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	<title>scientismo &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "scientismo"</description>
	<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 16:59:44 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[BREVE STORIA FILOSOFICA DELL'OCCHIO (3) di V. Binaghi]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=508</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 15:55:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
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<description><![CDATA[(Pubblicato in &#8220;Per la Filosofia&#8221;, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

L&#8217;OC]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Pubblicato in "Per la Filosofia", numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)</em></p>
<p><img src="http://web.tiscali.it/violator/Bachel.gif" alt="bachelard" /></p>
<p><strong>L'OCCHIO DEL POETA </strong></p>
<p>Quando lo conobbi Gaston Bachelard era già quel vecchio dai lunghi capelli e la barba bianchi, il feltro sul capo e l'inseparabile bastone - così lo ritraggono le ultime, rare fotografie, dove però si perde l'acqua viva di quegli occhi eternamente fanciulli.<br />
Io venivo dalla provincia, entusiasta lettore dei suoi libri di filosofia della scienza e da tempo sostenevo le sue teorie presso gli amici dell'Università: la scienza, un surrazionalismo che nulla ha da spartire con le facili seduzioni del senso comune, un pensiero che non trova ma costruisce i suoi ogggetti nella purezza di geometrie troppo veritiere per essere tangibili!<br />
Volevo conoscerlo a tutti i costi. Me lo indicarono nei giardini dell'Università: assorto e sorridente, il veçchio contemplava la segreta intimità di un nido di merli, intravisto sul ramo di un 'antica quercia. Non era affatto come l'avevo immaginato.<br />
Poi mi dissero di quell'altra stranezza: da qualche tempo Bachelard, parallelamente ai suoi corsi epistemologici sul pensiero matematico e la fisica contemporanea, teneva un corso libero sull'immaginazione poetica, per la gioia dei numerosissimi studenti che lo affollavano. Il cosmo dei poeti? Ne rimasi addirittura sconcertato.<br />
Ma quando andai ad ascoltarlo, la mia perplessità si mutò in entusiasmo.<br />
Cominciai persino a disertare i corsi di matematica per seguire il vecchio che cantava la poetica delle fiamme danzanti nel camino. Il desiderio di conoscerlo divenne irrefrenabile: finalmente, qualche settimana dopo il mio arrivo a Parigi, mi fu presentato.<br />
L'uomo era singolare, assolutamente fuori dal tempo: detestava la città, il cinema, lo sport, il jazz, l'auto e il telefono (1). Sapeva di essere quasi una leggenda tra gli studenti, ed anche di questo sorrideva senza fastidio e senza vanità, ma i suoi motti di spirito erano terribili, non risparmiavano neppure i colleghi: risuonava in essi intatta l'arguzia contadina della sua nativa Champagne.<br />
<!--more--><br />
Insomma, appena potei avvicinarlo, volli dirgli d'un fiato tutta la mia ammiirazione. Poi cominciai a porgli questioni sull'ultimo suo grande libro, « Le rationalisme appliqué». L'intelligenza era prodigiosa, eppure discreta: preferiva meravigliare mostrando architetture che dare l'impressione di contribuire all'ediificio - un maestro eccezionale. Ma quando uscimmo in giardino lo vidi ancora assorto come un monello con lo sguardo tra le fronde a spiare nidi. E allora non potei fare a meno di chiedergli ragione di quello stravagante parallelismo che mi aveva inquietato. Perché, insieme alla serietà della scienza, insegnare a leggere, ad immaginare il cosmo animato dei poeti?<br />
Il filosofo ridacchiò. Poi prese a raccontare:<br />
« Passando dalla pratica e dall'insegnamento delle scienze alla fiilosofia, io non mi ero sentito così soddisfatto come avevo sperato. Cercai invano la ragione della mia insoddisfazione fino al giorno in cui, alla facoltà di Dijon, sentii per caso in un corridoio uno studente che parlava del mio universo pastorizzato. Fu un 'illuminazione per me; si trattava dunque di questo: un uomo non può essere felice in un mondo sterilizzato, dovevo al più presto far pullulare e brulicare i microbi nel mio mondo, per riportarvi la vita. Così corsi ai poeti e mi misi alla scuola dell'immaginazione (2). Dalla cattedra e nel laboratorio il pensiero percorre faticosamente la geometrica trama dei concetti, respingendo la seduzione delle immagini e superando con le lenti l'imperfezione dell'occhio, l'imperfezione del mondo soltanto veduto. Ma la sera, accanto al fuoco, vivo coi poeti nel cosmo grande e bello delle immagini. Qui, come una volta scrisse Jaspers, "ogni essere sembra in sé rotondo", perché le cose dimorano in quieta, regale intimità non appena il pensatore si toglie gli occhiali e diventa spettatore dei suoi sogni. Oppure, l'altra immagine di Rodin che vi è tanto piaciuta: "ogni essere non è che il limite della fiamma che lo abita" - non è questa cosmologia ignea un paradiso per la fantasia? Ecco che il mondo è un concerto di desideri, perché il fuoco saetta inappagato fino al cielo come l'amore, e in ogni cosa l'anima è volatile speranza. Rotonde come il riposo, fiammeggianti come lo slancio vitale, le cose parlano il linguaggio dell'anima e in questo cosmo si può abitare felici, riconoscendo al sogno ed alla notte i loro diritti».<br />
« Ma, professore», domandai, « questo significa dunque che Bellezza e Verità non possono mai incontrarsi?»<br />
« Certo, anche se non sempre fu così. All'alba della coscienza, gli uomini viidero in questo mondo un grande corpo, e nel cielo stellato parole scritte per l'anima dall'Anima. Allora la felicità del sogno dimorava fra le cose e le cose avevano gli stessi palpiti del cuore. Questo accade anche a noi, quando la luce del sole tramonta dietro le montagne e, nell'ultimo baluginare del crepuscolo o nel primo dell'aurora, la coscienza ritrova il gusto dell'origine, come un bimbo che vive in noi sempre disposto a dare inizio all'avventura del pensiero, che princiipia dalla meraviglia. Ma il cannocchiale di Galileo ha liberato la scienza dalla confusione delle immagini, consegnandole per sempre al libro dei poeti, dove la felicità ha la sua legittima sede».<br />
Ci fu poi silenzio, un lungo istante. Improvvisamente mi balenò in mente un 'idea assurda - sì, quasi pazzesca - che non potei trattenermi dal comuniicare: « E se ... se un cosmo che non si può abitare con tutta l'anima fosse anche non del tutto vero? Insomma, non ha mai pensato che in quel famoso cannocchiale di Galileo ci sia qualcosa che non va?»<br />
Bachelard scosse benevolmente il capo: « No, no ragazzo mio. Se continua coosì lei non sarà mai un uomo di scienza. Dia retta a me: pensare di giorno, sognare di notte - questa è la regola aurea».<br />
Quando me ne andai, il vecchio professore rimase sorridente e meditabondo, come noi studenti lo avevamo sempre visto, seduto su una panchina dei giardini dell'università.<br />
Quanto a me, non sono mai riuscito a capire come potesse vivere in due mondi. Ma erano davvero due? È vero, il libro della Scienza e quello della Poesia restavano ben distinti sullo scaffale, uno per il giorno, l'altro per la notte - ma non era lo stesso, puro sguardo di bimbo ammirato che ne scorreva le pagine? L'unità era forse nascosta in quel candore di cui il vecchio serbò per sempre il segreto.<br />
Io? Io non divenni uomo di scienza: non volli edificare mondi inabitabili. Nemmeno mi posi al seguito dei poeti: che farsene della gioia, se avvelenata dall'irrealtà? Coltivare la filosofia? Ma possiede la filosofia un luogo suo proprio, in mezzo a questa crudele alternanza? Il mio brillante ingegno sta invecchiando in solitudine, e spesso sogno di tornare da lui, dal vecchio Bachelard, per interrogarlo sulla mia vocazione impossibile. Ma egli se n'è andato da tempo. Morì, in quella casa in pieno centro di Parigi dove viveva come un contadino, il 16 ottobre 1962 .. </p>
<p>(1) Queste notizie in P. Quillet, <em>Bachelard</em>, Paris, Seghers 1964.<br />
(2) Questa dìchiarazione in L. Guillermit, "Bachelard ou le renseignement du bonheur", in <em>Annales de l'université de Paris, I,</em> (1963), pp. 40-45. </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[BREVE STORIA FILOSOFICA DELL'OCCHIO (2) di V. Binaghi]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=507</link>
<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 17:52:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.it.wordpress.com/2008/06/22/breve-storia-filosofica-dellocchio-2-di-v-binaghi/</guid>
<description><![CDATA[(Pubblicato originariamente in &#8220;Per la filosofia&#8221;, n.18, aprile 1990)

L&#8217;AVVENTURA]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Pubblicato originariamente in "Per la filosofia", n.18, aprile 1990</em>)</p>
<p><img src="http://www.martinfrost.ws/htmlfiles/gazette/david_hume2.jpg" alt="David Hume" /></p>
<p><strong>L'AVVENTURA DI MISTER HUME </strong></p>
<p>Non sappiamo come e quando, né a quale prezzo, ma è certo che David Hume entrò un giorno in possesso del cannocchiale di Calileo.<br />
Rimirò a lungo il prodigioso strumento, ma, trovando insulso lo spettacolo delle distanze cosmiche - a che pro affaticarsi attorno a stupide palle di fuoco? - decise di puntarlo su di sé, per sondare gli inesplorati recessi della natura umana.<br />
A tutta prima lo spettacolo inusitato lo stupi grandemente: vide le squame minute sul palmo delle sue mani, geometricamente disposte come tessere di un mosaico, vide il pallore del suo ventre sollevarsi come una duna nel deserto mentre una sconosciuta vertigine si apriva nell'umido cratere dell'ombelico. Poi volle scrutare gli anfratti della mente per disegnare una mappa del corso dei suoi pensieri. Molte cose contemplò: la traccia dei cammini, il luogo degli incontri, i sottili urti delle immagini e gli impercettibili interstizi per cui si avvicendano e si incastrano, quasi calamitandosi. E avendo percorso in lungo e in largo paesaggio e sentieri senza trovare traccia del viandante, pensò di abbandonare la sua ricerca sulla natura umana, giudicando il suo oggetto inesistente.<br />
Poi però, fulminato da un lampo d'arguzia tutta scozzese, decise di scrivere un dettagliato resoconto di quella strana indagine, per lasciare ai posteri un enigma sibillino da risolvere: è possibile che il risultato più sublime della Scienza sia proprio l'estinzione dello Scienziato?<br />
Qualcuno, da Konigsberg, avrebbe raccolto la sfida. </p>
<p><img src="http://pesanervi.diodati.org/pn/doc/occhiali.jpg" alt="occhiali" /></p>
<p><strong>IL TEMPO DEGLI OCCHIALI </strong></p>
<p>Quel benedetto cannocchiale giunse alfine tra le mani del professor Kant. L'orologio di Konigsberg pensò per una volta di fare l'orologiaio, e così smontò lo strumento. Vi trovò due lenti rotonde. E disse: «Ogni cosa appare tonda perché le lenti sono tonde. Le lenti sono tonde perché l'occhio è rotondo. E se vi fosse da qualche parte un occhio quadrato?» Questo pensiero dapprima lo rese alquanto inquieto.<br />
Poi si riprese, anzi gli venne un 'idea rivoluzionaria, quasi copernicana. Disse: «L'unico modo per non dubitare delle lenti è quello di non toglierle mai». Così armeggiò per un quarto d'ora finché ne ebbe fatto un paio d'occhiali, che inforcò soddisfatto sul naso.<br />
Veramente avvertì durante l'operazione qualcosa come un sottile disagio, un piccolo pensiero, solo un insetto fastidioso, sia chiaro - perché gli venne in mente che per costruire gli occhiali stava lavorando senza lenti. Ma l'opera era ormai terminata e adesso il mondo ridondava lucente e perfetto come la sfera di Parmenide, senza più fessure.<br />
« Scienza e scienziato sono una cosa», disse.<br />
E si affrettò ad uscire: era tempo per la passeggiata, e i bravi cittadini di Konigsberg erano impazienti di regolare gli orologi. </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[BREVE STORIA FILOSOFICA DELL'OCCHIO(1) di V. Binaghi]]></title>
<link>http://valterbinaghi.wordpress.com/?p=505</link>
<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 17:12:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>vbinaghi</dc:creator>
<guid>http://valterbinaghi.it.wordpress.com/2008/06/21/breve-storia-filosofica-dellocchio1-di-v-binaghi/</guid>
<description><![CDATA[
(Pubblicato in Per la Filosofia, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)
Come andò che il mondo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.istitutocalvino.it/studenti/siti/galileo/Grafica/Cannocchiale.jpg" alt="cannocchiale di Galileo" /></p>
<p>(Pubblicato in <em>Per la Filosofia</em>, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)</p>
<p><em>Come andò che il mondo delle forme e delle immagini si dissolse come un sogno, per lasciar posto al regno della quantità e della misura? Quale intelletto amputato del cuore ha perpetrato il divorzio tra Bellezza e Verità? Domande tremende, cui si può rispondere solo col sorriso sulle labbra, se non si vuole precipitare nella vertigine che esse aprono sotto ai nostri piedi post-moderni. Così, mi è tornata in mente questa favola filosofica, che scrissi molto tempo fa, con l'irriverenza di un trentenne ancora fresco di studi, che credeva ancora di poter smascherare la menzogna del mondo. Ve la propongo in tre puntate.</em></p>
<p><strong>IL CANNOCCHIALE DI GALILEO </strong></p>
<p>« Come punge la barba del tuo babbo!» mormorò stancamente Galileo. E abbbozzò un vago sorriso che mal celava la pena. Poi, staccando la sua dalla guancia emaciata del bimbo, sospirò. Quale mai poteva essere la causa di quello strano, improvviso malore? Il suo figlioletto da due giorni non mangiava più; non sorrideva, né rispondeva alle richieste accorate del genitore: ma una lacrima, come un malinconico gioiello, brillava nell'occhio grande e puro.<br />
Arrivò il cerusico. Lo visitò, si grattò la barba e chiese: « Hai masticato delll'erba cipollina?»<br />
Il bimbo scosse il capo.<br />
« La fantesca ti ha sgridato?»<br />
Altro cenno di diniego.<br />
« Per caso hai giocato vicino alla casa di Matelda - tutti sanno che quella vecchia è una strega -?» Niente.<br />
Il dottore tornò a grattarsi la barba, non sapendo più che chiedere. Poi gli venne un 'idea improvvisa. «Quali giochi hai fatto l'altrieri, figliolo?» Il bimbo, sempre in silenzio, alzò il braccio ed indicò il cannocchiale di Galileo, che giaceva in un angolo della stanza - e in quel momento perfino a Galileo, l'orgoglioso esploratore dei cieli, parve un oggetto strano, dall'aria quasi sinistra.<br />
<!--more--><br />
« Ecco dunque», esclamò trionfante il medico: « ecco dunque la probabile causa del male. Post hoc, ergo propter hoc: in medicina quasi sempre il principio è valido» e, dopo la sentenza, assunse un'aria alquanto sussiegosa.<br />
« Ma come!», fece indispettito lo scienziato: « uno strumento meraviglioso, un portento destinato a togliere i veli dell'ignoranza, a svergognare i pedestri discepoli di Aristotele, ad aprire al genio umano nuovi, luminosi sentieri, come può essere causa di malore?»<br />
« Quali sono dunque», s'informò il cerusico, « le grandi scoperte che avete fattto con questo tubo stravagante?», e, presolo in mano, lo rigirava non senza un certo timore reverenziale.<br />
« Sappiate», cominciò Galileo, « che con questo si vedono voragini e montagne nella luna, e macchie nel sole, e nuovi astri mai visti in passato! L'antico pregiudizio della nobiltà delle stelle - corpi perfetti e sferici, diceva Aristotele, Dei immortali splendenti di una luce che nulla ha a che vedere coi tiepidi barlumi terrestri - l'antico pregiudizio è tolto per sempre: il cielo è vicino alla terrra, il cielo è come la terra e nessuna insormontabile altitudine può più umiliare le pretese dell'intelletto!»<br />
Fu allora che l'anziano medico sorrise: « Ecco spiegato dunque», disse, « ecco spiegato il mistero. Il bimbo è infelice non per ciò che ha visto, ma per ciò che non ha più potuto vedere. Non capite che il vostro cannocchiale avvicina le cose lontane solo perché riduce il grande al piccolo, il nobile all'usuale, il cielo alla terra? Il bimbo è triste perché suo cibo è la Bellezza. Quale meta darete ora voi, violatore dei cieli, alle ali del suo spirito, quando nella notte chiamerà a gran voce il suo ristoro?».<br />
Il cerusico se ne andò e Galileo rimase solo e pensoso, al capezzale.<br />
Nei giorni seguenti tentò di spiegare al bambino che c'è un Cielo invisibile oltre il cielo, che non si può vedere nemmeno col cannocchiale, dove regnano perfette ghirlande di luce ...<br />
Ma il bimbo restava muto, senza capire: nell'antico cerchio della poesia, l'occhio e lo spirito non volevano saperne di lasciarsi. </p>
<p><img src="http://lab4.psico.unimib.it/img/cartesio.gif" alt="ottica cartesio" /></p>
<p><strong>UNO SGUARDO REGALE </strong></p>
<p>Cartesio si svegliò all'alba di un mattino d'aprile. Un raggio di sole filtrava tra le imposte, risvegliando figure dal torpore della stanza. Lo sguardo e la luce gli parvero una sola cosa, perché la notte svaniva come una favola stravagante, narrata ad un bimbo malato.<br />
Tutto si destava e rispondeva come ad una voce, eppure tutto gli parve muto ed imbelle tranne lo sguardo, lo sguardo che suscita forme dal nulla e dà luogo e nomi alle cose.<br />
Le solite cose. Eppure ad un tratto - poema dell'occhio e di grazia veduta! - il mondo gli parve avanzare stillante rugiada, bello come nuda fanciulla che esce dal lago.<br />
« Che è mai questo?» brandì febbrilmente il cannocchiale di Calileo - lo teneva sempre sul comodino - e guardò meglio. Con grande sollievo, numero e misura ristabilirono gli usati percorsi, e l'inquietante visione tornò a ricomporsi nelle domestiche geometrie della res extensa.<br />
«Misuro, dunque regno», disse: «mirabile è la mia corona, che mi sottrae alll'importuna lusinga delle forme. Ah, sirena delle sfere! Il filosofo non teme più le tue malìe: che altro è il cerchio se non un poligono d'infiniti lati?»<br />
Riaccomodò il guanciale e chiuse gli occhi. Mentre il sole sostava ammirato nel cielo come un servo fedele e discreto, si perdeva nel silenzio quel segreto, breve sussulto della ghiandola pineale. </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Relatività o Relativismo?]]></title>
<link>http://jacopomogicato.wordpress.com/?p=130</link>
<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 13:21:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>odorojodo</dc:creator>
<guid>http://jacopomogicato.it.wordpress.com/2008/04/29/relativita-o-relativismo/</guid>
<description><![CDATA[
Su consiglio di un amico sono andato a leggermi questo piccolo scritto di Guido Copes, un mio coeta]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/CC7Sg41Bp-U'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/CC7Sg41Bp-U&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p>Su consiglio di un amico sono andato a leggermi questo piccolo scritto di Guido Copes, un mio coetaneo. Scrive sulla differenza tra Relatività e Relativismo e sul fraintendimento che si è creato intorno a questi concetti ben differenti tra loro. Povero Albert Einstein.<!--more--></p>
<p><em>Recentemente, si sente spesso una parola fuoriuscita dai ristretti circoli culturali, che caricata di particolari significati sembra mobilitare due opposti schieramenti. Sto parlando del termine “relativismo”, che è difeso strenuamente da un eterogeneo gruppo di persone, contro una presunta “guerra” mossagli prevalentemente da ambienti religiosi e specificatamente cattolici. Per cercare di capirci qualcosa, è necessario innanzitutto fare un po’ di chiarezza concettuale.</em></p>
<p><em>Il relativismo può essere un principio metodologico per la ricerca scientifica, pienamente condivisibile, che impone di affrontare l’oggetto di studio senza preconcetti; oppure un principio etico che raccomanda la neutralità nei confronti delle varie idee, verità, culture ecc., tendendo però a scivolare verso un giudizio di valore: “tutte le idee, le verità, le culture… sono equivalenti”. In questo senso, il relativismo si presta a rivendicazioni anti-autoritarie e anti-gerarchiche, ma può essere usato anche dall’alto, pubblicizzato come neutrale riconoscimento delle differenze, per giustificare politiche segregazioniste o esclusiviste (a questo proposito vedi D. Cuche, La nozione di cultura nelle scienze sociali, il Mulino 2003, pp. 143-147). Un altro problema del relativismo etico è che può portare a una serie di forzature logiche, perché, spesso, affermare che tutte le presunte verità umane sono ugualmente verosimili coincide col ritenere che siano quasi false, o che non esista alcuna certezza. In filosofia, questa convinzione si traduce nella negazione di verità assolute in campo epistemologico.</em></p>
<p><em>Il “relativismo” di cui si sente parlare oggi, da parte di giornalisti, politici e religiosi, spesso è un concetto piuttosto confuso, ma che generalmente propende per l’accezione etica e il giudizio di valore. La sua base teorica è molto varia, oltre che vaga, includendo Protagora e lo scetticismo (a sua volta ampiamente frainteso), Galileo e le acquisizioni degli antropologi culturali (che però tendono a relativizzare il relativismo culturale, affiancandogli secondariamente l’etnocentrismo), il Teorema di Incompletezza di Gödel (1931) ecc. Tuttavia, il suo vero pilastro sembra essere la Teoria della Relatività di Einstein (1905) – vedi l’articolo di Furio Colombo su “Diario”, n. 26 anno X, intitolato Il diavolo relativista –. Ma le cose stanno veramente così?</em></p>
<p><em>La Teoria della Relatività non è una teoria della conoscenza, bensì una teoria scientifica, nata per cercare di superare le contraddizioni tra la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell e il precedente quadro meccanicistico. Einstein ipotizza che non esiste un “moto” assoluto, così come non esistono un “tempo” e uno “spazio” assoluti, ovvero, questi concetti sono “relativi”.</em></p>
<p><em>Da qui a sostenere che tutti i concetti siano relativi, però, c’è un salto logico inaccettabile. Inoltre, si potrebbe anche essere d’accordo sul fatto che tutte le verità umane siano relative, ma questo ancora non significherebbe negare l’esistenza di principi sempre veri. Sicuramente, Einstein non ha mai voluto sostenere ciò.</em></p>
<p><em>Colombo ritiene che il relativismo sia il fondamento della scienza e dei diritti umani, e sostiene che « al centro di tutto ciò che è cultura e scienza contemporanea sta la celebre affermazione di Einstein nella conferenza di Berlino del 1921: “Nella misura in cui sono certe non si riferiscono alla realtà” ». Stando a questa citazione, la frase che costituirebbe il fondamento della cultura e della scienza contemporanee sarebbe priva di soggetto, ma non è così, ed è probabile che sia stato omesso deliberatamente. Einstein, infatti, non si riferiva a un termine generale del tipo “tutte le convinzioni”, come lascia intendere Colombo, ma semplicemente alle « leggi della matematica », che « nella misura in cui si riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà ». Einstein intendeva dire che la matematica ha dei limiti nel descrivere la realtà, e da ciò deriva per gli scienziati la difficoltà di formalizzare ragionamenti che siano non solo validi, perché coerenti al loro interno, ma anche in grado di rendere conto dei fenomeni conosciuti. Continua Colombo: « Al centro di tutto ciò che è libertà e democrazia sta il fondamento irrinunciabile che nessuna verità è più verità di un’altra, che nella vita politica che (sic!) non si possono travalicare e sottomettere i diritti di una persona, che nessuna legge è voluta da Dio ». A parte la condivisibile ma ambigua affermazione sui diritti (quali diritti?, e anch'essi “relativi”?), però, questo non è il pensiero di Einstein, secondo cui « Dio non gioca a dadi con il mondo ».</em></p>
<p><em>Einstein era convinto che esistessero principi sempre veri, per così dire stabiliti da Dio, anche se sosteneva che lui li avrebbe concepiti meglio. Il compito degli scienziati è cercare di esprimerli attraverso leggi non dogmatiche, da ricercare e verificare sulla base delle mutevoli conoscenze. Inoltre, Einstein riteneva che fosse possibile unificare tutte le forze della natura in un solo principio, e a questo fine si è indirizzata la maggior parte delle sue ricerche, dalla Relatività Generale alla Teoria dei Campi Unificati. Era così convinto dell’intrinseca razionalità del mondo da opporsi strenuamente all’impostazione probabilistica della meccanica quantistica, che pure aveva contribuito a fondare.</em></p>
<p><em>La scienza moderna, d’altronde, dal principio di indeterminazione di Heisenberg (1927) in poi, ha riconosciuto semplicemente che la possibilità di conoscenza umana, nel campo teorico, ha dei limiti, ma questo non corrisponde ad affermare che, alla base del sapere, al principio di causalità si sia sostituito quello di casualità, come molti hanno frainteso, al punto da concludere che non esistono certezze, o che l’universo è governato dal caos.</em></p>
<p><em>L’incertezza sull’esistenza di principi sicuri, in ogni caso, non può esimere l’uomo dal ricercare la verità. Se accettiamo l’affermazione attribuita ad Einstein, secondo cui la vera libertà è la conoscenza razionale dei vincoli, allora, con la consapevolezza che non esistono osservatori imparziali, liberi da condizionamenti, possiamo stabilire con sicurezza che il metodo migliore per indagare la verità (per chi non la riconosca rivelata da Gesù e insegnata dalla Chiesa) sia il confronto dialettico del maggior numero di opinioni diverse. Risulta evidente che ciò è l’esatto contrario dello sterile relativismo etico, che ponendo teoricamente tutti sullo stesso piano, di fatto impedisce un vero confronto.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Resta quindi da chiarire come mai Colombo si sia impegnato tanto nella difesa di un principio così equivoco, al punto da mistificare la verità, o comunque da interpretare liberamente e con superficialità una teoria scientifica. A mio modo di vedere, questo atteggiamento, in realtà piuttosto comune, può essere spiegato riconducendolo alla crisi delle ideologie del mondo contemporaneo. Verosimilmente, molti intellettuali disorientati hanno aderito incondizionatamente a un relativismo assoluto in alternativa all’accettazione della perdita di ogni riferimento, o al riconoscimento di aver creduto in un’idea “sbagliata”. “Relativismo assoluto”, però, è una contraddizione in termini, e infatti per loro il relativismo è diventato l’ultima certezza di fede, l’ultimo idolo. Si capisce quindi il motivo degli attacchi violenti e sistematici alle verità delle religioni (in particolare di quella cattolica), perché non solo esistono da secoli come alternativa alle ideologie sia di destra che di sinistra, ma essendo ritenute rivelate da Dio, sfuggono all’ambito del relativismo, che riguarda le presunte verità umane. Così facendo, però, quegli intellettuali hanno deliberatamente rinunciato alla loro libertà e alla ricerca, contribuendo al languore della cultura contemporanea e giustificando indirettamente il disimpegno e il qualunquismo, che sono le vere basi “ideologiche” e “culturali” del sistema consumistico-capitalistico.</em></p>
<p><em>« Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio », scriveva Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Che cosa resta di Albert Einstein? Alcune frasi celebri, come quelle che ho citato in questo articolo, diverse teorie scientifiche, ma per molti solo un ometto con la pipa e i capelli arruffati che dice: “Tutto è relativo!”. Povero Einstein: la sua teoria più famosa, chiamata Relatività, confusa con un ambiguo relativismo e usata per sostenere l’esatto contrario del suo pensiero!… Eppure, lui non se ne sarebbe stupito più di tanto. « Due cose sono infinite – diceva –: l’universo e la stupidità umana… ». In effetti, anche se non lo è, l’uomo corre sempre il rischio di sembrare stupido, o di venire frainteso, in particolare quando cerca di interpretare le teorie scientifiche o le leggi dell’universo, e di comunicare agli altri le sue idee. Per fortuna, la paura non è mai riuscita a soffocare l’insopprimibile desiderio umano della verità, che nella tradizione della scienza potrebbe essere raggiunta, o almeno intuita, solo mettendo insieme le verità limitate, e quindi “relative”, delle varie persone, a patto di ricercare sempre, come insegna Einstein, l’unità.</em></p>
<p> </p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin]]></title>
<link>http://mariomasi.wordpress.com/?p=197</link>
<pubDate>Thu, 21 Feb 2008 16:57:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>uomoeambiente</dc:creator>
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<description><![CDATA[Rosa Alberoni dopo “La cacciata di Cristo” torna con un nuovo libro che, come il precedente, non]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img align="left" width="262" src="http://mariomasi.wordpress.com/files/2008/02/rosa-alberoni-2.jpg" alt="rosa-alberoni-2.jpg" height="448" style="width:216px;height:301px;" />Rosa Alberoni</strong> dopo “La cacciata di Cristo” torna con un nuovo libro che, come il precedente, non mancherà di suscitare accese discussioni fra i sostenitori e i contestatori delle sue opere.</p>
<p>Ma se è vero che la conoscenza germoglia nella dialettica “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin” rappresenta certamente un’occasione unica per esplorare una delle opere più celebri dell’artista fiorentino, la Cappella Sistina, che diventa lo scenario ideale per affrontare il tema della Creazione.</p>
<p><em>Se fossi stata atea</em>, scrive la Alberoni, <em>ascoltando una sinfonia di Beethoven o un’opera di Puccini, osservando la grandiosità della natura e di un cielo stellato, la mia ragione mi rivelerebbe, come accadeva ad Albert Einstein, una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo.</em></p>
<p>Ma oggi  la tentazione cerca di annientare la tensione ideale o morale nei figli della civiltà cristiana, inducendoli a relativizzare tutto: un valore vale un altro, una religione vale un’altra, un animale vale quanto l’uomo.<br />
Non è la scienza il nemico da combattere ma la darwinolatria, quella l’ideologia scientista che intende ridurre l’uomo a poco più di una scimmia, un anello assolutamente causale della filiera evolutiva, tentando di cancellare ogni possibilità dell’esistenza di un Creatore</p>
<p><em>Cosa significa il titolo del suo ultimo libro, Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin?</em></p>
<p><strong>Cominciamo con Michelangelo.  Il Dio rappresentato nella Cappella Sistina da Michelangelo è il Dio biblico, il Dio della concezione ebraico-cristiana. E’ Colui che ha creato il cielo e la terra, che ha creato la matrice di ogni essere vivente, quindi degli animali e dell’uomo. Ed ha impresso sin dal principio in ciascun essere vivente lo slancio vitale,  la spinta evolutiva che ha portato ciascuno a diversificarsi  in molte forme ed a perfezionarsi. Con una differenza: l’uomo è l’unico in grado di perfezionare il mondo attorno a sé, ad inventare utensili adatti al suo processo evolutivo, a scoprire  lentamente alcune leggi che regolano l’universo e il corpo umano. Il suo compito è conoscere, scoprire, inventare avendo come fine il proprio <img align="right" width="324" src="http://mariomasi.wordpress.com/files/2008/02/cappella_sistina.jpg" alt="cappella_sistina.jpg" height="198" />benessere fisico e spirituale. L’uomo è la creatura prediletta da Dio, perché è l’unica a cui ha donato qualcosa di sé: la spiritualità, l’intelligenza, la ragione,  la sapienza, la pietà, e la capacità di percepire il mistero della vita, di sperare, di amare, e di custodire la terra con le altre creature. L’uomo è l’aiutante di Dio, come ha affermato Benedetto XVI.  Ora il genio di Michelangelo ha intuito  il dono che Dio ha fatto all’uomo ed anche il progetto che Dio ha per l’uomo. Non a caso Cristo è venuto in mezzo a noi, si è fatto uomo per parlarci, per rivelarci che sul pianeta siamo tutti fratelli, e che il nostro Padre celeste non ci abbandona. Anzi, ci attende in fondo alla via, al termine del nostro pellegrinaggio terrestre, per chiederci conto di cosa ne abbiamo fatto del libero arbitrio  che ci ha dato in patrimonio, come abbiamo speso i nostri talenti. Il Dio di Michelangelo è un Dio d’amore ma anche di giustizia, come ci mostra nell’affresco del Giudizio Universale.</strong></p>
<p><em>E la barba di Darwin cosa centra con Dio?</em></p>
<p><strong><img align="left" width="207" src="http://mariomasi.wordpress.com/files/2008/02/darwin.gif" alt="darwin.gif" height="338" style="width:207px;height:274px;" />La barba di Darwin è l’ideologia profana ed atea  ideata da Darwin e poi propagandata dai suoi apostoli nel tempo. Gli apostoli di Darwin hanno trasformato una delle tante teorie dell’evoluzione in una darwinolatria, cioè una ideologia atea militante che mira a convincerci tutti che Dio non è mai esistito, che  siamo usciti dal vello di una scimmia, che ci siamo autocreati ed evoluti, e  quindi siamo i padroni assoluti della vita. Perciò il “non uccidere” è divenuto un comandamento relativo: se, ad esempio, una donna uccide il figlio che porta in grembo, la  chiamano autodeterminazione non omicidio. E’ uno smisurato atto di arroganza, se ci pensiamo. In un colpo solo, in nome del loro profeta barbuto, gli apostoli di Darwin hanno reso menzogneri tutti i Patriarchi della Bibbia, i Profeti, la Madonna, i Santi e Cristo. Anzi, tutte queste divinità sono il frutto della superstizione dei credenti, in quanto non è mai esistito nessun Dio creatore e neppure Cristo Redentore. Cristo , per gli atei militanti,  è uno dei tanti personaggi storici, una sorta di  parente stretto di Socrate o di Platone, cioè  un numero speciale uscito dalla lotteria del  dio  Caso.</strong></p>
<p><em>La sua esegesi della Cappella Sistina è stupefacente per ricchezza dei dettagli storici, artistici, emozionali, sociologici e religiosi. Quali sono le fonti che l’hanno ispirata?</em></p>
<p><strong>Se per “fonti” intende esperti di storia dell’arte nessuna. Io come professore universitario di sociologia mi sono dedicata allo studio della filosofia, della psicologia, sociologia, quella classica e quella della vita quotidiana. In più, provenendo dal mondo letterario, conosco i maggiori drammaturghi e narratori, ma di storia dell’arte non so nulla. Per comprendere  le immagini della Cappella Sistina ho usato il metodo della filosofia delle forme culturali, e come narratrice ho cercato di entrare nella testa di Michelangelo. Ho capito che  il suo genio creatore è scortato da un grande sapere teologico e letterario. Un genio imparabile che nella Sistina ha rappresentato la teologia del corpo umano, come ha ben detto Giovanni Paolo II,  ed ha intuito il progetto di Dio riguardo all’umanità. </strong></p>
<p><em>Qual è la truffa semantica orchestrata dagli apostoli di Darwin?</em></p>
<p><strong>Ci sono due modi di rigettare la civiltà di appartenenza, quella di <img align="right" src="http://mariomasi.wordpress.com/files/2008/02/copertina-alberoni.jpg" alt="copertina-alberoni.jpg" />affrontarla di petto, gridarlo a viso aperto, denunciarne le degradazioni, le ipocrisie, i danni che ha prodotto, tralasciando l’humus e  i vantaggi usufruiti, come hanno fatto i giacobini e i comunisti. E c’è  quella di sostituire le categorie cardini, manipolarne in modo sotterraneo il senso per impollinare le menti come se fossero degli  stami, ed avere la pazienza di attendere che diano i frutti  desiderati. Darwin e i suoi adoratori scelgono la manipolazione, che è più lenta ma incisiva. Il ponte fra l’uomo e la scimmia lo costruiscono prima di tutto  con il linguaggio. E’ con il linguaggio che hanno gettato le fondamenta per la parificazione  uomo-bestia. Espressioni come “l’uomo è un animale sociale”, “l’uomo è un animale mimetico”, ”quell’uomo ha un fisico bestiale” vengono ripetute sui media, e giungono, che ci piaccia o no, nelle nostre case, quando siamo rilassati, quando abbiamo abbassato la vigilanza, e quindi memorizziamo senza badare al “cosa memorizziamo”. Noi infatti  sappiamo che  dovremmo dire “l’uomo è un essere sociale”, “l’uomo è un essere mimetico”, “quell’uomo ha un corpo atletico”, ma protestare contro il televisore di casa, che ci ha martellato il linguaggio nelle nostre orecchie, è come andare contro i mulini a vento. Così ci siamo convinti che una parola vale un ‘altra, che un valore vale un altro, una religione un’altra. E’ il relativismo che foraggia il primato dell’individualismo che impera nei giorni nostri.</strong></p>
<p><em>Esiste una relazione tra la darwinolatria e l’eugenetica?</em></p>
<p><strong>Sì, sin dal principio. La selezione naturale osannata da Darwin e i suoi adoratori mira a costruire la bella stirpe, la bella razza. Ed Hitler poi ci ha provato  sul serio a farlo. Il fondatore dell’eugenetica è stato Julian Huxley,  uno degli apostoli  più agguerriti.</strong></p>
<p><em>In che modo gli adoratori di Darwin cercano di minare non solo la religione  ma anche la civiltà cristiana? </em></p>
<p><strong><img align="left" width="257" src="http://mariomasi.wordpress.com/files/2008/02/rosa-alberoni.jpg" alt="rosa-alberoni.jpg" height="508" style="width:204px;height:304px;" />Con l’astuzia, con la manipolazione delle menti. Essi non negano apertamente i valori cristiani, i cardini della nostra civiltà, ma li svuotano dell’autentico  significato. Per esempio: non hanno il coraggio di affermare apertamente che il non uccidere, il non rubare, non dichiarare il falso, non commettere atti impuri, come lo stupro e la pedofilia  o il tabù dell’incesto  sono valori eterni voluti dalla saggezza umana e da Dio. Non dicono: abbandona i valori  della tradizione ebraico-cristiana e segui  i nostri, che calzano meglio al tuo essere il padrone della vita.  Dicono: segui la tua idea, il tuo volere, i tuoi desideri, sii libero di scegliere, di agire come vuoi, e di cambiare idea e valori quando ti pare. Solo gli ottusi non cambiano idea. Le persone intelligenti sì. In sostanza, se  sei intelligente, segui il tuo Io, il tuo volere individuale e le tue voglie.<br />
Non lo dicono, però contrappongono ai valori della civiltà cristiana i comandamenti dell’ateismo, assemblati sotto il   mito della modernità. E modernità è un altro modo per ribadire gli stessi principi:  se non accetti i valori nuovi, i  valori della libertà totale che ti indichiamo noi, quella atea,  sei anti-moderno. In sostanza gli atei militanti, i darwinolatri si prodigano per cancellare i valori della civiltà cristiana. Per questo ritengo che la darwinolatria sia l’oppio del terzo millennio, e  ci porterà nella giungla, nel regno degli animali, dove vige una sola legge: il più forte divora il più debole, è la legge della sopravvivenza inscritta nell’istinto degli animali. Gli animali non hanno una ragione, non hanno una morale. Obbediscono al loro istinto: il leone che assale una gazzella e la divora compie un atto naturale,  non un atto immorale,  un omicidio.  L’uomo invece è l’unico portatore dello spirito, della ragione, della parola, dei sentimenti di pietà, d’amore, di giustizia. L’uomo è portatore dell’immagine di Dio, per questo Dio l’ha scelto come suo  aiutante e per   custodire la terra e  tutti gli altri esseri viventi, senza confondere l’essere umano con gli animali.</strong><br />
 </p>
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