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	<title>relazioni-logopedista &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/relazioni-logopedista/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "relazioni-logopedista"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 10:55:44 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[A Scuola col Terapista]]></title>
<link>http://logopediaunipa.wordpress.com/?p=36</link>
<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 11:10:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>LogopediaUniPa</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’ascolto e l’osservazione del disagio sono armi potenti per capire diversi stati di malessere]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;"><img class="alignleft" style="float:left;margin-left:10px;margin-right:10px;" src="http://farm2.static.flickr.com/1238/1408691381_112e7a8fc7.jpg" alt="fato da flickr" width="240" height="333,3" />L’ascolto e l’osservazione del disagio sono armi potenti per capire diversi stati di malessere che portano a comportamenti sconnessi. Quando si è piccoli e non si ha la capacità di selezione e di concentrazione necessaria per gestire le proprie energie e potenzialità si può giungere a un apprendimento dispersivo e il più delle volte confusionario. Altrettanto destabilizzante all’età di 7-8 anni può essere avvertire un limite e non avere nessun modo per superarlo o almeno “metterci una pezza”. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">I </span><span style="color:#333333;"><strong>bambini</strong></span><span style="color:#333333;">, d’altronde, tendono a isolare chi non fa parte del gruppo, chi è </span><span style="color:#333333;"><em>“diverso”</em></span><span style="color:#333333;">, </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;">acuendo ulterioremente il problema</span></span><span style="color:#333333;">. La </span><span style="color:#333333;"><strong>scuola</strong></span><span style="color:#333333;">, in genere, risponde con una serie di attività mirate all’integrazione e, nella più rosea delle ipotesi, il bambino con difficoltà di apprendimento è in cura da un logopedista. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">Raramente il piccolo che va dal logopedista per la prima volta si fida: crede che il terapista sia una specie di dottore, con l’aggravante di doverlo vedere almeno due volte a settimana. Ci mette un po’ di tempo per capire che lo specialista è lì per aiutarlo a trovare un metodo di sopravvivenza alternativo ai limiti scolastici o per canalizzare meglio le sue grandi potenzialità. </span><!--more--></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">Ci sono continui studi sulle tecniche utili alla riabilitazione dei bambini con<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>disturbi dell’apprendimento</strong></span><span style="color:#333333;"><strong> </strong>o di<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>iperattività</strong></span><span style="color:#333333;"><strong> </strong>e una soluzione si trova sempre, </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;">purché si collabori insieme per la buona riuscita del trattamento</span></span><span style="color:#333333;">. In alcune scuole sono stati promossi corsi ad hoc per sensibilizzare gli insegnati sul problema, ma spesso il sintomo è così nascosto dai comportamenti sconnessi (messi in atto per reagire ai propri limiti o all’incapacità di dare ordine alle proprie potenzialità) che si nota solo la punta dell’iceberg, vale a dire la risposta emotiva al problema. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">Se qualcuno<em> </em></span><span style="color:#333333;"><em>“sbrocca”</em></span><span style="color:#333333;"><em> </em>e non ci sono problemi mentali, </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;">c’è sempre un motivo valido</span></span><span style="color:#333333;">. Se ho difficoltà nel riconoscere le lettere sul foglio, non sono capace di legarle, non riesco a concentrarmi sulla parola scritta, ho problemi ad analizzare la struttura delle parole che scrivo, non sono in grado di recuperare in modo naturale informazioni utili da un brano letto o scritto e, soprattutto, non ho un metodo per porre rimedio a questi problemi, va da sé che </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;"><span style="text-decoration:none;">“dò di matto”</span></span></span><span style="color:#333333;">. In più, nel caso dei bambini che frequentano le elementari,<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>le madri</strong></span><span style="color:#333333;"><strong> </strong>sono spesso manifestamente in pensiero, mentre<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>le maestre</strong></span><span style="color:#333333;"><strong> </strong>vanno a chiedere consigli e cercano apertamente aiuto (il problema delle insegnanti è che sono esperte nella didattica e nella pedagogia,<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>ma non hanno studi di neuropsicologia</strong></span><span style="color:#333333;">, pertanto possiedono mezzi di intervento che, però, possono non funzionare perchè non adattati alla struttura cognitiva degli alunni in difficoltà): il disagio del bambino, in definitiva, </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;">cresce</span></span><span style="color:#333333;">. Più di una volta nella mia pratica logopedica ho sentito i bambini manifestare la loro preoccupazione riguardo a cosa pensasse la mamma di loro. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">Il logopedista ha la possibilità di adattare i metodi e le tecniche al problema specifico. È vero, infatti, che ci sono procedimenti ed esercizi quasi universali, che vanno bene un po’ per tutti i casi, ma </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#333333;">solo nella specifi cità si può trovare un risposta davvero valida</span></span><span style="color:#333333;">. La </span><span style="color:#333333;"><strong>collaborazione aperta e costruttiva</strong></span><span style="color:#333333;"><strong> </strong>fra coloro che lavorano per aiutare il bambino in difficoltà porta a uno<strong> </strong></span><span style="color:#333333;"><strong>scambio di competenze utile per tutti</strong></span><span style="color:#333333;">: la maestra potrà trasmettere al logopedista la sua esperienza didattica e questi, a sua volta, potrà illustrarle le tecniche che possono aiutare il bambino a gestire la propria diversa abilità e sentirsi più simile al gruppo. Spesso con le insegnanti il problema principale è l’assenza di un vocabolario comune. Anche le mamme vanno sempre coinvolte e informate sul percorso di aiuto e, se hanno modo, possono dare una mano in modo concreto. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#333333;">Concludo questa trattazione un po’ astratta con un piccolo cammeo. <br />
Un giorno mi arriva un paziente di 9 anni, affranto perché aveva fatto terapia, ma non ne era uscito bene. Si siede di fronte a me con lo sguardo ferito di chi ne ha sentite troppe. Mi confida che ha fatto tutti i test e le altre cose a cui ti sottopongono i foniatri e le logopediste: sa bene quello che ha, me lo può anche descrivere con termini miei perchè è un “veterano” della terapia.</span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#333333;"><em>«Bene», gli dico, «dal momento che sai già tutto, perchè sei qui?».<br />
Lui abbassa la sguardo e dice: «Non odio le lettere, solo che non le capisco».</em></span></p>
<p style="text-align:right;"><a title="vai al Blog " href="http://lofaanchebaricco.splinder.com/" target="_blank"><span style="color:#333333;"><em><strong>Roberta Scotto Galletta</strong></em></span></a></p>
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