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	<title>personaggi-e-interpreti &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "personaggi-e-interpreti"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 05:00:56 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Tito e Lili Marleen.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/?p=170</link>
<pubDate>Sat, 03 May 2008 21:48:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
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<description><![CDATA[Josip Broz, il maresciallo Tito, passò a miglior vita il 4 maggio 1980.


Mi ero sempre chiesto per]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Josip Broz, il maresciallo Tito, passò a miglior vita il 4 maggio 1980.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/Wq8QcrJCqko'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/Wq8QcrJCqko&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span><br />
<!--more--></p>
<p>Mi ero sempre chiesto perché Kusturica avesse scelto Lili Marleen come commento musicale per il funerale di Tito. E pensavo che fosse una scelta priva di ragioni storiche; ma sbagliavo (forse).<br />
Il testo di Lili Marleen fa parte di una raccolta di poesie scritte da Hans Leip, uno scrittore e soldato tedesco impegnato sul fronte russo nella prima guerra mondiale. Nel 1937 Norbert Schultze, un musicista e fervente nazista, lo musicò, fondendo il tono malinconico del testo, nel quale il soldato rievoca il proprio amore per una giovane prostituta conosciuta davanti alla caserma, col ritmo di una marcetta in due quarti e si bemolle minore. Ne scaturì un capolavoro melodico che, quantunque detestato da Hitler, che vi udiva una vena antimilitarista e stupidamente sentimentale, conquistò immediatamente il cuore dei soldati tedeschi e conobbe una rapidissima diffusione. </p>
<p>Fra questi anche Erwin Rommel che, quando fu inviato in nordafrica in soccorso delle malmesse truppe italiane del generale Graziani, si trovò a non poter ascoltare il suo motivo preferito, giacchè Radio Berlino non raggiungeva quelle zone. L’aneddotica (verità o leggenda?) vuole che del suo stato maggiore facesse parte un ufficiale legato da amicizia con un collega impiegato a Belgrado, presso la stazione radiofonica ivi impiantata dai nazisti dopo l’invasione della Yugoslavia dell’aprile 1941. Per intercessione di questo sottoposto, Rommel chiese che Radio Belgrado, le cui trasmissioni erano captate anche in Libia, programmasse Lili Marleen, e fu accontentato. Così, per tutto il periodo dell’occupazione tedesca dei Balcani, alle 21.55 di ogni sera, prima della fine delle trasmissioni e prima quindi che il totale silenzio radio calasse sulla Yugoslavia, dalla capitale occupata si diffondevano le struggenti note della canzone di Schultze, che raggiungevano anche l’Italia, la Grecia, il nordafrica e i paesi dell’Europa sud-orientale, fino al fronte russo meridionale.</p>
<p>La canzone si diffuse quindi fra i soldati di tutti gli eserciti, oltre a quello tedesco, tanto che, onde evitare che essi la cantassero in lingua originale, ne furono diffuse versioni in tutte le lingue.</p>
<p>E Lili Marleen conquistò anche il maresciallo Tito, comandante dell’esercito partigiano che conduceva la sua resistenza dai monti della Bosnia. Per questo (credo) le sue note accompagnano la narrazione di “Underground” e le immagini delle esequie del dittatore yugoslavo.</p>
<p>---</p>
<p>Il testo.</p>
<p>1. Vor der Kaserne<br />
Vor dem großen Tor<br />
Stand eine Laterne<br />
Und steht sie noch davor<br />
So woll'n wir uns da wieder seh'n<br />
Bei der Laterne wollen wir steh'n<br />
&#124;: Wie einst Lili Marleen. : &#124; </p>
<p>2. Unsere beide Schatten<br />
Sah'n wie einer aus<br />
Daß wir so lieb uns hatten<br />
Das sah man gleich daraus<br />
Und alle Leute soll'n es seh'n<br />
Wenn wir bei der Laterne steh'n<br />
&#124;: Wie einst Lili Marleen. : &#124; </p>
<p>3. Schon rief der Posten,<br />
Sie blasen Zapfenstreich<br />
Das kann drei Tage kosten<br />
Kam'rad, ich komm sogleich<br />
Da sagten wir auf Wiedersehen<br />
Wie gerne wollt ich mit dir geh'n<br />
&#124;: Mit dir Lili Marleen. : &#124; </p>
<p>4. Deine Schritte kennt sie,<br />
Deinen zieren Gang<br />
Alle Abend brennt sie,<br />
Doch mich vergaß sie lang<br />
Und sollte mir ein Leids gescheh'n<br />
Wer wird bei der Laterne stehen<br />
&#124;: Mit dir Lili Marleen? : &#124; </p>
<p>5. Aus dem stillen Raume,<br />
Aus der Erde Grund<br />
Hebt mich wie im Traume<br />
Dein verliebter Mund<br />
Wenn sich die späten Nebel drehn<br />
Werd' ich bei der Laterne steh'n<br />
&#124;: Wie einst Lili Marleen. : &#124; </p>
<p>---</p>
<p>In italiano (la traduzione è mia).</p>
<p>Fuor della caserma<br />
proprio sul portone,<br />
c’era una lanterna<br />
e forse ancora c’è.<br />
Là ci vedremo ancora un dì<br />
e alla lanterna resteremo.<br />
Un dì, Lili Marleen.</p>
<p>Le nostre ombre unite<br />
come cosa sola,<br />
il nostro amore vero<br />
che il mondo conosceva.<br />
Tutti un giorno lo vedranno<br />
quando ci ritroveremo.<br />
Un dì, Lili Marleen</p>
<p>Il piantone disse:<br />
“affrettati soldato,<br />
se non vuoi tre giorni<br />
all’appello devi andar.”<br />
Così allor ti dissi “addio,<br />
ma ancor con te vorrei restar.”<br />
Con te, Lili Marleen.</p>
<p>Illumina ogni sera<br />
il passo tuo deciso,<br />
la tua figura snella<br />
ch’è orfana di me.<br />
Se mai qualcosa mi accadrà,<br />
alla lanterna chi sarà,<br />
con te Lili Marleen?</p>
<p>Dal mio quieto stare<br />
da questa stanca vita,<br />
in sogno tu mi liberi<br />
con le tue labbra vive.<br />
Quando la notte annebbia e scende<br />
alla lanterna va il pensier.<br />
Da te, Lili Marleen.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Berlusconi e Veltroni alleati?]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/?p=76</link>
<pubDate>Mon, 04 Feb 2008 10:05:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
<guid>http://sentieriepensieri.wordpress.com/?p=76</guid>
<description><![CDATA[La notizia è di oggi ed appare sulla prima pagina de “Il Giornale”. Berlusconi mediterebbe di p]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia è di oggi ed appare sulla prima pagina de “Il Giornale”. Berlusconi mediterebbe di proporre un’alleanza con il Partito Democratico alle imminenti elezioni politiche.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Scrive il quotidiano di proprietà del leader di Forza Italia:</p>
<p><i>Allora perché non ipotizzare davvero una coalizione trasversale capace di realizzare le riforme essenziali al rilancio dell’economia e della società? Perché non costruire un vero e proprio «patto per l’Italia»? In molti in questi giorni hanno lanciato l’idea di un’intesa bipartisan per varare la riforma elettorale. Ma questo sarebbe un accordicchio utile solo a rinviare le elezioni e incapace di produrre alcunché di positivo.<br />
Ben altro respiro avrebbe una coalizione elettorale con Veltroni e con chi ci stesse, a cominciare da An. Una specie di Caw, come lo chiama Giuliano Ferrara, cioè Cavaliere più Walter, un’alleanza fra le due vere novità di questa seconda Repubblica per porre finalmente le basi del cambiamento.<br />
Molti nel centrosinistra in questi giorni tentano di accreditare l’ipotesi che il fallimento di un’intesa bipartisan, inseguita velleitariamente da Marini, sarebbe da addossare al centrodestra. «E allora perché non rilanciamo la palla in avanti? Perché non li sfidiamo a provare un accordo vero?»</i></p>
<p>Fantasie di un politico anziano o un progetto vero? Lo dirà chi è addentro alle cose. Personalmente posso fare solo alcune considerazioni.</p>
<p>1.	Ammettiamo che una simile proposta arrivi sul tavolo del segretario del PD. Chi deciderà sulla risposta da dare? Perché non mi è chiaro se il neonato partito abbia una struttura dirigente che vada oltre il binomio Veltroni-Franceschini. Giorni fa il primo ha annunciato che il suo partito correrà da solo alle prossime elezioni, ed è sembrato che tale decisione sia unicamente sua, non essendo uscita da alcun organismo collegiale. Ne deduco che, perlomeno al momento, a stabilire la linea sia esclusivamente il segretario. E se questi dovesse accettare la proposta di alleanza Forza Italia, gli altri dovranno adeguarsi? I tre milioni di partecipanti alle primarie avranno modo di far sapere se sono d’accordo o no? Nel secondo caso ci si domanda a cosa servano le strutture elettive che essi hanno votato (con liste bloccate), e soprattutto ci si dovrebbe porre su questo partito la domanda: “democratico in che senso?”</p>
<p>2.	Ma consideriamo la ventilata proposta de “Il Giornale” come una provocazione, perché penso che non sia altro che tale. Dobbiamo meravigliarcene? Dobbiamo stupirci se pensano di allearsi foirze che negli ultimi anni si sono reciprocamente accusate delle peggiori nequizie? Da molti anni i partiti interpretano la politica come esclusivo esercizio del potere. Si è discusso quasi unicamente di leggi elettorali, di meccanismi, di assetti di governo, di alleanze, di strategie. Di politica, quella vera, non se ne è fatta. O meglio, si è stabilita l’equazione politica=potere: si adottano tattiche e strategie per arrivare al governo (nazionale o locale che sia) e, una volta raggiunto l’obiettivo, si fa politica gestendo il potere che ne deriva. La politica intesa come dialogo ed interazione con la società è sparita. Il cittadino elettore, anche se nessuno sembra accorgersene, si è trasformato da soggetto portatore di diritti a destinatario della propaganda; da titolare del potere politico (a norma di Costituzione) a vittima del raggiro elettorale. La denuncia della chiusura in casta degli uomini politici è solo un aspetto dello svuotamento del vincolo di rappresentanza che la Costituzione affida(va), con una certa debolezza, ai partiti politici.</p>
<p>Su tali basi non stupisce che sia scaturita la proposta de “Il Giornale”. Se la politica coincide con la gestione del potere mediante alleanze intessute alle spalle dei cittadini, cosa vi è di più naturale se non il patto più sicuro di tutti: l’alleanza dei più forti?<br />
E all’elettore cosa resterebbe? L’abbandono dei suoi riferimenti: il rifiuto, la fuga dalla partecipazione, l’abdicazione alle sue prerogative costituzionali. Quel che si chiama antipolitica.</p>
<p>Non credo che si farà alcuna alleanza di tal genere, ma il fatto stesso che essa venga promossa sui giornali testimonia di quanta stortura abbia assunto il dibattito politico nazionale.</p>
<p>E non si facciano paragoni con la Grande Coalizione tedesca. Innanzitutto perché essa è nata dopo elezioni nelle quali i due maggiori partiti si sono combattuti strenuamente; in secondo luogo perché quello è un paese serio.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cuffaro e Falcone.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2008/01/21/cuffaro-e-falcone/</link>
<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 14:05:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
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<description><![CDATA[La condanna di Salvatore Cuffaro e le sue successive dichiarazioni suscitano profonde e cupe rifless]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>La condanna di Salvatore Cuffaro e le sue successive dichiarazioni suscitano profonde e cupe riflessioni sull’evoluzione del fenomeno mafioso e del sistema giudiziario italiano. E  giova fare un po’ di storia. Purtroppo non ho conservato documenti originali e, come molti, devo ricorrere alle risorse della rete per ripescare commenti e fatti.</p>
<p><!--more--></p>
<p>In tempi recenti la lotta alla criminalità mafiosa ha segnato alcuni successi indiscutibili; gli arresti di Provenzano e di Lo Piccolo sono solo alcuni esempi, e non possiamo non osservare che attacchi allo Stato quali le stragi di Capaci e di via D’Amelio non si sono ripetute. Tuttavia la vicenda Cuffaro ci dice che la criminalità mafiosa sia ancora pervasiva, forte e ricca. E viene allora da chiedersi se il basso profilo da essa assunta nei confronti delle istituzioni non sia la prova che essa ha trovato gli strumenti per convivere con esse, mantenendo forte la presa sui propri affari. In parole povere, non serve più uccidere i magistrati impegnati nella lotta alla mafia perché le conseguenze del loro operato possono essere controllate, contenute, eluse, aggirate. La formula adottata da Cuffaro per legittimare la propria permanenza alla presidenza della Regione Sicilia sembra confermarlo. Egli, in sostanza, dichiara: “E’ provato che ho favorito dei mafiosi, ma non la mafia. Quindi il mio operato è politicamente corretto”. Mettiamo da parte per un momento il disgusto per simili affermazioni, ed analizziamo il criterio che viene adottato. Esso è riproducibile in tutti i casi simili e quindi quello di Cuffaro può essere assunto come paradigma del comportamento del politico colluso con la mafia. La sentenza di condanna viene frazionata, confutata nelle sue singole parti, in ogni riga, ed infine trasformata in un giudizio tecnico oppugnabile, opinabile e quindi privo di pregnanza sotto il profilo morale e politico. In tal modo un’intervista televisiva di pochi minuti, sapientemente studiata con abili legali, è in grado di annullare il risultato di anni di investigazioni e di un processo penale celebrato secondo un rito rigoroso e garantista. Il processo stesso viene svuotato del suo significato etico: l'esercizio della legalità offusca la giustizia fino a negarla.</p>
<p>In tal modo elementi fondamentali dello Stato democratico diventano strumenti nelle mani della criminalità, anche quella che, per il suo stesso essere uno Stato nello Stato, ne mina le fondamenta. In altre parole, la frase dell’allora ministro Lunardi secondo il quale “con la mafia bisogna imparare a convivere”, più che un proposito sembra essere una presa d’atto dello stato delle cose.</p>
<p>Qui si potrebbe incardinare il dibattito sul nostro codice di procedura penale e sulla sua efficacia nel contrasto alla criminalità organizzata. Sappiamo che esso è duramente criticato da molti dei magistrati più impegnati (ultimo in ordine di tempo Gherardo Colombo) e che esso entrò in vigore all’inizio degli anni novanta, periodo cruciale nel contrasto alla mafia come testimoniano le stragi che ho citate.</p>
<p>Dal sito “avvenimenti italiani” ricopio una frase di Giovanni Falcone relativa al suo giudizio (contrastato) sul predetto codice:</p>
<p>“Tutto dovrebbe cambiare a seguito della entrata in vigore, nel 1989, del nuovo Codice di procedura penale di tipo accusatorio. Non si potrà ancora a lungo. A mio parere, continuare a punire il vecchio delitto associativo in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici. Con la nuova procedura, infatti, la prova, come nei processi dei paesi anglosassoni, deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa; appartenenza che si desume generalmente da elementi indiretti e indiziari di difficile acquisizione dibattimentale. C’è il rischio che non si riesca a provare, col nuovo rito, nemmeno l’esistenza di Cosa Nostra!”</p>
<p>Alla luce delle dichiarazioni di Cuffaro, mi sembrano frasi profetiche.</p>
<p>Chiudo riportando il link di un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=F5MZmJLMQ9Y">video</a> che vede protagonisti gli stessi Falcone e Cuffaro.</p>
<p>Come sono andate le cose lo sappiamo.</p>
<p><a href="http://sentieriepensieri.wordpress.com/2008/01/21/cuffaro-e-falcone/66/" rel="attachment wp-att-66" title="capaci2.jpg"><img src="http://sentieriepensieri.wordpress.com/files/2008/01/capaci2.jpg" alt="capaci2.jpg" /></a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il generale e il T.A.R.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2007/12/16/il-generale-e-il-tar/</link>
<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 07:38:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il generale Roberto Speciale è un militare, ma il Tribunale Amministrativo Regionale ha stabilito c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Il generale Roberto Speciale è un militare, ma il Tribunale Amministrativo Regionale ha stabilito che il Governo non poteva rimuoverlo, ed egli afferma di aver diritto ad essere reintegrato nel suo comando. A prescindere dalle ragioni delle parti, mi domando che paese è mai quello nel quale un governo non sa o non può sostituire un soldato.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Andiamo con la memoria all’ottobre-novembre del 1917 quando, per le gravi responsabilità dello Stato Maggiore ed in particolare del generale Luigi Cadorna, le divisioni austro-ungariche e tedesche sfondarono il fronte italiano sull’Isonzo, fra Tolmino e Caporetto. Di fronte alla rotta delle 41 divisioni italiane, l’otto novembre il re Vittorio Emanuele III sostituì Cadorna con il generale Armando Diaz, che organizzò la linea difensiva di contenimento sul Grappa e sul Piave, arrestando l’avanzata nemica che, altrimenti, avrebbe potuto dilagare in tutta la penisola.</p>
<p>Fortunatamente non esisteva ancora il TAR, perché altrimenti Cadorna avrebbe potuto ricorrere avverso la sua sostituzione e rientrare al comando. Forse adesso parleremmo tedesco.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Bor.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2007/12/15/bor/</link>
<pubDate>Sat, 15 Dec 2007 18:45:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
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<description><![CDATA[Lungo la via Emilia, nell’abitato di San Lazzaro, un paesone che si salda alla periferia est di Bo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Lungo la via Emilia, nell’abitato di San Lazzaro, un paesone che si salda alla periferia est di Bologna, si trova il cimitero che ospita le salme dei circa mille militari polacchi, inquadrati nella coalizione alleata, caduti nella battaglia per la liberazione di Bologna nell’aprile del 1945, mentre i partigiani insorgevano nel centro della città.</p>
<p>Chissà se quei soldati sapevano che pochi mesi prima la loro capitale era stata completamente rasa al suolo.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Il primo agosto del 1944 le sorti della guerra erano segnate. L’Armata Rossa sovietica controllava gran parte della Polonia, era giunta alle porte di Varsavia e stazionava sulla riva destra della Vistola; dai tetti della capitale era possibile vedere la distesa di accampamenti di quel poderoso esercito. I militari tedeschi sapevano che la capitolazione del Terzo Reich era questione di mesi.</p>
<p>Dal punto di vista strategico Varsavia non aveva alcuna importanza, ed infatti i tedeschi non vi avevano concentrato che una modesta guarnigione. Ma per i polacchi la liberazione della loro capitale assumeva un valore simbolico enorme. A differenza della Francia, la Polonia non si era mai arresa a Hitler: il governo era esiliato a Londra, da dove dirigeva quello che era rimasto del suo esercito. Parte di esso era impegnato sui fronti occidentali (Italia, Olanda, Belgio), e parte si era riorganizzato in patria, pianificando in clandestinità la resistenza e l’insurrezione contro l’odiato occupante. L’avanzata sovietica significava la liberazione dai nazisti, ma anche l’invasione da parte di un alleato di cui si doveva quantomeno diffidare. Non erano lontani nel tempo il patto Molotov-Ribbentrop ed il protocollo segreto ad esso allegato che prevedeva la spartizione fra le due potenze della Polonia. In passato Stalin era stato chiaro, dicendo che per lui “la Polonia non esiste” e a dimostrarlo c’erano i fatti di Katyn, ben stampati nella memoria della nazione.</p>
<p>Nella capitale l’Esercito Nazionale Polacco disponeva di circa cinquantamila uomini, armati di sole armi leggere e di pochi cannoni controcarro, agli ordini del generale Tadeusz Komorowski, detto Bor. I tedeschi contavano poche migliaia di effettivi, e sicuramente non dei migliori. Come sarebbe accaduto altrove, l’imminenza dell’attacco degli alleati indusse i comandi della resistenza a valutare l’ipotesi di una insurrezione per liberare la città. Sia per vendicare cinque anni di feroce oppressione (il ricordo della brutale repressione della rivolta del ghetto dell’anno precedente era ancora vivo), sia per dimostrare al mondo che la Polonia era viva, in grado di combattere, e meritevole di un posto da vincitrice al tavolo della pace.</p>
<p>E pertanto, alle ore diciassette di quel primo agosto 1944, d’accordo con il primo ministro in esilio, Bor diede l’ordine di attaccare i presidi tedeschi. La rivolta di Varsavia, uno dei più spaventosi bagni di sangue del secondo conflitto, era cominciata. Bor contava che i sovietici sarebbero intervenuti immediatamente in suo supporto e che i tedeschi non avrebbero fatto in tempo a far confluire rinforzi prima dell’ingresso in città dell’Armata Rossa. Ma i piani di Stalin erano diversi: per il dittatore sovietico la Polonia doveva essere liberata (ed occupata) unicamente dalle sue tuppe, senza lasciare spazio alcuno all’iniziativa degli insorti, da lui dipinti come ottusi nazionalisti che mettevano inutilmente a repentaglio la vita dei civili. Ed infatti le truppe del generale Rokossovski rimasero immote sulle loro posizioni, sebbene solo una Vistola in secca e facilmente guadabile le separasse dall’inferno di fuoco e di sangue nel quale si trasformò il centro di Varsavia.</p>
<p>Himmler, comandante supremo delle SS e responsabile della germanizzazione dei territori occupati dalla Wehrmacht, inviò nella capitale polacca circa ventimila uomini, fra waffen SS e militari del Reichswehr, affidandone il comando al generale delle SS Erich von dem Bach. In base al principio per cui gli slavi andavano considerati come untermeschen, ordinò di reprimere la rivolta senza avere riguardo per i civili, fossero anche donne, bambini, medici o religiosi.</p>
<p>Bor, dopo gli iniziali rovesci dovuti allo scarso addestramento dei suoi ed alla pochezza dei loro armamenti, ripiegò su tattiche di guerriglia urbana che misero a dura prova le truppe tedesche. Ciò inasprì la ferocia delle SS che distrussero e uccisero senza pietà, sterminando circa 250.000 civili. Nel frattempo il governo in esilio protestava violentemente per l’inerzia dell’Armata Rossa, sia con i sovietici che con il governo di Londra. Churchill si fece portavoce di tali istanze presso il Cremino, ma Stalin fu irremovibile: la distruzione fisica e morale della Polonia da parte dei tedeschi era perfettamente funzionale al suo piano espansionistico.</p>
<p>Gli alleati inviarono soccorsi aerei agli insorti. Velivoli britannici partivano da Brindisi per paracadutare armi, viveri e medicinali su Varsavia, pur nella consapevolezza che gran parte del carico sarebbe finito in mano tedesca. Conscio che la rivolta era destinata a fallire, Bor comprese che arrendendosi avrebbe consegnato i suoi uomini alla rappresaglia nazista, quindi tentò di resistere. Solo quando si trovò schiacciato nella periferia est e gli fu chiaro che non aveva alternative, si decise ad intessere una trattativa. Residuandogli una certa forza militare, egli tentò di barattare la propria resa con il riconoscimento per suoi soldati dello status di militari combattenti (e non di ribelli) con applicazione delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra sui prigionieri di guerra. In effetti, nel corso della rivolta, i soldati dell’ Esercito Nazionale avevano combattuto con una fascia bianca al braccio, in segno di riconoscimento, e ciò poteva escludere la qualifica di civili rivoltosi (che avrebbe comportato la fucilazione).</p>
<p>Bor trovò in von dem Bach un interlocutore pragmatico, desideroso anch’egli di evitare inutili spargimenti di sangue fra i suoi soldati. Ed il caso volle che della delegazione tedesca incaricata delle trattative facesse parte un ufficiale che aveva stretto amicizia con lo stesso Bor nel corso delle olimpiadi di Berlino del 1936, avendolo avuto come avversario nelle gare di scherma. Il generale polacco gli confessò che se avesse saputo di trovarselo di fronte, si sarebbe arreso prima.</p>
<p>La resa fu siglata il due ottobre: Bor ottenne discrete condizioni per i suoi uomini, non per i civili e per la città. I soldati, sfilando orgogliosamente per le vie della città in una atmosfera surreale, si consegnarono a nemici consapevoli che, di lì a poco, sarebbero stati a loro volta sopraffatti da un nemico enormemente più forte accampato poco lontano. I polacchi furono trattati come prigionieri di guerra e, a conflitto concluso, quasi tutti tornarono a casa. Per ironia della sorte, fra di essi vi erano anche alcuni ebrei. La linea morbida di von dem Bach non fu particolarmente apprezzata dai suoi sottoposti, che avrebbero voluto una punizione ben più severa per i ribelli che li avevano tenuti sotto scacco per oltre un mese, esponendoli allo scherno degli ufficiali impegnati in prima linea.</p>
<p>Su Varsavia e sui suoi abitanti cadde la smisurata, assurda vendetta di Hitler, che ordinò la deportazione di tutta la cittadinanza e la totale distruzione della città: mentre centinaia di migliaia di profughi marciavano per le campagne, in direzione della Germania, reparti delle SS insensatamente sottratti al combattimento contro l’Armata Rossa, fecero saltare, casa per casa, tutti i quartieri della capitale, sotto gli occhi degli inerti soldati sovietici e con la compiaciuta inattività del Cremlino.</p>
<p>Per questi motivi, per decenni, la rivolta di Varsavia è stata descritta come uno sciocco ed inutile sacrificio voluto da velleitari nazionalisti che, anziché attendere la liberazione da parte degli eserciti alleati, esposero la popolazione civile ad una sanguinosissima rappresaglia. Ed in fondo qualcosa di vero c’è. Ma Bor ed i suoi uomini presero la stessa decisione dei loro omologhi in tutto il resto d’Europa all’avvicinarsi degli alleati alle loro città: insorgere contro i nazisti per rivendicare l’orgoglio della lotta per la propria liberazione. Proprio come fecero i partigiani di Bologna all’avvicinarsi delle truppe polacche al centro della città.</p>
<p>Il comunicato rilasciato dal Primo Ministro polacco all’esito del dramma di Varsavia lascia pochi dubbi sui suoi sentimenti:</p>
<p>« Non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo... Siamo stati trattati peggio degli alleati di Hitler in Romania, in Italia e in Finlandia. La nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di Francia, Belgio e Olanda. Ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di Dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa Egli punirne gli artefici. »</p>
<p>La Storia non è stata quindi generosa con Bor, che volle solo ribellarsi agli occupanti per liberare il proprio paese. E non è stata generosa neppure con la Polonia, che pur avendo combattuto ininterrottamente contro la Germania dal 1939 al 1945, e pur avendo subito una feroce occupazione, non si è vista riconoscere il ruolo di nazione vincitrice, finendo per essere fagocitata dall’Unione Sovietica. Un rango riconosciuto invece alla Francia, che alla Germania si arrese e che con essa collaborò, quanto attivamente non lo sappiamo ancora con esattezza.</p>
<p>La foto della resa di Bor (a capo chino e con la fascia bianca al braccio) ad un sorridente von dem Bach, sullo sfondo dello sguardo severo degli ufficiali tedeschi, è l’immagine plastica della crudeltà della Storia.</p>
<p><img src="http://powstanie-warszawskie-1944.ac.pl/ak/bor-bach-n.jpg" alt="La resa di Bor." height="351" width="445" /></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Friedrich Ebert.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2007/11/30/friedrich-ebert/</link>
<pubDate>Fri, 30 Nov 2007 06:39:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandrozagatti</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il primo presidente della Repubblica di Weimar era un sindacalista, di professione tipografo: Friedr]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo presidente della Repubblica di Weimar era un sindacalista, di professione tipografo: Friedrich Ebert. All’atto del suo insediamento nella carica che era stata del Kaiser Guglielmo II, la stampa di destra diede sfogo alla propria indignazione: i traditori della Germania avevano collocato al vertice del Reich un ometto insignificante. Alcuni di essi pubblicarono una fotografia che lo ritraeva in vacanza al mare, in costume da bagno, in compagnia del primo ministro Totse, certi che ciò avrebbe scandalizzato i conservatori tedeschi, abituati ad identificare il vertice dello Stato con una figura militare olimpica.</p>
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<p>Nel corso del suo mandato Ebert fu il bersaglio preferito della stampa reazionaria e conservatrice, che lo accusò di ogni nequizia: scandali finanziari, corruzione, depravazione sessuale. In risposta egli promosse oltre 150 cause per diffamazione che, grazie ad una magistratura apertamente nostalgica dell’impero ed ostile alla repubblica, si conclusero con sentenze salomoniche: il querelante ha ragione, ma forse no.</p>
<p>Gli effetti principali di questa virulenta campagna di stampa furono due. Innanzitutto Ebert fu costretto a svolgere due “lavori”: il presidente della repubblica e la persona offesa costituita parte civile nei processi per diffamazione a mezzo stampa. Ciò fu concausa della sua morte. Infatti, per adempiere ai suoi molteplici impegni, egli trascurò una peritonite che lo condusse a prematura scomparsa nel febbraio del 1925. Ma la conseguenza più grave fu di indurre nell’opinione pubblica tedesca, anche nelle fasce autenticamente democratiche, la convinzione che il capo dello Stato dovesse essere una personalità augusta, portatrice di una immagine che conferisse di per sé autorità morale, a prescindere dalle qualità dell’uomo e della sua fedeltà democratica. Ed infatti il successore di Ebert fu il generale Paul Von Hindenburgh, un uomo che può ben essere considerato una sciagura per tutta l’Europa, anche se i suoi concittadini contemporanei avevano di lui l'opinione opposta.</p>
<p>Per convincersene va ricordato infatti che fu membro tra i più accesi della fazione interventista che, nel 1914, indusse Guglielmo II a dare avvio al conflitto mondiale. Nel corso della guerra fu, insieme al generale Erich Von Ludendorff, dominus del Reich e comandante supremo delle forze armate che condusse malamente alla sconfitta, nonostante la iniziale schiacciante superiorità tecnica e numerica sugli eserciti inglese e francese. Sul fronte russo, pur potendo contare sugli enormi vantaggi strategici ottenuti con la vittoria di Tannenberg (della quale si attribuì i meriti che invece vanno ascritti al colonnello Hoffmann) e sulla crisi irreversibile del regime zarista, tergiversò inspiegabilmente, mantenendo aperto un fronte inutile. Decise di finanziare la rivolta leninista, dando avvio alla rivoluzione di ottobre ed alla dittatura bolscevica. Fu lui, in preda ad una crisi psicologica inammissibile per un militare del suo grado, a sottoscrivere l’armistizio del 1918 che inchiodò la Germania ad un trattato di pace umiliante ed a condizioni che, come la storia ci ha insegnato, portarono alla tragedia del 1939-1945. Infine fu lui, nel 1933, a nominare Adolf Hitler cancelliere del Reich ed a firmare il decreto dei pieni poteri che consentì al “caporale boemo” di annientare la costituzione di Weimar e di dare avvio all’incubo della dittatura nazista.</p>
<p>A tanto contribuì quella feroce campagna di stampa contro il goffo tipografo di Heidelberg, ed anche questo fece dire a Joseph Goebbels che “la democrazia contiene in sé gli strumenti per la sua distruzione”.</p>
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