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	<title>numero-1-maggio-2008 &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "numero-1-maggio-2008"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 00:43:56 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Gastone Cecconello: confesso ho vissuto]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=7</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:57:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Incontro faccia a faccia con il poliedrico artista dalla fervida curiosità e dalla voglia di speri]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/cecconello.jpg" alt="Gastone Cecconello" width="400" height="217" /><strong></strong></p></blockquote>
<h2><span style="color:#993300;"><strong>Incontro faccia a faccia con il poliedrico artista</strong></span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#993300;"><strong> </strong></span></span><span style="color:#993300;"><strong>d</strong></span><span style="color:#993300;"><strong>alla fervida curiosità e dalla voglia di sperimentare. L’importante è fare. Creare con le mani ciò che si pensa.</strong></span></h2>
<p style="text-align:justify;">Le scale scendono di un livello. E la porta si apre sulla luce, tante piccole finestrelle, tutte in alto, a filo con il prato esterno. Siamo entrati nella stanza del “creare”: in fondo, di fronte a noi, una tenda viola composta da spesse strisce di plastica. E dall’altra parte il “creato”. L’artista ci da il benvenuto nel suo mondo. Gastone Cecconello ed il suo studio. Già, il creato, ovvero le opere, tante, tantissime. “Ora vi faccio visitare il mio inferno, il mio folle mondo” ed iniziamo la nostra discesa agli inferi del colore e delle forme.</p>
<p style="text-align:justify;">Come un moderno Caronte, Gastone Cecconello ci guiderà nel suo personale girone dantesco. L’artista vercellese inizia a parlare, e noi facciamo fatica a seguirlo, persi nel nostro curiosare. In qualsiasi angolo, quadri: grandi, piccoli, un’icona russa ed un colorato lampadario creato con semplici pastelli. “L’importante per me è il non conformarmi. Se mi fossilizzo su un metodo o su di un soggetto e produco solo quello alla fine il rischio è quello di diventare solo un artigiano”. Uomo eclettico, a tratti incoerente. <!--more--></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Come nascono le idee ed i soggetti protagonisti dei suoi quadri?</strong><br />
“Innanzitutto per me l’importante è provare sempre tecniche nuove. Sperimentare è la parola chiave. Infatti quando ho un’idea, non la sperimento una volta sola, ma mille volte. Provo, procedo per tentativi. Una sfida”. Quando si parla di artisti e pittori ci si immagina che il disordine regni sovrano sia nel lavoro che nella vita. Invece c’è una cosa che colpisce di Gastone Cecconello: il suo caos ordinato. Tutti i quadri, già incorniciati o ancora da incorniciare posizionati in modo meticoloso su scaffali alti, che arrivano a sfiorare il soffitto, divisi per anni e tecniche pittoriche. E non potrebbe essere diversamente, vista la mole impressionante di lavori presenti. Così tanti che il grande studio di cinquecento metri quadri fatica a contenere. “Vedete” ci racconta “Io non produco per il mercato ma per me stesso. E questo mi permette di giocare” : il gioco, il ludico, una componente quasi sempre presente, a volte predominante nelle sue creazioni. Ma quanto fuma Gastone Cecconello? Tantissimo. Una sigaretta via l’altra, in un intercalare di aneddoti. E nel gesticolare, la sigaretta nelle sue mani sembra trasformarsi in un piccolo pennello.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche le tecniche da lui utilizzate sono innovative e sperimentali.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Da cosa nasce l’idea di utilizzare una tecnica piuttosto che un’altra? </strong><br />
“E’ sempre il mio bisogno di esprimermi che mi porta a sperimentare. La mia è una progettualità legata ad un’idea, una sensazione di partenza e poi via. E questo meccanismo inizia per i fattori più svariati: una notizia sentita al telegiornale, una televendita, un paesaggio... E a distanza di tempo non ho nessuna difficoltà a ritornare su tecniche vecchie già utilizzate o a sperimentarne di nuove”. Gastone getta l’ennesima cicca in un posacenere pieno all’inverosimile, per poi continuare il discorso: “Personalmente vedo il continuare a proporre nel tempo una tecnica o un soggetto solamente perché è stato particolarmente apprezzato da critica e pubblico come un qualcosa che al sol pensiero mi trasmette insofferenza. Il “certo”, ovvero l’aver raggiunto il successo con determinate opere, per tanti artisti diventa automaticamente il “ripetitivo”, il sentirsi quasi obbligati a continuare sulla stessa strada. Un qualcosa che porta ad essere uguali a se stessi. Per me questo è noia”.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo sguardo di Gastone Cecconello è luminoso, guarda noi e poi la vastità delle opere che ci circonda come se fossero tutte figlie e figli suoi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Cosa è più importante secondo lei per un artista? </strong><br />
“Per me la cosa più importante, che mai dovrebbe mancare, è la curiosità di sapere, capire, sondare, provare. E sbagliare. Solo attraverso gli errori si arriva alla conoscenza. E’ per questo motivo che non cancello mai”. E per non cadere in tentazione usa la lametta al posto del pennello e a volte incide il piombo per una profondità pari a due millimetri: ci vuole perizia, pazienza e dovizia. “E quando vedo che non mi diverto più, passo oltre. Passo ad altro”.<br />
Artista anomalo Cecconello: la sua arte si snoda con disinvoltura dalla scultura, all’assemblaggio fino ad arrivare alla pittura. E pensare che potevamo avere davanti a noi non un pittore ma un fotografo. Cecconello inizia il suo racconto: “Negli anni 60 volevo lasciare la pittura e fare il fotografo. Alcune delle fotografie che vedete qui appese sono mie, scattate in quegli anni”. E nello studio, appese, anche maschere originali provenienti dal Ghana, Kenya, Camerun, Nuova Guinea, tutte dell’800, da fare invidia ad un museo. E’ affascinante sentire i racconti di Gastone Cecconello “La follia, il sogno, è quello di vivere come un barbone”. E la sua è una curiosità che solo un bambino può avere “Ma io sono un bambino! Mi ricordo quando la neve era bianca davvero. Candida. Poi con l’età la neve è risulta meno candida, perché noi ci riempiamo di compromessi e di stronzate”. La mente, il contatto mentale, i sentimenti: per Cecconello l’importante è fare – creare con le mani ciò che pensa. “Avrà influito sicuramente il fatto che a 5 anni ho avuto un incidente, sono finito sotto una macchina. E sono rimasto nove mesi paralizzato a letto. Non potevo correre come gli altri bambini, non potevo muovermi e da li ho iniziato ad esprimermi in un modo diverso. Con il disegno e con i colori”.</p>
<p style="text-align:justify;">Al centro della stanza l’attenzione cade su un’enorme tela, di tre metri per due, verde, ma di un verde intenso, vivo. Le pennellate sembrano riprodurre movimenti forti ma fluttuanti. Quel quadro altro non è che la riproduzione di una sensazione provata dall’artista tanti anni prima “Io e i miei amici andavamo a giocare nei campi di granoturco: ad un certo punto mi sono trovato solo. Erano spariti tutti. Solo in mezzo a quel campo, con i filari più alti di me che si muovevano, ondeggiando per via del vento. E ho provato un’angosciante sensazione di panico. Che dopo tanti anni ho riprodotto in questo quadro”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ringraziamo Cecconello di essere stato il nostro Cicerone per un giorno, di averci per qualche ora ospitato nel suo mondo e di averci fatto partecipi della sua storia di uomo e artista. Un arrivederci molto prossimo, visto che in primavera /autunno l’Arca di Vercelli ospiterà una sua mostra personale. E non potevamo concludere questo pezzo se non con un aforisma di Cecconello, che in poche parole è così riuscito ad esprimere il suo modo di essere, vivere e sentire “Posso convivere con i problemi, sopportare la solitudine, il dolore, ma non posso vivere senza il mio lavoro”.</p>
<address>Testo Francesca</address>
<address>Foto: Beppe Piredda<br />
</address>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Carla Crosio: idee multiformi]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=8</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:56:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Un’artista che ha fatto della propria arte la ricerca di ciò che vuole esprimere, studiando e im]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/crosio.jpg" alt="Ombra pericolosa" width="400" height="217" /></p>
<h2><span style="color:#993300;"><strong>Un’artista che ha fatto della propria arte la ricerca di ciò che vuole esprimere, studiando e impiegando i materiali più svariati per realizzare un’idea.</strong></span></h2>
<p style="text-align:justify;">Vercelli. Se dovessi presentare un qualsiasi artista emergente, magari neanche tanto capace, avrei poche cose da riportare: un breve curriculum, un paio di mostre fatte, il premio vinto al concorso della Pro Loco, un trafiletto sul giornale locale. Niente di male in tutto ciò, molti personaggi quotati sono passati attraverso queste fasi prima di approdare a lidi migliori. Dover parlare di Carla Crosio è un altro paio di maniche.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>È un’artista affermata, rinomata e conosciuta a livello internazionale</strong>, della sua produzione si sono occupati critici ed esperti di fama come Gillo Dorfles, Lorella Giudici, Francesco Lodola, Massimo Melotti, Roberto Moroni, Francesco Poli, Marco Rosci, Tommaso Trini Castelli per citarne alcuni.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Ha partecipato alla 52a edizione della Biennale di Venezia come artista invitata all’evento collaterale «Camera 312 - promemoria per Pierre», organizzato dalla galleria Milan Art Center, con un’installazione di 200 post-it. Suoi sono il monumento ai Caduti di Lenta (Vc), la scultura in acciaio «Eden» a Villata (Vc), la scultura/fontana “Acqua” a Novara, le decorazioni della grande campana e le tre viti bronzee poste nell’anfiteatro dei “Raggi di Sole” della chiesa di San Pietro apostolo (Aravecchia) di Vercelli, la scultura in pietra «Mutazione genetica» (conservata alla Galleria d’arte moderna di Horice nella Repubblica Ceca) e quella in legno «Codice natura» (esposta al Museo d’arte contemporanea di Kemijarvi in Finlandia), ed ancora,“Questo è il mio cuore” (simposio internazionale di scultura a Philadelphia, Stati Uniti) e l’elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo. La produzione dell’artista vercellese è ampia, ha iniziato a fare mostre nel 1978 e da allora è stato un crescendo di collettive, personali, monumenti, installazioni, simposi e concorsi. Ultimo è l’invito di Lorella Giudici, che cura la sezione atri visive dell’evento, a partecipare a “La giostra dell’Apocalisse” che si terrà alla Rotonda Besana di Milano dal 21 al 29 Giugno. Evento che raccoglie intorno a se i grandi nomi dell’ arte contemporanea.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando sia nata la sua <strong>passione artistica</strong> lo racconta lei stessa: «Un classico! Fin da piccola». «Quando frequentavo le scuole medie - ha aggiunto - il latino era facoltativo e, poiché non mi interessavo molto alla materia disegnando di nascosto, spesso contrattavo con l’insegnante l’esonero in cambio della preparazione di tavole e tabelloni per la scuola, che mi venivano decisamente meglio». Gli studi sono proseguiti all’Accademia Albertina di Torino «dove ho trovato insegnanti che mi hanno seguita con molta professionalità. Uscita dall’ Accademia però sono entrata in un panico totale: ed ora cosa faccio?». « Così mi sono iscritta di nuovo, a Decorazione, affrontando un altro esame di ammissione contro la volontà di tutti i miei docenti che non vedevano l’ora di mandarmi fuori dalla scuola, nella vita. Ci sono rimasta solo sei mesi, poi, i colori non erano il mio mondo, le aule troppo pulite, sentivo il bisogno della mia terra, del mio marmo, e, superato il “buio”, ho iniziato a lavorare in studio, a insegnare al liceo artistico Ugo Foscolo di Vercelli, poi all’Accademia di Brera a Milano, ho fatto parte, per alcuni anni, della Commissione Didattica del “Dipartimento Educazione” del Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli ed ora insegno al liceo artistico “Felice Casorati” a Novara. Dal 2003 al 2005 diciamo per pura nostalgia, ci sono tornata all’Albertina, ora diretta da Guido Curto, per frequentare corsi di specializzazione con lo stesso immutato entusiasmo di scolaretta».</p>
<p style="text-align:justify;">Una svolta nella sua carriera arriva negli anni Ottanta, durante un corso superiore di specializzazione «Questioni delle arti» seguito ad Anacapri (Na). «Io e altri colleghi abbiamo lavorato un mese in una scuola dell’isola trasformata per l’occasione in atelier, ed alla sera seguivano lezioni/conferenza. Tra i docenti c’era anche Gillo Dorfles che si fermava da tutti gli artisti, tranne che da me… Ed io a struggermi e a chiedermi perché, se il mio operato era così poco considerabile. Invece, a fine lavori, gli organizzatori mi cercarono per dirmi che ero stata selezionata proprio da Dorfles con relativa pubblicazione su cataloghi e giornali vari. Da allora ha continuato a seguire il mio lavoro, devo molto a questo grande uomo!».<br />
«Ognuno di noi ha le proprie angosce e serenità e modo di intendere la vita, io sono da sempre legata al mondo animale, vegetale, naturale. Riproducevo con creta e marmo, sfidando il prodotto ripetuto ed identico della produzione seriale, pezzi di terra e di roccia che colpivano il mio immaginario, il mio vissuto. Poi, questi frammenti sono diventati “umani”, nel senso di uomo che non mi é piaciuto, così ho cercato di cambiare questo “Sapiens Sapiens”cancro del pianeta, e per farlo gli ho guardato dentro e per guardargli dentro ho dovuto aprirlo ed estrarne parti. Quindi, ho rifatto pezzi umani di ricambio e da lì è iniziato un lungo discorso comprendente il feto, il feto-cavia, il virusatomico, una personale ricerca “genetica” sulla nostra vera identità».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Svariati i materiali utilizzati nelle sue opere: pietra, marmo, ferro, neve, ghiaccio, legno, plastica, resina</strong>. «Lavoro tutto ciò che mi serve per attuare l’idea. Per esempio, in “Delirio” ho usato trecento peluche riempiti di cemento, vere costine di maiale e gambe di Barbie». «E’ sempre ciò che voglio esprimere che mi fa ricercare il materiale giusto. Ogni lavoro è frutto di una indagine, uno studio ben preciso che parte da ciò che provo, non è mai a caso, non può essere a caso, perché c’è un’idea ma questa deve collimare comunque con la propria geometria esecutiva».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Dopo la produzione giunge il momento della consegna</strong>. «C’è un senso di abbandono ma la sensazione dipende dal committente. Se mi piace o meno. E’ un po’ come dar via un cucciolo di animale, se va a star bene sono contenta. Così per l’opera, se è piazzata bene, con la luce giusta, in un bel posto e le vogliono bene allora sono felice».</p>
<address>Testo: Gabriele Martelozzo</address>
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<item>
<title><![CDATA[Paolo Giordano - Lo scrittore più ricercato del momento]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=9</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:55:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Il fisico dall’animo letterario, l’incontro della razionalità con l’emotività delle parole.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/giordano.jpg" alt="Paolo Giordano" width="400" height="217" /><strong></strong></p>
<h2><span style="color:#993300;"><strong>Il fisico dall’animo letterario, l’incontro della razionalità con l’emotività delle parole.</strong><span style="text-decoration:underline;"><strong> </strong></span></span></h2>
<p style="text-align:justify;"><strong>Travolgente</strong>. Ecco l’aggettivo più giusto per descrivere il successo che sta vivendo in questi mesi Paolo Giordano, lo scrittore Torinese che a 25 anni ha <strong>scalato le classifiche di vendita</strong> e da settimane è nella<strong> top ten dei libri </strong>di narrativa italiani più letti con La solitudine dei numeri primi.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi l’avrebbe mai detto che un <strong>dottore in Fisica Teorica potesse trasformarsi così facilmente in scrittore di successo</strong>? Il passo è breve e tutt’altro che azzardato e in molti hanno dovuto ricredersi, visto che col suo primo romanzo Paolo Giordano è riuscito a coniugare il favore del pubblico e quello dei critici più ostici. Basta leggere qualche frase che Corrado Augias, commentatore solitamente poco tenero, ha scritto per Il Venerdì di Repubblica sul libro di Giordano: “Raramente mi era capitato, in tempi recenti, di leggere un romanzo così evidentemente fuori dall’ordinario. Di pretese rivelazioni ce ne sono state parecchie ma nessuna, a mio parere, convincente come questa. “La solitudine dei numeri primi” merita infatti ogni attenzione”. Il giovane Fisico la curiosità sembra proprio averla catturata vista l’enorme quantità di siti e di blog che si occupano di lui e commentano il libro: tanto che Vasco Rossi ha voluto che su XL la recensione del suo ultimo cd fosse affidata a Paolo.<!--more--><br />
Parlare con lui in questi giorni è davvero un’impresa (piacevolmente) ardua: dopo mille tentativi, lo abbiamo raggiunto telefonicamente strappandogli pochi minuti prima di una presentazione. Voce timida, parole misurate ma semplici, nessun birignao e un’infinita umiltà: ecco gli ingredienti che stanno dietro allo scrittore più ricercato del momento. Ma non chiamatelo “caso letterario” sennò scoppia a ridere.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Partiamo proprio da questo. In barba alla pretesa di non cadere nel “conformismo dell’aggettivizzazione”, praticamente tutti i giornali che hanno scritto di te e del tuo libro, ti hanno definito “caso letterario”. La cosa ti infastidisce, ti imbarazza o ti fa semplicemente sorridere?</strong><br />
Beh un po’ tutte e tre le cose. Confesso che in parte mi lusinga anche. Ma è una definizione talmente sfuggente che non gli do poi un peso eccessivo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>E’ facile immaginarsi un fisico teorico come uno studioso freddo, impassibile, se vuoi anestetizzato dai numeri e dalla materia che maneggia quotidianamente, lontano dall’emozionalità della parola e dal coinvolgimento della scrittura. Come convivono la passione per i numeri e quella per la scrittura?</strong><br />
In realtà per quanto mi riguarda sono percorsi paralleli che raramente hanno dei punti d’incrocio e di contatto. Anche se per me la scrittura e l’indagine scientifica hanno forse la stessa radice o rispondono alla medesima esigenza, che è quella di mettere ordine.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Banalmente, come riesci a conciliare la frenesia della vita dello scrittore, sempre in giro per l’Italia tra presentazioni, incontri e rassegne con quello del ricercatore di fisica teorica, che è poi il tuo lavoro principale?</strong><br />
Con molta difficoltà in queste settimane, perché sono davvero pieno d’impegni. Però sono fortunato, perché in entrambe le dimensioni faccio cose che mi appassionano, quindi la stanchezza<br />
passa in secondo piano.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Immagino che da gennaio ad oggi avrai fatto parecchie presentazioni. C’è ripetitività nel raccontare il libro oppure è piacevole perché in qualche modo è come parlare di una parte di sé?</strong><br />
Ad essere sincero non è ripetitivo perché ogni volta vengono fuori sfumature e accenti particolari e si fanno incontri con persone sempre diverse. Capita che le domande si assomiglino, ma l’incontro col pubblico è sempre molto piacevole. C’è una dimensione che ancora mi destabilizza un po’ perché a volte sono costretto a mettere in gioco delle parti di me e del mio carattere che preferirei tenere nascoste. La scrittura dà una protezione che a volte negli incontri con la gente viene meno.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ne "La solitudine dei numeri primi parli di Alice e Mattia", due ragazzi “difficili”, entrambi segnati da un episodio drammatico che li ha colpiti nell’infanzia. Il libro è il racconto delle loro vite che ad un certo punto s’intrecciano e sembrano non slegarsi più. Sono la metafora dei numeri primi “gemelli”, molto vicini ma separati da qualcosa come sono loro due.</strong><br />
Esatto. E’ il racconto dell’emancipazione dei due personaggi dal loro trauma infantile. Alice e Mattia si sfiorano senza mai aderire veramente. Volevo descrivere dei personaggi sui margini, non caratterizzati da mancanze o ossessioni ma che si sentissero fuori dalla cosiddetta “normalità”. Però non c’è niente di smaccatamente drammatico e non ci sono tentazioni psicanalitiche.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Leggendo il libro si ha la sensazione che tu abbia riflettuto molto sulla struttura temporale del libro, che è piuttosto articolata e caratterizzata da grandi ellissi e flash back, così come sulla storia dei personaggi.</strong><br />
In realtà la storia è venuta fuori in modo graduale, mentre la scrivevo. Quando ho iniziato a scrivere ho buttato giù il primo capitolo e poi il secondo: la storia dei due personaggi mi piaceva così tanto che ho scritto praticamente metà libro d’un fiato. Poi ho sentito l’esigenza di tornare indietro e di puntualizzare alcune cose, ma non avevo in mente una struttura precisa.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C’è continuità nella disciplina che immagino debba avere un fisico e quella che hai messo nella scrittura del libro?</strong><br />
In parte si. Nella stesura del libro mi ero imposto dei ritmi e dei tempi e forse, se non me li fossi prefissati, non sarei mai arrivato al fondo. Ci sono stati dei momenti, soprattutto verso metà libro, in cui ho pensato che non avrei mai scritto il finale.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>E’ vero che oltre ad Alice e Mattia inizialmente c’era un terzo personaggio?</strong><br />
Verissimo. Ma mentre scrivevo mi sono accorto che la storia non reggeva e l’ho eliminato.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A proposito dei tuoi esordi come scrittore. Hai frequentato alcuni corsi alla Scuola Holden di Alessandro Bariccco. Un rumor vuole che tu te ne sia andato per una lite sbattendo la porta?</strong><br />
No assolutamente no! Ho frequentato i corsi ma non ho mai litigato con nessuno. Anzi, non posso che riconoscere i meriti dell’aver frequentato la Holden. Lì c’è stato il mio primo confronto con la scrittura, ho imparato a limare, ho capito che facevo degli errori che, pur essendo macroscopici, nemmeno notavo. E poi è stata la prima occasione per far leggere ad altri i primi racconti che avevo scritto.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Hai iniziato a scrivere appena tre anni fa e nel marzo scorso un tuo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti, fondata nel 1953 da Alberto Moravia, dove ha esordito pochi anni fa anche Roberto Saviano.</strong><br />
Mi hanno chiesto di scrivere un racconto inedito e ho accettato con piacere. Del resto è una rivista che ha una storia importante, sulla quale hanno scritto alcuni dei più grandi scrittori italiani moderni e contemporanei. Basta citare Pier Paolo Pasolini.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una curiosità. Quando hai iniziato a scrivere avevi come obiettivo la pubblicazione?</strong><br />
In parte probabilmente sì. Ma non avrei mai pensato che nel giro di così poco tempo avrei concluso pubblicando un romanzo, per di più con una casa editrice così importante.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A questo proposito, in una delle tue prime interviste parlando del mondo dell’editoria dicevi di immaginartela come “una grande macchina fredda e statica”. A qualche mese di distanza ti sei ricreduto?</strong><br />
Assolutamente si. Perché pur lavorando con un gigante come Mondadori, ho a che fare tutti i giorni con persone nella loro singolarità e finora ho incontrato gente interessante, con la quale si è instaurato un ottimo rapporto.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Dall’8 al 12 maggio a Torino ci sarà la XXI edizione della Fiera Internazionale del libro, alla quale parteciperai incontrando il pubblico in una rassegna curata da Giuseppe Culicchia. Avrai letto le polemiche di questi mesi relative ad Israele, ospite d’onore di quest’anno.</strong><br />
Non ho una posizione forte a riguardo: l’unica cosa che ho ben chiara è che la scelta è assolutamente legittima.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Mi dici così, di getto, tre libri che un ragazzo di 25 anni deve assolutamente aver letto.</strong><br />
Non è una scelta semplice. Direi Le particelle elementari di Michel Houellebecq, Beduina di Alicia Erian e Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Ora però scusami ma devo scappare: ho una presentazione tra pochi minuti e sono già in ritardo! In bocca al lupo per questa vostra nuova avventura. Sono curioso di leggervi!</p>
<address>Testo: Francesco Canino</address>
]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Intervista a Dade (Linea 77) New Dis - Order]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=11</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:54:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Dade è prima di tutto musica: basso e chitarra dei crossoveristi Linea 77 e titolare unico, con un]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/dade.jpg" alt="" width="400" height="393" /></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Dade è prima di tutto musica:</strong> basso e chitarra dei <strong>crossoveristi Linea 77</strong> e <strong>titolare</strong> unico, con un piccolo aiuto dagli amici (Caparezza, Samuel dei Subsonica e molti altri), del <strong>progetto Anti Anti</strong>, caleidoscopio che nel suo esordio di un paio d’anni fa ha macinato musiche diversissime fra loro amalgamandole senza timori reverenziali. <strong>Dade però è anche un artista grafico</strong>: prima di tutto per i suoi Linea 77, come vuole la tradizione del gruppo torinese. Sorta di città-stato che al di là dell’ovvia e necessaria presenza di strutture esterne (casa discografica, manager, agenzia di concerti) si occupa da sempre in prima persona di mantenere un controllo artistico e attitudinale molto preciso, dai video alle magliette passando, appunto, per ogni singolo aspetto grafico e comunicativo.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">“Io ho come forme di espressione la musica e la grafica. Ho cominciato a disegnare a scuola, da bambino, ed era l’unica cosa che sapevo fare bene e che mi piacesse. Nel resto ero un disastro”, <strong>ricorda ridendo</strong>. “Da ragazzino, coi primi personal computer a carbone, ho cominciato ad armeggiare con Photoshop e non mi sono più fermato. Ho continuato negli anni, sempre col mio metodo caotico: tutt’ora non riesco a portare a termine nulla se non mi autoimpongo una certa pressione. So già dall’inizio che farò tutto di getto la notte prima in un’ora.”</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Dalla grana e dai dettagli di molti lavori però non sembri uno da “buona la prima”… </strong><br />
“Ho un metodo particolare nel nominare i file con i quali lavoro. Si chiamano tutti “Prova” seguito da un numero. Prova1, Prova2, Prova59… Di solito funziona che arriva mio fratello, altrimenti detto il mio mentore, a farmi notare che Prova1 era l’idea migliore.” (Ride, nda).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’assenza di metodo nel creare l’abbiamo verificata, ma sei così anche nel fruire l’arte?</strong><br />
“Assolutamente si… non compro libri d’arte o grafica, non seguo mostre, non conosco bene gli autori e gli artisti. Vedo qualcosa, mi piace, ci impazzisco per un po’ e mi dimentico il nome di chi l’ha fatta. Non ho idea di chi o cosa vada di moda in questo momento. Qualcuna delle cose che ho fatto si può vedere al Crim Shop di Torino. Le uniche cose che colleziono/ammasso sono i giocattoli in vinile, che per me sono IL giocattolo”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una curiosità: come sei finito nell’edizione italiana di La Vita Secondo Il Grande Lebowski (di Sperling &#38; Kupfer)? </strong><br />
“Una coincidenza folle. Un amico dalla Nuova Zelanda mi ha chiamato per dirmi che una ragazza italiana che conosceva voleva intervistarmi per un libro. Aveva letto da qualche parte dell’esistenza di questo album “Il tappeto dava un tono all’ambiente”, ovvero il debutto di Anti Anti e una delle migliori battute del film. A quel punto avrei fatto carte false per riuscire a infilarmi perché adoro il film. Dove devo farmi trovare e a che ora?” (Ride, nda).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Concludendo: cosa non può mancare in qualsiasi espressione di Dade, sia musicale o visiva? </strong><br />
“Il fatto che mi piaccia rompere un po’ le palle”.</p>
<address>Testo: Teo Segale</address>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Mario Pistono - I mecenati dell'arte esistono ancora]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=12</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:50:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
<guid>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=12</guid>
<description><![CDATA[
Santhià. Quest’anno la Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea «Santhià» compie 45 anni. Ar]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/pistono.jpg" alt="Mario Pistono" width="400" height="279" /></p>
<p style="text-align:justify;">Santhià. Quest’anno la Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea «Santhià» compie 45 anni. Artefici di questa longevità sono la Pro Loco santhiatese e il suo presidente,<strong> il cavaliere di gran croce Mario Pistono</strong>. E dire che incontrarlo nella sua bottega, indaffarato a molare lame di coltello o a estrarre articoli casalinghi introvabili in qualsiasi altro negozio (e tanto meno nei centri commerciali), pare strano.</p>
<p style="text-align:justify;">Viene quasi più voglia di parlare di lui, <strong>dell’ordinata confusione del suo piccolo esercizio commerciale</strong> (ora gestito dal figlio Fabrizio) aperto a Santhià nel 1935 dal padre Ovidio o della storia delle mura in cui sorge (una chiesa del Seicento abolita nel periodo napoleonico). Un negozio impostato sul genere dei casalinghi ma dove ci si può trovare quasi di tutto, una quantità di articoli vastissima, incredibile rispetto alle sue piccole dimensioni e dove il primo concetto applicato è “non buttare via niente” e il secondo “ricordare dove è stato messo”. Mario Pistono è un personaggio eclettico, diviso tra la passione per l’arte (insieme a Maurizio Corgnati, regista teatrale, e al pittore Gastone Cecconello ha contribuito alla creazione del Macam di Maglione) e quella per il carnevale (a Santhià è lo storico presidente dell’associazione organizzatrice).<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Ma proprio in questi giorni si stanno svolgendo le<strong> operazioni di valutazione della giuria della manifestazione santhiatese</strong>, a cui seguirà l’allestimento della <strong>mostra </strong>all’interno dell’Auditorium di San Francesco (in Via Ospedale 11) e la scelta delle opere da inserire nel catalogo. L’attenzione, allora, forse è meglio mantenerla sulla mostra!</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Un po’ di storia</strong>. La <strong>rassegna nasce nel 1964</strong> a livello interprovinciale, l’anno dopo è estesa a tutto il territorio nazionale. Alla 4a edizione viene proposto il tema contemporaneo libero. <strong>Due i punti di forza della manifestazione:</strong> “Fin dalla prima edizione - spiega Pistono - la giuria era di qualità, composta da giornalisti, artisti e pittori piemontesi. Dopo pochi anni è stato fatto un ulteriore salto di qualità con una giuria costituita da critici nazionali come Raffaele De Grada, Carlo Munari, Gastone Breddo, Angelo Mistrangelo, Dino Pasquali, Giorgio Seveso ed altri ancora”. Giuria che ogni anno esprime circa 300 inviti a pittori italiani. Il secondo aspetto vincente è che “è l’unica mostra-concorso che non fa pagare quote di partecipazione e ogni anno produce un catalogo a colori, stampato in 5 mila copie e distribuito gratuitamente a visitatori, musei, gallerie e scuole d’arte, con oltre 100 fotografie dei quadri scelti dalla giuria”.</p>
<p style="text-align:justify;">Fin dalla prima edizione <strong>i quadri vincitori dei primi premi sono stati acquisiti per fondare la galleria civica di arte moderna “Città di Santhià”</strong> che oggi dispone di oltre 300 dipinti di grossa levatura ed è assunta a testimonianza visiva dei movimenti artistici e stilistici degli ultimi 40 anni, con relativi movimenti e indirizzi artistici. “Il fiore, la natura, l’uomo” è il tema fisso previsto dal premio “Silvio Bidallo e Maggiorino Negro” che accompagna la rassegna fin dall’esordio. Ad esso si è affiancato, negli anni successivi, un altro premio principale istituito dalla Grafica Santhiatese Editrice, con oggetto variabile da edizione a edizione (per il 2008 è “Aspetti e riflessi del mondo animale”). Fanno da corollario molti premi di minore entità. È patrocinata dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Vercelli, dalla Società Italiana Amici dei Fiori di Firenze ed ha l’egida della città di Santhià.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’inaugurazione della mostra è fissata per domenica 11 maggio,</strong> con la presentazione del catalogo ufficiale, e sarà aperta al pubblico fino a domenica 1 giugno, giorno in cui avverrà la premiazione ufficiale degli artisti vincitori. Durante il resto dell’anno la galleria è visitabile, previo appuntamento telefonico, dal 15 aprile al 15 luglio durante qualsiasi orario (tel. 0161.94200) con ingresso gratuito. I dipinti vincitori vengono esposti, per un anno, negli uffici del Comune di Santhià.</p>
<address>Testo: Gabriele Martellozzo</address>
<address>Foto: Michele Trecate<br />
</address>
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<title><![CDATA[Un giorno a Lucedio]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=13</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:40:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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L’abbazia di Santa Maria di Lucedio, un importante patrimonio culturale, traccia indelebile dell]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/lucedio.jpg" alt="L'abbazia di Lucedio" width="400" height="567" /></p>
<h2><span style="color:#993300;">L’abbazia di Santa Maria di Lucedio, un importante patrimonio culturale, traccia indelebile dell’antica magnificenza della zona.</span></h2>
<p style="text-align:justify;">Alle spalle un boschetto che delimita la visuale, tutto intorno a perdita d’occhio risaie allagate, un bel sole in alto, e di fronte<strong> un’abbazia cistercense del 1124 si riflette sull’acqua ferma</strong>. Questa, per chi ci è stato, è <strong>l’icona di Lucedio</strong>, la foto che fai pensando di essere stato fortunatissimo nel trovare queste condizioni metereologiche. Poi ne parli e ti accorgi che sei probabilmente l’ultimo fesso in provincia che non c’è mai stato, che i tuoi amici ci andavano di notte perché faceva anche un po’ paura, che il tuo fumetto preferito (Martyn Mystere-Bonelli Editore) ne ha fatto una storia di misteri e fantasmi e che un anno fa è stata restaurata grazie all’intervento provvidenziale di Provincia e Regione.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora sono davvero fortunato! Andiamo con ordine, e lo faccio per quelli che come me ne sapevano poco e scoprono questo inestimabile patrimonio: <strong>Santa Maria di Lucedio si trova nelle campagne tra Trino e Vercelli</strong>, ci si accede comodamente dalla statale delle Grange, in una zona quindi scarsamente popolata, e viene da chiedersi perché proprio lì. <strong>Terre d’acque e di paludi</strong> che hanno vissuto, nel corso dei secoli, poderose opere di bonifica grazie al sapiente intervento dei monaci cistercensi fondatori dell’abbazia, nata come filiazione del monastero francese di La Fertè. <!--more-->Fu grazie al lavoro di questi monaci e all’introduzione del sistema economico delle grange che la zona iniziò ad arricchirsi e a prosperare. <strong>Ricchissima di testimonianze storiche</strong>, l’area ha di conseguenza una valenza archeologica notevole che coinvolge non solo la chiesa settecentesca di Santa Maria, costruita sulla pre-esistente chiesa medievale, ma anche il campanile, costruito tra la seconda metà del XII secolo (1150-75) e gli inizi del XIII, la cui originalità è legata alla sezione ottagonale della torre, che raggiunge l’altezza di trentasei metri e si basa su un costrutto medievale a pianta quadrata. Il chiostro dei monaci e gli edifici vicini appartenenti al complesso monastico, la Chiesa di S. Oglerio, detta “chiesa del popolo”, il mulino per la lavorazione dei cereali e alla base della produzione agricola della grangia monastica, la vicina grangia fortificata della Darola, oggi una delle cascine più grandi della zona. <strong>Dell’epoca medievale</strong> la Darola conserva, all’interno della corte originaria, una torre-porta a pianta quadrata, con presenti ancora la postierla e gli ingranaggi del ponte levatoio, testimonianza del castello di XIV secolo, costruito durante il generale processo di fortificazione dei nuclei abitati.</p>
<p style="text-align:justify;">Attualmente il restauro non ha ancora toccato la facciata e l’interno dell’abbazia, ma <strong>il campanile è accessibile in tutto il suo splendore, la prima domenica di ogni mese</strong>, e quindi ne approfitto. Una favolosa scalinata in legno e acciaio, autoportante per evitare intrusioni sulla struttura del campanile, guida il visitatore fino in cima, e già dalla visuale delle prime feritoie si scorge un altro piccolo gioiello in lontananza. Seminascosto tra gli alberi in cima ad una collinetta si trova il SS. Nome di Maria, detto anche Santuario della Madonna delle Vigne, costruito nel 1696 dall’architetto Antonio Bertola, molto suggestivo forse anche perché diroccato e cadente.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tracce indelebili della prosperità della zona che durò almeno fino al 1784</strong>, quando l’abbazia fu secolarizzata per volere di Papa Pio VI, forse perché troppo ricca e potente, e ceduta a Vittorio Emanuele Duca D’Aosta. In seguito all’occupazione francese del Piemonte passò a Napoleone, poi al Principe Camillo Borghese, al Marchese Giovanni Gozani di San Giorgio. Nel 1937, l’intero complesso fu acquistato dal Conte Paolo Cavalli d’Olivola, padre dell’attuale proprietaria, Contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff. Di mano in mano a partire da Napoleone fino alla famiglia degli attuali proprietari, i conti Cavalli d’Olivola, che nel 1937 acquistarono l’intero complesso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> I</strong><strong>l campanile restaurato della Chiesa di Santa Maria di Lucedio, la grangia fortificata della Darola, il vicino Santuario abbandonato della Madonna delle Vigne: luoghi e tracce che spalancano lo sguardo lontano nel temp</strong>o, quasi nove secoli di storia che non hanno mai tradito la vocazione agricola, fattasi realtà in una suggestiva sinergia tra lavoro, studio e preghiera.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Per visitare il campanile:</strong><br />
la prima domenica di ogni mese, inizio prima visita alle ore 9.00, inizio ultima visita alle ore 12.00; su prenotazione al n. 0161 / 590 262 o all’indirizzo nutolo@provincia.vercelli.it</p>
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<title><![CDATA[L'anfiteatro ritrovato]]></title>
<link>http://nellanebbia.wordpress.com/?p=14</link>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 05:30:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>nellanebbia</dc:creator>
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<description><![CDATA[
I resti del monumento protagonisti del piano di riqualificazione dell’area di Vercelli.
Forse non]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h1><img src="http://www.nellanebbia.it/maggio/anfitatro.jpg" alt="L'anfiteatro ritrovato" width="400" height="256" /></h1>
<h2><span style="color:#993300;">I resti del monumento protagonisti del piano di riqualificazione dell’area di Vercelli.</span></h2>
<p style="text-align:justify;">Forse non tutti sanno che anche <strong>a Vercelli c’è un anfiteatro</strong>…<br />
Ebbene sì, la città conosciuta dai più per la<strong> basilica di Sant’Andrea</strong> e (magari solo da alcuni) per i Tesori del Duomo, la Torre dell’Angelo o l’Arcivescovado, ospita anche i <strong>resti di un anfiteatro romano</strong>. Sì, proprio una di quelle<strong> arene ellittiche</strong>, in tutto o in parte coperte da velari, in cui i nostri antenati si riunivano, divisi in base alla classe sociale, (sulla cavea il pubblico “comune”, sul podio i dignitari, sul palco i magistrati e sulla tribuna l’imperatore), tranquillamente accomodati sui sedili disposti a coprire l’intera zona, per assistere a spettacoli di caccia, scontri fra gladiatori e battaglie navali.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Certo, <strong>l’antico edificio del municipium di Vercellæ</strong>, se pur citato da diverse fonti letterarie a partire dalla metà del VI secolo, è in rovina dal 1600 (quando fu parzialmente demolito per erigere l’abbazia benedettina di Santo Stefano). D’altra parte, nell’isolato compreso tra Corso De Rege, Viale Rimembranza, Via Massaua e Corso Salamano, i resti del monumento sono ancora presenti, anche se talvolta inglobati in edifici moderni. Lo sa bene la <strong>Soprintendenza dei Beni Archeologici</strong> che, quando, nel 1995, il Comune ha proposto la riqualificazione urbanistica dell’intera area ha deciso, visti i numerosi indizi della presenza di una possibile zona di interesse artistico, di procedere ad un’analisi più accurata. Gli scavi effettuati durante i sondaggi hanno così riportato alla luce una “sostruzione” (ossia un insieme di elementi con funzione di sostegno per la struttura vera e propria) in ciottoli, legati da malta tenace ed in parte compromessi dal secolare sciacallaggio dei materiali; nella muratura, inoltre, sono state ritrovate tracce di una serie continua di “casseforme” disposte a seguire un profilo ellittico.</p>
<p style="text-align:justify;">Sulla base dei rilevamenti è stata dunque confermata la <strong>presenza di un anfiteatro di datazione incerta</strong>, del quale è stato anche possibile ipotizzare la planimetria: con ogni probabilità, l’edificio aveva forma ellittica, con asse maggiore (concentrato sull’asse della roggia Molinara) orientato in direzione Ovest-Est, lungo 135 metri, ed asse minore di 95 metri. Il rapporto dimensionale (circa 1,4) rientra, del resto, negli standard degli anfiteatri cisalpini. L’arena vercellese fu costruita, così come quelle di Pompei e Pozzuoli, secondo la tipologia costruttiva a terrapieno per sfruttare al meglio la configurazione a declivio della zona. Ai tempi, infatti, non si erano ancora diffuse le costruzioni in pietra, sviluppate in verticale, costituite da arcate poggianti su colonne o pilastri come il Colosseo e l’Arena di Verona.</p>
<p style="text-align:justify;">Oggi, visti gli straordinari risultati delle ricerche, <strong>Comune di Vercelli e Soprintendenza stanno lavorando insieme alla riqualificazione dell’isolato</strong>, con l’obiettivo comune di rendere al più presto leggibile la traccia dell’anfiteatro romano e creare un parco archeologico che possa essere visitato a piedi.</p>
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