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	<title>stereotipo &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://wordpress.com/tag/stereotipo/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "stereotipo"</description>
	<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 02:59:50 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[curriculum]]></title>
<link>http://gmolaschi.wordpress.com/?p=113</link>
<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 17:32:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>gmolaschi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Di lei, la professoressa d’arte, mi ricordo poco. La frustrazione con la quale, chiaramente, era c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Di lei, la professoressa d’arte, mi ricordo poco. La frustrazione con la quale, chiaramente, era costretta all’insegnamento. L’eleganza, poca davvero poca, con la quale tentava di distinguersi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">E poi c’erano le nozioni, che tentava di trasmetterci leggendo dal libro. Male, davvero male. Dell’ora dedicata a Picasso ho sottolineato solo <em>“prima di lui nessuno aveva mai dipinto sfruttando una quarta dimensione: il tempo”</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Al tempo ci ho pensato, questa mattina, arrivando in una struttura adibita all’arte, dove gli uomini eterosessuali si contavano sulle punte di una mano amputata. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Ho pensato al passato, alle marce per il raggiungimento dei diritti (triste pensare che per molti, oggi, questi avvenimenti non siano replicabili nel presente).<span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">E mi sono augurato un futuro. Struttura mentale nella quale, spero, vengano costruiti edifici forti come l’emancipazione. Nei quali possano coesistere persone più che professionisti tali per uno strano curriculum: l’orientamento sessuale.</span></p>
]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Trasgredire (con gusto) nell'indossare qualcosa]]></title>
<link>http://whiteshome.wordpress.com/?p=7</link>
<pubDate>Sun, 15 Jun 2008 17:36:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>whiteshome</dc:creator>
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<description><![CDATA[La sciarpa Lilla.
Dal post precedente il facile educato ed elegante aggettivo da associarmi è ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color:#800000;">La sciarpa Lilla.</span></h3>
<p style="text-align:justify;">Dal post precedente il facile educato ed elegante aggettivo da associarmi è <span style="color:#800000;">"effemminato"<span style="color:#000000;">. </span></span> AlexBe ama il <span style="color:#800000;">"Gusto"</span> ed  il <span style="color:#800000;">"Modo"</span> di indossare la sciarpa lilla, indumento creato e venduto per la donna. Cosa mi ha spinto e mi spinge a ricercare ed indossare con Gusto e Modo qualcosa non proprio "<span style="color:#800000;">strereotipato</span>" per l'uomo?</p>
<p style="text-align:justify;">La "<span style="color:#800000;">diversità</span>" il modo di esserlo ed il gusto di sentirlo mio, uscire fuori dagli schemi mantentendo Gusto e Stile senza cadere nel banale e nel ridicolo e lasciando in me la "<span style="color:#800000;">mascolinità</span>" che mi appartiene.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://whiteshome.files.wordpress.com/2008/06/p6150059.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-10" src="http://whiteshome.wordpress.com/files/2008/06/p6150059.jpg?w=300" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Nascondi tutto, che non si sa mai...]]></title>
<link>http://bananenews.wordpress.com/?p=24</link>
<pubDate>Tue, 10 Jun 2008 12:32:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>SteWalGiu</dc:creator>
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<description><![CDATA[
Questa volta si sono invertite le parti: la barbarie ha la pelle bianca.
VERONA - Hanno ucciso un l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://bananenews.files.wordpress.com/2008/06/falo-epifania1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-26" src="http://bananenews.wordpress.com/files/2008/06/falo-epifania1.jpg?w=245" alt="" width="245" height="300" /></a></p>
<p>Questa volta si sono invertite le parti: la barbarie ha la pelle bianca.</p>
<blockquote><p>VERONA - Hanno ucciso un loro dipendente romeno per incassare un milione di euro dall'assicurazione.</p>
<p>Titolari di un'impresa di autotrasporto, Tancredi Valerio Volpe e Cristina Nervo hanno ucciso Adrian Joan Kosmin, 28 anni, assunto in nero presso la loro ditta da un paio d'anni. In cambio della regolarizzazione del contratto, i suoi datori di lavoro lo avevo convinto a indicare come unica beneficiaria dell'assicurazione sulla vita la titolare dell'azienda</p></blockquote>
<p>Per occultare le prove la vittima è stata carbonizzata, inscenando un finto suicidio:</p>
<blockquote><p>Il corpo del romeno era stato trovato carbonizzato sabato scorso nella sua auto [...]</p></blockquote>
<blockquote><p>L'uomo era stato narcotizzato altrove, composto sul sedile della Rover per inscenare un suicidio, e cosparso di benzina. Per rendere ancor più verosimile la messinscena, nell'auto era stata abbandonata una bomboletta di gas di quelle usate normalmente per cucinare in campeggio</p></blockquote>
<p>Ma questa notizia ovviamente non è stata messa in prima pagina e mai lo sarà. Non sarebbe "politically correct", che figura ci faremmo? Noi siamo italiani, non siamo razzisti, non esistono delinquenti in Italia, noi non siamo il popolo "pizza, pasta, mafia e mandolino". Se fosse stato il contrario invece...</p>
<p>Fonte: La Repubblica - <a href="http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/verona-carbonizzato/verona-carbonizzato/verona-carbonizzato.html">Link Diretto</a></p>
<p>Sapevatelo!®</p>
<p>/Walter</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La guerra dei sessi 2]]></title>
<link>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=258</link>
<pubDate>Wed, 04 Jun 2008 21:56:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovannacosenza</dc:creator>
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<description><![CDATA[Come ieri Roberta osservava, ultimamente in pubblicità la guerra dei sessi va di moda.
Il 14 febbra]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">Come ieri <strong>Roberta</strong> osservava, ultimamente in pubblicità la guerra dei sessi va di moda.</p>
<p style="text-align:left;">Il 14 febbraio scorso Breil ha lanciato lo spot "The love era", per promuovere le nuove collezioni di orologi e gioielli della linea <a title="Breil Tribe" href="http://www.breiltribe.it" target="_blank"><strong>Breil Tribe</strong></a>. Spiega il sito creato per l'occasione: "Dopo più di due milioni di anni di conflitto, la guerra dei sessi è finalmente finita. È un momento epocale. Uomini e donne da tutto il mondo si incontrano per entrare in una nuova era d'amore". Chiude la presentazione un coro di voci femminili e maschili, che reinterpretano la celebre "Love is in the air" di John Paul Young (1978).</p>
<p style="text-align:left;">Gli<strong> </strong><strong>stereotipi di genere </strong>messi in scena da questo spot sono molto simili a quelli visti ieri: un'automobile (maschi) col tetto sfondato da una lavatrice (femmine), un pallone (maschi) perforato dal tacco a spillo di una décolleté dorata (femmine).</p>
<p style="text-align:left;">Indipendentemente dalle polemiche (l'agenzia che ha lavorato per Breil è stata accusata di aver plagiato lo spot del Mail on Sunday), qui la guerra di stereotipi è sicuramente più scontata e meno divertente di quella dello spot inglese.</p>
<p style="text-align:left;">Unica consolazione: la devastazione complessiva e lo scioglimento finale sembrano alludere a una certa <strong>parità fra i sessi</strong>, pur mediata da ovvi desideri di consumo: una collana a te, un orologio a me (come appare sul sito di <a title="Breil Tribe" href="http://www.breiltribe.it" target="_blank"><strong>Breil Tribe</strong></a>).</p>
<p style="text-align:left;">Però nella versione che ho trovato su YouTube è solo lei a regalare un orologio a lui. Peccato. :-(</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/zVwgyBGUi9U'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/zVwgyBGUi9U&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:left;">
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La guerra dei sessi]]></title>
<link>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=251</link>
<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 08:22:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovannacosenza</dc:creator>
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<description><![CDATA[Marco - che in questo momento si trova a Londra - mi segnala (grazie!) uno spot del Mail on Sunday, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>Marco</strong> - che in questo momento si trova a Londra - mi segnala (grazie!) uno spot del <a title="Mail on Sunday" href="http://www.mailonsunday.co.uk/mailonsunday/index.html" target="_blank"><strong>Mail on Sunday</strong></a>, che mette in scena alcuni <strong>stereotipi di genere</strong>: per gli uomini, il pallone, la automobiline radiocomandate, i magazine maschili; per le donne, le borsette stracolme di oggetti, i cagnolini da compagnia, i magazine femminili.</p>
<p style="text-align:left;">Ora, ridere degli stereotipi aiuta solo in parte a eliminarli: è vero che, usandoli per suscitare il riso, ne prendi le distanze (e inviti gli altri a fare altrettanto), ma è pure vero che, continuando a rappresentarli, non fai che confermarli.</p>
<p style="text-align:left;">Per di più, la presunta "par condicio" di questo spot non regge: apparentemente, gli stereotipi sono negativi in egual misura per entrambe le parti, ma - a ben guardarci - gli uomini si fanno scudo con il computer e le donne - ohimè - con la borsetta. E simbolicamente fra un laptop e una borsetta c'è una bella differenza, no?</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/7y_bUFnoPv4'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/7y_bUFnoPv4&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:left;">
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Carmen e i "ggiovani d'oggi"]]></title>
<link>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=218</link>
<pubDate>Wed, 21 May 2008 22:14:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovannacosenza</dc:creator>
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<description><![CDATA[Riflettevo ieri, dopo la chiacchierata con Carmen Consoli alla Scuola Superiore di Catania, quanto s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">Riflettevo ieri, dopo la <a title="Io, Carmen e la Scuola" href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/05/20/io-carmen-e-la-scuola/" target="_blank">chiacchierata con Carmen Consoli</a> alla <a title="Scuola Superiore di Catania" href="http://www.scuolasuperiorecatania.it/" target="_blank">Scuola Superiore di Catania</a>, quanto sia difficile, nelle società di massa occidentali, evitare i <strong>pregiudizi sull'età</strong>. Quelli per cui basta che passino 3 o 4 anni, e già ci si sente "di un'altra generazione"; basta che si superino i 25, e già ci si sente alle soglie dei 30; basta aver passato anche quelli, e subito ci prende l'angoscia, perché avremmo, sì, voluto fare tante cose, ma ci mancava il necessario per farle (soldi, lavoro, mezzi) e allora abbiamo fatto poco, pochissimo, forse nulla.</p>
<p style="text-align:left;">Immagina poi che foschi pensieri assillano gli over 40, 50, 60: disperazione, buio, morte. Non a caso, da una certa età in poi, ci si affanna a <strong>negare l'età</strong>: se ogni anno in più porta indicibili sventure, non resta che ringiovanirsi, con gli svariati mezzi che conosciamo, dalla menzogna al trucco alla chirurgia.</p>
<p style="text-align:left;">Ieri ho assistito, non senza stupore, a questa <strong>contraddizione</strong>. Da un lato la cantantessa, dopo aver dichiarato i suoi <strong>33 anni</strong> come fossero una colpa, si è affannata a sottolineare come ormai non possa più dire - ohilei - di essere giovane, quanto avrebbe preferito avere l'età dei ragazzi presenti (da 18 a 25 anni), quanto avrebbe voluto sedersi in mezzo a loro e non in cattedra con noi, e via dicendo. D'altra parte, un istante dopo, ha cominciato a scaldarsi perché - ohilei - i "ggiovani d'oggi" sono cambiati, sono molto più superficiali e consumisti di quando lei aveva 18 anni, non ascoltano più la musica alternativa e intelligente che ascoltava lei, preferiscono passare dall'istinto all'azione, così, d'un botto, senza porre in mezzo pensieri, producendo (ovviamente) danni di tutti i tipi.</p>
<p style="text-align:left;">Al che ho commentato, anche per rincuorare i 18-25enni che avevamo di fronte, che i consumisti-superficiali-senza cervello ci sono sempre, <strong>a tutte le età</strong>, e che se il mondo gira storto forse è colpa di chi li ha preceduti, "i ggiovani d'oggi", non colpa loro. Non ancora, almeno. Mi ha guardata stranita, si è fermata un momento (forse chiedendosi come poteva, una non-giovane come me, tenere questa parte) e ha proseguito indenne.</p>
<p style="text-align:left;">Ma la cosa che mi ha più colpita è che <strong>tutti i ragazzi presenti assentivano estasiati</strong>: chiaramente non si riconoscevano nei terribili "ggiovani" con cui Carmen se la prendeva, ma altrettanto chiaramente non dubitavano neanche un po' della legittimità dei suoi pregiudizi.</p>
<p>Mah?</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quali film e canzoni ti fanno piangere?]]></title>
<link>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=195</link>
<pubDate>Fri, 02 May 2008 14:53:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovannacosenza</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non tutti piangono davanti a un film o ascoltando una canzone. Ma soprattutto: non tutti lo ammetton]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">Non tutti piangono davanti a un film o ascoltando una canzone. Ma soprattutto: non tutti lo ammettono. Eppure ci sono scene, al cinema, e canzoni che, quando passano in radio, ti farebbero automaticamente scendere le lacrime, se tu non fossi lì a trattenerle.</p>
<p style="text-align:left;">Può sembrare un tema da magazine femminile, ma non lo è. Vorrei avviare <strong>un'indagine su quali sono, oggi, i cliché audiovisivi che fanno piangere i 20-something</strong> (serietà metodologico-disciplinare garantita). Non intendo film d'essay o canzoni d'autore, non solo quelli. Potrebbe essere la scena di una vecchia commedia americana, il ritornello di una canzonetta di Sanremo, ma anche uno spot pubblicitario. Qualcosa di cui ti vergogni, insomma. Anzi, più te ne vergogni, più cose ci potrà dire sullo <strong>stereotipo </strong>che incarna.</p>
<p>Ce la fai a confessarlo in un commento a questo post? Se proprio ti vergogni troppo, puoi usare uno pseudonimo diverso dal solito: certo non avrò il tempo di controllare l'IP per risalire a chi sei. In alternativa, scrivimi in privato.</p>
<p style="text-align:left;">Per dare l'esempio comincio io. Ecco una scena che, per quante volte io l'abbia vista, mi fa sempre piangere: <strong>Audrey Hepburn</strong> che prima abbandona, poi cerca disperatamente e infine ritrova il gatto sotto la pioggia nel finale di <a title="Breakfast at Tiffany's" href="http://www.imdb.com/title/tt0054698/" target="_blank"><strong>Breakfast at Tiffany's</strong></a>. :-(</p>
<p style="text-align:left;"><strong>NB </strong>per chi fosse interessato/a: sono disponibile per una <strong>tesi di laurea sugli stereotipi strappalacrime</strong>. Obiettivi della ricerca, metodologia e corpus saranno definiti a <a title="Iscrizioni ricevimento" href="http://66.71.183.220/comunicazione/bacheca_ricevimenti.asp" target="_blank"><strong>ricevimento</strong></a>.</p>
<p style="text-align:left;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/YoYS_h6WnBA'></param><param name='wmode' value='transparent'></param><embed src='http://www.youtube.com/v/YoYS_h6WnBA&rel=0' type='application/x-shockwave-flash' wmode='transparent' width='425' height='350'></embed></object></span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Will Eisner e le penne facili]]></title>
<link>http://andreaplazzi.wordpress.com/?p=86</link>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 16:09:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Francesca Faruolo</dc:creator>
<guid>http://andreaplazzi.wordpress.com/?p=86</guid>
<description><![CDATA[ È finalmente uscito anche in Italia Fagin l&#8217;ebreo di Will Eisner che, come il suo romanzo su]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://andreaplazzi.wordpress.com/files/2008/03/fagin005.jpg" alt="Fagin pag. 5" align="left" /> È finalmente uscito anche in Italia <a href="http://andreaplazzi.wordpress.com/2008/02/22/fagin-l-ebreo/"><strong><em>Fagin l'ebreo</em></strong> </a>di Will Eisner che, come il suo romanzo successivo, <em>Il Complotto</em>, pubblicato da noi nel 2005, può essere considerato una riflessione sul <strong>rapporto dello scrittore con il mondo</strong> e su come un'opera letteraria possa, nel bene e nel male, contribuire a <strong>plasmare la realtà</strong>.</p>
<p>Scriveva Don De Lillo in<em> Mao II</em>:</p>
<blockquote><p><strong>“Una persona siede in una stanza e ha un pensiero e questo esce sanguinando nel mondo.”</strong></p></blockquote>
<p>Se i <em>Protocolli dei Savi di Sion</em> (di cui parla <em>Il Complotto</em>) sono il caso estremo di una falsificazione orchestrata, o <strong>Grande Menzogna</strong>, come l'ha definita <strong>Umberto Eco</strong>, ci sono casi più ambigui in cui stereotipi, menzogne e invenzioni letterarie vengono trasmessi <strong>senza fare rumore</strong>, si diffondono e a poco a poco diventano delle <strong>verità</strong>.<!--more--></p>
<p>In genere siamo inclini a pensare che un autore sia portato a <strong>riflettere</strong> su vari aspetti della sua opera, chiedendosi per esempio quali <strong>reazioni susciterà nel pubblico</strong>, quale <strong>contributo darà </strong>alla comprensione della realtà e via dicendo.<br />
E invece così scontato tutto questo non è.</p>
<p>Pensate per esempio a quanto è recentemente accaduto persino a <strong>Roberto Saviano</strong> a cui certo non si può rimproverare di non prendersi le proprie responsabilità di giornalista e scrittore.</p>
<p>Il punto di forza del suo romanzo <em>Gomorra</em> sta nella <strong>verità dei fatti narrati</strong>, tanto che l'autore esce allo scoperto facendo nomi e cognomi. Eppure, inaspettatamente, si appoggia all'infondatezza del sentito dire quando racconta in che modo i cinesi morti in Italia facciano ritorno al loro paese dentro container.<br />
Saviano fa leva sull'inquietudine nel confronti della <strong>comunità “non integrata” </strong>degli immigrati cinesi per costruire lo scenario di un <strong>mondo sommerso</strong> utile allo sviluppo del suo romanzo. In questo modo contribuisce però a rafforzare uno stereotipo, incrementando il divario tra noi e gli altri e, ovviamente, sollevando la legittima indignazione dei <a href="http://www.associna.com/modules.php?file=article&#38;name=News&#38;sid=449" target="_blank">diretti interessati</a>.</p>
<p>Questa vicenda ricalca un po' quanto accadde a <strong>Dickens</strong> con la figura di Fagin. Nel tentativo di dare una descrizione realistica ma colorita dei bassifondi di Londra, l'autore di <strong><em>Oliver Twist</em></strong> si sintonizzò sul luogo comune ricorrendo allo stereotipo allora molto diffuso dell'<strong>ebreo criminale</strong>. Cosa c'è infatti di più vero di ciò a cui le persone <strong>vogliono credere</strong>?</p>
<p><img src="http://andreaplazzi.wordpress.com/files/2008/03/faginpolanski2.jpg" alt="Fagin 2005" align="left" />Recentemente, guardando <em>Oliver Twist</em> di <strong>Roman Polanski</strong> (2005) mi è immediatamente balzata agli occhi la rappresentazione di Fagin: naso adunco, occhio infossato, colorito smunto.<br />
Insospettabile Polanski, che è stato toccato personalmente dalla tragedia dell'olocausto, ma forse il regista aveva una propria intima ragione per richiamare alla memoria certi fantasmi.</p>
<p><img src="http://andreaplazzi.wordpress.com/files/2008/03/faginlean2.jpg" alt="Fagin 1948" align="left" /> Come giustificare invece <strong>David Lean</strong> quando, <strong>nell'immediato dopoguerra</strong>, con <em>Le avventure di Oliver Twist </em>(1948) propose una rappresentazione di Fagin che sembrava uscita da riviste come “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Der_St%C3%BCrmer" target="_blank">Der Stürmer</a>” o “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_difesa_della_razza" target="_blank">La difesa della razza</a>”?<br />
Immaginatevi le reazioni. La pellicola fu immediatamente <strong>bandita</strong> <strong>dalle sale cinematografiche</strong> di Stati Uniti, Israele ed Egitto.<br />
Stessa <strong>pioggia di critiche</strong> e indignazione anche per <em>Oliver!</em>, il musical di <strong>Lionel Bart</strong> che nel 1968, in versione cinematografica, vinse l'Oscar come miglior film.</p>
<p>La <strong>persistenza</strong> è una delle caratteristiche più tipiche dello stereotipo. Malgrado Dickens avesse <strong>tolto ogni riferimento alla religione</strong> <strong>del suo personaggio</strong> fin dalla seconda edizione dell'opera, non per questo Fagin cessò di essere <strong>Il Giudeo</strong>. Complici anche le <strong>incisioni di</strong> <strong>George Cruickshank</strong>, che accompagnarono il romanzo fin dalla sua prima uscita su rivista.<br />
Inutile dire che Fagin era qui rappresentato con il solito naso pronunciato, le guance scavate e quegli occhi infossati da demonio. Non uso quest'ultimo termine a caso. Dickens si riferisce a Fagin come “the Old One”, un soprannome del diavolo.</p>
<p>Parlare di un’<strong>etica della scrittura</strong> vuol dire tutto e niente. Ci riferiamo a un certo senso di responsabilità dell'autore, è vero, ma fino a che punto egli potrà essere coinvolto nelle<strong> interpretazioni</strong> che i lettori daranno della sua opera?<br />
Il caso più eclatante, di cui parla anche Derrida nelle <em>Otobiographies</em>, è quello di <strong>Nietzsche</strong>: come poteva il filosofo prevedere una strumentalizzazione <strong>in chiave nazista</strong> della sua opera, avvenuta dopo la sua morte, e quindi difendersene?</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>Dickens</strong>, quando ebbe la trovata di usare <strong>l'epiteto di ebreo</strong> per uno dei più loschi personaggi del suo romanzo e autorizzò le incisioni di Cruickshank, <strong>i pogrom di Alessandro II</strong> non erano ancora stati emanati e Auschwitz era solo una città di nome <strong>Oświęcim</strong>.</p>
<p>È chiaro che un autore può controllare davvero poco le <strong>ricadute di ciò che scrive</strong>, specialmente in epoche successive alla propria, ma questo non può escluderne la responsabilità. Se è vero che il lettore ha una quota di partecipazione nella composizione di un'opera, l'autore ci mette pur sempre <strong>la firma</strong>, destinata a sopravvivere alla mano che l'appone.</p>
<p>Giustamente <strong>Eisner</strong> decide quindi di <strong>aprire un dialogo con Dickens</strong>, chiamandolo direttamente in causa sulla <strong>questione del</strong> <strong>pregiudizio e dello stereotipo</strong>.</p>
<p>Nel romanzo a fumetti, lo scrittore è una vera e propria <strong>presenza</strong> e Fagin gli parla come un condannato a morte si rivolge <strong>al proprio Dio</strong>, accusandolo di essere stato ingiusto con lui.<br />
Dickens si difende affermando di aver solo voluto ritrarre la “verità” e Fagin replica:</p>
<blockquote><p><strong>“Indicare un uomo riferendosi solo alla sua razza è ‘verità’? O lo è usare ‘ebreo’ come sinonimo di criminale?”</strong></p></blockquote>
<p><img src="http://andreaplazzi.wordpress.com/files/2008/03/fag12.jpg" alt="Fagin p. 112" align="left" />Certo, ormai è tardi, la storia non può cambiare. La condanna al patibolo per Fagin <strong>è scritta fin dall'inizio</strong>.</p>
<p>Eisner crede però che sia possibile <strong>modificare il nostro giudizio</strong> sui fatti che riguardano il passato e in questo modo operare un cambiamento sul <strong>presente</strong>.</p>
<p>Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono innanzitutto quelli della conoscenza e del discernimento.</p>
<p>Ma anche la capacità di tenere vivo un dialogo con la <strong>parola scritta</strong>, intervenendo magari per dare una <strong>nuova faccia</strong> a un consumato ricettatore ebreo dell’Ottocento o per mettere in riga un autore dalla penna un po’ <strong>facile</strong>.</p>
<p style="text-align:right;">(Francesca Faruolo)</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Nera come l'ebano, ma con i jeans gialli]]></title>
<link>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=106</link>
<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 17:25:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovannacosenza</dc:creator>
<guid>http://giovannacosenza.wordpress.com/?p=106</guid>
<description><![CDATA[Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli stereotipi, di cui parlavamo qualche post fa?
Diceva ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli <b>stereotipi</b>, di cui <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/01/14/contro-gli-stereotipi-ma/" title="Contro gli stereotipi, ma..." target="_blank">parlavamo qualche post fa</a>?</p>
<p align="left">Diceva Zadie che usare uno stereotipo in letteratura "significa assecondare un'interpretazione scontata, <font color="#000000"><b>prendere una scorciatoia</b></font>, riproporre qualcosa di comodo e di familiare <b>invece di osare qualcosa di vero e insolito</b>. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità." (Zadie Smith, "Il fallimento riuscito", <i>Internazionale </i>725, 28 dicembre 2007, p. 10).</p>
<p align="left">A me pareva invece che un <b>uso calibrato</b> (difficile, eh!) di alcuni stereotipi è necessario quando si scrive, perché rende più immediata la comprensione di un testo scritto.</p>
<p align="left">Ho riletto da poco <i>Denti bianchi</i>. Tutti sanno che <b>una delle cose più difficili è descrivere qualcosa senza annoiare</b>. Un paesaggio, un oggetto, un personaggio: ne parli un po' e, zac, la palpebra del lettore cala.</p>
<p align="left">Le descrizioni di Zadie, al contrario, ti restano impresse nella retina come certi colori quando chiudi gli occhi.</p>
<p align="left">Questa è <b>Clara</b>, protagonista di <i>Denti bianchi</i>, nell'istante in cui incontra Archie (che dopo sei settimane sposerà):</p>
<p align="left">"Clara Bowden era bella in tutti i sensi, tranne forse nel senso classico, dato che era di colore. Clara Bowden era meravigliosamente alta, nera come l'ebano e la pelle di zibellino, con i capelli acconciati in una coda di cavallo che puntava in su quando Clara si sentiva fortunata, e in giù quando era depressa. In quel momento era in su. È difficile stabilire se questo fu significativo.</p>
<p align="left">Clara non aveva bisogno di reggiseno - era indipendente persino dalla legge di gravità - indossava un maglioncino che le arrivava sopra la vita, e sotto indossava il proprio ombelico (splendidamente) e sotto ancora jeans gialli molto attillati. In fondo a tutto, scarpe dal tacco alto, marrone chiaro e con il cinturino, e su quelle scarpe lei scese giù per la scala, simile a una visione o, così sembrò a Archie quando si voltò a osservarla, come un purosangue ben addestrato" (Zadie Smith, <i>White Teeth</i>, 2000, trad. it. Mondadori, 2000, p. 32).</p>
<p align="left">Cos'ha fatto Zadie in questo brano se non <b>alternare certi stereotipi visivi</b> (nera come l'ebano... jeans attillati... maglioncino sopra la vita... scese giù per la scala, simile a una visione... come un purosangue ben addestrato) <b>a un modo insolito di combinarli?</b></p>
<p align="left">La pelle è nera come l'ebano, ma ricorda il pelo dello zibellino; la coda di cavallo è scontata, ma si muove (hai visto mai?) seguendo l'umore; Clara veste come una ragazza qualunque, ma ha il corpo irreale di una pubblicità; indossa jeans che sarebbero banali, se non fosse che sono gialli. Persino le scarpe sono neutre (che tristezza quel beige), salvo che hanno cinturino e tacco alto. E poi scende le scale come Wanda Osiris, che più stereotipo di così si muore.</p>
<p align="left">In poche righe Zadie mette in scena un vivacissimo <b>saliscendi di attese, conferme e sorprese</b>. È per questo che il suo personaggio s'imprime nella nostra testa e non ci molla più.</p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Essere Rivoluzionario oggi]]></title>
<link>http://inquietologo.wordpress.com/?p=277</link>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 17:15:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>inquietologo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ho deciso: voglio combattere seriamente il Sistema.
No, non è più tempo di indugi, bisogna fare su]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Ho deciso: voglio combattere seriamente il Sistema.<br />
No, non è più tempo di indugi, bisogna fare sul serio. Un mondo di oppressi ha bisogno di me, di tutto il mio impegno.<br />
Il capitalismo va sconfitto, ogni genere di gerarchia deve cessare di esistere, ogni genere autorità deve sparire dalla faccia della terra. Il potere va conferito al popolo e ogni essere umano e non umano va liberato.<br />
Non bastano più le idee, occorrono azioni concrete, frutto di scelte coraggiose e ben ponderate.</p>
<p>Mi sono informato in merito, e pare che io abbia ben cinque strade diverse da poter percorrere per raggiungere i miei scopi rivoluzionari, per dare sfogo costruttivamente ad i miei intenti sovvertitori:</p>
<p><b> A</b> - Indossare capi variopinti, un naso da clown, soffiare aria in un fischietto precedentemente acquistato, percuotere un tamburo a più non posso, ballare come un forsennato anche ove esplicitamente vietato.<br />
Unirmi a gruppo di individui palesante le mie stesse caratteristiche.</p>
<p><b>B</b> - Smettere di tagliarmi e lavarmi i capelli, nonchè di pettinarli, vestirmi di tela, ascoltare solo musica in levare, acquistare droghe leggere e farne uso, sognare nazioni nelle quali si venera caparbiamente Gesù Cristo e si bastonano legalmente gli omosessuali.<br />
Unirmi a gruppo di individui palesante le mie stesse caratteristiche.</p>
<p><b>C</b> - Rasarmi i capelli a zero, comprare ed indossare jeans stretti e magliette di una marca specifica che poi individuerò, vestire ai piedi anfibi rigorosamente in pelle di mucca indiana, sottoscrivere un abbonamento allo stadio e recarmi lì per partecipare a zuffe con individui tifanti l'opposta mia squadra, squadra che in seguito mi preoccuperò di scegliere. Aggredire occasionalmente individui  palesanti le mie stesse caratteristiche ma una diversa marca di maglioni. Ricordare però prima di unirmi a gruppo di individui palesante le mie stesse caratteristiche e la mia stessa marca di maglioni.</p>
<p><b>D</b> - Diventare sardo, procurarmi una bandiera della Sardegna ed agitarla con decisione dissimulando qualsiasi segnale di stanchezza sia in procinto di trapelare dal mio volto fiero.<br />
Pasteggiare presso fast-food di proprietà di multinazionali senza scrupoli.<br />
Unirmi a gruppo di individui palesante le mie stesse caratteristiche, assicurandomi però che non si tratti di una squadra di meri sbandieratori spoliticizzati.</p>
<p><b>E</b> - Ottenere una cresta dalla mia capigliatura, applicarmi diversi anelli e chiodi metallici in faccia e sul corpo, lavarmi il meno possibile, acquistare droghe pesanti presso un fornitore legato alla malavita e farne uso,  procurarmi n. 2 cani meticci di media taglia, legarli ad una corda e recarmi con loro ovunque musica strumentale dotata di potenti bassi sia suonata ad un volume elevato, guidare un furgone usato.<br />
Unirmi a gruppo di individui palesante le mie stesse caratteristiche.</p>
<p>Non ho che l'imbarazzo della scelta; è certo che quando apparterrò ad almeno una delle 5 tipologie di dissidente, questo mondo cambierà e una nuova era avrà inizio, un'era di giustizia, pace ed equità.<br />
La stranezza è che improvvisamente, inaspettatamente, ho voglia di una lampada.</p></div>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[GF8  trans-culturale e trans-gender…ma la trasgressione è il milanese simpatico!]]></title>
<link>http://romediterraneo.wordpress.com/2008/01/24/gf8-trans-culturale-e-trans-gender%e2%80%a6ma-la-trasgressione-e-il-milanese-simpatico/</link>
<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 11:14:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>micol78</dc:creator>
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<description><![CDATA[&#8220;La casa non è un gioco&#8221;. Con questo slogan, un gruppo di giovani – pare appartenenti]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">"La casa non è un gioco". Con questo slogan, un gruppo di giovani – pare appartenenti alla Fiamma Tricolore – ha preso di mira e danneggiato la "bolla" trasparente del Grande Fratello allestita a Ponte Milvio, a Roma, per il lancio dell’edizione 2008 (lunedì scorso, 21 gennaio) del Big Brother <span> </span>in salsa italiana. In quella bolla erano stati rinchiusi, per un paio di giorni, tre candidati-concorrrenti in ballottaggio per l’ingresso. </span><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">L’assalto ad una bolla…un’impresa donchisciottesca. Una guerriglia ancor più improbabile poiché condotta sul terreno <span> </span>stucchevole e mediatizzato del Ponte dei Lucchetti.<br />
</span><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">Ma lo slogan mi intriga. La casa, anche quella del Grande Fratello, in effetti non è (solo) un gioco. Anche per chi non lo ritiene luogo di interessanti esperimenti antropologici, questo reality sicuramente amplifica modalità e messaggi, sdogana personaggi e comportamenti. E li serve alla tavola del pubblico famelico (la serata di apertura ha toccato punte di share del 44%...)<br />
</span><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">Quello che c’è lì dentro in qualche modo ci riguarda, anche se non ci rispecchia. E soprattutto non ci piace. </span><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">E allora ben venga se gli (anacronistici) <i>ever green </i>del<i> </i>coatto romano, della bonazza napoletana, di Mamma Carmelina e Papà Filippo quest’anno sono accompagnati da un giovane barista brasiliano, un affascinante e poliglotta ingegnere libanese e una truccatrice transessuale risolta e serena. Dopo edizioni un po’ troppo sopra le righe, dove volgarità e ignoranza riempivano il vuoto di storie e personalità, quest’anno l’impressione è che si sia optato per un mix umano più garbato e sano, in cui la componente “altra” e “trasgressiva” è meravigliosamente <i>normale</i>.<br />
La timidezza del brasiliano, l’eleganza e i congiuntivi perfetti del libanese e il sorriso pacato e materno del transessuale: in questo paese ancora imbrigliato in facili stereotipi, questi sono gli elementi davvero trasgressivi dello show 2008. </span><span style="font-size:9pt;font-family:'Century Gothic';">E per quanto mi riguarda - vénghino, vénghino, Ladies and Gentlemen!! - il milanese simpatico!<br />
M.</span></p>
]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Perché non ero bravo a descrivere una donna]]></title>
<link>http://fahre.wordpress.com/2007/12/29/perche-non-ero-bravo-a-descrivere-una-donna-2/</link>
<pubDate>Sat, 29 Dec 2007 20:17:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>alfredomc</dc:creator>
<guid>http://fahre.wordpress.com/2007/12/29/perche-non-ero-bravo-a-descrivere-una-donna-2/</guid>
<description><![CDATA[1.
«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>1.</p>
<blockquote><p>«Erano giorni che ormai ignorava la voce che le martellava in testa. E anche oggi, era riuscita a tenerla a bada. Si era messa in Internet a scaricare canzoni che già aveva su un cd, ma che non sapeva più dov’era. Aveva pulito la cucina, poi il bagno, e infine il terrazzo fuori, che andava lavato da chissà quanto. Vedendo i fili per stendere, e valutando ad occhio che non avrebbe piovuto, si era poi messa a lavare le sciarpe invernali, i guanti, le maglie di lana. Strizzandole bene, e sciacquando più volte, come a voler levare la patina di freddo. Aveva anche sbrinato il freezer. Si era inventata qualsiasi cosa per non dare retta a quella voce, la sua, che insisteva ad essere ascoltata.»</p></blockquote>
<p>Alzo gli occhi dal foglio, e vedo le nostre sagome accennate sul muro di fronte. La luce del sole filtra dai bordi delle pesanti tende rosse alle finestre. È una stanza fatta per il silenzio questa, non per le parole – mentre leggevo, si sentiva quasi l’eco.<br />
Dieci righe, aveva detto Delia, che tiene il laboratorio di scrittura ‘Creare un carattere.’ Dieci righe per tratteggiare un carattere. In attesa, tutti la seguiamo mentre cerca qualcosa nella borsa. Poi parte.</p>
<blockquote><p>«Cos’è che deve discutere con se stessa?»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Beh, ho pensato... il fatto che non riesce a schiodarsi da una situazione precaria, provvisoria, ormai da troppo tempo.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Tipo?»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Ecco, è una post-laureata, in una città non sua. È rimasta ad abitare in quella città anche dopo gli studi, e ora ci lavora. Ma non trova un equilibrio definitivo. Insomma, si sente ancora provvisoria, in quella città, proprio come quando studiava.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«È buono. Ci sono certe intuizioni che funzionano. Il fatto della pulizia ossessiva, per esempio. Le sciarpe, le maglie di lana. Prendiamo questo elemento-traccia, diciamo; ne approfitto, guarda, per anticipare un concetto. Parlavamo ieri della costruzione di un carattere ‘per addizione.’ Ecco, se si vuole dare un indizio, da cui far trapelare qualcosa di quel personaggio, in un lavoro lungo possiamo anche prenderlo per gradi, far maturare quel qualcosa. Ma nella brevità del racconto bisogna avere in mente cosa, da subito. Esattamente, intendo, e fin dall’inizio. Bisogna portare il lettore fino là. Qui mi rendo conto che è un’impresa ardua, visto che vi ho dato dieci righe per delineare il carattere del personaggio. Nel tuo caso, Carlo, mi sembra che qualcosa ci sia, che ‘giri’ insomma.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Ah. Non so.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Mi sembra di sì. Ci si deve lavorare ancora, ovviamente. Forse ti potresti concentrare anche solo sulle ultime righe, quelle della pulizia. Puoi tracciare sufficientemente il carattere anche solo con quelle. L’ossessività è un buon indizio, per una donna. Non sei d’accordo?»</p></blockquote>
<p>2.</p>
<p>È la seconda bottega di scrittura che faccio. La prima otto mesi fa, in agosto. Faceva un caldo terrificante, chiusi per quattro giorni in una stanza dell’archivio comunale di Casalecchio, e senza aria condizionata. Però era andata bene. L‘aveva tenuto Sunil, un ragazzo di origine indiana che ha già pubblicato due libri di narrativa e una raccolta di poesie, e di quelle difficili, belle. Un tipo in gamba, molto più giovane di me. Che invidia. Sunil Ardashir, non so se l’avete sentito in giro. Vive a Bologna, praticamente da quando è nato. Comunque. Quella volta il laboratorio era sulle voci narrative: i tipi diversi di voce dei personaggi, le anomalie significative, il gergo da usare e da evitare, cose così. Mica male, a saperci fare. Io sono un po’ inchiodato, non mi riesce tanto estraniarmi da me stesso, scrivo sempre cose dove ci sono io, e magari ci metto anche un collega, la fidanzata o qualche parente col nome vero, che se no non mi riesce.<br />
Dov’ero? Ah, già, le voci narrative. Sono un po’ duro, insomma. Però mi piace scrivere, non faccio fatica. Stento quando devo inventarmi tutto, come dovrei fare ora con Delia. Quelli sono gli scrittori, mi dico, gli altri sono voglio-ma-non-posso. Ecco perché mi sono iscritto, anche se avevo dei dubbi.<br />
‘Scrivere insieme’ è una specie di mini-festival della scrittura, organizzato dal Comune di Bologna, in un’aula della biblioteca dell’Archiginnasio, che è molto bella ma c’ho messo un’ora per trovarla. Uno di quei posti da letterati che incutono riverenza. Con i soffitti a cassettoni e le pareti affrescate. Con le vetrine di legno scuro, e dentro, tomi medievali. Il posto giusto per cominciare, insomma. Tutta la manifestazione dura una settimana, in posti diversi. C’è il laboratorio sulla piccola editoria, sul primo paragrafo, sullo scegliere il titolo, su come questo o quello è stato pubblicato, sullo scrivere una scheda di presentazione, sulle voci narrative (già dato), e questo qui, sul creare i caratteri. Specifico: caratteri femminili. Solo per scrittori maschi. Voglio dire, un laboratorio di scrittura solo per scrittori di sesso maschile che vogliono cimentarsi nella creazione non-stereotipata di personaggi femminili. Un’impresa titanica.<br />
Ero dubbioso, perché se è vero che gli uomini non hanno idea di cosa passa per la testa a una donna, e raramente succede il contrario, è anche vero che sa un po’ di paternalismo organizzare un laboratorio per maschietti. Sembra l’ufficio di supporto per le quote rosa, in azzurro. Non so. Se vi state chiedendo perché allora sia qui con Delia, avete visto giusto. Ne ho bisogno. Alla fine mi sono deciso e ho pagato i sessanta euro d’iscrizione, perché finora non mi è mai uscito un personaggio femminile decente che sia uno. Ho provato di tutto. Ho preso sorelle, colleghe, amiche di scuola, mia zia vedova, mia cognata, perfino mia nipote adolescente, che ce ne sarebbe da scrivere a frotte. Niente. Quando arrivano sulla carta, anzi ancora prima, escono figure ridicole o deformate dalla mia fantasia maschile. Me ne rendo conto io per primo, figuriamoci. Spiace dirlo, e ancor più scriverlo, ma non vado oltre lo stereotipo. Allora, mi sono detto, male non può farmi. E sono andato in posta a pagare il bollettino.</p>
<blockquote><p>«E come continueresti da qui in poi? Mi chiedevo, Carlo, se avevi pensato a come andare avanti.»</p></blockquote>
<p>Delia non molla. È sempre lì. E io sempre di qua. Non so se ho fatto bene a venire, lo sapevo. Cosa rispondo? Boh.</p>
<blockquote><p>«Eh, no, ho abbozzato la figura, ma c’è solo questo, e… è rimasto così. Aggiungere altro… non so. Felicia… il personaggio, ha una sua linea di pensiero, credo dif…»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Si chiama Felicia? Bello.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Eh, difficile da seguire, ecco. Insomma, ho pensato che ce ne sono, di donne così precarie, dopo gli studi, in una situazione del genere. Non so come potrei andare avanti, come rappresentare…»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Mica dobbiamo arrivare alle generalizzazioni, lo sappiamo quanto sono da evitare, come la peste. Per riprendere da dove abbiamo lasciato… stiamo parlando di fiction, di narrativa. Tutto è permesso, se costruito bene e verosimilmente. Intuisco cosa volevi dire, Carlo, e mi sembra che hai abbozzato bene il personaggio di Felicia. Hai in mano del materiale su cui lavorare, anche se non ti sembra.»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Mh, può darsi, non so. Mi sembrava funzionasse come linea di pensiero, tutto qui.»</p></blockquote>
<p>Delia ci ripensa. E poi riparte.</p>
<blockquote><p>«Ok, estraniamoci per un momento dal tuo racconto, questa cosa vale per tutti. Prendiamo quello che tu hai definito una linea di pensiero. Che altro non è che il carattere del personaggio, la sua espressione. Attraverso i pensieri, prima, le azioni e i dialoghi, poi. Il problema che riscontriamo nella scrittura, è quella della linea di pensiero, appunto. Nella vita non abbiamo una linea di pensiero. Ci sono fatti, idee, pezzi di conversazioni, scontrini della spesa, uomini, donne. Quando scriviamo, prendiamo pezzi qua e là e li mettiamo assieme. Ma siamo noi che scegliamo i pezzi. Non ci sono storie o linee di pensiero bell’e pronte nella vita. Non esistono. Le mettiamo insieme noi, guardandole dall’esterno, se ci riusciamo. Sugli altri ce la facciamo benissimo, su di noi un po’ meno. Per i personaggi di un racconto, o i dialoghi di una conversazione, è la stessa cosa. Quando scriviamo e diamo voce ai caratteri di una storia, questi elementi devono suonare veri, ma sono costruiti, adattati. Come… ridotti in scala, e rimontati, ecco, se mi capite. Si prendono degli elementi disparati, e un poco alla volta se ne fa un ritratto, una forma coerente. Per addizione, appunto. Ma lo vediamo solo dall’esterno, e dopo, di solito. Che ne dici, Carlo?»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Eh… di cosa?»</p></blockquote>
<blockquote><p>«Cosa ne pensi di Felicia… quello che pensa è coerente con quello che fa?</p></blockquote>
<p>3.</p>
<p>L’ultima frase non la sento. Penso a lei, a F. e alle sue maglie di lana. Che ha strizzato e steso, ma poi è venuto a piovere, e ha dovuto rilavare tutto, perché puzzava di bagnato. L’ha scombussolata talmente questa cosa, che le ho visto le lacrime agli occhi.<br />
Sì, Delia ha ragione, una linea di pensiero già bell’e pronta non esiste, si nota solo col tempo, con l’attenzione. Penso a tutte quelle volte che F. non riesce a parlare neanche a me, che ci vivo assieme, e se ne sta chiusa in un silenzio assordante. Penso a C., che non riesce a schizzare un carattere femminile non-stereotipato, perché forse non sa accorgersi di chi ha intorno. E allora, per stavolta, l’ha preso dove c’era. Sul diario con l’elastico di F.<br />
Stasera, a casa, le dirà che non è andato malaccio, il laboratorio, ma deve lavorare ancora molto.</p>
]]></content:encoded>
</item>

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