiore diffusione di malattie che i cittadini italiani devono pagare a causa del peggioramento della qualità dell’aria. Ciò nonostante le amministrazioni italiane continuano a violare i limiti europei sulle emissioni di polveri sottili e vedono i loro piani per la qualità dell’aria contestati dalla Commissione europea.</p>
<p>La vivibilità e la fruibilità dello spazio urbano sono sempre minori: le città non sono più infatti anche il luogo della relazione sociale, ma semplicemente delle infrastrutture per la circolazione e la sosta di automobili. Tutto questo a danno innanzitutto per le categorie più deboli: gli anziani e i bambini. Per non parlare della perdita di tempo cui tutti noi siamo costretti a causa del traffico onnipresente e pervasivo e del degrado crescente del paesaggio urbano.</p>
<p>Anche dal punto di vista ambientale la situazione non è certo più rosea. Il trasporto nelle nostre città è tra le fonti più rilevanti di consumo di energia e, quindi, di emissione di gas che alterano il clima. Anche da qui viene il fallimento italiano che – al contrario di altri paesi come la Germania e il Regno Unito – non ha ridotto la produzione di CO2, ma continua ad aumentarla.</p>
<p>La lettera si chiude con una serie di ragionevolissime proposte e con la seguente domanda: «Possono le nostre città sopravvivere continuando a scommettere tutto sull’automobile?». Chiunque si sia mai avventurato in giro per Roma il sabato sera in macchina (ma gli altri giorni non è molto meglio) probabilmente conosce già la risposta.</p>
<p>Ci si vede in piazza!</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giorno 2]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=10</link>
<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 11:46:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nonostante il vento siberiano che frustava i nostri corpi e rischiava di portarsi via tutta la merca]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante il vento siberiano che frustava i nostri corpi e rischiava di portarsi via tutta la mercanzia, e a cui si può imputare l’affluenza più bassa del solito per un sabato pomeriggio di sole nel parco, anche la seconda giornata del libero mercato di Piazza Vittorio è andata felicemente in porto. Ringraziamo tutti coloro che sono passati a dare il loro contributo (o anche solo un saluto), e in particolare la signora americana che ci ha lasciato un delizioso libro illustrato sulla <a href="http://www.gift-economy.com/" target="_blank">Gift Economy</a> (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_del_dono" target="_blank">Economia del dono</a>), che dovrebbe essere una lettura obbligata in tutte le scuole; i tre ragazzi di <a href="http://roma.indymedia.org/">Indymedia</a> e la loro montagna di ninnoli vari che hanno fatto felici non pochi bambini; il tipo con lo splendido cane nero che ci ha portato due giacche praticamente nuove (una delle quali mi ha probabilmente salvato dall’ipotermia); le due signore argentine del <a href="http://groups.yahoo.com/group/VCN-Rome/" target="_blank">network delle organizzazioni internazionali a Roma</a>; e infine il trotskista brasiliano. Per quanto penso sia inevitabile che io e M., almeno i primi tempi, fungiamo da “punto di raccolta” (specialmente quando uno ha solo una o due cose da dare via), esortiamo tutti coloro che hanno delle discrete quantità di roba da dar via di allestire un loro banchetto (che ovviamente, come nel nostro caso, può anche trattarsi di una vecchia tovaglia) insieme a noi. Così facciamo numero!</p>
<p>Abbiamo notato che i vestiti sono particolarmente difficili da dar via. È anche vero che stupidamente avevamo portato con noi solo una tonnellata di vecchie camicie a righe mie e di mio padre una identica all’altra (e non particolarmente affascinanti). Sono certo che la settimana prossima le gonne di M. riscuoteranno maggior successo! Abbiamo comunque deciso di donare parte delle 5 valigie di roba che abbiamo raccolto in queste settimane (vedi: le mie camicie a righe) a qualcuno che saprà farne un uso migliore di noi. Però vogliamo avere la certezza che i vestiti arrivino nelle mani di chi ne ha veramente bisogno e non vengano utilizzati per attività di finanziamento poco chiare. Conoscete qualche organizzazione che fa al caso nostro?</p>
<p>Infine, vi segnalo il sito del gruppo di San Francisco <a href="http://sfcompact.blogspot.com/" target="_blank">The Compact</a>, diffusosi rapidamente in molte città americane ma poco conosciuto in Europa, i cui membri si impegnano a non comprare nulla di nuovo (con l’eccezione dei prodotti base: è concesso mangiare, tranquilli) per un anno. In un paese come il nostro in cui molta gente fa l’esatto opposto, <a href="http://www.agi.it/economia/notizie/200801231409-eco-rt11086-art.html" target="_blank">risparmiando sui beni alimentari per comprarsi l’ultimo gadget hi-tech</a>, una terapia shock come questa potrebbe essere l’unica cura possibile. Qualcuno se la sente di fare un tale fioretto?</p>
<p>Ci si vede sabato prossimo, sperando che il riscaldamento globale faccia il suo effetto…</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giorno 1]]></title>
<link>http://liberomercatodipiazzavittorio.wordpress.com/?p=7</link>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 13:49:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>futureprimitive</dc:creator>
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<description><![CDATA[La prima giornata del libero mercato di Piazza Vittorio, sabato pomeriggio scorso, si potrebbe quasi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>La prima giornata del libero mercato di Piazza Vittorio, sabato pomeriggio scorso, si potrebbe quasi definire un successo. Per una fortuita coincidenza siamo capitati nel bel mezzo del capodanno cinese e quindi abbiamo potuto approfittare della gremita presenza di bambini (i più entusiasti sostenitore dell’idea!) e di giornalisti. Questi ultimi hanno scattato un torrente di foto, ma forse per semplice deformazione professionale, anche perché non si può dire che io e M. facessimo proprio un figurone, col nostro cartellone spennellato alla bene e meglio (LIBERO MERCATO DI PIAZZA VITTORIO: PRENDI<b> GRATIS</b> QUELLO CHE VUOI! DAI <b>GRATIS</b> QUELLO CHE PUOI!) e una coperta dataci in prestito dai nostri gatti a mo’ di bancarella. Essendo agli inizi, anche la merce non era proprio di primissima qualità (perlopiù peluche, giochi da tavola e giocattoli vari, andati tutti ruba in pochissimo tempo), con l’eccezione di una bella lampada vintage in ottone (che per qualche motivo M. non può vedere), che ha rischiato quasi di scatenare una rissa tra due contendenti (alla fine ce la siamo cavata con un civilissimo testa o croce) e di vari gioiellini luccicanti.</p>
<p>Come dicevo, i più affascinati, oltre che spaesati («Gratis? Come gratis? Non ci credo!») erano i bambini, perlopiù stranieri (quelli italiani, in genere, ci pensano due volte prima di interagire con degli sconosciuti). Fa un po’ tristezza vedere come fin da piccoli si venga educati alla cultura del commercio e del mercato, tanto da guardare quasi con sospetto qualcuno che voglia dar via qualcosa a titolo gratuito (ci deve essere un trucco!). Una bambina, in particolare, ha insistito a tutti i costi per darci qualcosa in cambio per la sua scatola di lavagnette portatili. Alla fine si è rivelato un volantino di una scuola di kung fu, ma non importa. È il pensiero che conta. Altri, addirittura, senza dire niente, prima di andarsene hanno lasciato dietro di sé penne e gadget vari. Vuol dire che non ne avevano più bisogno: è così semplice la logica del freecycling che la capisce anche un bambino!</p>
<p>Le reazioni degli adulti, invece, andavano dal divertito («Ma che bravi ragazzi!»), all’entusiastico («Ma è geniale: quand’è il prossimo appuntamento?»), al pragmatico («Che voltaggio ha questo rasoio per capelli?»). I nostri “clienti” sono stati perlopiù stranieri, come se molti italiani provassero vergogna a prendere un oggetto senza pagarlo. Ma bisogna essere ottimisti: arriverà un giorno in cui la gente si vergognerà a <i>pagare</i> per qualcosa se può averla come nuova a gratis e a “impatto zero”. L’incoraggiamento di tutti, comunque – italiani e non - ci ha riempito il cuore: sono state veramente tante le persone a fermarsi, a chiedere informazioni, a dichiarare la loro volontà di partecipare. È stato un vero peccato che non avessimo dei volantini con noi! Questa settimana andremo più preparati.</p>
<p>Ci si vede sabato 16 dalle 15 in poi nel parco di Piazza Vittorio!</p>
<p><b>NOTA IMPORTANTE</b>: non prendiamo in consegna le cose di nessuno; quello che non riuscite a dare via ve lo dovete riportare a casa! O magari lo nascondete e poi disegnate una mappa del tesoro…</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Bali e Kyoto: bufale?]]></title>
<link>http://jacopomogicato.wordpress.com/2007/12/12/bali-e-kyoto-bufale/</link>
<pubDate>Wed, 12 Dec 2007 11:14:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>odorojodo</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Siamo agli sgoccioli del 2007. Un anno che ha visto il problema del cambiamento climatico al centro]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><img src="http://jacopomogicato.wordpress.com/files/2007/12/kyoto_santa_snow_at_last.jpg" alt="kyoto_santa_snow_at_last.jpg" /></p>
<p style="text-align:justify;">Siamo agli sgoccioli del 2007. Un anno che ha visto il problema del cambiamento climatico al centro dell'attenzione politica e mediatica. Al Gore ha per questo ritirato un nobel per la pace. Ma di dati se si va a vedere il suo film se ne sentono gran pochi. Questo diffuso allarmismo è giustificato? Il protocollo di Kyoto è davvero così importante? e la conferenza di Bali? Per rispondere a queste domande posto qui di seguito un interessante articolo scritto da Francesco Ramella su Libero Mercato di ieri, su questi interrogativi.</p>
<p style="text-align:justify;"><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;"> "Immaginatevi un atleta di salto con l'asta che, dopo aver fallito negli ultimi dieci anni il tentativo di superare l'asticella a 5,80 metri, si impegni nei prossimi dieci a scavalcarne una posta venti centimetri più in alto. Probabilmente guardereste a questa promessa con un po' di scetticismo. Con gli stessi occhi dovremmo guardare agli impegni che verranno presi alla Conferenza sul clima di Bali dove i Paesi che non si sono mostrati capaci di rispettare il protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012 prometteranno ancora più drastici tagli delle emissioni di CO2 per il futuro. D'altra parte, dicono, l'evoluzione del clima non ci lascia altra possibilità. Non è forse vero, come è stato ripetuto in decine di articoli e servizi televisivi, che la terra si sta scaldando ancor più velocemente del previsto e che, se non agiamo ora, sarà troppo tardi?<span class="Apple-style-span" style="font-style:normal;"> </span></span></p>
<p><span class="Apple-style-span" style="font-style:italic;"> </span>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">A giudicare dai dati disponibili non sembrerebbe. </span></p>
<p><!--more-->
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Come evidenziato nel grafico, negli ultimi anni gli eventi sembrano sì avere preso una piega inaspettata ma non nella direzione "allarmista". La curva che descrive l'evoluzione della temperatura della superficie terrestre, invece di puntare con più decisione verso l'alto, sembra appiattirsi. Ma, anche volendo ignorare tale recente andamento, e prendendo in considerazione gli ultimi trent'anni (i precedenti trenta erano stati caratterizzati da una diminuzione della temperatura media del pianeta), la crescita della temperatura registrata risulta dell'ordine degli 0,17 °C per decade. Ossia, proiettando tale evoluzione sull'intero secolo, un riscaldamento di poco superiore ad un grado e mezzo, valore che si attesta al di sotto dello scenario più ottimistico fra quelli simulati dall'IPCC (International Panel on  Climate Change), l'organismo dell'ONU che si occupa del problema.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">La realtà non sembra dunque conformarsi agli scenari più estremi, quelli che prevedono un aumento della temperatura di quatto o cinque gradi al 2100. Il divario che sussiste tra dati empirici e simulazioni modellistiche è verosimilmente riconducibile al fatto che il riscaldamento causato dalla CO2 viene fortemente attenuato da una serie di meccanismi naturali che agiscono in direzione contraria. I modelli, poi, prevedono che la temperatura della parte inferiore della atmosfera all'Equatore cresca quasi tre volte più velocemente di quella superficiale ma le rilevazioni ci dicono che questo non sta accadendo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">E, se dall'analisi della temperatura passiamo ad analizzare le conseguenze del riscaldamento, l'impressione di una lettura tendenziosa di quanto sta accadendo sembra giustificata: si è parlato moltissimo negli ultimi mesi della riduzione della copertura di ghiacci nell'Oceano Artico. Quasi nessuno però è stato informato che nel 2007 è stato registrato il massimo della estensione delle superficie coperte da ghiaccio in Antartide da quando sono iniziate le misurazioni.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Un altro luogo comune è quello secondo cui, se le politiche di mitigazione del clima non raggiungono i risultati auspicati, la responsabilità ricade sulle spalle degli Stati Uniti che si sono finora rifiutati di sottoscrivere accordi internazionali vincolati per la riduzione dei gas serra. Non è così. Se anche gli Stati Uniti avessero ratificato il protocollo di Kyoto e tutti i Paesi firmatari avessero rispettato integralmente i contenuti del trattato, la riduzione della temperatura a metà del secolo rispetto allo scenario tendenziale sarebbe stata pari a 0,07 °C (e di 0,15 °C al 2100), ossia un valore inferiore alle differenze di temperatura che si registrano da un anno all'altro.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Il fatto che la regolamentazione delle emissioni negli Stati Uniti non possa che avere un impatto limitato sul clima mondiale è stato confermato da una recente analisi dell'EPA, l'agenzia federale americana per la protezione dell'ambiente, nella quale sono stati valutati gli impatti di tre diverse proposte legislative formulate da alcuni senatori americani che si propongono come obiettivo la riduzione delle emissioni del 60% entro il 2050. Qualora tali proposte venissero attuate, la concentrazione di CO2 in atmosfera alla fine del secolo sarebbe compresa fra 693 e 695 parti per milioni contro un valore di 719 in assenza di intervento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Questo risultato si tradurrebbe in un minor incremento della temperatura del pianeta pari a circa un decimo di grado. I benefici in termini di riduzione dell'impatto dei cambiamenti climatici sarebbero quindi del tutto modesti. E, sempre facendo riferimento all'analisi condotta dall'EPA, tale risultato costerebbe agli Stati Uniti una riduzione annuale della ricchezza prodotta compresa fra l'uno ed il tre per cento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Tali dati evidenziano come non vi sia alcuna realistica possibilità di intervenire sull'evoluzione del clima per i prossimi decenni. Inoltre, poiché drastiche politiche di contenimento delle emissioni hanno una ricaduta economica negativa, non è affatto vero che quanto più energica è la nostra azione tanto meglio è. D'altra parte, ad eccezione dell'energia nucleare, non vi sono oggi alternative reali all'utilizzo dei combustibili fossili. La strategia più ragionevole sembra quindi essere quella di promuovere, oltre alla ricerca tecnologica, azioni volte a porre rimedio a quei problemi, quali la diffusione della malaria, che potrebbero essere aggravati dall'aumento della temperatura. E' inoltre opportuno attuare interventi che consentano ai Paesi più poveri di minimizzare, come già è stato fatto con grande successo in quelli sviluppati, le conseguenze negative del clima. Tali interventi consentono di ottenere benefici certi ed in tempi ravvicinati. E, così facendo, non corriamo il rischio di sprecare oggi ingenti risorse per poi accorgerci fra qualche decennio che l'impatto dell'uomo sul clima è molto più modesto di quanto ipotizzato e vani sono stati i nostri sforzi per governare un sistema in larga misura influenzato da fattori al di fuori del nostro controllo."</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">Da Libero Mercato, 11 dicembre 2007</span></p>
<p><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span">  </span>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Verdana;line-height:normal;" class="Apple-style-span"><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"><br class="webkit-block-placeholder" /></span></span></p>
<p><span style="font-style:italic;" class="Apple-style-span"> </span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Monopolio Microsoft: forse qualcosa sta cambiando]]></title>
<link>http://salpetti.wordpress.com/2007/09/25/monopolio-microsoft-forse-qualcosa-sta-cambiando/</link>
<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 15:19:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>salpetti</dc:creator>
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<description><![CDATA[
La maggior parte delle persone che aquistano un PC trovano già installato un sistema operativo che]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://img267.imageshack.us/img267/4504/designedforwindowsxpcr9.gif" border="0" height="199" width="137" /></p>
<p align="justify">La maggior parte delle persone che aquistano un PC <strong>trovano già installato un sistema operativo</strong> che quasi sempre è della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Microsoft" target="_blank">Microsoft</a> (eccetto nei casi in cui si scelga un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apple_Macintosh" target="_blank">Mac</a>). Anche <em>Antoine</em>, un ragazzo francese, ha dovuto comprare necesariamente insieme  al  suo nuovo portatile dell'<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acer_%28azienda%29" target="_blank">Acer</a>, anche <em>Windows XP Home Edition</em> e altri programmi che lui non voleva. Antoine si è arrabbiato per questo, come moltissimi altri utenti che avebbero, ad esempio, risparmiato un bel pò usando sistemi operativi e software <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Open_source" target="_blank"><em>OpenSource</em></a>, ma a differenza di tutti gli altri,  <strong>ha fatto causa all'Acer</strong>. Il tribunale <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2071495" target="_blank">gli ha dato ragione</a> e sapete quanto ha risparmiato? La metà del costo del PC. Su su <strong>un portatile da 599€</strong>, infatti, Antoine ha ottenuto il rimborso di circa 135€ per <em>Windows XP</em>, 60€ per <em>Microsoft Works</em>, 41€ per <em>PowerDVD</em>, 39€ per <em>Norton Antivirus</em> e 37€ per <em>NTI CD Maker</em>, tutto software che lui non voleva e che è stato costretto a prendere perchè installato già sul computer (<strong>ben</strong> <strong>312€ in più!</strong>).</p>
<p align="justify">Nella sentenza del tribunale francese è specificato che <strong>la vendita di hardware e quella di software dovrebbe essere effettuata separatamente</strong>. Questa sentenza è rivoluzionaria perchè  può costituire un precedente pericoloso soprattutto per la Microsoft che riesce ad avere <strong>una posizione dominante sul mercato</strong> grazie al fatto che in quasi tutti i PC in vendita c'è installato un suo sitema operativo. Questa sentenza può essere un punto di partenza per una svolta nel mercato dei software che potrebbe diventare più libero a vantaggio di chi aquista un Computer.</p>
<p align="justify">Già la <a href="http://www.pmi.it/software/news/912/dell-eamp-linux-ci-siamo.html" target="_blank"><strong>Dell</strong> aveva deciso di lanciare nel mercato</a> dei PC con sistema operativo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubuntu" target="_blank">Linux Ubuntu</a> (gratuito) abbassando i costi, ma adesso il <strong>quasi-monopolio Microsoft</strong> potrebbe essere del tutto superato se passasse l'idea secondo cui i PC andrebbero venduti "<strong>naked</strong>", cioè senza software. <strong>Spetta all'utente decisere quali software installare</strong>, aquistandoli a parte (scegliendo liberamente a seconda delle proprie necessità e/o dei costi) o <strong>scaricandoli gratuitamente</strong>  <strong>dalla Rete</strong> nei casi di software liberi. Ed è in questo senso che - forte della sentenza francese - <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2072371" target="_blank">si sta muovendo</a> il <a href="http://www.globalisation.eu/about-the-gi/about/about-the-globalisation-institute-2006013023/" target="_blank">Globalisation Institute</a> facendo pressioni sulla Commissione Europea affinchè si eliminino gli <strong>ostacoli alla libera competizione</strong> rappresentati dalla vendita di PC con software pre-installati.</p>
<p align="justify">In sintesi, <a href="http://www.globalisation.eu/blog/technology/microsoft-responds-to-our-unbundling-proposal-200709251246/" target="_blank">la proposta</a> che il <em>Globalisation Institute</em> fa alla Commissione europea è di fare una legge che permetta all'utente di agire a monte, <strong>riconsegnandogli la possibilità di scegliere il sistema operativo</strong> da far girare sulle macchine acquistate, restituendo così all'utente la possibilità di decretare e di <strong>premiare il leader di un mercato realmente competitivo</strong>. Se l'acquisto di un sistema operativo non fosse, infatti, una scelta imposta dagli accordi tra costruttore e softwarehouse, dicono gli esperti dell'Institute, entrerebbero sul mercato numerosi competitors, le cui offerte potrebbero stimolare una salutare <strong>competizione al ribasso dei prezzi e al rialzo in termini di qualità</strong>.</p>
<p align="justify">La strada da imboccare, allora, è quella della  <strong>separazione dell'acquisto di hardware e software</strong>, l'unico modo per porre fine al Monopolio della Microsoft. La softwarehouse di Bill Gates per ora tace, staremo a vedere cosa farà l'Unione Europea e se sarà recettiva nei confronti delle proposte del <em>Globalisation Institute.</em> Io <strong>spero che questa proposta sia ben accolta</strong> dalla UE. Probabilmente la maggior parte degli utenti comprerà ugualmente prodotti Microsoft, ma almeno ci sarà la possibilità di poter scegliere...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Non siamo mai stati civili]]></title>
<link>http://rantasipi.wordpress.com/?p=303</link>
<pubDate>Tue, 02 Sep 2008 07:46:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>rantasipi</dc:creator>
<guid>http://rantasipi.wordpress.com/?p=303</guid>
<description><![CDATA[Economia sociale di mercato, è questa la formula usata dal ministro dell&#8217;economia Tremonti p]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_sociale_di_mercato" target="_blank">Economia sociale di mercato</a>, <em>è questa la formula usata dal ministro dell'economia Tremonti per indicare la strategia politico-economica del governo italiano. Ma cos'è l'economia sociale di mercato?<br />
Solo una formuletta dialettica dietro cui nascondere la regressione della civiltà ai tempi delle caverne.</em><br />
<em> Ce lo spiega</em> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Frank_Chodorov" target="_blank">Frank Chodorov</a>, <em>o</em><em>ramai ospite fisso di questo blog, in un articolo tratto da</em> <a href="http://www.fee.org/publications/the-freeman/" target="_blank">The Freeman</a> <em>del maggio 1940 tuttora di sorprendente attualità.</em></p>
<p>________________________________________________</p>
<p> </p>
<h2 style="text-align:left;"><span style="color:#800000;">Civiltà o economia da cavernicoli?</span></h2>
<p><span style="color:#265e15;"><strong><em>di Frank Chodorov</em></strong></span></p>
<p> </p>
<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Mi è stato chiesto di parlare di commercio internazionale. Comincerò parlando di civiltà, quella cosa che, ci viene detto, è alla vigilia della sua distruzione. Perché io credo che ci sia un preciso rapporto tra i processi della civiltà e le modalità di scambio chiamate commercio internazionale.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Che cos’è la civiltà? Ci sono state molte definizioni di questo concetto, da quelle puramente materiali a quelle che sono esclusivamente culturali. Per definire questa parola correttamente, dobbiamo esaminare il modo in cui utilizziamo. In linea generale, consideriamo civiltà cose come le dogane, l'istruzione, i metodi politici, la religione, le conoscenze tecniche etc., prevalenti in ogni periodo della storia, o in qualche parte del mondo abitato. Ma, forse, tutti questi attributi possono rientrare nell’ordine delle “usanze”.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Se parliamo di civiltà greca evochiamo il concetto di un certo sviluppo nelle arti e nella filosofia per il contributo dei primi Greci. Si parla di civiltà egiziana e richiamiamo l’idea delle piramidi e delle forme angolari, di magnifici tribunali e relativa schiavitù. La civiltà Giapponese del XVIII secolo presenta qualcosa di diverso da quella del ventesimo secolo.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Ma ci deve essere qualcosa di originario in ogni civiltà, e l'unico modo con cui siamo in grado di isolare questo comune denominatore è un processo di eliminazione, immaginando una completa mancanza di civiltà.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Supponiamo che i nostri antenati pre-civilizzati, gli uomini delle caverne, provvedessero a soddisfare tutte le loro esigenze con il singolo impegno; cioè a dire, pescavano il pesce che mangiavano, cacciavano in modo tale da procurarsi carne e vestiti, vivevano da soli in una grotta che non condividevano con nessuno, eccetto una donna. Se avessero avuto un qualsiasi desiderio di intrattenimento, sarebbe stato necessario arrangiarsi in qualche modo. Il primo impulso dell’uomo è di cercare di soddisfare i bisogni che gli consentono di vivere, e poiché il nostro cavernicolo non scambia alcuno dei suoi prodotti con i suoi simili, è solo attraverso il suo lavoro che egli può mantenersi in vita.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">I bisogni di questo uomo delle caverne devono essere stati molto semplici. Egli non poteva soddisfare necessità che richiedevano un certa complessità di sforzi. In altre parole, era un tuttofare maestro in nulla.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">A tempo debito, deve avere realizzato che se lui era concentrato su uno di questi lavori, diciamo la pesca, mentre il cavernicolo suo vicino era impegnato a confezionare vestiti che entrambi indossavano, i due avrebbero potuto diventare più abili nei rispettivi lavori e ciascuno avrebbe potuto produrre di più. Ma affinché tale specializzazione fosse possibile, era necessario per questi due uomini delle caverne accordarsi per qualche metodo di scambio. Con ogni probabilità, era fondamentale per questi due curiosi individui avere fiducia reciproca. Il cavernicolo pescatore che portava il suo pesce in eccesso al vicino sarto doveva concordare nel dargli il pesce sulla promessa<span>  </span>che quando questi avrebbe finito il gonnellino richiesto, glielo avrebbe consegnato.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Vediamo, quindi, che sia i mercati che il credito sono necessari per la specializzazione. Che non si può avere divisione del lavoro produttivo senza che le specializzazioni possano essere scambiate; se un uomo che fa scarpe constata che non c'è modo di scambiarle, morirà di fame se non cambia occupazione e non va a lavorare nella produzione alimentare.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">La civiltà, in fondo, è solo un modo di vivere insieme. La ragione per cui gli uomini vivono insieme in comunità è che ognuno, cercando di soddisfare i propri desideri con il minimo sforzo, ritiene che in una comunità, non solo vi è una maggiore produzione grazie alla divisione del lavoro, ma, ancor più importante, che essa rappresenta di per sé un mercato per gli scambi.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">L’essere gregari può anche avere un’interpretazione psicologica, ma economicamente è solo l'espressione dei singoli desideri di trovare soddisfazione. Maggiore è il numero delle persone in una comunità, più grande sarà il mercato, più il commercio diventa facile, e, di conseguenza, maggiore sarà il numero di specializzazioni.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Per esempio, è solo in una grande città che una star dell’opera trova un mercato per i suoi servizi.</p>
<p class="MsoNormal">Una così avanzata macchina da intrattenimento come il Yankee baseball club non poteva svilupparsi, per dire, a Broken Bow in Oklahoma.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Non può esserci una fabbrica automobilistica che produce un migliaio di macchine al giorno se non ci sono un migliaio di acquirenti al giorno. Vediamo che dove le specializzazioni si sono altamente sviluppate, vi è un maggior numero di persone e, di conseguenza, un mercato più promettente.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Credo che si possa tranquillamente affermare, quindi, che la civiltà è iniziata quando l'arte del commercio è stata scoperta. Prima le specializzazioni erano necessariamente limitate alle necessità immediate, come cibo, riparo e indumenti. Ma con i suoi desideri immediati soddisfatti, l'uomo ha cercato ulteriori soddisfazioni e presto il sistema di mercato ha consentito agli individui di diventare sacerdoti, esploratori, intrattenitori di viaggio e guaritori.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Quindi, lo scambio delle merci con cui inizia la civiltà si sviluppa in uno scambio di servizi e di idee. Senza un mercato il medico non avrebbe potuto sviluppare e scambiare la sua abilità in cambio di beni vitali. Senza un mercato, non ci sarebbero stati avvocati, attori, professori; noi tutti dovremmo essere auto-sufficienti come l’uomo delle caverne.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Ogni incremento delle strutture commerciali aiuta la diffusione di valori culturali e, al contrario, ad ogni interferenza con gli scambi risulta un corrispondente “ritardo del progresso culturale”. In altre parole, più libero è il commercio, maggiore è l'anticipo della civiltà, e più restrizioni ci sono sul commercio, più sicura sarà la regressione della civiltà.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Non abbiamo mai avuto il libero commercio, e uso questo termine non solo nel senso degli scambi commerciali tra i popoli di vari paesi, ma anche degli scambi commerciali tra i popoli dello stesso paese. Non abbiamo mai assolutamente consentito il libero scambio delle specializzazioni produttive, il libero scambio di politiche regolamentari, senza tasse, senza privilegi. Pertanto, non siamo mai stati completamente civili.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">E, dato che il commercio non è mai stato realmente libero, neanche la produzione non lo è mai stata. Perché l'interferenza con il mercato è l'interferenza con la produzione. Quando il mercato è limitato dal controllo governativo, governo di privilegi o di monopolio, il risultato relativo allo scambio è lo stesso. Quando vado al mercato con il mio sacco di cipolle e vengo fermato per strada da un esattore delle tasse che mi prende una parte delle mie cipolle, e poi da qualcun altro che a causa di un privilegio legale mi priva anch’esso di parte delle mie cipolle, non possono sperare di ottenere un maggior numero di patate in cambio della mia scorta esaurita di cipolle. Non c’è compassione per me e mi daranno lo stesso numero di patate, anche se io do un minor numero di cipolle; semplicemente non ho i beni per pagare le patate e torno a casa con meno di quanto sono partito.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">E, poiché qualcuno non avrà venduto tutte le sue patate, si terrà le scorte in eccedenza in casa, e la prossima stagione non crescerà; in breve, si perde lavoro. Le interferenze con il mercato, regolamentazioni o privilegi, hanno quindi la tendenza a ridurre la produzione e l’occupazione.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Ogni difficoltà posta sulla via della produzione ha un effetto su quei valori culturali che sono i segni della civiltà avanzata. Per questo si deve ricordare che finché i bisogni materiali non saranno soddisfatti, tali valori culturali non faranno la loro apparizione. Quando l'uomo è in lotta per sopravvivere, non sviluppa particolari apprezzamenti per l'arte, e come questa lotta si fa più intensa e più generale, l’interesse del pensiero diminuisce in proporzione. Ciò dimostra che limitazioni alla produzione e agli scambi ritardano il progresso della civiltà.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">La guerra rappresenta la totale negazione della libertà di scambio. In primo luogo, i militari non producono. La loro specialità consiste nella distruzione. I beni che essi distruggono sono prodotti da lavoratori che non ottengono nulla in cambio, tranne la promessa di essere pagati un po' più avanti nel tempo. Questo pagamento può essere riconosciuto ai loro figli, o ai figli dei loro figli, attraverso la produzione futura. In ultima analisi, la regola per tutti è che i debiti possono essere saldati con prodotti o servizi. Ora, se i militari distruggono la produzione senza portare nulla in cambio sul mercato, è ovvio che chi produce avrà meno beni per se stesso e i processi e di libero mercato saranno quindi impediti. Ogni volta che – con qualunque mezzo - vengo privato della mia produzione, il mio potere di scambio è limitato nella stessa misura.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Embarghi, blocchi, dazi, quote, inflazione, affondamento di navi; tutti gli strumenti di guerra, hanno come scopo l’interferenza con lo scambio delle merci. Essi sono dichiaratamente la negazione degli scambi commerciali, e gli scambi commerciali, come abbiamo visto, sono sinonimo di civiltà.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Più importante dal punto di vista dell’umanità, è che la più distruttiva attività della guerra è la tendenza ad isolare completamente i popoli gli uni dagli altri, mentalmente e spiritualmente. La tecnica della guerra moderna è il completo isolamento, sia prima sia durante il conflitto.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi ad odiare. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi a non fare scambi commerciali con alcuni popoli perché portatori di “cattive ideologie”. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra impedendo che le informazioni vi arrivino perché potrebbero meglio predisporvi nei confronti delle persone che siete chiamati ad uccidere. È l'attività della guerra spezzare il libero scambio di beni, servizi, idee che è connaturato a tutte le civiltà di ogni epoca.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Avrete certamente notato che nel trattare le questioni interconnesse al commercio e alla civiltà non ho fatto distinzioni tra commercio internazionale e commercio interno. Non ve n’è alcuna. Qual è la differenza, in sostanza, nello scambio di merci tra un newyorkese e uno del Vermont e lo scambio di merci tra un newyorkese e un canadese? Una frontiera politica rende di per sé un uomo un cattivo cliente? Quando Detroit vende un’auto al Minnesota, il debito viene saldato eventualmente con una spedizione di farina, e se l'auto è venduta in Brasile, con una spedizione di caffè. Nazionalità, colore, razza o religione non hanno alcuna importanza in uno qualsiasi di questi scambi. Questi aspetti diventano rilevanti solo nel caso in cui la tecnica di guerra è diventata parte integrante del nostro sistema politico.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Il commercio, interno o internazionale, è foriero di disponibilità tra gli uomini e di pace in terra.<br />
Il contrario del commercio è l'isolamento, e l'isolamento è un segno di decadenza, di un ritorno ad un’economia da cavernicoli. Se economicamente e culturalmente è bene per l'America isolarsi dagli altri paesi, è un bene per New York isolarsi dal Connecticut, per Manhattan isolarsi dal Bronx, per ogni uomo isolare se stesso dal proprio prossimo. Proprio come gli individui si specializzano nelle professioni, così fanno le nazioni e, di solito, le specializzazioni sono determinate da migliori risorse naturali o dallo sviluppo di competenze specifiche. Non ha riflessi sugli Stati Uniti il fatto che lana australiana ha un fiocco più lungo di quello ottenuto dalle pecore americane; li ha però sulla capacità intellettuale americana se essa rende difficile agli americani ottenere questo miglior tipo di lana, così come li ha sulla capacità intellettuale australiana se essa impedisce agli australiani di godere della superiorità delle nostre automobili.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Isolamento e autarchia sono tecniche di guerra. Idee entrambe derivanti dallo stupido concetto di guerra come motivo e obiettivo dell’esistenza nazionale. Ambedue, quindi, sono tendenze verso la de-civilizzazione. In sostanza, isolamento e autarchia sono semplicemente i segni di un’economia nazionale cavernicola.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">In conclusione, desidero ricordare a voi uomini d'affari che è vostro dovere sottolineare la dignità e l'importanza del commercio nella nostra vita nazionale. Agli inizi della scienza dell’economia politica, è stato insegnato che il commercio è un male necessario - che non è produttivo. Questa teoria erronea, in primo luogo enunciata dai fisiocrati francesi e successivamente sviluppata dai marxisti, al punto in cui, pontificando, dichiararono che tutte le occupazioni nel processo dello scambio sono parassitarie, non è stata ancora del tutto eliminata dai nostri libri di economia; ultimamente il nostro pensiero politico ha dimostrato di portarne alcune tracce.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Uno dei contributi al pensiero economico sviluppati dall’importante economista americano Henry George è stato affermare che lo scambio fa parte della produzione - che il venditore e il banchiere hanno a che fare con la produzione tanto quanto l'uomo alle macchine. Infatti, disse George, l'obiettivo della produzione è il consumo, e una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore. Pertanto, qualsiasi soggetto specializzato che contribuisce alla distribuzione delle cose, è altresì un produttore di cose. Più il numero delle nostre specializzazioni aumenta, più si rende necessario un grande esercito di distributori. Il mercato diventa più importante e il lavoratore, il rivenditore, l’inserzionista pubblicitario, e il vettore comune crescono e diventano maggiormente importanti nel nostro ingranaggio produttivo.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">E la dimensione e la libertà del mercato sono il metro di misura della civiltà.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[L'apprendista Stregone]]></title>
<link>http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/?p=544</link>
<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 17:39:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>lafayette70</dc:creator>
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<description><![CDATA[Potevamo finire per rimpiangere addirittura le disinvolte e pittoresche iniziative del passato Minis]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lasentinelladellalaicita.files.wordpress.com/2008/08/ministro-luca-zaia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-545" src="http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/files/2008/08/ministro-luca-zaia.jpg" alt="" width="119" height="89" /></a>Potevamo finire per rimpiangere addirittura le disinvolte e pittoresche iniziative del passato Ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio?</p>
<p>L'Impresa sembra tuttora quasi disperata, ma non impossibile da quando siede sulla poltrona di titolare dell'Agricoltura il molto padano Onorevole Luca Zaia, già Presidente della Marca trevigiana.</p>
<p>Il quale per non apparire da meno del suo collega di Gabinetto Tremonti, autore della singolare e balzana Robin Tax, imposta destinata, nelle intenzioni, a vendicare i poveri consumatori dalla ribalderia delle compagnie petrolifere , ha deciso di riesumare dagli scantinati di quella vera e propria Lubjanka a cui era ridotta la politica economica di quasi tutti gli Esecutivi nazionali nientemeno che il regime dei prezzi amministrati o meglio calmierati dallo Stato.</p>
<p>Una follia dirigista, il punto di caduta di tutti gli errori e gli orrori di una classe politica che non ha mosso un dito per cercare di riformare un' economia ingessata da odiose bardature corporative e da comode rendite di posizione.</p>
<p>Le conseguenze sono il sovrappiù che tocca pagare all'italiano medio in mezzo ad una infelice congiuntura economica mondiale.</p>
<p>Perchè, come noto, il calmiere dei prezzi non solo non sortisce effetto alcuno, se non illusorio e temporaneo, bensì rischia di implementare,semmai, la spirale inflazionista.</p>
<p>Cosa che anche uno studentello alle prime armi e totalmente digiuno di economia dovrebbe sapere, ma che dalle parti del Ministero preferiscono bellamente ignorare.</p>
<p>A quando la fine di questa irresponsabile fuga populista e demagogica dalle responsabilità di Governo che, quando necessario, richiedono anche impopolarità e razionalità operativa?</p>
<p>Fino a quando si abuserà della comoda e insidiosa scorciatoia protezionista, vera palla al piede di un economia e di una società impaurite ed incapaci di confrontarsi sul libero mercato con gli altri competitori, in primis con i nostri dirimpettai mediterranei condannati, rebus sic stantibus, alla miseria ed a bibliche migrazioni?</p>
<p>Quesiti destinati, temiamo, a rimanere inevasi.</p>
<p>Nel frattempo, crediamo che una prestigiosa candidatura del Ministro Luca Zaia a responsabile del prossimo piano quinquiennale sia un sacrosanto  riconoscimento a cotanto zelo...</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Sport, Business, Ipocrisia]]></title>
<link>http://equilibrismi.wordpress.com/?p=181</link>
<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 17:52:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>equilibrismi</dc:creator>
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<description><![CDATA[

Oggi iniziano le Olimpiadi di Pechino 2008, accolte dal sottoscritto dal totale disinteresse che l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-182 aligncenter" src="http://equilibrismi.wordpress.com/files/2008/08/logoolimpiaditiennamen.jpg" alt="" width="300" height="198" /></p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:left;">Oggi iniziano le Olimpiadi di Pechino 2008, accolte dal sottoscritto dal totale disinteresse che lo contraddistingue in occasione di qualsivoglia evento sportivo mediatico, dai Mondiali ai Moto GP.  <strong>Non sono un appassionato di sport, ma soprattutto non mi piace quello guardato e parlato.</strong> Con tutto il rispetto per i milioni di appassionati, non riesco a trovarci nulla di emozionante nè di coinvolgente, quindi ogni volta che ciclicamente si ripetono eventi in grado di catalizzare per giorni l'attenzione di tutti i media e di monopolizzare qualsiasi discussione, dai mezzi pubblici alla macchinetta del caffè,  non faccio altro che innalzare ulteriormente il mio livello di isolamento e di allontanamento da Tv e Quotidiani.</p>
<p style="text-align:left;">Nel caso delle Olimpiadi Cinesi però non si tratta solo di f<strong>ollia generale</strong> per la nuova scoperta nel mondo dello sport, sia esso <strong>il Curling</strong> o <strong>la repubblica di Nauru</strong>, nè di puro tifo sfegatato.</p>
<p style="text-align:left;">Quest'anno le discussioni hanno un livello più impegnato. Si tratta di <strong>diritti umani negati, di Tibet libero!</strong> Tutti, proprio tutti ora si rivelano interessati alla causa, vantano tessere di Amnesty International ed espongono su auto e blog adesivi e banner di sensibilizzazione.  E le diatribe si sprecano. <!--more--> C'è chi ritiene che lo sport non debba occuparsi di queste tematiche, c'è chi è convinto che questa sarà una grande occasione per gettare luce su temi scottanti e attirare l'attenzione sulle violazioni che avvengono in Cina, c'è chi chiede a gran voce atti di protesta da parte degli atleti e chi invece non vuole che questo evento sia rovinato dalla politica.</p>
<p style="text-align:left;">Quello che penso è che la politica, può e deve essere fatta sempre,  ogni parola, <strong>ogni gesto della nostra quotidianità può e dovrebbe essere politico.</strong> E quindi non vedo nulla di male in gesti "politici" alle olimpiadi o intorno alle olimpiadi.</p>
<p style="text-align:left;">Il problema però non è la relazione tra politica e sport, <strong>il problema è la relazione tra politica e business</strong>.  A ben vedere <strong>di "sportivo" nelle Olimpiadi</strong> (come nel Ciclismo, nei GP e nel Calcio) <strong>c'è rimasto ben poco.</strong> Tutto questo susseguirsi di scandali legati al doping, di record infranti di minuto in minuto, di contratti multimilionari, di ragazzini gettati in pasto a procuratori senza scrupoli e all'idolatria delle folle, ha ben poco a che vedere con lo spirito di rivalsa, di superamento dei propri limiti, di divertimento, di sfogo, di appartenenza, che dovrebbe caratterizzare ogni attività sportiva.</p>
<p style="text-align:left;">Business quindi, e come si sa nel libero mercato il business non ha regole e non guarda in faccia a niente e nessuno (tanto c'è la mano invisibile che regola tutto...)  e questo avviene anche nella "comunistissima" Cina.</p>
<p style="text-align:left;">Il problema dei diritti umani in Cina esiste da decenni (il massacro di Piazza Tienanmen è avvenuto nel 1989) e lo si conosceva benissimo al momento della candidatura di Pechino per le olimpiadi di quest'anno,  ma solo pochi giorni prima dell'inaugurazione sembra che abbia cominciato a toccare chiunque.</p>
<p style="text-align:left;">Come purtroppo ormai troppo spesso accade, tutto fa brodo, e tutto fa profitto. Nell'ipocrisia generale, si cerca di salvare capra e cavoli, i politici danno l'impressione di preoccuparsi del problema ma non vogliono indispettire i colleghi cinesi e scaricano il barile sugli atleti e sulla società civile. Gli spettatori, composti da <strong>consumatori e imprenditori, continuano ad ignorare il loro ruolo e la loro complicità con il regime (fa comodo a tutti delocalizzare le imprese, aprire nuovi mercati e acquistare merci sottoprezzo) </strong> e delegano il da farsi ai propri rappresentanti eletti.  E in tutto questo, tv e giornali, cavalcano l'onda del dibattito.</p>
<p style="text-align:left;">Dibattito che puntualmente si affievolirà giorno per giorno e verrà poi rimpiazzato dalle autocelebrazioni o dalle autocommiserazioni per tutte le medaglie conquistate e per quelle che ci saremo fatti soffiare.  <strong>Le violazioni dei diritti umani hanno  avuto il loro momento di popolarità, finiti i giochi, potranno tornare nell'ombra, dove, si sa, è più facile  e meno scomodo commetterle.</strong></p>
]]></content:encoded>
</item>

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