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	<title>paolo-rumiz &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/paolo-rumiz/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "paolo-rumiz"</description>
	<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 04:30:10 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Il tempo della bicicletta]]></title>
<link>http://metapolis.wordpress.com/2009/04/29/il-tempo-della-bicicletta/</link>
<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 07:26:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>metapolis</dc:creator>
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<description><![CDATA[Abbiamo parlato pochi giorni fa della lentezza come valore per la riappropriazione delle città e la ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Abbiamo parlato pochi giorni fa della lentezza come valore per la riappropriazione delle città e la riconquista di spazi fisici e sociali sostenibili, nel <a href="http://metapolis.wordpress.com/2009/04/16/slow-down-london/">post</a> sull&#8217;iniziativa Slow Down London. Oggi vi segnalo due interessanti spunti su questo tema, una notizia e un bellissimo testo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><a href="http://metapolis.wordpress.com/files/2009/04/photo-of-david-sleator-irishtimecom.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-695" title="photo-of-david-sleator-irishtimecom" src="http://metapolis.wordpress.com/files/2009/04/photo-of-david-sleator-irishtimecom.jpg?w=300" alt="photo-of-david-sleator-irishtimecom" width="300" height="187" /></a>La notizia arriva dall&#8217;Irlanda e riguarda la decisione del governo di promuovere e incentivare l&#8217;uso della bicicletta</strong>. Come riportato su <a href="http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=22336">un articolo di Internazionale</a>, la crisi ha spinto l&#8217;Irlanda apuntare sul mezzo di trasporto più economico e più ecologico e &#8220;<em>il 20 aprile il ministro dei trasporti di Dublino, Noel Dempsey, ha presentato un documento in 109 punti per moltiplicare il numero dei ciclisti entro il 2020</em>&#8220;. L&#8217;uso della bicicletta in Irlanda è considerato di gran lunga al di sotto del potenziale utilizzo, ed è davvero interessante leggere che, con le decisioni prese,<strong> &#8220;<em>il traffico dovrà adattarsi alle esigenze dei ciclisti</em>&#8220;</strong>. Tra le misure principali, riportate <a href="http://www.irishtimes.com/newspaper/ireland/2009/0421/1224245071134.html">dall&#8217;articolo dell&#8217;Irish Time</a> (citato da Internazionale), troviamo:</p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- 160,000 people cycling to work each day by 2020 &#8211; up from 35,000 now;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Safe cycling routes to all schools in the State;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- A speed limit of 30km/h near schools;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- New secure bike parks in bus and train stations and other public spaces;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Adapting trains and buses to carry bicycles;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Shared-bicycle schemes in all cities with populations over 100,000;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Better training for cyclists and drivers in relation to cyclists;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Traffic-calming in urban areas;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Redesign of major road junctions to make them cycle-friendly;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Retrofitting of roads, quality bus corridors and bus-lanes to accommodate proper cycling lanes;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><em><span lang="EN-US">- Two-way cycling lanes on streets that are one-way for traffic;</span></em></p>
<p style="margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US"><em>- A proposed scheme where workers who use bikes instead of cars will be entitled to receive travel/mileage expenses.</em></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US"><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;">
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US">Sul <strong>tempo del viaggio in bicicletta, sul ritmo della bicicletta, e &#8220;sulle partenze e ritorni del viaggiatore leggero&#8221;, vi segnalo un bellissimo articolo di Paolo Rumiz</strong> sul quotidiano Il Piccolo di oggi , intitolato &#8220;La grammatica del viaggiatore alla larga dalla strade veloci&#8221; </span><span lang="EN-US">(vedi <a href="http://ilpiccolo.gelocal.it/prima?edizione=EdRegionale">la prima pagina</a>, purtroppo l&#8217;accesso al giornale è a pagamento). Spero che molti di voi riescano a leggerlo, qui due passi molto significativi:</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US">&#8220;<em>La vita si consuma andando, partendo, telefonando, tornando. E se mio figlio avesse avuto ragione? E se il gerundio inverso avesse senso? Forse oggi quella capriola grammaticale può tornare utile per rivendicare una rinnovata nobiltà dell&#8217;andare e una nostra presenza meno effimera in questo mondo di mobilità forzate. Ma sì, vorrei che un giorno la gente dicesse persuasa: &#8220;Sì, noi andiamo stando&#8221;.</em>&#8220;</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US">(&#8230;)<br />
</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 .0001pt;"><span lang="EN-US"><em>&#8220;Vorrei dirvi la meraviglia del viaggio leggero, cominciando dall&#8217;arte di tagliare i ponti o dalla scienza millenaria della &#8220;traccia&#8221;. Comunicarvi la tecnica di sognare sulle mappe e poi partire facendone a meno. Farvi capire la febbre da viaggio e il panico da ritorno; la voglia impossibile di fare un Camino de Santiago al contrario; l&#8217;enigma del taccuino che determina l&#8217;andatura o il teorema della lentezza che allunga il tempo e accorcia lo spazio. Per non parlare della formula &#8211; mai spiegata da alcun matematico &#8211; del peso che alleggerisce.&#8221;</em><br />
</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[EMERGENZE NAZIONALI: PRIVATIZZANO L'ACQUA di Paolo Rumiz]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/04/13/emergenze-nazionali-privatizzano-lacqua-di-paolo-rumiz/</link>
<pubDate>Mon, 13 Apr 2009 18:15:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.wordpress.com/2009/04/13/emergenze-nazionali-privatizzano-lacqua-di-paolo-rumiz/</guid>
<description><![CDATA[
Hanno scritto i giornali che davanti all&#8217;emergenza del terremoto gli italiani si sono trovati]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2007/04/acqua-5.jpg" alt="rubinetto" /></p>
<p><em>Hanno scritto i giornali che davanti all&#8217;emergenza del terremoto gli italiani si sono trovati popolo unito e solidale: superati i soliti steccati di destra e sinistra, nord e sud, laici e cattolici, tutti si sono attivati per alleviare le sofferenze di chi è stato colpito. La solidarietà ci fa un gran piacere, e l&#8217;unità di popolo pure: peccato che su altre emergenze nazionali sia calata una cortina di silenzio, che impedisce agli italiani di comprendere cosa stia succedendo.<br />
Privatizzano l&#8217;acqua. Lo sapevate? No? Leggete qui sotto allora.</em></p>
<p>All&#8217;acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.<br />
La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista. Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell&#8217;opposizione.<br />
Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all&#8217;operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure. Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l&#8217;assunto. L&#8217;Italia non ne sapeva niente.<br />
<!--more--><br />
Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me. Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.<br />
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l&#8217;ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.<br />
Pensiamoci un attimo. I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti. La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee. Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che &#8211; stranamente &#8211; non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.<br />
Televisione, telefonini, I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire. E&#8217; così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un&#8217;altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio. Un&#8217;emergenza così grave che la lingua dell&#8217;economia non basta più a descriverla. Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell&#8217;Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico. &#8220;E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l&#8217;aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili&#8221;.</p>
<p><em>Leggi l&#8217;intero articolo</em> <a href="http://www.terranauta.it/a923/pianeta_gaia/la_privatizzazione_dell_acqua_secondo_paolo_rumiz.html">qui</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Acqua bene comune.]]></title>
<link>http://monicalaurenzi.wordpress.com/2009/04/07/acqua-bene-comune/</link>
<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 12:45:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>monicalaurenzi</dc:creator>
<guid>http://monicalaurenzi.wordpress.com/2009/04/07/acqua-bene-comune/</guid>
<description><![CDATA[Facoltà di scienze politiche
12 marzo 2009
Intervento Paolo Rumiz (giornalista di la Repubblica) 
E’]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Facoltà di scienze politiche
12 marzo 2009
Intervento Paolo Rumiz (giornalista di la Repubblica) 
E’]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ACQUA BENE COMUNE]]></title>
<link>http://happyfeet84.wordpress.com/2009/04/04/acqua-bene-comune/</link>
<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 12:26:20 +0000</pubDate>
<dc:creator>diego</dc:creator>
<guid>http://happyfeet84.wordpress.com/2009/04/04/acqua-bene-comune/</guid>
<description><![CDATA[Riporto una parte dell’ intervento di Paolo Rumiz presentato lo scorso 12 marzo alla Facoltà di Scie]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong><span style="font-size:14pt;color:black;font-family:&#34;">Riporto una parte dell’ intervento di Paolo Rumiz presentato lo scorso 12 marzo alla Facoltà di Scienze Politiche di Roma dal titolo &#8220;Acqua bene comune&#8221;. </span></strong><span style="font-size:14pt;color:black;font-family:&#34;"></span></p>
<p><strong><span style="font-size:14pt;color:black;font-family:&#34;">Mentre il più importante dei beni primari veniva privatizzato i media e le istituzioni tacevano e l&#8217;Italia non ne sapeva niente&#8230;</span></strong><span style="font-size:14pt;color:black;font-family:&#34;"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-195" title="acqua" src="http://happyfeet84.wordpress.com/files/2009/04/acqua.jpg" alt="acqua" width="270" height="217" /><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">E&#8217; un peccato che non possa parlarvi a voce. Solo a voce avrei potuto comunicarvi l&#8217;urgenza, la rabbia e l&#8217;indignazione legate al tema primordiale dell&#8217;acqua. Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti. Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore. E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest&#8217;incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica. All&#8217;acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici. La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista. Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell&#8217;opposizione. Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me. Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani. I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti. E&#8217; così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un&#8217;altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio. Un&#8217;emergenza così grave che la lingua dell&#8217;economia non basta più a descriverla. Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell&#8217;Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico. &#8220;E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l&#8217;aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili&#8221;. Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede. Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l&#8217;accaparramento delle ultime risorse. E&#8217; come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna. Il &#8220;Paese profondo&#8221; si è talmente indebolito che oggi l&#8217;atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l&#8217;Etiopia e poi verso l&#8217;Est Europa, può essere rivolto verso l&#8217;Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;"><span> </span>Vi racconto cose che ho visto personalmente. Qualche scena, capace di illuminare il tutto.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Alta Val di Taro. C&#8217;è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese &#8211; noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato &#8211; restano senz&#8217;acqua nelle condutture pubbliche. C&#8217;è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. &#8220;Non abbiate paura &#8211; dice &#8211; quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi&#8221;. L&#8217;acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L&#8217;idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di &#8220;tecnici dell&#8217;acqua&#8221; (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico. I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l&#8217;usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell&#8217;agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell&#8217;acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L&#8217;acqua minerale &#8211; la notissima acqua propagandata dall&#8217;alpinista sud-tirolese &#8211; e l&#8217;acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch&#8217;essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato a considerare l&#8217;acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l&#8217;acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo ridiventati portatori d&#8217;acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d&#8217;acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia. Meno del costo della colla necessaria a fissare l&#8217;etichetta.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente. Il dossier di un&#8217;azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: &#8220;facilità di penetrazione, costi d&#8217;insediamento minimi, zero conflittualità sociale&#8221;. Soprattutto, &#8220;poche obiezioni ecologiche&#8221;.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Sembra il Congo, invece è Italia. Grazie di avermi ascoltato.</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Paolo Rumiz </span></span></strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong><span style="color:black;font-style:normal;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;"> </span></span></strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong><span style="color:black;font-style:normal;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">Potete torvare l’intero inteventi qui:</span></span></strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><a href="http://www.promiseland.it/view.php?id=2830"><span style="font-size:small;color:#800080;">http://www.promiseland.it/view.php?id=2830</span></a></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"><span style="font-size:small;">e qui</span></span></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong><span style="color:black;font-family:&#34;"><a href="http://www.ilconsapevole.it/"><span style="font-size:small;color:#800000;">www.ilconsapevole.it</span></a></span></strong></em><strong><em><span style="color:black;font-family:&#34;"></span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><strong><em><span style="font-size:12pt;line-height:115%;font-family:&#34;"> </span></em></strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il giornalista Paolo Rumiz sull'acqua]]></title>
<link>http://poveglianoatuttogas.wordpress.com/2009/03/14/il-giornalista-paolo-rumiz-sullacqua/</link>
<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 11:24:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>valentinazuccher</dc:creator>
<guid>http://poveglianoatuttogas.wordpress.com/2009/03/14/il-giornalista-paolo-rumiz-sullacqua/</guid>
<description><![CDATA[di seguito l&#8217;intervento scritto che P. Rumiz (giornalista di La Repubblica) ha inviato al conv]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>di seguito l&#8217;intervento scritto che P. Rumiz (giornalista di La Repubblica) ha inviato al convegno &#8220;Acqua bene comune: storia, civiltà, vita&#8221; che si è tenuto ieri pomeriggio alla Facoltà di Scienze Politiche.</p>
<p>Uno scritto molto lucido e &#8220;cristallino&#8221; che credo valga la pena trasmettere ad un vasto pubblico</p>
<p>ACQUA BENE COMUNE: storia, civiltà vita<br />
Facoltà di scienze politiche<br />
12 marzo 2009</p>
<p>Intervento Paolo Rumiz (giornalista di la Repubblica)</p>
<p>E’ un peccato che non possa parlarvi a voce.<br />
Solo a voce avrei potuto comunicarvi l’urgenza, la rabbia e l’indignazione legate al tema primordiale dell’acqua.<br />
Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti.<br />
Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore.<br />
E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest’incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica.<br />
Dunque perfetti per accendere anche la vostra.</p>
<p>Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere.<br />
Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione dei territori e viaggi alle periferie del mondo.<br />
All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari.<br />
Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.<br />
La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista..<br />
Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione.<br />
Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure.<br />
Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto.<br />
L’Italia non ne sapeva niente.</p>
<p>Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me.<br />
Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.<br />
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l’ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.</p>
<p>Pensiamoci un attimo.<br />
I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti.<br />
La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee.<br />
Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che &#8211; stranamente &#8211; non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.<br />
Televisione, telefonini. I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire.</p>
<p>E’ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio.<br />
Un’emergenza così grave che la lingua dell’economia non basta più a descriverla.<br />
Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell’Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico.<br />
“E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l’aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili”.<br />
Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede.<br />
Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse.</p>
<p>Sta già avvenendo:<br />
Cementificazione dei parchi naturali<br />
Requisizione delle sorgenti<br />
Privatizzazione dell’acqua pubblica<br />
Discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese<br />
Ritorno al nucleare<br />
Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitat<br />
Fiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettriche<br />
Impianti eolici che stanno cambiando i connotati all’Appennino</p>
<p>Tutto conduce su questa strada:<br />
La ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamento<br />
Il fallimento del pubblico e l’invadenza del privato<br />
La sottrazione delle risorse ai Comuni<br />
Lo smantellamento della democrazia diretta<br />
La corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero<br />
La deregulation legislativa<br />
La crisi della scuola e delle università<br />
La visione speculativa e finanziaria dell’economia</p>
<p>E’ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna.<br />
Il “Paese profondo” si è talmente indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.<br />
Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione.<br />
E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù centro-africane.</p>
<p>Guardate cosa succede con l’eolico.<br />
Gli emissari di una multinazionale dell’energia si presentano a un comune di cinquecento- mille abitanti.<br />
Offrono centomila euro l’anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani.<br />
Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l’illuminazione pubblica e gli impiegati.<br />
La Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell’emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.<br />
Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli, incapaci di contrattare.</p>
<p>Con l’acqua la situazione è ancora più limpida.<br />
Vi racconto cose che ho visto personalmente.<br />
Qualche scena, capace di illuminare il tutto.</p>
<p>Alta Val di Taro.<br />
C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche.<br />
C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi”.<br />
L’acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.</p>
<p>Recoaro, provincia di Vicenza.<br />
Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune.<br />
Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico.<br />
I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.</p>
<p>Castel Juval, in val Venosta.<br />
Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.</p>
<p>Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente.<br />
Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene.<br />
La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale.<br />
La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro.<br />
Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia.<br />
Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.</p>
<p>Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto.<br />
Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente.<br />
Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.<br />
Sembra il Congo, invece è Italia.</p>
<p>Grazie di avermi ascoltato<br />
Paolo Rumiz</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il piacere di una montagna in-contaminata]]></title>
<link>http://ambire.wordpress.com/2009/01/08/il-piacere-di-una-montagna-in-contaminata/</link>
<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 23:26:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Alfio Sironi</dc:creator>
<guid>http://ambire.wordpress.com/2009/01/08/il-piacere-di-una-montagna-in-contaminata/</guid>
<description><![CDATA[-
Immagine di Jacopo Zurlo
-
Capita spesso di imbattersi in costruzioni orribili in località montane]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<div id="attachment_199" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-199" title="forni_monti" src="http://ambire.wordpress.com/files/2009/01/forni_monti.jpg" alt="Immagine di Jacopo Zurlo" width="500" height="285" /><p class="wp-caption-text">Immagine di Jacopo Zurlo</p></div>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Capita spesso di imbattersi in costruzioni orribili in località montane, edifici abbandonati e senza una reale motivazione nell’essere ubicati lì. La parte peggiore della vicenda è che tali orrori sono posti  proprio sotto gli occhi di tutti senza suscitare la disapprovazione dei residenti e dei vacanzieri. La perdita di un senso del bello, di un bisogno personale di vedere determinati canoni rispettati e determinati elementi al loro posto sono probabilmente alla base di questo menefreghismo diffuso. Qui probabilmente dovrebbe entrare in gioco <span style="text-decoration:underline;">l’educazione ambientale</span> da intendersi non come materia frivola da insegnare a i bambini nel distinguo tra una foglia a margine lanceolata ed una seghettata (seppur sempre elementi utili) ma come trasmissione di valori e di un gusto critico verso il bello.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Gusto critico che deve aver avuto Paolo Rumiz nello scrivere l’articolo dal titolo “Le funivie fantasma” edito del quotidiano “La Repubblica” (<a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/funivie-in-disuso/2.html" target="_blank">guarda le immagini</a>). </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">In questo reportage si trovano dati molto interessanti sul primo censimento effettuato tramite i dati forniti da parchi, corpi forestali, attivisti di  <a href="http://www.mountwild.it/mw/html/home.php" target="_blank">Mountain Wilderness</a>, guide alpine, soci di <a href="http://www.legambiente.it/" target="_blank">Legambiente</a> e <a href="http://www.cipra.org/it" target="_blank">Cipra</a>.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Quello che ne esce da questa analisi è straziante e ancora una volta dettato dalla speculazione che porta soldi facili nell’immediato ma che non tiene conto delle conseguenze: <em>“[…]Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore. Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.[…]”.</em></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> </span></span><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Ecco alcuni dati, tratti dall’articolo di Rumiz, dell’“industria” sciistica in Italia :</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> </span></span><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">186</span></strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> impianti chiusi al Nord</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">2400</span></strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> impianti aperti in Italia tra seggiovie skilift e funivie</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">4000</span></strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> tralicci abbandonati</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-35%</span></strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> di sciatori. Gli sciatori sono passati da 3milioni nel ’97 a 2milioni nel ‘08</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">8000km</span></strong><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> di piste aperti oggi in Italia</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> </span></em></span><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p><!--[if gte mso 9]&#62;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &#60;![endif]--><!--[if gte mso 9]&#62;   &#60;![endif]--> <!--[if gte mso 10]&#62;--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;line-height:135%;"><a href="mailto:jacopo.zurlo@amb-ire.com"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"><strong>jacopo.zurlo@amb-ire.com</strong></span></a></p>
<p><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="text-decoration:underline;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Le funivie fantasma d’Italia</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rumiz" target="_blank">Paolo Rumiz</a></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Dal quotidiano “Repubblica” 2 Gennaio 2009</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> </span></span><span style="color:#ffffff;"><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">“Vento che sibila nei corridoi di alberghi chiusi, gelidi come l’Overlook Hotel del film Shining. Seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz’anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali. Ora i numeri ci sono. Quelli &#8211; mai fatti prima &#8211; degli impianti ridotti al fallimento dal riscaldamento climatico e dalla speculazione immobiliare. Oltre centottanta nel solo Nord Italia. La metà di quelli &#8211; 350 &#8211; che sono stati chiusi finora.</span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> Centottanta vuol dire quattromila tralicci, centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, seicentomila metri di fune d’acciaio, cinque milioni di metri di sbancamenti e di foresta pregiata trasformata in boscaglia. Ferri contorti come i ramponi di Achab sulla gobba della balena.<br />
Per contarli abbiamo assemblato dati da parchi e corpi forestali, attivisti di &#8220;Mountain Wilderness&#8221; e guide alpine, soci di Legambiente e della &#8220;Cipra&#8221;, il Centro per la tutela delle Alpi. Dati impressionanti, che sembrano non insegnare nulla a chi in Italia &#8211; caso unico in Europa &#8211; insiste a sovvenzionare impianti a bassa quota o, peggio ancora, nei parchi nazionali, in barba ai vincoli comunitari.<br />
Fotogrammi. Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, è un monumento al disastro. Si chiamava Sangrato, ma non era abbastanza trendy per un centro che doveva attirare sciatori da Piemonte e Liguria, e così gli hanno cambiato il nome. Prima ha perso la neve, poi i clienti, infine ha inghiottito soldi pubblici per un rilancio impossibile. Oggi sembra Beirut dopo la guerra, cemento e vetri rotti con la scritta &#8220;Vendesi&#8221;.</span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> Altri fotogrammi, nel dossier di Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia. Pian Gelassa in Val Susa: piloni nel vento, scheletri di alberghi nati morti, lì da 30 anni in piena area protetta, a due passi dalle piste olimpiche del Sestrière. Alpe Bianca, nelle Valli di Lanzo: condomini vuoti, stazione della funivia con i cessi rotti e le piastrelle smantellate. E così avanti: Oropa-Monte Mucrone, Albosaggia, Chiesa Valmalenco.</span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"> Non è un viaggio: è un percorso di guerra. A Oga presso Bormio la pista &#8211; iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani &#8211; sta franando, e la ferita è tale che la trovi anche &#8220;navigando&#8221; con Google-Earth (e non è che gli squarci delle piste &#8220;mondiali&#8221; siano meglio). In Valcanale, sopra Ardesio (Bergamo), un’ex seggiovia è segnata da cemento sospeso sullo strapiombo e una discarica nel parcheggio.<br />
Sella Nevea nelle Alpi Giulie, orgoglio del turismo friulano: le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messe all’asta in questi giorni. A Breuil-Cervinia residenze chiuse e impianti di risalita dismessi, otto in tutto, di cui quattro funivie. Posti da dimenticare, anche in anni di nevicate come questo.<br />
Accanto agli scheletri, i morti viventi. Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica. Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobiche. Oppure Tremalzo, La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino, che inghiottono milioni in generose elargizioni per l’innevamento artificiale. Impianti a rischio, che nessuno fa entrare nella contabilità di un disastro che è anche finanziario. «Perché non si dice che le piste non si pagano solo con lo skipass ma anche con le nostre tasse?», s’arrabbia l’esploratore bergamasco Davide Sapienza.<br />
Numeri insospettabili. Quaranta funivie e seggiovie abbandonate in Piemonte, trentanove in Val d’Aosta (un’enormità per una regione di centomila abitanti), almeno venti in Lombardia, trenta tra Emilia e Liguria sul lato appenninico, trentacinque in Veneto e venticinque in Friuli-Venezia Giulia. E non mettiamo in conto gli sfasciumi lasciati dallo sci estivo, chiuso per fallimento in mezze Alpi. </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Ma non c’è solo il clima nel crack. C’è anche la speculazione. La seggiovia è solo lo specchietto per le allodole per sdoganare seconde case e villini. «Meccanismo semplice», sottolinea Luigi Casanova di Mountain Wilderness. «Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore ». Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.<br />
Uno crede: errori non ripetibili. Invece no: si continua sulla vecchia strada, come per l’Alitalia. Miliioni di milioni di euro al vento. Come quelli che serviranno per il collegamento &#8211; approvato il 31 dicembre (!) dalla provincia di Trento &#8211; fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio, dove Stradivari prese il legno dei suoi violini. O per il terrificante &#8220;demanio sciabile&#8221; da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve (Bergamo) pronto al varo nel parco delle Orobie, contro cui s’è levata la protesta di molti &#8220;lumbard&#8221;. Disastri annunciati, come il maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un’area che è patrimonio Unesco.<br />
Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C’è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d’immagine. L’idea è nobile: «rilanciare zone depresse», così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l’assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento. </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">«Questi mostri di ferro e cemento che nessuno smantella rientrano in un discorso più vasto» spiega il geografo Franco Michieli additando lo stato pietoso dell’arredo urbano a Santa Caterina Valfurva, Sondrio. «Il legame con la terra è saltato, i montanari ormai ignorano il brutto. Piloni, immondizie, terrapieni, sbancamenti: tutto invisibile. Si cerca di riprodurre il parco-giochi, e così si svende il valore più grosso: l’incanto dei luoghi». </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l’innevamento artificiale. E c’è di peggio: la monocultura dello sci finisce per &#8220;cannibalizzare&#8221; tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque. </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;"><br />
Per addolcire gli ambientalisti si inventano termini nuovi, come &#8220;neve programmata&#8221; o &#8220;eco-neve&#8221;, ma il risultato non cambia. Damiano Di Simine, leader lombardo di Legambiente: «In Valcamonica un contributo regionale di cinquanta milioni è stato utilizzato per costruire piste nel parco dell’Adamello, e il risultato lo si vede su Google-Maps. Squarci terrificanti». Stessa cosa sul Monte Canin nelle Giulie: cicatrici da paura. </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">Ruggisce Fausto De Stefani, scalatore dei quattordici Ottomila e leader carismatico di Mountain Wilderness: «Uno: tutti gli impianti sono in passivo. Due: il clima è cambiato. Tre: gli italiani sono più poveri. Basta o non basta a dire che un modello di sviluppo va ridisegnato? E invece no, siamo furbi noi italiani. Continuiamo a vivere come progresso un fallimento che ha i suoi monumenti arrugginiti in tutto il Paese». </span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#000000;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">A Novezzina sulle pendici del Baldo &#8211; il colosso inzuccherato tra Val d’Adige e Garda ? De Stefani indica i resti di un impianto per neve artificiale mai entrato in funzione. «È stato smantellato, ma la ferita è rimasta, sembra una lebbra. Roba che per rimarginarsi impiegherà secoli. Con i soldi di quell’impianto fallito si potevano ripristinare malghe, sentieri, terreni; si valorizzavano i prodotti locali. È o non è una truffa? Un’orda distrugge l’Italia e la gente tace, nessuno s’indigna. È questo che mi fa uscir di testa».”</span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><span style="color:#ffffff;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;">-</span></em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;line-height:135%;"><em><span style="font-size:12.5pt;line-height:135%;font-family:&#34;color:black;"><br />
</span></em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Eventi: presentazione libro "Ritorno a Las Hurdes"]]></title>
<link>http://metapolis.wordpress.com/2008/12/15/eventi-presentazione-libro-ritorno-a-las-hurdes/</link>
<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 12:09:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>metapolis</dc:creator>
<guid>http://metapolis.wordpress.com/2008/12/15/eventi-presentazione-libro-ritorno-a-las-hurdes/</guid>
<description><![CDATA[Oggi, lunedì 15 dicembre, insieme all&#8217;amico Marino Vocci e all&#8217;autore, presentiamo il li]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Oggi, lunedì 15 dicembre, insieme all&#8217;amico Marino Vocci e all&#8217;autore, presentiamo <strong>il libro di Franco Juri &#8220;Ritorno a Las Hurdes. Guerre, amori, cicogne nere e istriani lontani&#8221;.</strong></p>
<p><strong>La presentazione è programmata a Trieste alle 17.00 presso la libreria In der Tat, in via Diaz 22</strong></p>
<p>Per me è un piacere enorme presentare questo libro, per la stima e l&#8217;affetto che nutro per Franco Juri e Marino Vocci ma anche per l&#8217;apprezzamento profondo che ho verso la Infinito Edizioni, casa editrice del libro.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-366" title="lashurdes_int" src="http://metapolis.wordpress.com/files/2008/12/lashurdes_int.gif" alt="lashurdes_int" width="137" height="190" />Il libro di Franco Juri, che ha la prefazione di Nelida Milani e l&#8217;introduzione di Paolo Rumiz, è uno di quei libri che,<strong> attraverso la narrazione personale, ci parla della storia, delle speranze e delle paure che hanno accompagnato grandi e piccoli eventi di una parte del &#8216;900, delle grandi idee, dei sogni di una generazione, delle delusioni, degli amori, delle dinamiche incontrollabili che portano la storia sotto gli occhi, spesso increduli, dei suoi stessi protagonisti.</strong></p>
<p>Cito dalla quarta di copertina:</p>
<p>&#8220;È, questo libro, la biografia di un&#8217;intera generazione seppellita dai suoi stessi sogni, che ancora sopravvive, nonostante tutto, ma lo fa sul ciglio di un baratro, stupita dinanzi al passato e al futuro, ugualmente sviliti da un presente turpe, che nega ogni passione&#8221; (dalla prefazione di Nelida Milani). Il racconto unico di uno dei testimoni del nostro tempo, tra l&#8217;Istria e la fine della ex Jugoslavia, la nascita della Slovenia e Gladio, la Spagna e il Cile, la resistenza al fascismo, il fallimento del socialismo e un mondo che non esiste più.</p>
<p>Collana: Orienti<br />
Titolo: Ritorno a Las Hurdes<br />
Autore: Franco Juri<br />
Prefazione: Nelida Milani<br />
Introzione: Paolo Rumiz<br />
Pagine: 176<br />
Prezzo: euro 13.00<br />
Isbn: 978-88-89602-37-9<br />
In libreria da: giugno 2008</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cantiere di Monfalcone quindici dirigenti sotto accusa per 42 decessi]]></title>
<link>http://moriredicantiere.wordpress.com/2008/12/14/cantiere-di-monfalcone-quindici-dirigenti-sotto-accusa-per-42-decessi/</link>
<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 11:35:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>moriredicantiere</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il Piccolo, 14 dicembre 2008 
 
IL PROCURATORE  
Cantiere di Monfalcone, quindici dirigenti sotto ac]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Il Piccolo, 14 dicembre 2008 <br />
 <br />
<strong>IL PROCURATORE  <br />
Cantiere di Monfalcone, quindici dirigenti sotto accusa per 42 decessi  <br />
Deidda: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché» <br />
«Abbiamo ascoltato un’umanità provata scavando nelle viscere della Fincantieri come mai era stato fatto»</strong> <br />
 <br />
di CORRADO BARBACINI</p>
<p>RIESTE Quindici dirigenti, che si sono avvicendati dal ’65 all’85 al cantiere di Monfalcone, sono formalmente sotto accusa: omicidio colposo plurimo: sono ritenuti responsabili di 42 morti per amianto. È la prima volta che accade in Friuli Venezia Giulia.<br />
Per vent’anni, dal 1965 all’85 &#8211; secondo la procura generale di Trieste &#8211; non hanno fatto nulla per evitare che la strage provocata dall’amianto si compiesse nei cantieri di Monfalcone. Come dirigenti e manager hanno, di volta in volta, davanti alle vedove o ai figli orfani, di fronte alla morte di centinaia di operai, parlato di inevitabile fatalità e si sono riparati dietro a leggi e consuetudini, avvicinando sempre di più l’impunità verso la prescrizione.<br />
Ma lo Stato non si è arreso davanti alle morti bianche: Beniamino Deidda, il procuratore generale che appena quattro mesi fa aveva avocato a sè le inchieste sulla strage dell’amianto ferme per anni al Tribunale di Gorizia, ce l’ha fatta. È riuscito a chiudere le indagini grazie all’aiuto di un pool di tecnici dell’Azienda sanitaria di Trieste che ha definito «formidabili». Con lui ha lavorato il sostituto procuratore di Pordenone, Fedrico Facchin, distaccato in questo periodo a Trieste.<br />
L’avviso di chiusura delle indagini è stato depositato in cancelleria e in questi giorni gli ufficiali giudiziari lo stanno notificando ai dirigenti, ormai anziani, ma anche alle famiglie dei 42 operai uccisi dall’asbesto che forse mai avrebbero sperato. La norma vuole che entro una ventina di giorni i difensori potranno presentare istanze o memorie alla procura. Poi, scattato questo termine, la parola passerà al Gip con la richiesta di rinvio a giudizio.<br />
«Abbiamo fatto un’indagine approfondita», spiega il procuratore generale Deidda. Poi aggiunge: «Abbiamo ascoltato un’umanità provata che aveva bisogno di giustizia. Si è scavato nelle viscere della Fincantieri come mai era accaduto prima e ora si è fatto capire a questa gente che non è sola». Dice ancora: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché. Si sono incontrati ai funerali degli amici uccisi tutti dalla stessa malattia».<br />
In questi quattro mesi sono stati convocati negli uffici della procura generale di Trieste dirigenti e manager del cantiere di Monfalcone. E intanto sono stati acquisiti nella sede dalla Fincantieri una copiosa serie di documenti. In dettaglio, gli ordini di acquisto dove potrebbe nascondersi l’acquisizione dell’amianto con date e quantità precise. E poi i fascicoli personali di operai che hanno lavorato tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta all’allora Italcantieri. L’amianto, secondo le testimonianze raccolte, è stato usato sulle unità militari più a lungo che su quelle civili: c’è chi parla anche degli inizi degli Anni Novanta. Perchè la legge che pone il divieto assoluto dell’impiego di amianto è del 1992. Tutti i dati sono stati incrociati e sono emerse le vicende drammatiche di tante e tante inspiegabili morti bianche.<br />
L’indagine, che ha subìto una grande accelerazione grazie all’interessamento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha coinvolto almeno settecento persone: duecento sono già state uccise dal mesotelioma pleurico e dal carcinoma al polmone, altre 500 si stanno curando. Ma a Trieste sono concentrati alcune decine di fascicoli ritenuti i più a rischio, appunto 42 casi, mentre gli altri sono rimasti in gestione alla Procura di Gorizia, competente per territorio su Monfalcone. Questa Procura da fine settembre è stata affidata a Caterina Ajello: ha preso il posto dell’ex procuratore Carmine Laudisio che aveva lasciato l’incarico in base alle nuove norme che hanno dichiarato decaduti i capi degli uffici rimasti in carica per più di otto anni.<br />
Il 24 gennaio all’inaugurazione dell’Anno giudiziario il presidente della Corte d’Appello Carlo Dapelo aveva lanciato l’allarme. «Sono stato a Gorizia assieme al procuratore generale Beniamino Deidda e abbiano verificato la situazione. Novecento procedimenti penali collegati al fenomeno delle morti per amianto sono in attesa di una definizione. Solo limitati casi sono stati esauriti. L’organico è del tutto insufficiente. Ma Roma non ha risposto alle sollecitazioni anche perché il Friuli Venezia Giulia non gode di un trattamento privilegiato all’interno del Ministero. Non si capisce cosa deve accadere perché l’organico del Tribunale di Gorizia sia adeguato alle necessità create dall’emergenza amianto». Poi l’inchiesta era stata avocata dalla procura generale. «Abbiamo fatto in quattro mesi quello che non si è fatto in tanti anni», ha detto il procuratore Deidda. <br />
 <br />
<strong>LE VITTIME  <br />
Cantierini e marittimi, migliaia gli «esposti»  <br />
L’azienda sanitaria è andata a fondo ma il censimento è tutt’altro che definitivo <br />
La malattia ha colpito solo la truppa. I dirigenti infatti stavano in ufficio</strong> <br />
 <br />
di GABRIELLA ZIANI</p>
<p>TRIESTE Li hanno cercati, li hanno ascoltati: operai, dirigenti, impiegati, familiari. Hanno scavato in archivi locali e di tutt’Italia. Hanno studiato organici e organigrammi, documenti, carteggi, carriere e destini. Hanno potuto fare infine un lavoro scientifico. Lo hanno concluso velocemente, col cuore gonfio di ammirazione, rabbia e pietà. Sono i medici della Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro, una struttura del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria di Trieste, cui il procuratore generale Deidda ha conferito l’incarico tecnico delle indagini sui morti per amianto alla Fincantieri.<br />
Alcuni di loro hanno il titolo di ufficiale di polizia giudiziaria, quello che consente di piombare nei cantieri e stilare una denuncia se li trovano fuori norma e pericolosi. Stavolta, per il semplice effetto del trasferimento dell’azione giudiziaria da Gorizia a Trieste, è toccato a loro spostare l’asse d’attenzione sull’Isontino, reincaricando a propria volta i colleghi di quell’Azienda sanitaria, finiti esautorati. Ma il giro di competenze stavolta ha portato risultati concreti, eclatanti.<br />
Una settantina le testimonianze raccolte. Chi lavorava alle grandi navi, e dove, e come. Chi portava le cose, e quando. Chi dava gli ordini. Chi era presente. Con chi, perché. Qualcuno ha risposto afflitto da problemi di salute, col fiato corto e il respiro rubato. «Una memoria di ferro &#8211; rammenta Valentino Patussi riferendo solo del lato umano di un’inchiesta coperta dal segreto istruttorio -, gli operai delle navi ricordano tutto e portano con sè un tale senso di appartenenza al loro cantiere, alla enorme nave che hanno contribuito a costruire che questo sentimento è in loro indelebile, ne sono posseduti senza ripensamento».<br />
La Fincantieri era tutto, per Monfalcone e per questa gente ormai decimata, che quando parla dei colleghi ricorda più funerali che feste di compleanno. La stessa angoscia che attanaglia i triestini e le loro associazioni di «esposti» fatte di portuali, di lavoratori dell’Aquila, di altri cantieri navali, e di cui i marittimi &#8211; viaggiatori su petroliere e carghi per una vita, in tutti i porti del mondo &#8211; non hanno ancora ottenuto nemmeno i «benefici di legge» per la pensione anticipata o aumentata. Sono costretti a cause giudiziarie personali, spesso rigettate, a bussare all’Inail, che rimanda all’Inps, che rimanda all’Ipsema, che rimanda al governo, che rimanda e basta. Desolati.<br />
E quelli che costruivano i giganti del mare, di cui la città nell’anno dell’anniversario del cantiere nessuno ha celebrato il sacrificio, sono i primi ad aver messo in moto un meccanismo di potente rimozione. Ricordano l’immensità della costruzione, o l’importanza del dettaglio, i 26 mila dipendenti, o la caratura dei dirigenti, e anche la polverina bianca, certamente, quella che poi per legge sarebbe stata definita maledetta, ma viene per ultima. Qualcuno definisce la loro esperienza così introiettata «epicità del costruire navi» e oggi suggerisce alla società civile di restituire una totale assistenza a coloro che lentamente muoiono, traditi da un amore indistruttibile. «Il Comune paghi le badanti, porti a casa la Tac con le brutte notizie, promuova la pratica Inail&#8230; e invece niente, questa gente è tremendamente sola».<br />
Anche perché in tanti casi sono morte, a Monfalcone come a Trieste, anche le donne in retrovia, quelle che lavavano tute e indumenti intrisi di amianto. Morti se ne contano più che altro nella truppa. Oppure nei ceti intermedi della filiera di fabbrica. I dirigenti no: stavano in ufficio. Perciò gli «inviati» dell’Azienda sanitaria hanno scritto sui taccuini anche risposte utili a un’indagine psicologica che ancora non c’è: «Sì, conoscevo quell’operaio, però è morto 4 anni fa», e anche quell’altro, e il terzo, e il quarto. Di che cosa? «Tumore pleurico». «Sì, avevo tanti colleghi, però di vivi non me ne viene in mente nessuno».<br />
La rabbia non si fa strada e la paura nemmeno. Un dato di fatto, elencano questi uomini, spesso con un senso antico di destino, che non è mai astratto, ma si lega alla natura delle cose: per loro natura e sopravvivenza era la nave, la fortuna di una volta. Al dunque, fanno fatica a vederla al contrario, il loro problema si definisce in funzione subordinata, e inoltre vivono in bilico tra la paura di essere il prossimo malato e la voglia di non saperlo mai, tra la certezza del rischio che hanno corso e l’istinto che porta a sminuirlo.<br />
Gente in scacco, insomma. Forse per questo, e specialmente a Monfalcone e Trieste (perché i piemontesi che avevano avuto la Eternit in casa sono stati molto più consapevoli e determinati) è stato facile camminare sopra i morti per tanti anni, ascoltando, passando infinite carte e poi lasciando perdere.  <br />
 <br />
<strong>LA TESTIMONIANZA  <br />
La guerra di Rita: «È un omicidio»  <br />
Dopo la morte del marito la monfalconese è in prima linea nell’associazione <br />
«Abbiamo vissuto un calvario di 4 anni» <br />
«Il procuratore Deidda sta lavorando bene. Quello che è stato commesso è un vero crimine e non può passare in cavalleria»</strong> <br />
 <br />
di PAOLO RUMIZ</p>
<p>TRIESTE Rita Nardi, 63 anni, friulana, vedova di Gualtiero, operaio dei cantieri di Monfalcone ucciso dal mesotelioma da amianto, guida appassionatamente l’associazione degli esposti all’amianto della città. Una testimonianza dura, per la quale non servono commenti.<br />
Quando è morto suo marito, signora?<br />
«Alla vigilia di natale di dieci anni fa, dopo un’agonia tremenda».<br />
E quando si è accorto di essere ammalato?<br />
«Il 14 ottobre del ’94, cinque giorni dopo essere andato in pensione, con trentacinque anni di lavoro. Aveva 52 anni. Aveva cominciato da ragazzo. Una volta in cantiere si entrava giovanissimi».<br />
Era attaccato al suo lavoro?<br />
«Tantissimo. Tutte le grandi navi degli anni Ottanta erano passate per le sue mani».<br />
Chi vi ha dato la diagnosi?<br />
«Per un po’ abbiamo brancolato nel buio. Nessuno ci diceva la cosa giusta. Poi siamo stati all’ospedale di Udine, gli hanno dato un’occhiata e subito gli hanno chiesto: ‘ma lei dove lavorava?’ Io mi sono sentita gelare. Ho capito che la malattia veniva dal cantiere, e dunque era una cosa grave».<br />
Poi è arrivata la conferma?<br />
«Sì. Gli hanno fatto una biopsia e il mesotelioma è venuto fuori subito. Per noi sono cominciati quattro anni infernali».<br />
Lui sapeva del pericolo?<br />
«Sapeva? Era terrorizzato&#8230; Aveva visto morire tanti compagni. Sapeva di essere esposto alla stessa malattia, ma si sa, uno crede sempre di essere risparmiato. Ma la vita non risparmia nessuno. Con l’amianto non c’è speranza».<br />
Anni terribili.<br />
«Chi ha assistito a quel tipo di morte, chi vede quanta fatica, quanto dolore bisogna pagare per andarsene in pace, vive il resto della vita in un altro modo. Morire così, per un toco de pan… Non c’è consolazione. Creda».<br />
Chi vi ha aiutato?<br />
«Ho incontrato tanta bella gente solidale, ma le istituzioni erano assenti, eravamo soli e senza aiuti. Non sapevamo dove sbattere la testa».<br />
Quando ha pensato di battersi contro questa piaga?<br />
«Durante la malattia di Gualtiero. Leggevo, cercavo di capire. Mi rifiutavo di pensare che tutto questo fosse dovuto a incuria. Lo guardavo soffrire e pensavo: quando non ci sarai più, mi batterò per te, per la dignità della tua memoria».<br />
Poi lui è morto.<br />
«Sì, e allora sono andata aall’ospedale San Polo di Monfalcone e ho scoperto che c’era una stanzetta con su scritto: associazione esposti all’amianto. Sono entrata e ho detto: come è possibile, qua si muore e non succede niente…»<br />
Che risposta ha avuto?<br />
«Poveracci, erano quattro gatti e nessuno dava loro una mano. Non avevano santi in paradiso, figurarsi se avevano soldi per buoni avvocati».<br />
E allora?<br />
«Allora ho cominciato a muovermi da sola. Conoscevo un solo politico, Antonaz, che è delle nostre parti. Gli ho scritto, e mi ha dato i primi consigli».<br />
Come si è formato il gruppo?<br />
«I morti e i malati erano sicuramente tantissimi, ma non potevamo avere in nomi per via dei vincoli della privacy. Così ci siamo mossi per conto nostro, andando casa per casa, talvolta affrontando bruschi rifiuti».<br />
E ce l’avete fatta.<br />
«Se volemo podemo… Ho imparato che bisogna credere e battersi. La fine di mio marito mi dava una forza incredibile, e di fronte a quella memoria non c’era ostacolo che tenesse».<br />
Qualcuno si è messo di mezzo?<br />
«Non importava, non andavamo avanti lo stesso. Stando attenti alle notizie, ai necrologi, ai racconti. Così è nata la nostra forza».<br />
Come avete sbloccato la sordità del potere?<br />
«Incontri, comunicati, dichiarazioni, interviste, denunce per omicidio colposo, e alla fine vistosi sit-in. Lentamente la gente ha smesso di rimuovere. Si sa, quando si tratta di malattie, nessuno ci pensa volentieri».<br />
Ora le cose si sono messe in moto sul serio.<br />
«Importante è stato l’intervento del presidente Napolitano. Quando è venuto in regione abbiamo chiesto un incontro e lui ce l’ha dato. Gli abbiamo detto che la giustizia tardava troppo e lui deve avere dato qualche lavata di capo alla persona giusta».<br />
E la Procura regionale?<br />
«Ah questo Deidda è un grand’uomo. Ci ha ascoltato con pazienza, e soprattutto con rispetto. In pochi mesi il suo gruppo d’indagine ha fatto un lavoro incredibile. Non si sono fermati di fronte a niente».<br />
E i politici?<br />
«Sono andati a rimorchio. Invece dovevano essere loro a tirare fuori questa cosa, a non lasciarci soli di fronte a questa tragedia. Qui la gente è morta per vent’anni senza sapere perché. E’ solo dall’inizio degli anni Novanta che qualcuno ci ha messo in allarme».<br />
E la Fincantieri?<br />
«Ho letto sul Piccolo che l’amministratore delegato parla del mesotelioma come malattia sociale. Questo è davvero un Paese dei campanelli. C’è una responsabilità tremenda; questa non è roba che possa passare in cavalleria».<br />
Omicidio?<br />
«Cos’altro vuole che sia! Altro che malattia sociale! I li ga copai tuti come conigli per quattro lire».<br />
E a Trieste?<br />
«Anche a Trieste, che tragedia. Col porto… con tutti i sacchi di amianto in polvere che quei disgraziati hanno portato sulle spalle… Sacchi di carta che si spaccavano sempre».<br />
E nel resto d’Italia?<br />
«La gente non sa nulla… Pensi che mi hanno dovuto invitare me, che quasi non ho studiato, per parlare agli operai della Breda in Lombardia… Ero tesissima. Dio che crimine, che cosa disumana lasciare sola sta gente».<br />
Ha speranza?<br />
«Sì. Questa inchiesta cambierà tutto anche nel resto d’Italia».</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lettera al Club Alpino Italiano]]></title>
<link>http://aghost.wordpress.com/2008/10/22/lettera-al-club-alpino-italiano/</link>
<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 20:51:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>a.g.</dc:creator>
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<description><![CDATA[Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa, in occasione del 98esimo Congresso del ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa, in occasione del 98esimo Congresso del ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lettera al Club Alpino Italiano]]></title>
<link>http://trentinaz.wordpress.com/2008/10/22/lettera-al-club-alpino-italiano/</link>
<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 20:45:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>a.g.</dc:creator>
<guid>http://trentinaz.wordpress.com/2008/10/22/lettera-al-club-alpino-italiano/</guid>
<description><![CDATA[Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa, in occasione del 98esimo Congresso del ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Lettera di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rumiz" target="_blank">Paolo Rumiz</a> al presidente del Cai <strong>Annibale Salsa</strong>, in occasione del 98esimo Congresso del CAI a  Predazzo (Val di Fiemme, Trentino).</p>
<blockquote><p><em>Caro Salsa, ti invio questo mio intervento perché sia letto nella sede appropriata. Mi dispiace non essere venuto, ma nella lettera capirai. </em></p>
<p><em>Cari amici, </em></p>
<p><em>E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte &#8211; da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui &#8211; oggi qui &#8211; vi occupate. </em></p>
<p><em>Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni &#8211; sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità. </em></p>
<p><em>Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte &#8211; per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi. </em></p>
<p><em>Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat. </em></p>
<p><em>Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile &#8211; che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare. </em></p>
<p><em>Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont. </em></p>
<p><em>Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini &#8211; è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti. </em></p>
<p><em>L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale. </em></p>
<p><em>Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente. </em></p>
<p><em>Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.<br />
</em><br />
<em>Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese. </em></p>
<p><em>Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa. </em></p>
<p><em>Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria. </em></p>
<p><em>E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni. </em></p>
<p><em>Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo? </em></p>
<p><em>Paolo Rumiz</p>
<p>da http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=7954814</em></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I mezzi lenti permettono di vedere e incontrare di più]]></title>
<link>http://giuseppecocco.wordpress.com/2008/10/17/i-mezzi-lenti-permettono-di-vedere-e-incontrare-di-piu/</link>
<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 18:49:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>giuseppecocco</dc:creator>
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<description><![CDATA[&#8220;&#8230; Dopo anni di bicletta sapevo che i mezzi lenti non sono solo un modo per vedere di pi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&#8220;&#8230; Dopo anni di bicletta sapevo che i mezzi lenti non sono solo un modo per vedere di pi]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ciclomundi 2008]]></title>
<link>http://ciclosofo.wordpress.com/2008/09/08/ciclomundi-2008/</link>
<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 09:20:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>ciclosofo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Mancano pochi giorni alla seconda edizione di Ciclomundi, il festival nazionale del viaggio in bicic]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Mancano pochi giorni alla seconda edizione di <a title="vai al sito della manifestazione" href="http://www.ciclomundi.it/">Ciclomundi</a>, il festival nazionale del viaggio in bicicletta, ideato da <a title="vai al sito di Ediciclo" href="http://www.ediciclo.it/">Ediciclo editore</a>. La rassegna si svolgerà dal 12 al 14 settembre nel centro storico di Portogruaro (Venezia), in occasione della Settimana Europea della  Mobilità Sostenibile.</p>
<p>Riporto direttamente dal sito:</p>
<blockquote><p>Tra gli eventi speciali in programma segnaliamo la domenica mattina la “Lectio Magistralis sul viaggiare in bicicletta” con Paolo Rumiz, noto giornalista e scrittore, e Massimo Cirri di Caterpillar, Radio2Rai. Sempre la domenica mattina si segnala il laboratorio Pedalare con la Pimpa con il disegnatore Francesco Tullio Altan.</p></blockquote>
<p>Molto probabilmente non riuscirò a prendere parte all&#8217;evento, ma spero di riuscire a svincolarmi dagli impegni del fine settimana, perché il <a title="vai al programma di Ciclomundi" href="http://www.ciclomundi.it/programma_ciclomundi.html">programma</a> è veramente interessante.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Libia Felix]]></title>
<link>http://libreriamirada.wordpress.com/2008/05/31/libia-felix/</link>
<pubDate>Sat, 31 May 2008 08:53:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>gianlucacostantini</dc:creator>
<guid>http://libreriamirada.wordpress.com/2008/05/31/libia-felix/</guid>
<description><![CDATA[
Monika bulaj &#8211; Libia Felix
Brossurato, illustrato, colori
20 Euro + 2,50 euro di spedizione
C]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://libreriamirada.files.wordpress.com/2008/05/libia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-219" src="http://libreriamirada.wordpress.com/files/2008/05/libia.jpg" alt="" width="133" height="200" /></a></p>
<p><span>Monika bulaj</span> &#8211; <span>Libia Felix</span><br />
Brossurato, illustrato, colori<br />
20 Euro + 2,50 euro di spedizione<br />
Casa editrice: Bruno Mondadori<br />
Lingua: italiano</p>
<p>“È questa la Libia segreta di Monika Bulaj. Polacca e viaggiatrice come Kapuscinski, Mickiewicz, Potocki e – perché no –Wojtyla, anche lei insegue voci deboli, cerca periferie, microcosmi dimenticati dalla storia. Racconta come pochi le terre di nessuno, sospese tra luce e ombra, monoteismo e superstizione, Occidente e Oriente. Viaggia leggera, veloce come un’oca selvatica. Dorme sotto le stelle, mangia quando capita, ha la resistenza di un guerrigliero afghano. Cerca in Iran e sul Baltico, traversa Caucaso e Carpazi lungo piste da bracconieri. Riempie taccuini di una scrittura minuta, fotografa con gli occhi prima che con la macchina. Un lampo blu che cattura, addomestica, trova l’anima delle cose.”<br />
Paolo Rumiz</p>
<p>Con 102 fotografie a colori</p>
<p>INDICE<strong></strong></p>
<p><strong>Fezzan: paesaggio con elefante in volo</strong><br />
Haji<br />
La Croce del Sud<br />
La perla del Sahara<br />
Bestiario<br />
Capanne nel vuoto<br />
Impero di sabbia<br />
Abbandonati da Dio<br />
Le cicogne<br />
Garamanti<br />
Chi compra l&#8217;ombra?<br />
Festa<br />
Le tombe e il pozzo<br />
La montagna degli spiriti<br />
Elefante in volo<br />
Rocce dal cielo<br />
Il bastone di Mosè<br />
<strong>Una scala per il cielo</strong><br />
Monsieur Mustafa<br />
Narghilè<br />
L&#8217;amante divino<br />
I fioretti sufi<br />
Islam e spaghetti<br />
Notte<br />
Giorno<br />
Poi vidi Tripoli dalla basilica di Santa Maria degli Angeli<br />
Palme e giunchi<br />
Il profeta e la rivoluzione<br />
Conversazioni libiche<br />
Il libro dal cielo<br />
Uadi Markos<br />
&#8230; adunque creò l&#8217;uomo alla sua immagine<br />
Vate<br />
La congregazione di san Benedetto<br />
Augila<br />
Un ritratto dal negativo<br />
Luna park</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La leggenda dei monti naviganti, un podcast con Paolo Rumiz e Vinicio Capossela]]></title>
<link>http://buoneletture.wordpress.com/2008/04/15/la-leggenda-dei-monti-naviganti-un-podcast-con-paolo-rumiz-e-vinicio-capossela/</link>
<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 06:13:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>atlantidelibri</dc:creator>
<guid>http://buoneletture.wordpress.com/2008/04/15/la-leggenda-dei-monti-naviganti-un-podcast-con-paolo-rumiz-e-vinicio-capossela/</guid>
<description><![CDATA[ 
 
Vinicio Capossela e Paolo Rumiz parlano de LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI:
http://www.youtube.c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoPlainText"><span> </span></p>
<p class="MsoPlainText"><span> </span></p>
<p class="MsoPlainText">Vinicio Capossela e Paolo Rumiz parlano de LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI:</p>
<p class="MsoPlainText"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=jRS1F5XDA_M&#38;feature=user">http://www.youtube.com/watch?v=jRS1F5XDA_M&#38;feature=user</a></p>
<p class="MsoPlainText">
<p class="MsoPlainText">Un viaggio di ottomila chilometri che cavalca la lunga gobba montuosa della Balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal golfo del Quarnaro a Capo Sud. Vinicio Capossela ne discute insieme a Paolo Rumiz, autore del libro</p>
<p class="MsoPlainText">
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La leggenda dei monti naviganti]]></title>
<link>http://ovunquelibri.com/2008/04/07/la-leggenda-dei-monti-naviganti/</link>
<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 14:20:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>ovunquelibri</dc:creator>
<guid>http://ovunquelibri.com/2008/04/07/la-leggenda-dei-monti-naviganti/</guid>
<description><![CDATA[
“Il viaggio paradossalmente dovrebbe essere un arricchimento. Tu parti con una sporta vuota e man m]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://ovunquelibri.wordpress.com/files/2008/05/rumiz.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-42" src="http://ovunquelibri.wordpress.com/files/2008/05/rumiz.jpg" alt="" width="140" height="218" /></a><br />
“Il viaggio paradossalmente dovrebbe essere un arricchimento. Tu parti con una sporta vuota e man mano che vai avanti, ci metti delle cose. Quindi dovresti partire leggero e tornare pesante. Invece succede il contrario.</p>
<p>Nei viaggi si parte sempre pesanti, pieni di cose ingombranti e si torna leggeri. [...] Tu parti con la convinzione che sei tu a dover fare il viaggio e invece è il viaggio che ha fatto te.”</p>
<p>L&#8217;ha detto Paolo Rumiz presentando il suo ultimo libro: La leggenda dei monti naviganti.</p>
<p>Rumiz è un giornalista triestino. Di quelli che non stanno perennemente chiusi nella redazione. Editorialista, inviato speciale. Croazia. Bosnia Erzegovina. Islamabad. Kabul.</p>
<p>Rumiz viaggia. Osserva e ascolta. Scopre e racconta. È un reporter.</p>
<p>Non solo quando si trova nell’area dei Balcani. Lo è sempre. Anche quando s’imbarca.</p>
<p>“Imbarcarsi è un verbo d’azione perfetto per chi si ostina a navigare in un paese che ha dimenticato se stesso. L’Italia” (p.22).</p>
<p>La leggenda dei monti naviganti è il racconto di una fuga che diventa viaggio.</p>
<p>Un viaggio di 8 mila chilometri. Lungo “la spina dorsale fisica del paese” (p.13). Un viaggio che parte dal mare. E arriva sul mare.</p>
<p>Durante la traversata si incontrano luoghi vicini e dimenticati. Valli dove non esiste elettricità. Ferrovie abitate da mufloni. Santuari. Case cantoniere.</p>
<p>Si incontrano due mondi. Le Alpi celebri e gli Appennini arcaici.</p>
<p>E soprattutto si incontrano gli abitanti di questi mondi. Guide casuali. Compagni di viaggio. E “giardinieri di Dio”. Guardiani di microcosmi che si oppongono “all’insensata monocultura del mondo contemporaneo” (p.13).</p>
<p>Nel libro ci sono storie. Parole. Vite. E le splendide fotografie di Monika Bulaj.</p>
<p>Un libro da leggere. E non perché è stato pluripremiato (Premio Grinzane Montagna 2007 &#8211; Premio Chatwin, Sezione Viaggi di carta 2007 &#8211; Premio Stresa 2007 &#8211; Menzione speciale del “Premio l&#8217;Albatros citta` di Palestrina”).</p>
<p>Ma perché ci insegna a scoprire ciò che stiamo dimenticando.</p>
<p>Paolo Rumiz, <em>La leggenda dei monti naviganti</em>, Feltrinelli, (18 €).</p>
<p><a href="http://www.ilreporter.com"></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Una settimana a zero Co2]]></title>
<link>http://postille.wordpress.com/2007/12/28/una-settimana-a-zero-co2/</link>
<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 10:04:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>cesco</dc:creator>
<guid>http://postille.wordpress.com/2007/12/28/una-settimana-a-zero-co2/</guid>
<description><![CDATA[Paolo Rumiz, giornalista di Repubblica ha provato a vivere una settimana calcolando le emissioni di ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Paolo Rumiz, giornalista di Repubblica ha provato a vivere una settimana calcolando le emissioni di ]]></content:encoded>
</item>

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