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	<title>thats-wall &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "thats-wall"</description>
	<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 23:20:57 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[.:: L'architettura ed il suo pubblico // Culver City]]></title>
<link>http://piliaemmanuele.wordpress.com/?p=92</link>
<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 23:54:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>emmanuelepilia</dc:creator>
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<description><![CDATA[

Nel secondo dopo guerra il bisogno di costruire una miriade di abitazioni per la gente che aveva p]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-93" src="http://piliaemmanuele.wordpress.com/files/2008/04/http___wwwinarcassa.jpg" alt="" width="539" height="657" /></p>
<p style="text-align:center;">
<p>Nel secondo dopo guerra il bisogno di costruire una miriade di abitazioni per la gente che aveva perso la casa durante i bombardamenti portò ad una velocissima costruzione di una edilizia a basso costo che doveva essere progettata e realizzata in pochissimo tempo. Questo anche nei centri storici. Gli esempi ce li abbiamo tutti sotto gli occhi. Questo influenzò anche una parte della generazione di architetti che fu allieva dei mestieranti dell'architettura economica e popolare. Ma per fortuna alcuni architetti, ebbero la volontà di non rinunciare al piacere dell'invenzione, e riuscirono a seguire strade diverse da quella che promuoveva il razionalismo internazionale da una parte, oppure la speculazione edilizia pseudo tradizionalistica dall'altra. Un gruppo di questi outsider, scelse di progettare insieme ai suoi committenti, che nel nostro caso in questione sono per lo più operai, artigiani, impiegati che non potevano permettersi una casa di proprietà se non con sovvenzionamenti pubblici, e che quindi è immaginabile che non abbiano avuto una solida cultura architettonica. Giancarlo De Carlo è uno tra i primi ad abbracciare questo approccio proponendo la partecipazione attiva nelle fasi di progettazione degli utenti finali.<em><br />
</em></p>
<p><em>La verità è che nell'ordine c'è la noia frustrante dell'imposizione, mentre nel disordine c'è la fantasia esaltante della partecipazione.</em></p>
<p>Un esempio di questa personale tendenza dell'architetto è senza dubbio il <em>Nuovo villaggio Matteotti </em>di Terni, destinato ai dipendenti dell'acciaieria, dove gli stessi dipendenti suggerirono a De Carlo alcune tra le soluzioni eseguite. Ovviamente questa operazione aveva dei grossi limiti dato che la gente non poteva proporre ciò che non conosceva nei seminari organizzati, e lo stesso De Carlo questo lo sapeva. Ma non si può dire certo che l'esperienza sia stata fallimentare, ed è stata un caso esemplare per il periodo. Non deve quindi apparire una critica troppo forte quando dico che si poteva fare di più. Non è stata infatti assolutamente presa in considerazione la possibilità di poter realizzare un opera che utilizzasse le tecnologie sfornate dall'acciaieria, di cui gli stessi abitanti/lavoratori si sarebbero fatti anche costruttori/co-progettisti.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-94" src="http://piliaemmanuele.wordpress.com/files/2008/04/culver.jpg" alt="" width="510" height="760" /></p>
<p>Gap metodologica in cui non cadrà ben 30 anni più tardi uno degli architetti più atipici della nostra contemporaneità: Eric Owen Moss, il quale sta approfittando di un'occasione di cui solo Gaudì poteva contare, trovare il proprio mecenate. E' infatti particolare la storia della realizzazione a vasta scala che sta rendendo famoso un architetto a cui è stato reso possibile il sogno di una categoria: poter sperimentare senza doversi preoccupare di spese. Culver City infatti, fino a soli 15 anni fa non era nient'altro che una prefettura periferica di Los Angeles ad uso prevalentemente produttivo/manifatturiero composta quasi esclusivamente da magazzini e piccoli edifici di servizio, fino a quando un imprenditore russo, forte del proprio potere economico, ebbe l'idea di acquistare poco a poco Culver City e di dare il compito ad un architetto di riqualificarla. Ed è così che sta accadendo. Ma come fare a poter riqualificare un luogo in modo partecipativo formato da un tessuto particolarmente disgregato e poco abitato nonostante la densità? Semplice, utilizzando le tecnologie che gli ex operai delle fabbriche sono in grado di gestire. E così nasce il vetro a curvatura casuale di <em>The Umbrella</em> e il virus laterizio di <em>That's Wall?</em>, oggetti pensati attraverso le menti malate di computer dedicati alla rappresentazione delle idee attraverso render, che poi solo le mani esperte di un artigiano che possiede una certa esperienza sarà capace di trasformare in materia. L'architettura digitale usa l'arcaico come filtro verso la realtà. Che il riferimento a Gaudì non fosse solo una citazione d'aneddoto?</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-95" src="http://piliaemmanuele.wordpress.com/files/2008/04/thats-wall.jpg" alt="" width="510" height="341" /></p>
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