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	<title>politiche-pubbliche &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "politiche-pubbliche"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 02:20:38 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Il mercato dei taxi.]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/?p=73</link>
<pubDate>Thu, 22 May 2008 08:36:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dopo la storica vittoria di Alemanno, che ha portato un ex missino in cima al Campidoglio, i più fe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Dopo la storica vittoria di <strong>Alemanno</strong>, che ha portato un ex missino in cima al Campidoglio, i più felici sono stati sicuramente i <strong>tassisti</strong>. Ancora si ode il loro melodioso strombazzare per le vie della Città Eterna. Era una vendetta da gustare fredda. Una ritorsione contro il Pd che con Veltroni cercò un po’ di tempo fa di privatizzare il mercato dei yellow cab.</p>
<p class="MsoNormal">Allora, le rivolte dei tassisti assunsero una forma che fu da alcuni, addirittura, definita “squadrista”. Eppure il mercato dei tassì – in quanto parte di un più generale progetto di gestione della mobilità urbana – è un settore cruciale delle politiche pubbliche locali: un comparto che in Italia non funziona.</p>
<p class="MsoNormal">A Roma, ma anche in qualsiasi altra grande città italiana, i cittadini pensano che ci siano pochi taxi e che siano carissimi. Già: ma più licenze comporterebbero una sostanziale perdita economica per i tassisti. Rendita parassitaria? Vallo a raccontare a chi ha speso nel mercato nero delle licenze taxi anche 200.000 euro. Colpa dei furbi, si dice. Di chi ha avuto una licenza gratis dal Comune e c’ha, poi, lucrato su. Sono una casta; forse. Ma non certo l’unica. Ricordate cosa successe dopo il decreto Bersani?</p>
<p class="MsoNormal">Il mercato del taxi è una brutta faccenda. Dagli anni 80 in poi gli economisti hanno cominciato a studiarlo con equazioni sempre più complesse che tenevano conto di tante variabili: asimmetrie informative, oligopoli collusivi, scarsa qualità del servizio.</p>
<p class="MsoNormal">Il dilemma del regolatore è la selezione del prezzo, al quale corrisponde necessariamente uno standard di servizio. Ma il ventaglio di preferenze dei consumatori è, in vero, molto variegato. Nel mercato del taxi il consumatore, poi, non ha la possibilità, per esempio, di pagare di più per ridurre i tempi di attesa del vettore.</p>
<p class="MsoNormal">La caratteristica di questo mercato è che ci si imbatte in una serie di problemi unici; affrontati con misure tese a regolare l’ingresso nel mercato e a fissare tariffe. Proprio come si fa nei casi di monopolio naturale.</p>
<p class="MsoNormal">Sgombriamo subito il campo da dubbi. La <em>deregulation</em> serve. Città che hanno deregolato l’ingresso e le tariffe non hanno sperimentato particolari fallimenti del mercato; ci sono contesti dove la riforma non ha portato i vantaggi sperati, ma mai ha fallito. Il problema è, quindi, politico. Chi fa il Sindaco può permettersi il lusso di inimicarsi una categoria solo se avrà la riconoscenza dei suoi cittadini.</p>
<p class="MsoNormal">La maggiore difficoltà che il decisore deve affrontare, infatti, è che gli alti profitti garantiti dalla protezione rendono molto complicato liberalizzare il mercato dei tassì; le proteste sono sempre molto violente.</p>
<p class="MsoNormal">Con l’ aumento delle licenze, infatti, si riduce per i tassisti il valore di mercato delle stesse; i conducenti, inoltre, temono una riduzione dei loro ricavi per la nuova concorrenza, che a sua volta deprezzerà ancora di più la licenza nel mercato. Si sa che i tassisti hanno pagato molto caro la loro licenza ed essa rappresenta una sorta di premio-pensione. In realtà, molti studi dimostrano che laddove la domanda dei tassì è aumentata, perché si sono liberalizzate le tariffe, è aumentato il lavoro e sono aumentati anche i guadagni per i conducenti.</p>
<p class="MsoNormal">L’idea proposta dall’ex Sindaco di Roma di accordare un aumento sulle tariffe dei tassisti di Roma, in contropartita all’aumento del numero di licenze, però, non andava, soprattutto in un’ottica consumeristica.</p>
<p class="MsoNormal">Ma come compensare, allora, la perdita di valore delle licenze per i tassisti e contemporaneamente rendere il servizio migliore e più disponibile per tutti? Già: perché il problema della compensazione è fondamentale. La riforma del mercato dei taxi ha questa caratteristica. Può portare un beneficio per tutti, ma l’ostilità della classe che viene danneggiata è fortissima. Nel mercato politico l’opposizione della casta danneggiata può costare la rielezione del politico, e nel caso dell’elezione diretta del Sindaco il rischio è ancora maggiore, con conseguente rischio politico che la riforma venga dopo poco disfatta. Il politico, però, può blindare la sua <em>policy</em> se riesce ad ottenere un forte ed esteso consenso anche <em>dopo</em> la riforma. E per far ciò è necessario che i cittadini di Roma domani dicano: “oggi veramente è più facile trovare un taxi, ed anche più economico”.<br />
Insomma, o si fa una vera riforma o sono guai. E siamo di nuovo punto e a capo. Ai consumatori sembrerà che nulla è cambiato e i tassisti odieranno a morte il politico riformatore.</p>
<p class="MsoNormal">La proposta all’epoca formulata da Veltroni aveva il merito di incidere realmente sul mercato; 500 licenze avrebbero migliorato sensibilmente il numero di taxi per abitante [ci sono infatti statistiche che ci dicono qual è il rapporto ottimale, <em>Nda</em>].</p>
<p class="MsoNormal">Ma i soldi per compensare i tassisti vanno trovati altrove, non scaricati sui consumatori con l’aumento della tariffa che fu in quel caso proposto.</p>
<p class="MsoNormal">La soluzione più efficiente, allora è proprio quella di legalizzare il mercato nero e con i proventi compensare i tassisti, come previsto sia dal decreto Bersani che dalla legge di conversione; così si affidano al mercato le licenze, e alla regolamentazione le tariffe; ed i soldi esatti dal comune vengono liquidati ai tassisti come indennizzo. Se le tariffe fossero anche liberalizzate, inoltre, calerebbero; e si raggiungerebbe il duplice scopo di aumentare la domanda, migliorando i profitti per i tassisti e rendere l’opzione taxi più praticabile per un numero maggiore di cittadini.</p>
<p class="MsoNormal">Alessio Postiglione</p>
<p class="MsoNormal">
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<title><![CDATA[Il ruolo dei sogni nella politica]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/?p=61</link>
<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 14:37:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sognare, in politica, fa bene o fa male? I candidati premier alle prossime elezioni intavolano, in u]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Sognare, in politica, fa bene o fa male? I candidati premier alle prossime elezioni intavolano, in un modo o nell’altro, un discorso politico immaginifico ed onirico. Il leader sognatore non è una novità; ma lo è per lo meno, questa volta in Italia. Berlusconi è dal 94 che incarna più che l’uomo dei sogni, l’uomo della Provvidenza e l’unto del Signore: dimensione trascendente, più che onirica, si direbbe. Lui, uomo d’azione, che ha creato un impero finanziario e messo su il Milan dei campioni, nonostante le sue credenziali imprenditoriali, si esalta nella sua vocazione poetica: d’altronde poesia viene dal greco <em>poieo</em>, fare. Quindi fra intraprendere e poetare ci sarebbe più di un’affinità. Evidentemente, se dalla tua agiografia imprenditoriale espungi il ruolo di Craxi, vale la pena traslare anche le tue gesta imprenditoriali sul piano simbolico.</p>
<p class="MsoNormal">Negli anni scorsi, al Cavaliere, si è contrapposto Prodi, l’uomo dell’IRI, il grigio burocrate. Le sue vittorie hanno avuto un duplice significato. Nella prima vittoria elettorale era ancora presente la dimensione del sogno: per quanto Prodi si presentasse come l’uomo dell’efficienza, il burocrate di professione, la sua prima vittoria fu sospinta dal sogno del “popolo della sinistra” di vincere, finalmente, le elezioni, dopo cinquant’anni di dominio democristiano e una manciata di governi “tecnici”. Prodi, però, ha riaffermato subito la natura “effimera” dei sogni: dobbiamo fare sacrifici, entrare in Europa, il Patto di stabilità e bla, bla, bla. “Italiani! Sveglia!” Il pragmatismo ed il realismo, pur dopo un’altra vittoria, sono costati alla fine a Prodi, probabilmente, la fiducia da parte degli elettori: oggi, nessuno potrebbe pensare che egli sia rieleggibile. Ed ecco, infatti, che ritorna il sogno: Veltroni. “Cambiamo. Cambiamo l’Italia. Si può fare. L’Italia ha bisogno di. Ma anche. Mettiamo insieme laici e credenti, operai e industriali”. Insomma, Veltroni, è un grande leader sognatore; proietta fortemente l’attenzione pubblica sul futuro, eccitata l’idea del cambiamento.<span><br />
</span>Poi, oggi, abbiamo Bertinotti: un nuovo tipo di sogno, forse. Nella comunicazione massmediatica egli è dipinto come l’utopista: l’uomo che vuole cambiare il sistema, che sogna un mondo più equo, di pace, di democrazia dal basso, diritti civili, responsabilità ambientale. Benchè alla sinistra abbiano ricucito addosso questa etichetta di sognatori par excellence, la comunicazione di Bertinotti, però, non utilizza sogni. D’altronde egli è l’erede del socialismo scientifico e la scienza non si trastulla. Il leader della Sinistra Arcobaleno non agita più il tecnicismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, ma la sua comunicazione è, però, sempre tecnica, pur se fortemente imbevuta di umanesimo. “Il sistema economico è insostenibile”; “il paradigma energetico si basa su fonti non rinnovabili”; “il sistema sociale si articola attraverso logiche non inclusive”. Insomma, il passionario Bertinotti è il meno sognatore di tutti.</p>
<p class="MsoNormal">Ma, ritorniamo alla domanda iniziale: si fa bene o male a sognare in politica? Il giudizio, in realtà, non può essere formulato una volta per tutte. C’è, infatti, chi ritiene che promettere e – nella stragrande maggioranza dei casi – non mantenere sia un tratto fondamentale dei sistemi democratici che funzionano attraverso un “deficit spending simbolico”. Le logiche sono quelle della manipolazione, della costruzione del consenso e del mantenimento del potere. Per Schumpeter, Pareto, Buchanan il sogno rientra nelle strategie delle elites politiche utilizzate per ottenere potere per il potere. Questo approccio, incentrato sul potere discendente, ovvero sul ruolo degli attori istituzionali, valuta il sogno negativamente. Ci sono però altre teorie meno severe. Molti osservatori hanno considerato anche positivamente il fascino carismatico di certi leader. Il problema è che un approccio istituzionale al potere carismatico, che interpreta, cioè, il potere dall’alto verso il basso, mette in evidenza anche la natura autoritaria e leaderistica di questo <em>government</em>; sono leader carismatici figure positive come Lincoln, Kennedy o Churchill, ma soprattutto personaggi come Mussolini e Stalin.</p>
<p class="MsoNormal">Un contributo meno allarmato riguardo l’importanza dei sogni in politica, però, ci viene dagli studiosi di <em>policies</em>. Questo approccio si basa sull’idea che le politiche non siano esattamente ciò che ha legiferato il Leviatano, ed il potere fra governanti e governati è bidirezionale: nella catena del policy making, ci sono molti attori coinvolti, ed ognuno manipola le risorse in modo autonomo; ed il risultato reale delle politiche può essere diametralmente opposto da quanto progettato in seno alla Politica. Bryson sostiene che ciò che una <em>policy</em> è, è determinato da come gli attori la interpretano. Theodor Lowi, ad esempio, ha ampiamente descritto il concetto di policy making simbolico. Ciò che questi studiosi pongono in rilievo è che i discorsi, ed estensivamente, i sogni, saranno fondamentali nella costruzione dell’agenda politica, nell’interpretazione dei soggetti preposti alla implementazione della politica (governo, commissione, parlamento, regolamento amministrativo, parere amministrativo, operatore tecnico di sportello) e nella finale trasformazione della policy in un effetto reale (beneficiario finale del provvedimento). Si pensi, ad esempio, a tutti problemi interpretativi posti dall’applicazione delle norme. Da questo punto di vista, il sogno cessa di essere una proiezione del leader che investe chi è soggetto alla politica, ma diventa un interscambio fra governanti e governati.</p>
<p class="MsoNormal">I sogni, quindi, possono far bene alla politica: dipende dai sogni. E sta ai cittadini rimanere con gli occhi ben aperti.</p>
<p class="MsoNormal">Alessio Postiglione<br />
(pubblicato su <a href="http://www.notizieverdi.it" target="_blank">Notizie Verdi)</a></p>
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<title><![CDATA[La sanità USA]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/?p=47</link>
<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 10:55:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
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<description><![CDATA[&nbsp;
(pubblicato su Notizie Verdi del 16/11/07)
La sanità USA è una bomba ad orologeria. Chi la ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">&#160;</p>
<p class="MsoNormal">(pubblicato su Notizie Verdi del 16/11/07)</p>
<p class="MsoNormal">La sanità USA è una bomba ad orologeria. Chi la tocca, muore. Eppure non c’è Democratico che si rispetti che non si confronti col problema, anche al rischio di fare delle figuracce.</p>
<p class="MsoNormal">Hillary Rodham Clinton, una dei candidati principali alla presidenza USA per il dopo Bush, ha sfornato un gran bel programma di riforma del sistema sanitario americano. Il recente discorso di Des Moine (Iowa),<span>  </span>segna un nuovo tentativo da parte della senatrice di New York di cambiare il welfare dopo che proprio Bill Clinton era scivolato su un disastroso progetto, poi fallito, nel 1993. Da questo punto di vista la Clinton è in continuità con una tradizione che ha sempre visto il Partito democratico cercare di essere eletto su una piattaforma che prevedeva una riforma del Medicare e l’adozione di un sistema universale nazionale. Tradizione nobile e sfortunata, se è vero che, dall’istituzione del Medicare ad opera di Lyndon Johnson, tutti i presidenti democratici hanno fallito. Ora la senatrice torna alla carica con un piano che segue quello dei competitor Edwards ed Obama. Anzi, i più smaliziati sostengono che si tratti di una bozza copia di quella del senatore dell’Illinois. Comunque la Clinton ha dichiarato che stavolta ci riuscirà e che la nuova <i>policy </i>partirà da dove era fallito il marito. Insomma, qualora venga eletto un presidente democratico, assisteremo ad un nuovo capitolo di una storia il cui happy ending dovrebbe essere la nascita di un National Health Care.</p>
<p class="MsoNormal">Già, perché gli USA sono l’unico paese industrializzato al mondo a non avere un sistema sanitario universale gratuito per tutti i cittadini. Col paradosso che l’amministrazione USA paga la sanità universale in Afganistan ed in Iraq, ma non in patria. Ma non finisce qui. Il governo copre direttamente i costi legati alla salute per solo meno di un quarto della popolazione; eppure la sanità nazionale assorbe circa il 15% del PIL, facendo degli States uno dei paesi al mondo che spendono di più in questo settore (fonte: U.S. Census Bureau. August 2007). Un fallimento del mercato paradigmatico, visto che il sistema è un misto pubblico-privato che si regge sull’idea che il cittadino, qualora non indigente, possa scegliere su misura il programma sanitario che preferisce.</p>
<p class="MsoNormal">Purtroppo, alla faccia del giuramento di Ippocrate, il mercato nella sanità fallisce clamorosamente. Le asimmetrie informative fanno si che i cittadini siano in balia di medici senza scrupoli che li sottopongono a costose cure che non servono a niente. Il così detto <b>milk-skimming</b> comporta, addirittura, che gli studenti di medicina si specializzino solo in malattie diffuse, che “hanno mercato”; col rischio che se ti becchi qualche rara patologia, non ci sia chi te la sappia curare.</p>
<p class="MsoNormal">La sanità USA, quindi, è meno efficiente e costa di più. Certo i più facoltosi, attraverso le polizze private, saranno sicuri di essere curati nelle cliniche private migliori del pianeta; ma è una ristretta elite. Per gli altri, la musica è diversa. Gli USA registrano, infatti, la minore aspettativa di vita fra i paesi occidentali.<span>  </span>Ed intanto il Medicare, va sempre peggio: qualche mese fa la situazione finanziaria del welfare sanitario spingeva Daniel Altman, dalle pagine del New York Times, ad invocare: “Volete salvare il Medicare? Morite prima!”, visto che la gran parte delle risorse veniva assorbita da pazienti nell’ultimo loro anno di vita. Il sistema fagocita risorse ma non dà output. Ma la soluzione, però, non è meno Medicare, in quanto inefficiente, ma più Medicare.</p>
<p class="MsoNormal">Il sistema, infatti, ingenera <i>selezione avversa</i> e <i>azzardo morale</i>. Le persone, infatti, visto che sono coperte dal Medicare dopo i 65 anni, tendono a posticipare le cure e a scaricarle sul sistema pubblico, quando raggiungono quella età; con la conseguenza che molte cure, a quel punto, possono avere impatti alquanto relativi. Al contrario di quanto si pensa in Europa, poi, il problema sanitario statunitense non riguarda i poveri ma la piccola e media borghesia. Per gli indigenti il Medicaid è un sistema universale e gratuito. Il medio borghese, a fronte di quanto incide una bella polizza privata sul suo budget, può decidere, invece, di rischiare. “Non mi copro con l’assicurazione”, pensa. Corre, in pratica, il rischio di non potersi pagare le cure e morire. Oppure, cerca di arrivare ai 65 anni, dopo aver collezionato una serie di acciacchi che l’avranno fiaccato, per scaricare i costi sanitari sulla collettività. Ma a quel punto sarà diventato un <i>paziente non efficiente</i> che assorbe risorse e muore presto.</p>
<p class="MsoNormal">La situazione è socialmente disastrosa. Alcuni Stati americani hanno, infatti, legislato per rendere obbligatoria e più economica la polizza per tutti. Ma nonostante sia chiaro che il sistema non va, lo Stato centrale non riesce a riformarlo.</p>
<p class="MsoNormal">Hendrik Hertzberg, dalle pagine del New Yorker, suggerisce che lo scandalo è legato al sistema politico americano. Per perfezionare la riforma, infatti, il disegno di legge presidenziale deve passare per Camera e Senato, quasi interamente composte da rappresentanti espressione del potere finanziario, non inclini ad appoggiare un progetto lesivo dei loro interessi, anche se la maggioranza degli americani vuole un sistema europeo.</p>
<p class="MsoNormal">La Clinton ha prospettato una sorta di <b>National health insurance</b>, infatti, che costerebbe solo un terzo rispetto a Medicare. Il cittadino avrebbe la possibilità di scegliere quale polizza sottoscrivere, se pubblica o privata, e - con l’eccezione dei tycoon che amano le cliniche private dotate dei più incredibili lussi – la maggioranza opterebbe per il sistema pubblico, il cui costo individuale sarebbe assolutamente più basso. Un nuovo Medicare che liberebbe gli americani dalla possibilità di dover rischiare con la propria salute. Edwards, la Clinton ed Obama ci riprovano. Ce la faranno, questa volta?</p>
<p class="MsoNormal">Alessio Postiglione<br />
<i></i></p>
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</item>
<item>
<title><![CDATA[Nuove tecnologie, subito]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/?p=44</link>
<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 13:16:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
<guid>http://politiche.wordpress.com/?p=44</guid>
<description><![CDATA[La Rilevazione sulle tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione nelle imprese (anni 20]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">La Rilevazione sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione nelle imprese (anni 2005 e 2006), recentemente pubblicata dall’ISTAT, fotografa la diffusione delle ICT nelle imprese con almeno 10 addetti, esplicitando quale ritardo ci sia in Italia, soprattutto nelle regioni del <b>Mezzogiorno</b> (v. tab 1), in tema di Nuove Tecnologie.</p>
<p class="MsoNormal">&#160;</p>
<table class="MsoNormalTable" style="width:221pt;margin-left:3.5pt;border-collapse:collapse;" border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" width="295">
<tr style="height:45pt;">
<td style="width:48.45pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" width="65">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Imprese con personal computer</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Addetti che utilizzano computer</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:45pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Addetti che utilizzano computer   connessi ad Internet</span></p>
</td>
</tr>
<tr style="height:9pt;">
<td style="width:48.45pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" width="65">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Italia</span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">97</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">45,4</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">34,2</span></p>
</td>
</tr>
<tr style="height:10.5pt;">
<td style="width:48.45pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" width="65">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Nord ovest</span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">97,8</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">43,6</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:10.5pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">31,3</span></p>
</td>
</tr>
<tr style="height:9pt;">
<td style="width:48.45pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" width="65">
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">Sud e   isole</span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">93,6</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">27,2</span></p>
</td>
<td style="width:15.4pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="21">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;"> </span></p>
</td>
<td style="width:47.25pt;height:9pt;padding:0 3.5pt;" valign="bottom" width="63">
<p class="MsoNormal" style="text-align:right;" align="right"><span style="font-size:7pt;font-family:Arial;">19,1</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p class="MsoNormal">&#160;</p>
<p class="MsoNormal">Il <b>Rapporto Svimez </b>2007 sull'Economia del Mezzogiorno ha evidenziato, invece, come nel 2006 il Pil del Mezzogiorno sia cresciuto dell'1,5%; si tratta del maggior incremento registrato dal 2001  a oggi. Ma questo dato ci inganna. Si tratta, di fatti, di un incremento sempre inferiore rispetto alle altre zone del Paese. Una lettura comparata dei dati consente di ritenere il gap infrastrutturale tecnologico come uno degli aspetti chiave dell’attuale forbice. Il Sud va avanti; ma mentre gli altri corrono, le imprese dell’Italia Meridionale trottano. Il divario Nord-Sud, quindi, aumenta, non diminuisce; pure se il Sud migliora. Infatti, se analizziamo anche gli altri paesi della Unione europea, i nuovi stati membri sono cresciuti dal 2000 al 2004 del 5% in termini di Pil, ma il Mezzogiorno solo dello 0,4%. La competitività del sistema produttivo è, secondo i parametri Svimez, difatti, insufficiente; l’Italia Meridionale si attesta su livelli di investimento in ricerca e sviluppo dello 0,8% del Pil, mentre la media nazionale è dell'1,1% e quella europea  dell'1,8%. La stessa media nazionale, fra l’altro, è più bassa della media europea.</p>
<p class="MsoNormal">Uno studio della <b>Bocconi </b>(Net Impact) ha stimato, fra l’altro, che in Italia solo l’11,4% delle organizzazioni che operano sul territorio utilizza tecnologie IBS (Internet Business Solutions). Non siamo solo lontani dagli USA (61%) ma anche dagli altri paesi europei (47% medio tra Gran Bretagna, Germania e Francia).</p>
<p class="MsoNormal">Franco Arzano, presidente della <b>Commissione Economia Digitale</b>, difatti, ebbe a dichiarare nell’ambito di un convegno alla Banca d’Italia come “A fronte del ritardo italiano la Bocconi ha calcolato che esiste un evidente beneficio per le imprese ad adottare Internet Business Solutions: in effetti le organizzazioni oggetto dello studio che hanno adottato IBS hanno realizzato nel periodo 1996-2001 un risparmio di costi cumulato pari a 9.17 miliardi di euro e un aumento dei ricavi pari a 6.69 miliardi di euro”.</p>
<p class="MsoNormal">Il quadro generale è che, in pratica, in Europa fanno meglio di noi; e al Sud si fa di meno che nel resto del Paese.</p>
<p class="MsoNormal">I risultati delle rilevazioni sulla Ricerca e Sviluppo intra-muros (R&#38;S) in Italia, riferiti alle imprese, alle istituzioni pubbliche e alle istituzioni private non profit, pubblicati nell’ottobre 2007 dall’ISTAT, mettono ancora una volta in evidenza come sia necessario investire soprattutto sul settore della ricerca e dell’ICT per avviare un processo di sviluppo e come ciò sia avvertito come un’esigenza irrinunciabile da parte delle forze produttive. Il confronto tra i dati del 2004 e del 2005 nel rapporto SVIMEZ mette in evidenza un incremento significativo della spesa delle imprese (+7,7 per cento), con un leggero ridimensionamento della spesa delle istituzioni pubbliche (escluse le università; -0,8 per cento). Le imprese hanno bisogno di investire in formazione e nuove tecnologie e soddisfano questa esigenza, in pratica, da sole. E’ opinione comune che il prezioso ruolo dell’Università, fortemente ma esclusivamente legato al settore della ricerca di base, si debba estendere anche alla ricerca applicata e allo sviluppo sperimentale che – secondo R&#38;S intra-muros – è ancora principalmente finanziato dalle Imprese.<span>  </span>Il rapporto IRES Innovazione tecnologica nel Mezzogiorno del 2005, difatti, ritiene che “uno degli obiettivi primari per il Mezzogiorno [sia]<span>  </span>proprio lo sviluppo quantitativo e, soprattutto, qualitativo del sistema imprenditoriale, poiché l’incremento della competitività delle imprese passa attraverso la nascita e il consolidamento delle attività a più alta tecnologia”. Ed ancora, al Sud “l’80% della spesa è indirizzata verso l’acquisto di macchinari ed impianti e solo l’11% a R&#38;S. Questo dato ci aiuta a spiegare, in parte, anche la difficoltà delle imprese industriali meridionali ad avere una significativa percentuale innovativa nei processi di produzione”. Riguardo al ritardo del Sud, nelle analisi degli economisti, non è raro incontrare, quindi, una critica che ricorda la polemica crociana verso il primato meridionale della formazione “classica”. Sono le Università in ritardo? Le varie riforme, che promettevano alunni in linea con le richieste delle aziende, hanno fallito? In realtà ogni bagaglio culturale può risultare un vantaggio competitivo laddove le istituzioni riescano a connettere in modo virtuoso il sistema della formazione e delle Università con il mondo produttivo. Sia l’approccio neoistituzionale di <b>March &#38; Olsen</b> – ormai invalso come autorevole paradigma di sviluppo – che l’esperienza dello sviluppo locale avviata dalle amministrazioni negli anni 90 – sembrano indicare la possibilità che le strutture di <i>governance</i> attivino dei circoli virtuosi facendo si che le Università formino risorse skillate nei settori in grado di soddisfare gli stakeholder ed il mondo produttivo; incidendo, così, positivamente sul trend migratorio dei giovani del Mezzogiorno verso il Nord Italia. Gli attuali programmi avviati dai Ministeri competenti sembrano andare in questa direzione. E non è ancora agevole misurare l’impatto di tutte le scorse riforme universitarie. Sicuramente le nuove tecnologie possono portare rapidissimi tassi di crescita e sembrano, ormai, l’unica freccia che il meridionalismo può scoccare per accorciare il gap col Nord-Italia.</p>
<p class="MsoNormal">&#160;</p>
<p class="MsoNormal">Alessio Postiglione</p>
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]]></content:encoded>
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<item>
<title><![CDATA[CCS, Carbon Dioxide Capture &amp; Storage. Funziona?]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/?p=38</link>
<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 12:51:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
<guid>http://politiche.wordpress.com/?p=38</guid>
<description><![CDATA[Mentre le innovazioni tecnologiche ci consentono di ipotizzare un mondo il cui paradigma energetico ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Mentre le innovazioni tecnologiche ci consentono di ipotizzare un mondo il cui paradigma energetico sia più sostenibile, magari completamente formato da energie rinnovabili, forse queste stesse tecnologie potrebbero prolungare la vita di attività ritenute a ragione e fino ad oggi ecologicamente incompatibili, come le centrali energetiche a carbone. Naturalmente Notizie Verdi non ama questi grigi giganti che nel nostro immaginario restano saldati alle evocazioni dickensiane dei tetri <i>slums</i> della rivoluzione industriale. Cerchiamo, tuttavia, di capire cosa sta succedendo. Scremado, soprattutto, la scienza dall’ideologia di tutti gli <i>ambientalisti scettici</i> che liquidano l’ecologismo come <i>catastrofismo</i>.</p>
<p class="MsoNormal">E’ da circa dieci anni che si sperimenta la possibilità di catturare l’anidride carbonica prodotta dall’uomo e di iniettarla sotto terra, senza esternalità negative per l’ambiente. <span> </span>Il procedimento si chiama, tecnicamente, CCS, cioè Carbon Dioxide Capture &#38; Storage e, a detta dei suoi teorizzatori, potrebbe garantire una quadratura del cerchio, conciliando la sostenibilità ambientale ed inducendo effetti benefici sulle attività di sfruttamento del metano o del petrolio.</p>
<p class="MsoNormal">Il primo progetto fu varato dalla stessa società norvegese che sfrutta i giacimenti nel Mare del Nord, la Statoil, nel 1996. Il CCS prevede di separare dagli altri gas l’anidride carbonica - prodotta proprio dalla combustione di fonti fossili e quindi <i>a latere</i> delle attività di sfruttamento del petrolio, del gas naturale e del carbone - e di portarla allo stadio <i>supercritico</i>, trasformandola, attraverso un processo di concentrazione e compressione, quasi in un liquido: tecnicamente si può applicare il CCS anche in altri contesti di produzione di anidride carbonica, come nelle fabbriche di metalli, acciaio, ammoniaca e cemento. La CO2, dopo essere stata separata, trasportata, ed aver subito il procedimento di stoccaggio in assenza di atmosfera, viene iniettata nel sottosuolo sfruttando, semmai, proprio i gasdotti; viene così conservata nei giacimenti esauriti o negli acquiferi salini. L’ex giacimento deve essere a delle profondità tali da non correre il rischio di inquinare le falde acquifere e va, tuttavia, monitorato. I rischi per la salute e l’ambiente sarebbero i medesimi che portano i normali gasdotti; quindi ampiamente tollerabile. La selezione del punto di smaltimento adatto, dotato di uno strato di rocce porose in grado di assorbire la CO2, seguito da un mantello di rocce impermeabili, renderebbe il procedimento sicuro ed ecocompatibile. Per utilizzare il sistema di cattura ed interramento dell’anidride carbonica, inoltre, non è necessario aspettare la morte di un giacimento. Per consentire un adeguato sfruttamento delle riserve di petrolio già oggi le aziende ricorrono a delle iniezioni di acqua o gas. Questo significa che, in certi contesti, è possibile iniettare l’anidride carbonica prodotta dalle attività di sfruttamento del petrolio man mano che questa viene prodotta, consentendo allo stesso tempo un utilizzo più completo della riserva energetica. Insomma, si farebbe scomparire dal ciclo produttivo il maggiore effetto <i>spill over </i>negativo.</p>
<p class="MsoNormal">Il Terzo Report di Valutazione dell’IPCC (il panel intergovernativo che monitora i cambiamenti climatici) ha recentemente incluso il CCS nel portfolio di politiche di mitigazione che dovrebbero essere utilizzate per raggiunger gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, dopo molti anni durante i quali si è essenzialmente sottostimata quest’opzione. Lo stesso IPCC ha prodotto degli studi di fattibilità che evidenziano che, allo stato attuale della tecnologia, il CCS potrebbe essere un’opzione economicamente efficiente, qualora si presentino una serie di condizioni come la quantità di emissioni prodotte od il costo CO2 per tonnellata. Paradossalmente, quanto più un’attività è inquinante, cioè produce anidride carbonica, tanto più il CCS funzionerebbe. I costi di questa <i>policy</i> variano a causa di vari fattori: il tipo di impianto, il posto scelto per l’interramento, i costi di trasporto legati alla distanza del sito di interramento dal sito di compressione, i costi di monitoraggio del sito di interramento; i costi più alti sono, comunque, quelli di compressione. Per rendere il CCS economico e concorrenziale, però, sarebbero necessarie una serie di misure di incentivo pubbliche.</p>
<p class="MsoNormal">Gli scenari ipotizzati dal panel affermano che nella riduzione dei gas serra il CCS potrebbe, nel 2100, giocare un ruolo sempre crescente, fino alla possibilità di incidere al 55% rispetto alle altre opzioni di mitigazione dei gas serra. Ma, visto che si richiede l’intervento della <i>longa manus</i> dell’erario, vale la pena riflettere se valga la pena finanziare il CCS, piuttosto che altre <i>policies</i>.</p>
<p class="MsoNormal">Restano, tuttavia, delle perplessità di merito. L’idea che l’ecologismo sia anti-industriale è un pregiudizio ideologico di chi vuole inquinare, continuando a scaricare i costi sulla comunità. Ma come valutare una <i>policy</i> che renderebbe proprio gli industriali legati al carbone i paladini dell’ecologia? In realtà è lo Stato che dovrebbe farsi carico di molti costi legati alla possibilità di interramento della CO2. Il risultato immediato è che questi giacimenti sarebbero meglio sfruttabili dalle aziende. Costi pubblici e benfici privati? I paladini del CCS sostengono che gli incentivi statali sarebbero finalizzati all’interramento dell’anidride carbonica, seppur realizzando un vantaggio per le aziende. Il problema è che questo meccanismo potrebbe funzionare in un contesto popolato da <i>industriali etici</i>, dove non ci sono <i>asimmetrie informative</i> fra i proprietari dei gasdotti e le Istituzioni. E’ sbagliato avere un pregiudizio circa la non eticità delle aziende del settore; ma l’esperienza ci suggerisce che è meglio avere qualche perplessità. Chi garantisce che il gasdotto di proprietà della compagnia sia sicuro per iniettarvi la CO2 senza rischio di inquinamento? Possiamo chiedere che siano le stesse società interessate a certificare il processo? E’ ovvio che lo Stato dovrebbe accollarsi dei costi di gestione, monitoraggio e valutazione enormi; per poi finanziare un’attività che – seppur sicura e compatibile – migliora la redditività delle aziende e le libera, inoltre, dai costi di inquinamento. In questo quadro, la sensazione è che le Istituzioni, per combattere l’inquinamento e mantenere in vita le centrali di carbone, sostengano dei costi nettamente maggiori rispetto ad altre opzioni sul tavolo che semplicemente cancellano l’opzione carbone.</p>
<p class="MsoNormal"> <i>Alessio Postiglione</i><br />
(pubblicato su Notizie Verdi)</p>
]]></content:encoded>
</item>

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