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	<title>mater-camorra &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "mater-camorra"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 11:05:52 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Uzeda e Moonlight]]></title>
<link>http://francesconardi.wordpress.com/?p=191</link>
<pubDate>Fri, 16 May 2008 00:14:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesconardi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Oggi si terrà un convegno interessante al quale sarò presente. Si parla di camorra e della sua tra]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Oggi si terrà un convegno interessante al quale sarò presente. Si parla di camorra e della sua tradizione di rievocazioni letterarie. Il titolo di questo convegno dice: “Da <em>Mater Camorra</em> di Luigi Compagnone a <em>Gomorra</em> di Roberto Saviano”. Ma non è di questo che voglio scrivere, ché dovrò farlo dopo essere stato al convegno. Ora voglio dire di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Compagnone" target="_blank">Luigi Compagnone</a>, o meglio, di suo figlio Massimo. Questo signore, che aveva quarantacinque anni buoni quando io ne avevo quindici, era un mio amico caro. Amico come uno psichiatra di quarantacinque anni può esserlo di un ragazzetto di quindici. Eppure, anche se sono anni che non lo vedo, Massimo mi è rimasto negli occhi: con il suo sorriso stampato, i suoi capelli bianchi, e la sua testa più giovane della mia. Pensavo, da piccolo: "da grande voglio essere giovane come lui". Massimo ed io ci frequentavamo molto ed in un contesto tutto particolare: il maneggio. Io che con i miei coetanei azzuffavo in una improbabile quanto fortunata attività agonistica nel salto ostacoli e lui che girava nel campo sparpagliando battute e barzellette oscene e mancando puntualmente di dare le precedenze negli incroci al galoppo. Ma il ricordo di Massimo è tutto nelle passeggiate nel bosco che facevamo in tardo pomeriggio, senza staffe ed a redini lunghe a chiacchierare e chiacchierare. E non era possibile essere seri. Mi spiego: io volevo essere serio, ma Massimo era, ed immagino sia certamente ancora, l’allegria. Avevamo in comune il repertorio di barzellette, il collo del cavallo, quello della sua Uzeda e della mia Moonlight: sfregiate entrambe da un intervento chirurgico ad una cisti nello stesso identico posto, e un po’ di repertorio musicale che, lui alla tastiera ed io alla chitarra elettrica, storpiavamo di domenica pomeriggio con altre quarantenni teste gloriose. Ho conosciuto Massimo che ancora stavo in sella per sbaglio e l’amicizia è nata un giorno che ha dovuto tenere a bada una cavalla impazzita - della quale ero in balia - da Caserta Vecchia fino ai ponti della valle di Maddaloni, dove finalmente la povera bestia è inciampata, dandomi il battesimo del volo, e s’è calmata. Massimo è stato anche il mio maestro di vela d’altura, e per un anno m’ha portato a zonzo per il golfo di Napoli ogni sabato pomeriggio, ed anche lì la stessa storia: fingeva di cadere in mare e raccontava storie. E c’era l’equivoco del “poggia” che in barca è il contrario di orzare ed a cavallo, invece, può essere inteso in certi casi come andare contro andatura, un po’ come orzare. Insomma, andavo meglio a cavallo e lui meglio a vento. Poi c’è che Massimo non l’ho visto più, perché sono cresciuto ed uscito dalla riserva giovanile che doveva tenermi lontano dall’asfalto napoletano. Pochi giorni fa sono passato per puro caso per la strada che costeggia il maneggio. Sapevo che era chiuso da un paio di anni ma non lo avevo ancora visto in disarmo. Mi sono arrampicato sul muro ed ho guardato, e non avrei voluto vedere. Non c’era Massimo e non c’ero io; solo erba cattiva: quella che buca la sabbia dove non si ride e non si galoppa più. </p>
<p align="center"><img src="http://www.francesconardi.it/immagini/ascot.jpg" border="0" alt="" width="350" height="263" /></p>
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