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	<title>maggiori-e-maestri &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/maggiori-e-maestri/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "maggiori-e-maestri"</description>
	<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 21:44:42 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Siamo tutti dei violenti (di Nicola Chiaromonte - da "La stampa" del 10 aprile 1969)]]></title>
<link>http://delea.wordpress.com/?p=106</link>
<pubDate>Sat, 11 Oct 2008 10:25:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>enrico de lea</dc:creator>
<guid>http://delea.it.wordpress.com/2008/10/11/siamo-tutti-dei-violenti-di-nicola-chiaromonte-da-la-stampa-del-10-aprile-1969/</guid>
<description><![CDATA[La violenza è insita nell’animo umano perché inerente al mondo e al posto dell’uomo nel mondo.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span class="verdana_11"><span class="verdana_13">La violenza è insita nell’animo umano perché inerente al mondo e al posto dell’uomo nel mondo. Si potrebbe dire che l’origine della violenza nell’uomo è la rivolta istintiva contro il fatto di trovarsi a essere rinchiuso in una condizione non scelta, una creatura che patisce prima di tutto -prima di cominciare a soffrire per questo o quel male- di tale irrimediabile restrizione, e quindi è sempre in uno stato di penuria, di privazione e d’oppressione. Se fosse altrimenti, se cioè il fatto della violenza nel mondo umano fosse un fatto di natura animale, gli eccessi mostruosi cui può giungere nell’uomo la violenza non si spiegherebbero. La ferocia di un Hitler o di uno Stalin non ha niente che fare con la soddisfazione di un istinto bestiale: è propriamente umana, dovuta al proposito maligno di eccedere a ogni costo i limiti della comune umanità.<br />
In questo senso, l’impulso di violenza non è più forte nell’individuo privilegiato per ricchezza o potere che nel povero e oppresso. L’uomo è violento perché violenta è (o tale gli appare) la sua condizione iniziale, la quale non cambia mai, dato che non c’è nessun individuo che la sorte, prima ancora che gli uomini, non abbia privato e non privi ogni momento di tutto ciò che non ha.<br />
In un certo senso, la prima violenza è quella fatta da Prometeo alla volontà di Zeus per venire in soccorso agli uomini bisognosi e “vaganti per la gran selva della terra fresca”. Per procurarsi il necessario, l’uomo deve strapparlo alla natura, violare il suo ordine, devastare non solo il regno vegetale e quello animale, ma la società dei propri simili. E il necessario, per l’uomo, non finisce mai:<br />
“Non lasciare alla natura più di quello che alla natura è necessario e la vita dell’uomo varrà quanto quella di una bestia...” dice Re Lear.<br />
La violenza umana è una violenza mai sazia e mai finita, come ben sappiamo noi che, avendo stabilito (o quasi) il regno dell’uomo sulla natura, abbiamo a tal punto sconvolto l’ordine della natura medesima da mettere perciò spesso in pericolo la sovranità di cui ci vantiamo. Catastrofe atomica, inquinamento dell’atmosfera, interventi biochimici o chirurgici sulle fonti stesse della vita o sulle operazioni della mente, cominciamo a sospettare di aver toccato limiti oltre i quali c’è il caos; ma non per questo ci fermiamo.<br />
E tuttavia, si deve riconoscere in questo l’opera della necessità. Non giova a nulla dire che la storia avrebbe potuto seguire una via diversa se non fosse stato, poniamo, per lo sfrenamento di violenza guerresca che seguì la rivoluzione industriale, con Napoleone e le conseguenze dell’avventura napoleonica, le quali vanno certamente fino a Hitler, e non sembrano ancora esaurite. La serie dei casi che ci ha condotto al punto in cui siamo anziché a un termine più felice, indica appunto una necessità alla quale non possiamo sfuggire. Giacché è facile pensare a un’eventualità più propizia di quella che ci è toccata; ma il fatto è che le eventualità, nel corso degli eventi, sono a ogni istante innumerevoli, e comprendono il peggio come il meglio. La scelta non dipende da noi, anche se siamo noi a fare ciò che facciamo: ossia, tutti insieme, la nostra propria storia. E neppure la divinità è responsabile, dice Platone.<br />
La violenza, dunque, è intrinseca alla natura delle cose e dell’uomo. Ma la stoltezza degli esaltatori della violenza, quelli che oggi dicono che “senza violenza non si ottiene nulla” (eco della frase famosa di Marx, secondo cui “la violenza è la levatrice della storia”) consiste nel fatto che essi erigono a principio di ragione quello che è un elemento costitutivo del destino umano, e come tale sfugge a ogni ragione. Ora, fare di ciò che sfugge a ogni ragione un principio sia di ragione che d’azione, prima di essere una contraddizione logica, è una trasgressione disastrosa.<br />
Non vedono, costoro, che dalla violenza cui l’uomo cede, alla quale può trovarsi costretto, o alla quale addirittura si affida come a un principio creatore, non deriva soltanto per lui la possibilità di sopravvivere, esistere, organizzare, ma ha origine al tempo stesso la nemesi che colpisce ogni impresa umana, e più violentemente le più violente. Ed è soltanto dalla coscienza di questa nemesi -ossia della propria situazione essenzialmente irrisolubile, perche indipendente dalla volontà umana- che può nascere nell’individuo quello che si chiama “senso del limite” e della misura: saggezza.<br />
E la saggezza non consiste soltanto nell’esser consapevole che la violenza sboccando inesorabilmente nel caos (essendo, anzi, l’irruzione del caos nell’esistenza), porvi il limite piu stretto possibile è necessario; ma significa eventualmente rinunzia a ogni volontà di dominio sugli altri e sulla natura. Evidentemente, una tal rinunzia non potrà in ogni caso essere che il fatto di pochi. Ma è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile.<br />
D’altro canto, se pure è vero che non esiste di fatto ordine civile che non sia fondato sulla violenza e da esso inficiato, è pure vero che principio dell’ordine civile e della sopravvivenza stessa di una società, non è affatto la violenza, ma i suoi opposti: la gentilezza, la ragionevolezza, la delicatezza intelligente. Sono, queste, virtù che espongono l’uomo alla violenza e alla prepotenza, lo rendono debole. E’ facendosi debole in questo senso che l’uomo può non solo creare opere d’arte o di pubblica beneficenza, bensì anche costruire quella convivenza civile e pacifica dalla quale scaturisce la sua vera forza: quella di sentirsi sostenuto non solo dai propri simili, ma da quell’inscrutabile potere da cui ognuno sa bene che dipendono la propria sorte e quella della comunità.<br />
Le civiltà, del resto, non periscono soltanto per la violenza che può colpirle dal di fuori, ma soprattutto per quella che sta alla loro origine, cova nel loro seno e può eromperne in forma di guerre o di rivoluzioni: in altri termini, per l’ingiustizia non curata. Si può dire che la Grecia morì per non aver saputo confederarsi contro la potenza macedone, ma si deve al tempo stesso constatare che Atene era già stata moralmente e socialmente distrutta -come Tucidide mostra così lucidamente- dalla volontà d’imperio e di violenza smodata da cui era stata trascinata durante la guerra del Peloponneso.<br />
I più saranno sempre trascinati dall’esempio della violenza, o rimarranno passivi di fronte ad essa, giacché quel che essa promette è la liberazione immediata dal giogo della necessità o dell’oppressione. Spetta ai pochi resistere. I momenti di abbattimento e di confusione come quello che stiamo attraversando sono più favorevoli che non si creda alla loro influenza, giacché l’abbattimento e la confusione di oggi sono in massima parte dovuti all’esempio della violenza trionfante da mezzo secolo a questa parte, esempio del quale l’esaltazione attuale della violenza non è che uno strascico.<br />
<em>Nicola Chiaromonte</em><br />
“La stampa”, 10 aprile1969<br />
</span></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Puema sicilianu (di Santo Calì)]]></title>
<link>http://delea.wordpress.com/?p=45</link>
<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 08:58:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>enrico de lea</dc:creator>
<guid>http://delea.it.wordpress.com/2008/06/11/puema-sicilianu-di-santo-cali/</guid>
<description><![CDATA[
Quannu jù moru vènicci a Schisò
nta na notti d&#8217;austu comu a chista,
ca li schiggi allimati]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.lanottilonga.it/index_files/santocali.jpg" alt="" width="203" height="269" /></p>
<p>Quannu jù moru vènicci a Schisò<br />
nta na notti d'austu comu a chista,<br />
ca li schiggi allimati di l'ojetra<br />
a la luna cci perciunu lu cori.</p>
<p>Lu mari agghica di luntanu e sbroma<br />
rèpiti longhi d'amanti ammucciati<br />
sutta linzoli d'àlichi di sita<br />
e mentri l'ascutamu, ahiahi,<br />
lu pedi<br />
s'affunna nta la rina<br />
e non putemu<br />
cchiù fujiri e pir chistu<br />
n'abbrazzamu,<br />
ni strincemu, mpazzuti, ni mplicamu,<br />
stanchi ni pircantamu nta la ribba<br />
a 'scutari la storia di lu mari.</p>
<p>E lampari ca scociunu tunnina.</p>
<p>Quannu jù moru venicci a Schisò<br />
nta na notti d'austu comu a chista,<br />
jisa la canna e attizzacci la vita<br />
nta l'occhiu<br />
a lu palàmitu firutu<br />
ca sbattulìa supra la ribba giarna<br />
e ribbugghi di sancu la scumazza.</p>
<p>E lampari ca scociunu tunnina.</p>
<p>Quannu jù moru venicci a Schisò<br />
nta na notti d'austu comu a chista<br />
a chianciri lu chiantu di li stiddi<br />
ca tummanu nta l'acqua arrisagghiata<br />
a nova spirlucenza,<br />
allaricannusi,<br />
macchia d'oghiu assajata di cardùbbuli.</p>
<p>E lampari ca scociunu tunnina.</p>
<p>Sulu nta la pupidda to gilestri<br />
la Puddara è mimoria di lu celu!</p>
<p>Quannu jù moru venicci a Schisò<br />
nta na notti d'austu comu a chista,<br />
a sparmari la trizza sutta un ramu<br />
di calìppisu,<br />
a sentiri la vuci<br />
nostra ca mpiducchiata nta li fogghi<br />
tesci fulinia spana di silenziu<br />
ca si sciogghi a riciatu di gricali.</p>
<p>E lampari ca scociunu tunnina.</p>
<p>Quannu jú moru venicci a Schisò<br />
nta na notti d'austu comu a chista<br />
ca ntra lu scàtti di lu manzijornu<br />
a ntunari la brogna nta la vampa<br />
di lu suli mirìu.</p>
<p>Ricogghi tutti<br />
li pisci di lu mari pi cuntaricci<br />
tra na risata e n'autra la storia<br />
di ddu pazzu d'amanti, c'ogni sira<br />
a ribba di lu mari di Schisò,<br />
abbrazzatu cu tia, o Jàjita Azzola,<br />
cuntava stiddi e peni,<br />
peni e stiddi.</p>
<p>E lampari ca scociunu tunnina!</p>
<p>TRADUZIONE: <em>POEMA SICILIANO</em></p>
<p>Quando morrò vienici a Schisò (<em>n.d.t.</em> Capo Schisò, località marina, presso Giardini-Naxos, in Sicilia) / in una notte d'agosto come questa / in cui lame di stridi del gabbiano / traffiggono la luna fino al cuore.</p>
<p>Il mare piega da lontano, esala / i lunghi ansimi d'amanti celati / sotto lenzuola d'alghe come seta / e mentre li ascoltiamo, ahiahi, / il piede / affonda nella rena / e non possiamo / più fuggire e per questo / ci abbracciamo, / ci stringiamo impazziti, fusi in uno, / stanchi siamo presi da malìa sulla riva / ad ascoltare la storia del mare.</p>
<p>E lampare ad avvampare i tonni.</p>
<p>Quando morrò vienici a Schisò / in una notte d'agosto come questa / alza la canna, attizzaci la vita /<br />
nell'occhio / del palamito ferito / che si dibatte sulla riva gialla / e la schiuma ribolle del suo sangue.</p>
<p>E lampare ad avvampare i tonni.</p>
<p>Quando morrò vienici a Schisò / in una notte d'agosto come questa / a piangere il pianto delle stelle<br />
che piombano nell'acqua abbrividita / di un nuovo splendore, / allagandosi, / macchia d'olio assalita dalle vespe.</p>
<p>E lampare ad avvampare i tonni.</p>
<p>Solo nella celeste tua pupilla / la Puddara (n.b. la stella polare ) è memoria di cielo!</p>
<p>Quando morrò vienici a Schisò / in una notte d'agosto come questa, / a sciogliere la treccia sotto un ramo<br />
d'eucalipto, / ad ascoltare la voce / nostra che impigliata tra le foglie / tesse una vana ragnatela di silenzio / che si scioglie allo spirare del grecale.</p>
<p>E lampare ad avvampare i tonni.</p>
<p>Quando morrò vienici a Schisò / in una notte d'agosto come questa, / o quando arde il mezzogiorno / a sentire conchiglie nella vampa / del sole che ci punta.</p>
<p>Riunisci tutti / i pesci del mare per narrare / tra un riso e l'altro la storia / di quell'amante folle che ogni sera / sulla riva del mare di Schisò / abbracciato con te, Agata Azzurra, / contava stelle e pene, / pene e stelle.</p>
<p>E lampare ad avvampare i tonni!</p>
<p><strong><em>Notizia: S</em></strong>anto Calì, poeta di Linguaglossa (vi nacque nel 1918 e e morì nel 1972), è un grande, benchè ignorato, autore in lingua siciliana. Di famiglia contadina, segui studi classici e letterari, insegnando successivamente materie letterarie nel suo paese e nei licei di Giarre e Riposto. Militò attivamente nel PCI siciliano, all'epoca fucina di spiriti democratici e libertari. Vicino alle avanguardie letterarie, fece parte dell'Antigruppo, assieme a Lawrence Ferlinghetti, Cesare Zavattini, Roberto Roversi, Danilo Dolci, Fiore Torrisi. Sostenne un utilizzo non puristico nè vernacolare della lingua siciliana, che considerò come una costante contaminazione, di cui amò le possibili influenze da parte delle lingue classiche, neolatine, anglosassoni, oltre a quella arabo-mediterranea. Vasta è la sua bibliografia. Tra i titoli più rilevanti le sue opere poetiche <em>Mungibeddu</em> (1947), <em>Frati Gilormu</em> (1966), <em>Canti siciliani (</em>1966), <em>Répitu d'amuri pi la Sicilia</em> (1967), <em>Josephine</em> (1969). Un'ampia raccolta di poesie è <em>La notti longa</em> (1972) in due volumi. Tra i libri pubblicati postumi, testimonianza di una formazione cosmopolita, la raccolta <em>Clerys- carnet di viaggiu</em> (2003). Da notare, in questa lirica d'argomento amoroso, come già il titolo "puema" mutui un termine, d'uso frequente per indicare una singola lirica nelle letterature straniere (francese, anglosassone), non utilizzato in tal senso nella poesia in lingua siciliana. </p>
<p> </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Luogo e Impulso (di Emilio Villa)]]></title>
<link>http://delea.wordpress.com/?p=41</link>
<pubDate>Sat, 24 May 2008 09:58:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>enrico de lea</dc:creator>
<guid>http://delea.it.wordpress.com/2008/05/24/luogo-e-impulso-di-emilio-villa/</guid>
<description><![CDATA[Metà idea e metà frutto
metà rischio metà fame
metà intero metà tutto
metà morte metà pane
M]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Metà idea e metà frutto<br />
metà rischio metà fame<br />
metà intero metà tutto<br />
metà morte metà pane</p>
<p>Metà effigie e metà spazio<br />
metà corpo e metà ombra<br />
metà morbo metà strazio<br />
metà asciutto metà fiume</p>
<p>Metà pesce e metà testa<br />
metà sasso e metà lume<br />
metà mano metà leva<br />
metà corre metà resta</p>
<p>Metà troppo metà poco<br />
metà vita metà cosa<br />
metà gesto metà scopo<br />
metà fuoco metà rosa</p>
<p>Metà piombo metà voce<br />
metà riso metà vento<br />
metà statua metà sasso<br />
metà calma metà accento</p>
<p>Da <em>E ma dopo</em>, 1950.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il bel verbale (di Sebastiano Addamo)]]></title>
<link>http://delea.wordpress.com/2008/01/10/il-bel-verbale-di-sebastiano-addamo/</link>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 10:39:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>enrico de lea</dc:creator>
<guid>http://delea.it.wordpress.com/2008/01/10/il-bel-verbale-di-sebastiano-addamo/</guid>
<description><![CDATA[Verrà (non ti curare) con nitido
rigore di geometria verrà il tempo
docile dell’inventario, ragi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Verrà (non ti curare) con nitido<br />
rigore di geometria verrà il tempo<br />
docile dell’inventario, ragioniere<br />
asfittico e torvo per l’azienda<br />
da portare avanti secondo le esatte<br />
leggi del mercato computando costi<br />
e ricavi, perdite e profitti, e bisogna<br />
- anzitutto bisogna - riordinare<br />
il giro, eliminare le cosiddette spese<br />
improduttive, pervenire al pareggio<br />
(meglio d’ogni cosa un paio di buoi<br />
macellati freschi e vendere tutto:<br />
lombi, muscoli, sangue e acqua,<br />
la pelle, fegato e budella,<br />
triturare perfino le ossa e farne<br />
concime - vita che dà altra vita - )<br />
e dietro la vitrea esangue angoscia<br />
(in tal nome filosofi eunuchi celano<br />
l’inutile ricerca d’identità) che ti<br />
coglie alla nuca, ma con l’uso di un<br />
poco di ragione - secondo l’accurata<br />
saggezza d’Epicuro - pure per te<br />
arriverà di netto il plusvalore</p>
<p>finalmente perentoriamente<br />
trionfante mostrerai a sconcertati<br />
dèi il tuo bel verbale omologato.</p>
<p>1976</p>
<p>Su Sebastiano Addamo (1925-2000), importante poeta, prosatore e saggista siciliano, in rete è attivo un <a href="http://addamosebastiano.interfree.it/">sito </a>molto ricco di materiale, perciò assai prezioso, tenuto conto che la maggior parte delle sue opere è attualmente fuori catalogo.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I DUE PASSANTI (di Corrado Costa)]]></title>
<link>http://delea.wordpress.com/2007/11/19/una-poesia-di-corrado-costa/</link>
<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 14:22:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>enrico de lea</dc:creator>
<guid>http://delea.it.wordpress.com/2007/11/19/una-poesia-di-corrado-costa/</guid>
<description><![CDATA[I due passanti: quello distinto con il vestito grigio
e quello distinto con il vestito grigio, quell]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>I due passanti: quello distinto con il vestito grigio<br />
e quello distinto con il vestito grigio, quello con un certo<br />
portamento elegante e l’altro con un certo portamento<br />
elegante, uno che rideva con uno che rideva<br />
uno però più taciturno e l’altro<br />
però più taciturno, quello con le sue idee<br />
sulla situazione e quello con le sue idee<br />
sulla situazione: i due passanti: uno improvvisamente<br />
con gli attrezzi e l’altro improvvisamente nudo<br />
uno che tortura e l’altro senza speranza<br />
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda:<br />
i due passanti: quello alto uguale e quello<br />
alto uguale, uno affettuoso signorile e l’altro<br />
affettuoso signorile, quello che si raccomanda.</p>
]]></content:encoded>
</item>

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