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	<title>uomini-del-partito-dazione &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "uomini-del-partito-dazione"</description>
	<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 04:47:29 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Ernesto Rossi]]></title>
<link>http://npacalabria.wordpress.com/?p=335</link>
<pubDate>Fri, 07 Mar 2008 18:09:02 +0000</pubDate>
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<description><![CDATA[Caserta 25 agosto 1897-Roma 9 febbraio 1967 è stato un politico, giornalista e antifascista italian]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Caserta 25 agosto 1897-Roma 9 febbraio 1967 è stato un politico, giornalista e antifascista italiano che ha operato nell' ambito del Partito D'Azione e del successivo Partito Radicale. Con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni è in Italia, il massimo promotore dell' Europeismo. Il manifesto di Ventotene, di cui condivise la stesura con Spinelli e che fu pubblicato e curato da Colorni , è il suo libro piu' importante ed il suo testamento morale. Non ancora diciannovenne partecipo' volontario alla prima guerra mondiale. Nel dopoguerra,mosso dalla opposizione all' attegiamento dei socialisti di ostilita' nei confronti dei reduci e dei loro sacrifici e dal disprezzo della classe politica incapace di slanci ideali, si avvicino' ai nazionalisti del "Popolo dItalia"diretto da Benito Mussolini, giornale col quale collaboro' dal 1919 al 1922. In quel periodo pero' conobbe Gaetano Salvemini con il quale inizio' un lungo legame di stima e di amicizia e si allontano' definitivamente e radicalmente dalle posizioni che lo stavano portando all' ideologia fascista. A Salvemini, Ernesto Rossi si lego' da subito e il vincolo dell' amicizia, oltre che dall' ammirazione e dall' affetto, venne ben presto cementato dalla piena intesa intellettuale "Se non avessi incontrato nella mia strada, al momento giusto Salvemini, che mi ripuli' il cervello da tutti i sottoprodotti della passione suscitata dalla bestialita' dei socialisti e dalla menzogna della propaganda governativa, sarei facilmente sdrucciolato anch' io nei fasci di combattimento". Da allora il suo percorso non ebbe tentennamenti nè perplessita'. Vibro' sempre una certezza affermativa nelle sue opere, e tutto-l' intrepida moralita', la causticita' sibilante, l ' astuzia affilata-tutto, proprio tutto venne posto al servizio di questa certezza, che poi era la consapevolezza di dover difendere comunque ed ad ogni costo la liberta'. Nel 1925 con il gruppo dei Salveminiani da' vita al giornale clandestino Non Mollare!. Da questo deriva l' implacabile determinazione con cui si oppose al regime fascista. Fu dirigente insieme con Riccardo Bauer, dell' organizzazione interna di " Giustizia e Liberta'", e quindi pago' la sua intransigente attivita' antifascista con 20 anni di carcere, inflittigli dal Tribunale Speciale, dei quali nove furono scontati nelle patrie galere e gli altri quattro al confino nell' isola di Ventotene. Qua con Altiero Spinelli ed Eugenio Colornimaturo' piu' compiutamente quelle idee federaliste che nel 1941 ricevettero il suggello del famoso Manifesto di Ventotene. Dopo la liberazione, come rappresentante del Partito D'Azione, fu sottosegretario alla ricostruzione del governo Parri e presidente dell' ARAR fino al 1958. Dopo che fu sciolto il Partito D'Azione  aderi' al Partito Radicale guidato da Pannunzio e da Villabruna, nel quale sentendosi come "un cane in chiesa" (sono parole sue) rifiuto' incarichi di direzione anche perchè preferi' dedicarsi alla scrittura di libri ed al giornalismo d'inchiesta Il Mondo. La collaborazione al Mondo, iniziata sotto i migliori auspici nel 1949 (quando Mario Pannunzio, proprio lui, il direttore dalla vigilanza occhiuta e minuziosa, gli promise che i suoi articoli li avrebbe letti solo "dopo pubblicati") la collsaborazione al Mondo iniziata nel 1949 continuo' ininterrotta per tredici anni fino al 1962. Fu la stagione d'oro di Ernesto Rossi, durante la quale egli pote' assecondare il genio profondo che lo agitava dentro, quello che lo traeva a tirare per il bavero anche le barbe piu' venerande, denunciandone le malefatte, irridendone le asinerie, sbugiardandone le falsita'. I suoi articoli migliori Ernesto Rossi li raccolse in volumi dai titoli famosissimi, cosi' famosi da diventare patrimonio della lingua comune. Due per tutti : I padroni del vapore (Bari 1956) ed Aria Fritta ( Bari 1955). Dal 1962 in avanti svolse la sua attivita' di pubblicista su "L' Astrolabio" di Ferruccio Parri. Nel 1966, quando la strada della sua vita andava ormai discendendo, gli fu conferito il premio " Francesco Saverio Nitti", che molto lo conforto', ed in parte lo ripago' di un' esistenza scontrosa che gli era stata assai avara di riconoscimenti accademici. Il 9 febbraio 1967 moriva Ernesto Rossi. Qualche mese prima aveva scritto a Riccardo Bauer parole  presaghe che vibrano di un' accensione poetica :" Se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angoscie non riusciamo a trovare altre risposte al di fuori di quelle che dava Leopardi : si gira su noi stessi come trottole, finchè il moto si rallenta, le passioni si spengono ed il meccanismo si rompe". E ancora "Io non ho avuto mai paura della morte. Mi è sembrata sempre una funzione naturale inspiegabile come è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo sporco mondo. Crepare un po' prima o un po' dopo non ha grande importanza : si tratta di anticipi di infinitesimi in confronto all' eternita', che non riusciamo nemmeno ad immaginare. Ma ho avuto sempre timore della "cattiva morte". Nel Manganello e L' Aspersorio , prende corpo la denuncia di questa forma di collusione tra l' altare" ed il regime fascista antiliberale che con Mussolini si era instaurato al governo : polemica appassionata che investe contemporaneamente , dispiegando la stesso impegno , e la stessa carica dissacrante , sia il dominio della politica , sia quello della religione e dell' economia. Parimenti ai grandi monopoli dello zucchero e dell' elettricita' , e alle forme di regime politico illiberali o antiliberali , l' inclinazione alla conquista di zone d' influenza e di ambiti di potere sempre piu' vasti e pervasivi si rileva connaturata alla natura dogmatica e coercitiva della Chiesa : &#60;&#60; Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze piu' reazionarie è il Vaticano , e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica con l' insegnamento alla cieca obbedienza ai governanti , comunque delinquenti o in qualsiasi modo arrivati al potere , purchè prestino l' ossequio dovuto al Santo Padre. Approfondiremo l' argomento , oggi mi sono dovuto convincere che la soluzione di tutti i problemi-anche di quelli che riteniamo piu' spiccatamente economici o tecnici dalla convivenza civile , è in funzione del modo in cui si riesce a risolvere la liberta' di coscienza , cioe' del modo in cui vengono regolati i rapporti tra lo Stato e la Chiesa&#62;&#62;. L'indignazione di Rossi nei confronti della Chiesa , e segnatamente alla pretesa di espandere capillarmente il suo controllo sulla societa' , raggiunge il suo apice nel momento in cui si trova ad analizzare la natura ancipite del rapporto di Mussolini con il potere ecclesiastico : ateo e sboccatamente anticlericale , avverso ai valori diffusi del cattolicesimo sin dalle prime prese di posizione giovanili , si dimostrera'-a partire dalla seconda meta' degli anni venti , con la firma l' 11 febbraio 1929 dei Patti Lateranensi-un fervido ed ossequioso sostenitore della politica del Vaticano tanto da guadagnarsi l' appellativo di "Uomo della Provvidenza" , confermando, da un lato , l' intenzione esclusivamente strumentale che Mussolini aveva circa l' uso del potere , e dall' altro lato , l' oblio della Chiesa riguardo i trascorsi ateo-socialisti del duce che non fanno che ribadire il disegno politico del Vaticano perseguito attraverso calcoli macchinosi e continui regolamenti di conti. Per disegnare correttamente la parabola intellettuale di Ernesto Rossi , non bisogna pero' trascurare le oscillazioni che si avvertono nelle sue prese di posizione nei primi anni venti con l' avvento del fascismo. L' impegno intellettuale di Rossi nella lotta contro l' oscurantismo e gli abusi del clero affonda le sue radici in una delle idee guida del Risorgimento italiano " Libera Chiesa in libero Stato". La questione della conflittualita' dei rapporti della Santa Sede , con la pretesa di conservare il potere temporale , e il ceto dirigente italiano si era posta fin dai tempi di Cavour e Mazzini , assumendo i toni di un contrasto ideologico tra la volonta' di modernizzare il Paese e il bisogno di mantenersi nella tradizione , tra i processi di modernizzazione politica e le "clericali" battute d'arresto. Secondo Rossi , la porzione di liberta' e di autonomia guadagnata dallo stato laico attraverso le lotte risorgimentali  , culminate il 20 settembre 1870 , si dissolve l' 11 febbraio 1929, giorno infausto, in cui la societa' civile perdeva le speranze di potersi definitivamente affrancare dal potere della Chiesa. L'atteggiamento assunto da Rossi di schietto anticlericalismo e di rigoroso attaccamento etico alla norma della gestione di uno stato che voleva essere riconosciuto liberale , democratico e antiprotezionista , lo spinsero inevitabilmente verso un' isolamento radicale nei confronti dei bempensanti di tutti i partiti-dal partito liberale a quello comunista- , che consideravano scomodo &#60;&#60; fuori dal senso della storia&#62;&#62; e oltremodo pessimista il suo atteggiamento polemico ed il suo carattere "eccentrico". Questa scelta di campo che illuminava l' integrita' del suo pensiero liberale, ovviamente , da parte del regime fascista non poteva dimostrarsi insidiosa ed ingombrante. Nella rilettura del Sillabo di papa Pio IX, promulgato nel 1864 assieme all' enciclica Quanta cura che denunciava gli "errori del secolo" e " le nefande inclinazioni di uomini iniqui", Rossi da' voce alle sue idee anticlericali in modo da difendere la causa della laicita' attraverso un metodo rigoroso e puntualmente documentato : compiendo un uso sapiente di citazioni testuali tratte da documenti vaticani, encicliche, lettere pastorali, allocuzioni, giunge alle confutazioni delle tesi della Chiesa circa la liberta' di stampa e d'insegnamento , dei rapporti tra poteri civili ed ecclesiastici e tutto il resto delle dinamiche di potere che costituiscono il fulcro della societa' contemporanea , sono il pontefice e la Chiesa stessa a parlare di sè , della propria realta' attraverso i documenti da loro stessi promulgati : &#60;&#60; Questo è un libro anticlericale. La sua singolarita' consiste nel fatto che non è stato scritto da un' anticlericale , ma da otto pontefici che si sono succeduti , durante l' ultimo secolo , "sulla Cattedra di San Pietro" : Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. Questa forma di anticlericalismo di Rossi non degenera mai in un' atteggiamento irrispettoso o addirittura blasfemo nei confronti della religione , non indulge mai alle offese o al dileggio nei confronti dei credenti , ma si concentra esclusivamente sulla corruzione e sui privilegi della chiesa e del papato. Soffermandosi sul significato attribuito dalla Chiesa , ed in modo specifico da Pio IX  nel 1909 e da Pio XI nell' enciclica Quas primas del 1925 , al precetto evangelico &#60;&#60; Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio&#62;&#62; , dimostra come la Chiesa perverta l' originale messaggio del Vangelo affermando la necessita' di sottoporre alla Chiesa e all' ufficio assegnatole da Dio , tanto l' ordine sociale , quanto quello economico : &#60;&#60; Quel che è di Dio, dunque, è della Chiesa perchè la Chiesa è il corpo mistico di Gesu' , e quel che è di Cesare è pure della Chiesa perchè l' uomo è una creatura di Dio e, fine ultimo dello Stato , deve essere quello di far osservare la legge di Dio per condurre gli uomini alla beatitudine eterna&#62;&#62;. Come si puo' notare da questo passo tratto dal Sillabo e dopo, cio' che Rossi mira a denunciare è la volonta' della Chiesa ad accrescere sempre piu' la sua ricchezza, di attestarsi come una tra le maggiori potenze finanziarie , e di investire i suoi capitali nei titoli delle imprese piu' rilevanti ( gruppi monopolistici minerari e saccariferi , societa' concessionarie di servizi pubblici ecc). Rossi non manca di sottolineare i legami della Chiesa con il fascismo sotto il profilo delle reciproche concessioni economiche , uno dei primi provvedimenti con i quali , a seguito della "Marcia su Roma" , Mussolini si assicuro' l' appoggio della Santa Sede fu il decreto del dicembre 1922 che aboli' la legge sulla nominativita' obbligatoria dei titoli ; provvedimento che permetteva alla Chiesa di sfuggire piu' facilmente al controllo pubblico e di evadere il sistema delle imposte. "Il Vaticano è ancora oggi il principale centro di collegamento e di comando delle forze reazionarie di tutto il mondo per combattere la "piaga orrenda" del suffragio universale , "le pestilenze" del socialismo e del comunismo , i deliri della liberta' di pensiero , di culto , di stampa , il flagello dell' istruzione statale obbligatoria, e per conservare e restaurare la manomorta , il foro ecclesiatico e tutti quanti gli altri privilegi giuridici , economici e sociali che la Chiesa era riuscita a strappare alle autorita' civili nel Medioevo" Io continuo a rompere le uova nel paniere a tutti coloro che vorrebbero vendere uova marce. Non so quanto potro' durare ancora in questo mestiere. Ma finchè posso voglio continuare a prendermi il gusto di dire quello che penso su tutto e su tutti , senza riguardi. è un lusso che nel nostro paese non si possono permettere neppure i miliardari "</p>
<p>Il Manifesto di Ventotene, viene scritto da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli nel 1941 quando si trovano confinati nell' isola di Ventotene. Il Manifesto circola prima in forma ciclostilata e successivamente viene pubblicato clandestinamente a Roma nel 1944, il volume viene prima intitolato Problemi della federazione europea, reca le sigle A.S. (Altiero Spinelli ), E.R. (Ernesto Rossi) ed è curato e prefato da Eugenio Colorni. Grazie alla corrispondenza tra Rossi e Luigi Einaudi , era pervenuta a Ventotene una vera e propria letteratura federalista sconosciuta alla gran parte della cultura politica italiana. L'idea di guardare al modello statunitense nell' elaborazione di un progetto federalista per l' Europa si nutre, in gran parte, di questa apertura di orizzonti dal punto di vista teorico, ma il grande passaggio compiuto dal Manifesto è il passaggio di un vero e proprio programma d'azione che , mettendo in luce la crisi dello stato nazionale , permettesse di ripensare l' assetto geopolitico internazionale. Nella prefazione Eugenio Colorni afferma : &#60;&#60; Si fece strada, nella mente di alcuni, l' idea centrale che la contraddizione essenziale , responsabile delle crisi , delle guerre , delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra societa', è l' esistenza di stati sovrani , geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici , viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omium contra omnes&#62;&#62;. Attribuendo,  dunque, come causa prima dell' imperialismo e delle guerre mondiali la teoria della ragion di Stato e l' esercizio della sovranita' statale , il Manifesto e la sua visione politica federalista , irrompe in modo del tutto alternativo sullo scenario rappresentato dal sistema degli stati nazionali , auspicando una strategia politico-economica completamente autonoma e innovativa rispetto ai precedenti assetti. In primo luogo il Manifesto pone con urgenza la prerogativa di realizzare una Federazione europea . obiettivo niente affatto utopico considerando la crisi post bellica dello stato nazionale e, anzi, la realizzazione di questa prima tappa non dovra' essere che il preludio ad una Federazione mondiale di Stati. Problema prioritario di questo nuovo ordinamento internazionale sara' quello di oltrepassare l' anarchia internazionale nell' ambito della risoluzione dei conflitti , di frenare l' impulso di ciascuno stato di accrescere il proprio potere e prestigio internazionale , evitando in tal modo che la liberta' politica e le problematiche istituzionali , sociali ed economiche vengano relegate sullo sfondo privilegiando la sicurezza militare e le spese belliche. Cadranno, pertanto tutte le vecchie linee di demarcazione formate tra progressisti e reazionari , tra i fautori dell' istituzione di una maggiore o minore democrazia interna al singolo stato , tra la necessita' che questo si costituisca o meno con una solida cultura socialista : la netta divisione sara' marcata da coloro che continueranno a promuovere una forma stantia di lotta politica a sostegno del potere nazionale e , al contrario, coloro che coopereranno per dar vita ad una solida unita' internazionale</p>
<p>Nei Padroni del vapore Ernesto Rossi , analizza la politica economica e l' atteggiamento di alcuni ambienti industriali prima e durante il fascismo, estendendo a tale periodo critiche e appunti che aveva elaborato con riferimento alla situazione presente. Quando nel 1955, Angelo Costa , presidente di Confindustria , scriveva ad Ernesto Rossi proponendogli un contraddittorio nel quale si sarebbe fatto il possibile per far conoscere la verita' sull' industria italiana all' opinione pubblica , Rossi accettando di buon grado , offri' la possibilita' di dare origine ad un dibattito pubblico di fondamentale importanza per comprendere l' attualita' e le istanze principali del suo pensiero liberista , contraddistinto da una netta avversione nei confronti di taluni aspetti monopolistici , di cartelli privati , dei consorzi autarchici e di tutti quei meccanismi di potere tesi ad inquinare il capitalismo e a svolgere un ruolo di consolidamento nei confronti dei regimi autoritari che tendenzialmente sono volti a fiancheggiare. Il tema del dibattito con Costa aveva come titolo "Gli industriali italiani" , ossia i Padroni del vapore, i grandi capitani dell' industria italiana e tutti coloro che hanno come diretto referente la Confindustria. Rossi, criticando il capitalismo nelle forme "statalizzate" che ha assunto in Italia , non manca di manifestare il suo entusiasmo per il capitalismo americano dove la situazione concorrenziale non attende aiuti statali e s' indirizza verso un cammino indipendente da quello del potere politico. L'altro bersaglio polemico di Rossi , indagato nella sezione dedicata alla Critica del sindacalismo , è il sindacato monopolistico e tutti gli assetti di potere in mano alle leghe sindacali , che rendono incisivo il ruolo di controllo dello stato e compromettono la libera formazione dei prezzi sul mercato. La polemica liberale contro il capitalismo è dunque volta a porre dei limiti allo sfrenato lassez faire che non interviene a ricucire le falle e le inefficienze generate dal mercato , sia a frenare gli interventi diretti di assistenza e l' estensione del lavoro sindacalizzato. La pars costruens della sua Critica alle costituzioni economiche si propone come obiettivo quello di Abolire la miseria : imponendo delle riforme di straordinaria importanza-riforma agraria, terra a chi la coltiva-ed estendendo servizi pubblici e bisogni essenziali-cibo, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria-a tutte le categorie sociali , la striscia della miseria tenderebbe ad accorciarsi , rendendo meno eclatanti alcune storture del capitalismo. Secondo Eugenio Scalfari , nella prefazione di capitalismo inquinato, la posizione di Rossi sul capitalismo italiano coincideva in almeno sei punti con quella dei liberali di sinistra : &#60;&#60; Il libero mercato non è uno stato di natura , la libera concorrenza e la liberta' di accesso al mercato sono situazioni perennemente a rischio , che debbono essere create e mantenute da apposite regole , il cui rispetto deve essere garantito da organi pubblici dotati di poteri penetranti di vigilanza e sansione. L'economia mista , si risolve di fatto in una privatizzazione dei profitti e in una publicizzazione delle perdite favorendo il diffondersi nel sistema di un' elevato grado di corruttela&#62;&#62; Se, dunque, la genesi del capitalismo italiano a causa di una ristrettezza iniziale di capitali e della mancata compattezza di sviluppo da nord e sud , è riconducibile alla dipendenza e alla protezione di gruppi bancari , industriali e politici , inevitabilmente le caratteristiche del suo sistema sono sempre state la difficile concorenza , la mancanza di regole di controllo , lo sviluppo massiccio di cartelli e monopoli. Esclusivamente un' azione di netta discontinuita' con la politica delle partecipazioni statali e del protezionismo doganale puo' , secondo Rossi, riformare e restituire trasparenza all' intero sistema. Dunque applicare il settimo comandamento : non rubare. Questa è l' esortazione che Rossi rivolge al Presidente di Confindustria Costa ed agli imprenditori italiani &#60;&#60; Ma io non mi sono mai preoccupato che gli industriali guadagnassero troppo ; mi sono preoccupato che rubassero troppo ; e mettendo in luce questa consuetudine di alcuni di loro , ho sempre creduto di scrivere in difesa del bene comune&#62;&#62;. Gli strali lanciati da Rossi contro la corruzione del sistema capitalista sono indirizzati non alla pretesa di aumento del profitto degli industriali , quanto piuttosto alle licenze , alle concessioni esclusive , ai favoritismi messi in atto dall' imprenditoria nel finanziamernto dei giornali , dei partiti politici , delle campagne elettorali , consentendo ad uomini di loro fiducia d' inserirsi nei gangli vitali delle istituzioni. Per poter cogliere l' autentico contributo politico-culturale fornito da Ernesto Rossi attraverso le sue riflessioni sulla situazione economica italiana , non è necessario interrogarsi se vi fu da parte sua una netta scelta di campo tra socialismo e liberismo , bisogna piuttosto individuare il bersaglio polemico delle sue critiche : da un lato il regime individualistico che garantisce la proprieta' privata su gran parte degli strumenti materiali di produzione , incurante della miseria diffusa in larghi strati della popolazione ; dall' altro lato le sue critiche si rivolgono al monopolio statale di tutti i mezzi di produzione , alla burocratizzazione di tutta la vita economica. Dunque secondo Rossi , la molla propulsiva dell' economia deve essere rintracciata in un dinamismo economico che permetta di aumentare i mezzi materiali per la soddisfazione dei bisogni umani. Come afferma in Abolire la miseria . &#60;&#60; L'eroe di questa grandiosa rivoluzione economica non è " il fedele servitore dello Stato" mosso dal senso del dovere. è l' imprenditore , che non ha lo stipendio sicuro alla fine del mese , comunque vadano le cose è l' imprenditore, che costruisce la sua baracca sempre piu' avanti , se scopre la possibilita' di un nuovo guadagno , dove neppure arriva la tutela della legge&#62;&#62;. Questo eroe è, dunque, colui che ha avuto l' audacia di avventurarsi in territori ancora inesplorati dai monopoli e che ha seguito le prime tracce di un cammino che ha poi permesso a tutta l' umanita' di procedere sicura.</p>
<p>La questione Federconsorzi. Un secondo ambito di attivita' di Ernesto Rossi nella lotta contro i monopoli parassitari fu la questione della Federconsorzi , ente statale che aveva ereditato dalla gestione ammassi , esercitata dal regime fascista durante "la battaglia del grano" , e dal successivo periodo di tesseramento annoario , una struttura molto efficiente per l' importazione , lo stoccaggio e la distribuzione del grano. Ernesto Rossi denuncio' con fermezza che sotto la gestione di Bonomi questa stessa struttura era diventata " una macchina" per gestire il consenso nelle campagne a favore di precise correnti della Democrazia Cristiana. La gestione ammassi lasciava , sempre a parere di Rossi , margini spropositati , a carico dei contribuenti e che erano impiegati per operazioni di corruzione politica. Significativi in questo senso i titoli dei volumi pubblicati sull' argomento : La Federconsorzi e lo Stato e Viaggio nel feudo di Bonomi. Se poi si legge la lettera ad Alessandro Galante Garrone del 10 settembre 1963 si resta a bocca aperta per la straordinaria lucidita' di un fenomeno di cui tutti avremmo preso coscienza trent' anni dopo con "Mani Pulite" Purtroppo temo che il pateracchio con la DC sia diventato per il Partito Socialista una questione di vitsa o di morte , perchè da quando ha rotto l' alleanza con il P.C.I. ha dovuto rinunciare alle principali fonti di finanziamento. Tutti parlano di programmi , di ideologie , di sacri principi , ma il nocciolo del problema è nei quattrini. I burocrati che tengono nelle loro mani le vere leve di comando dei partiti e che conoscono tutto e tutti-sono uniti fra di loro dal comune interesse e riescono ad imporre oramai quella politica di maggiori opportunita' di compensi straordinari di tutti i generi Tratto da  varie fonti.. Dopo vent'anni dalla morte di Ernesto Rossi assistiamo alla scomparsa dell'area laica e socialista nel nostro paese. Scomparsi da tempo i liberali ed i repubblicani ora scompaiono i radicali , confluiti nel Pd, ed i socialisti molto probabilmente non avranno , rappresentanti in Parlamento dopo oltre un secolo di vita , a rappresentare il mondo laico , in Italia , resta soltanto la Sinistra Arcobaleno, questa è la realta' dei fatti. Mi chiedo cosa c' entrino i Radicali con i teocom, i teodem i Margheriti del partito democratico, gli opusdeisti, i ciellini alla Formigoni,  il Pd oramai è piu' un calderone che un partito. Mai come ora vi sono , in Italia, grossi imprenditori impegnati direttamente in politica, Silvio Berlusconi, Matteo Colaninno, Caleano, i padroni del vapore controllano le televisioni, finanziano giornali e le campagne elettorali, in barba agli spettacoli comici e ad eventuali referendum, comprendi Beppe Grillo ?, povero Ernesto, chissa' a cosa sta pensando da lassu'?. La fascia di poverta' , nel nostro paese aumenta, investendo anche i ceti medi fino a dieci anni fa immuni dal fenomeno, la Chiesa cattolica è al minimo storico di praticanti ed al massimo del suo potere, siamo circondati da tutte le parti da partiti che si ispirano ai principi cristiani, Pd, UDC, PDL, e minutaglie varie, si mette in discussione la legge 194, dei PACS e dei Dico nessuna traccia, la laicita' dello stato resta una chimera. L'unica cosa che si è realizzata è l' Unione Europea, restiamo in febbrile attesa dell' Unione Mondiale. Piero Ferrari segretario del Nuovo Partito D'Azione della Calabria e della Basilicata</p>
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<title><![CDATA[Manlio Rossi Doria e la questione meridionale]]></title>
<link>http://npacalabria.wordpress.com/2008/01/23/manlio-rossi-doria-e-la-questione-meridionale/</link>
<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 22:48:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>npacalabria</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il Mezzogiorno. L&#8217; agricoltura. I temi di cui per tutta la vita si occupo&#8217; Manlio Ross]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Il Mezzogiorno. L' agricoltura. I temi di cui per tutta la vita si occupo' Manlio Rossi Doria sfumano nella nebulosa di un'Italia premoderna. Sembrano un relitto incastrato nei fondali della storia, un silenzioso monito. E lo stesso Rossi Doria pare un personaggio di un paese lontano, personaggio severo, eppure sorridente , ancorato ad analisi rigorose, molti dati e poche chiacchiere, teorico di qyuella che si chiamava la"politica del mestiere". Dell' economista che spese ogni energia per rendere piu' ricca l' agricoltura meridionale e per riscattare i contadini del Sud dal "muro della miseria". Rossi Doria nasce a Roma nel 1905 ed a diciannove anni si iscrive ad agraria , presso l' istituto superiore di Portici. Studia chimica e botanica , entomologia e microbiologia, mineralogia e geologia. Impara le pratiche colturali , apprendendo il modo di far funzionare un' azienda agricola o zootecnica. Ancora oggi , scrivera' a meta' degli anni Ottanta , raccogliendo le sue memorie ( le intitolera' prendendo a prestito una frase di Epicuro : la gioia tranquilla del ricordo) " un prato, una siepe, un bosco mi procurano un godimento piu' di qualsiasi altro spettacolo della natura , tanto da sentirmi simile a quell' extraterrestre di un brevissimo racconto di Robert Louis Stevenson che , sceso sulla terra, fra tutti gli esseri incontrati preferi' quelli dalla testa verde. A Portici vive col suo piu' caro amico, Emilio Sereni, entra in contatto con Giorgio Amendola e si iscrive al P.C.I. Nel 30 è arrestato dalla polizia fascista e condannato a quindici anni, ma torna libero grazie all' amnistia del 35. Gia' allora il dissenzo col partito è marcato e la rottura avviene nel 39. L'anno successivo viene spedito al confino in Basilicata, da dove prende parte alle discussioni che portano Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli a scrivere il Manifesto di Ventotene. Viene liberato dopo il 25 luglio del 43 e si butta nell' attivita' politica col Partito d'azione, partecipando alla Resistenza romana. Ma nel dicembre è ancora arrestato : insieme a Leone Ginsburg fino alla sua morte, nell' infermeria del carcere. Mentre la guerra ancora infuria al Nord , Rossi Doria ha gia' lo sguardo proiettato sul dopo e sulle miserie che l' Italia trascina con sè. Non crede, a differenza di altri azionisti, che sotto le ceneri del Sud covi qualche fermento. "Ormai" , scrive in un'accorata lettera a Leo Valiani , camminavo tenendo davanti agli occhi la diversa prospettiva che la rivoluzione non ci sarebbe stata , che il vecchio avrebbe preso il sopravvento sul nuovo , che la sinistra sarebbe stata sempre sconfitta fino a quando non avesse imparato a fare i conti con la realta' e ad acquistare le doti dei cavalli col fiato lungo. A darmi questa coscienza avevano contribuito gli eventi, gli amici, i nemici, ma il tenere i piedi per terra nel Mezzogiorno aveva contribuito piu' di tutto". Il Mezzogiorno, dunque, con la sua arretratezzaù, i grandi possedimenti fondiari in mano a pochi proprietari, rozzi e incapaci di migliorie , i terreni abbandonati, una natura ostile. Un Mezzogiorno di cui , a quel tempo molto si scrive, ma che pochi conoscono e viene confuso con le caricature che certo vittimismo sudista ha alimentato, o percepito come un blocco indistinto. Rossi Doria ha letto i grandi meridionalisti, ha ammirato Salvemini e Dorso , ha conosciuto Giustino Fortunato, si è legato a Umberto Zanotti Bianco , e, ancora studente a Portici, è stato accolto in un' azienda nella Val D'Angri da uno dei piu'm intelligenti agronomi di quegli anni , Eugenio Azimonti. Il piu' bel libro di Azimonti si intitola il Mezzogiorno agrario qual' è. E a questo motto, solo apparentemente anodino, si ispira il tono che domina nelle pagine di Rossi Doria : l' argomento razionale, l' analisi dei dati, la loro verificabilita'. In Riforma agraria e azione meridionalista l' economista invita a distinguere i tanti tipi di agricoltura che convivono nelle regioni meridionali , per ognuna delle quali prevede diagnosi e terapie diverse. Gia' prima della guerra ha collaborato con i piu' grandi tecnici agrari del tempo?. Arrigo Serpieri , in primo luogo. Ha imparato quanto fossero determinanti le bonifiche , la cura delle condizioni fisiche dei suoli , a partire da quelli di montagna , quanto fosse necessario fermare il dissesto idrogeologico. E quanto , sulla base di queste innovazioni , fosse possibile alleviare l' oppressione sociale dei contadini. Di Rossi Doria esiste una transfigurazione letteraria che ne rende appieno lo stile intellettuale , condensato nell' idea che la riflessione resta arido artificio se non si traduce in pratica concreta. è nell' Orologio di Carlo Levi dove Manlio è riversato nel personaggio di Carmine Bianco "Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l' altro sulla pura tecnica", scrive Levi, ma questa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in un' abitudine mentale , lo conservava vivo e appassionato". La politica, la tecnica e l' esperienza sul campo. Rossi Doria partecipa fin dalle battute iniziali al dibattito sulla Riforma agraria. è fra i primi a chiedere che lo Stato intervenga per rompere i tradizionali assetti proprietari , consentendo che le terre fossero distribuite a chi poteva renderle produttive. è fra i primi a spendersi attivamente : dal 49 al 52 è impegnato in Calabria negli espropri , nell' accorpamento delle particelle, discute con i contadini, con i piccoli proprietari. Ma la soluzione adottata lo soddisfa in parte. Rossi Doria si accorge che la Riforma asseconda il desiderio della DC di costituire nel Sud una base di contadini-proprietari. E inoltre la riforma ha il terribile difetto, ai suoi occhi, di proporre soluzioni uguali per realta' diverse : piccole proprieta' non solo in alternativa a grandi estensioni latifondiste, ma anche al posto di aziende agricole ben funzionanti. è un torto da ideologi. La stessa freschezza di ragionamento Rossi Doria riversa su un' altro argomento spinoso : l' emigrazione. Sfidando le opinioni diffuse è convinto che, per le regioni meridionali piu' aride e piu' densamente popolate , l' emigrazione sia un bene. Secondo Enrico Pugliese, suo allievo fra i piu' stretti, Rossi Doria legge nell' emigrazione "lo scuotimento di un' ordine terribile all' apparenza eterno". Negli anni 50 e 60 vanno via dal Sud 150.000 mila persone l' anno. Ma molte rientrano, hanno capitali e competenze. L' emigrazione è un' evento doloroso spiega Rossi Doria, ma necessario. A differenza di quella transoceanica di inizio secolo, questa di questi decenni nasce da un progetto di riscatto e non solo dalla disperazione. Esbagliano i governi a lasciare che il fenomeno fluisca disordinato , senza politiche per l' inserimento. E sbaglia la sinistra a ritenerlo l' effetto di una rinuncia. I suoi occhi verso i contadini che partono sono umidi di commozione. Eppure l' emigrazione resta un punto centrale nella lotta contro la miseria. "Non avrei mai creduto", scrive nel 1965 , quando l' emigrazione si è molto ridotta, di poter vivere tanto a lungo da vedere la fine della miseria contadina , e invece l' ho vista. Oggi la miseria contadina-la miseria della gente che non aveva scarpe , che viveva nelle capanne o in una sola stanza, che non aveva da mangiare a sufficienza perchè secondo il vecchio detto "mangiava pane ed erba cotta", questa miseria non esiste piu' nelle zone interne. E questo sostanziale progresso è dovuto all' emigrazione". La miseria non esiste piu' i problemi diventano altri. Nel 1962 si iscrive al Partito Socialista, con cui viene eletto senatore nel 1969 e nel 1972. Nel 1981 assume assume la Presidenza dell' Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d'Italia. Memorabile è la lotta contro lo strapotere della Federconsorzi. Muore a Roma il 5 giugno 1988. Piero Ferrari segretario regionale del Nuovo Partito D'Azione della Calabriua e della Basilicata </p>
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<title><![CDATA[Guido Dorso e le questione meridionale]]></title>
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<pubDate>Wed, 22 Aug 2007 06:06:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>npacalabria</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>L' approccio di Dorso non si sottraeva certo, sul piano politico, ai condizionamentidi queste spinte autonomistiche ed al Congresso di Cosenza, proprio in questa ottica egli si schiero' con la sinistra lussiana, immune da ogni tentativo socialista, vicino anzi a La Malfa e Rossi Doria, aveva scelto l' alleanza con Lussu in modo del tuttostrumentale, rimuovendo l' immagine del Lussu socialista e rivoluzionario, attento invece alle autonomie ed al governo dal basso, ritenendo di poter impegnare in questo rapporto personale tutto il PdA in un rigoroso impegno meridionalistico. Il suo autonomismo era pero' solo il punto di partenza per un discorso teorico piu' approfondito, al cui interno la stessa questione meridionale ampliava i suoi orizzonti, trovando una compiuta collocazione in una ricostruzione complessiva dell' intera storia italiana. Dall' enfasi in cui aveva sottolineato l' esperienza del partito Sardo D' Azone nel primo dopoguerra, valorizzando l' autonomismo come l' iniziativa spontanea delle masse in lotta, si sviluppava un' analisi complessa articolata su tre livelli strettamente contigui. Il primo lo portava a valorizzare il decentramento amministrativo, associando al binomio autonomie/liberismo le premesse sia per la rottura dell' occupazione del potere statale delle industrie del nord. sia del privilegio doganale entrambe condizioni indispensabili per uno sviluppo autonomo dell' economia del mezzogiorno. Gli altri due si soffermavano invece su di un tema ricorrente del pensiero dorsiano, stabilendo cioe' un nesso molto stretto tra lotta contro l' accentramento statale e meccanismi istituzionali di selezione e di formazione di una nuova classe dirigente. Si arrivava cosi' ad un terzo livello propositivo, che finiva per l' attribuire a questa classe politica, forgiatasi in periferia, un ruolo prioritario nell' impegno antitrasformistico, il trasformismo era visto da lui come una tara genetica del sistema politico italiano, un ostacolo che paralizzando la lotta ideologica, ne aveva soffocato una funzione necessaria propria del continuo ricanbio della classe politica. è proprio nella lotta ideologica e politica, egli scriveva, che c'è il rimedio contro la degenerazione trasformistica. Il trasformismo annullava tutte le valenze positive del conflitto e contemporaneamente scriveva ancora Dorso, corrode il meccanismo proprio nel suo punto piu' vitale, svuotandolo di contenuto e creando un sistema di selezione a rovescio, che induce il popolo, soprattutto i non militanti, non gia' a scegliere, ma ad aborrire la politica come cosa impura, dalla quale bisogna tenersi lontano, rinunziando perfino al diritto di voto. La democrazia fondata sul conflitto è definita quindi dalla possibilita' data ad ogni cittadino di scegliere nella massima trasparenza tra opzioni nitidamente contrapposte. Per battere il trasformismo bisogna dunque coglierlo nelle fasi di passaggio e di discontinuita', quando il sistema di scorririmento del sistema politico si fa piu' rapida e le pratiche invisibili della democrazia. L ' aspetto visibile della democrazia, quello fisiologico, è il luogo dove si fronteggiano e si intrecciano le tendenze centrifughe che percorrono il sistema politico, quello invisibile è segnato da una tendenza centripeta, rappresenta la patologia di un sistema in cui tra maggioranza ed opposizione la linea di demarcazione tende a sbiadire del tutto. Liberismo economico, decentramento istituzionale, ma soprattutto la sconfitta del trasformismo erano le coordinate che si poteva cogliere quella che Dorso definiva l' occasione storica, l' occasione relativa ad una duplice rottura, la prima relativa al sistema politico ed all' apparato dello stato, la seconda che attiene direttamente all' identita' nazionale e su cui quel sistema si è modellato. A coniare quell' espressione, lo spinse una sorta di slancio visionario, la consapevolezza di vivere un attimo irripetibile, uno di quegli attimi in cui tutto sembra possibile, perchè nulla è ancora accaduto e tutto puo' ancora accadere. Su questi risvolti soggettivi si innestarono, dei dati empirici molto robusti. L a crisi italiana legata all' esito disastroso della Seconda guerra mondiale, aveva determinato lo sfacelo politico, sociale ed istituzionale del vecchio stato unitario e sembrava in grado di travolgerne anche i vizi di origine. Per molti , i giorni seguiti all' 8 settembre 1943 furono quelli della paura e dello sgomento, per Dorso erano invece una formidabile opportunita' legata al crollo del vecchio Stato, tante volte maledetto e disprezzato, lo Stato burocratico-fiscale, accentratore che difendeva con tariffe doganali la maggior parte dei cosiddetti industriali del Nord. Nessun rimpianto , quindi, ma un congedo freddo e distaccato con la constatazione che il ciclo dello Stato storico italiano è compiuto,cfioe' il ciclo di quello Stato che sorto con lo statuto albertino, attraverso lo pseudoliberalismo e la pseudodemocrazia ha finito col dichiarare bancarotta col fascismo. Per Dorso allora, le opportunita' per il Sud erano legate essenzialmente al fatto che senza lo stato accentratore il Nord non puo' sviluppare una politica di protezionismo doganale e di autarchia ed è quindi costretto ad accettare tutto il mercato italiano ed anche nel Mezzogiorno, la concorrenza europea equilibratrice dei prezzi. Una lettura economicistica dunque, che si coniugava pero' con un autonomismo saldamente radicato nelle ragioni della politica. L a rottura del centralismo statuale indicava finalmente nell' autogoverno. l' ambito di formazione di una nuova elite, capace di rinnovare la classe dirigente e superare in una sintesi dinamica le radici profonde del conflitto sociale. Il processo di formazione da lui delineato per la classe politica e , al suo interno, per la classe dirigente non aveva niente di misterioso, egli indicava con sicurezza ambiti istituzionalile autonomie ed il decentramento amministativo. L a fine della subalternita' della borghesia umanistica alla borghesia terriera, la sua saldatura, sulle rovine del blocco agrario, con i ceti di piccola borghesia imprenditoriale e con i contadini, richiedeva ora 100 uomini di ferro, non piu' soltanto abnegazione, cultura, impegno, rigore morale. Quando io potro' venire a parlare, aveva detto a Bari, non a 500 delegati di emanazione contadina, in quel momento avra' veramente inizio la risoluzione del problema. I 100 uomini di ferro dovevano essere 100 organizzatori preparati, i militanti di un partito davanti ai quali stava il compito grandioso e affascinante di organizzare i contadini e le popolazioni meridionali. Questa sua stagione di ottimistici entusiasmi fu brevissima e coincise in pratica con la permanenza all' interno di PdA. Dei punti programmatici dell' azionismo egli apprezzava ovviamente quelli che si riferivano all' autonomismo, alla volonta' di rottura con tutti i gruppi che avevano favorito l' avvento del fascismo, l' intransigenza atimonarchica. M a soprattutto il PdA gli sembrava l' unico partito organizzato su scala nazionale che proprio per l' elasticita' delle sue strutture organizzative, la mancata centralizzazione della linea politica, il pluralismo interno, la vivacita' del dibattito tra i suoi militanti, era in grado di garantirgli una piu' ampia liberta' di manovra nella condotta della propria autonoma battaglia meridionalista. Con queste premesse inizio' una sua carriera di militante azionista che lo porto' prima alla direzione de l' Azione, poi nell' esecutivo nazionale varato dopo l' unificazione dei due tronconi del partito. Ma una volta inserito dentro il PdA, tutti quei pregi di profonda democrazia interna che lo avevano sedotto in precedenza , finirono progressivamente per rivelarsi limiti insormontabili per l' efficacia e l' organicita' di un intervento politico, il partito " nuovo" del mezzogiorno aveva riprodotto nel suo processo d' impianto gran parte delle vecchie tare trasformistiche e clientelari. I suoi quadri lungi dal diventare organizzatori contadini, restavano confinati nelle fila di una borghesia professionale prevalentemente cittadina, sradicata dall' ambiente rurale, ai margini del movimento di lotta, le prime occupazioni di terre ( Montalbano Jonico) , le insurrezioni popolari spontanee erano viste dall' esterno con forti preoccupazioni legalitarie per la loro legittimita' o per l' applicabilita' dei metodi violenti spesso semplicisticamente ridotti a fatti di delinquenza locale. Con la riunificazione del territorio nazionale dopo la liberazione, gli sembro' ancora una volta che interessi padronali ed interessi operai stessero per saldarsi ai danni per il Mezzogiono. Fu allora che comincio' a prendere le distanze da Ugo La Malfa accusandolo di volere rivalutare il prefascismo,di ricongiungere il presente al passato remoto, ad estraniarsi dalle impazienze di Lussu, ad avvilire la sua presenza nel partito ad una serie di dissidi personali, di appelli alla direzione centrale per fronteggiare corruzione e carrierismo, di riconciliazioni brevissime. La chiusura , alla fine del 1945 per motivi economici de "L' Azione" fu il pretesto per una rottura definitiva. Restando al Mezzogiono c'è solo da osservare che , nella crisi italiana 1943-1945, i meccanismi di selezione della classe politica passarono sostanzialmente inalterati, i dati riportati da Alosco la continuita' tra uomini e strutture del prefascismo al postfascismo sono impressionanti. No i partiti non avevano innovato, procurato rotture, anzi erano stati i protagonisti diretti della continuita'. C' è un ultimo tasssello dell' analisi dorsiana che vale la pena sottolineare vale a dire il dilatarsi della pratica trasformista ogni volta che risultava dilatata la sfera dell' intervento pubblico. A cosa serve si chiedeva nel 1945 la politica dei lavori pubblici in Italia se non a creare una fonte di corruzione politica e a rinsaldare il traballante domonio dei trasformisti meridionali, senza riuscire a produrre quei rimedi finanziari atti a modificare come che sia la struttura economica e sociale delle regioni del Sud ?Non è forse vero che tutte le leggi speciali hanno lasciato, in massima parte, il tempo che hanno trovato, peggiorando anzi le condizioni politiche e morali delle regioni che sono state beneficiate, attraverso il favoritismo elettorale e la sfacciata camorra dei grandi elettori?. Il Mezzogiorno come questione nazionale fu visto come un problema che poteva essere affrontato e risolto solo nell' ambito di un intervento statalel, che secondo i vecchi insegnamenti di Giovanni Amendola, servisse a costruire case, strade, provvedendo a tutto cio' che occorre per l' attivamento della vita sociale. Questa posizione si incarno' in una figura particolare quella di Ugo La Malfa, del quale sono stati ripubblicati opportunamente alcuni scritti e discorsi proprio sul tema del Mezzogiorno. Il punto di partenza era un sostanziale pessimismo sulle capacita' del Sud nel far da solo. Disse chi volete che trasformi e bonifichi le terre?, faccia la riforma, faccia le strade, le fognature, gli acquedotti? i privati?. Ma i privati queste cose non le fanno neppure a Milano, figuratevi se sono disposti a farlo nella zona lucana. E se l' intervento dello Stato funzionera' bene o male, questo dipendera' dalla nostra coscienza sociale, dal livello della nostra classe politica. Questa frase è stata scritta nel 1953. A quel punto si erano gia' concretizzati alcuni dei principali strumenti dell' intervento statale nel Sud, la liberalizzazione degli scambi, decisa nel 1951, l' istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, le lkeggi per la riforma agraria 1950. I n realta', proprio rispetto ai meccanismi di selezione e di formazione della classe politica, su cui aveva insistito Dorso, quei provvedimenti ebberi effetti devastanti. Allo sbocco dei flussi di denaro pubblico canalizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno, nacque una nuova classe politica il cui affresco complessivo si ritrova nei mediatori, descritti da Gabriella Gribaudi. Controllano l' erogazione del reddito una torma di uomini nuovi, affanati di posti e di ricchgezza, si sostitui' al vecchio notabilato meridionale, le clientele e le altre forme di aggregazioni tradizionali, nelle quali i valori erano interessi, furono spazzate via a beneficio di nuovi comitati di affari in grado di trasformare gli interessi in valori. Il fatto è che del doppio binario auspicato da La Malfa, intervento statale e formazione di una efficiente classe politica solo il primo fu praticato. Fu lui stesso a riconoscerlo nel 1967, proprio commemorando Guido Dorso . che la realizzazione di istituti autonomistici abbia favorito il sorgere di una classe dirigente nuova, che il fermento della Resistenza e della lotta di Liberazione, della rimeditazione dei problemi della democrazia e della liberta', avvenuta dopo Gobetti e Dorso, ci abbia dato una nuova e piu' moderna classe meridionale, capace di rivivere il dramma del Mezzogiorno, cio' non si puo' affatto affermare. Il trasformismo, vecchia malattia della societa' meridionale, nonostante la rivoluzione industriale, la creazione di istituti autonomistici e la presenza massiccia di partiti massa, è risorto e tornato a vivere. Tratto dal magnifico libro di Giovanni De Luna Storia del Partito D' azione , e da me sintetizzato. A questo punto sono dobbligo delle considerazioni, primo a sessant' anni di distanza le cose non mi sembrano cambiate di molto, oggi al fenomeno del trasformismo si aggiunge il ben peggiore fenomeno del trasversalismo dei fenomeni, colpiscono quasi la totalita' dei partiti politici, che vi sono politici che occupano cariche elettive nelle amministrazioni pubbliche da 30 65 anni e vengono regolarmente rieletti ogni volta, sono quasi sempre gli stessi personaggi, terzo che il sottoscritto non manca di obiettivita' quando riporta che il vecchio Partito D'azione aveva anch' esso nel Mezzogiorno connotati clientelari, quarto che la lezione ci è sevita a non concepire nel Sud la politica in tal senso, ed a non rifare lo stesso errore, quinto che noi come NPA abbiamo copiato la strittura organizzativa del vecchio partito D' azione, partito decentrato, organizzato su base regionale, non verticistico, aperto alla discussione interna, trattati questi temi che ho giudicato prioritari, trattero' dei briganti Parafante , Musolino e Giuliano, come promesso al lettore che ne ha fatto richiesta. Dott Piero Ferrari segretario regionale NPA per la Calabria</p>
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<title><![CDATA[Meeting dei giovani antimafia]]></title>
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<pubDate>Sat, 04 Aug 2007 16:12:00 +0000</pubDate>
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<description><![CDATA[Buonasera voglio segnalare il primo meeting dei giovani contro la mafia che si svolgera&#8217; a Reg]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<p>Buonasera voglio segnalare il primo meeting dei giovani contro la mafia che si svolgera' a Reggio Clalabria in data 9-10-11 agosto 2007 per maggiori informazioni sul programma visitare il sito <a href="http://www.legalitalia.org/">http://www.legalitalia.org/</a>. Dopo essermi fatto un buon caffe' ed essermi riposato riprendo con le mie considerazioni. Premetto che intendo in un futuro non molto lontano, tramite una serie di post illustrare l' Azionismo, l' Azionismo nel Mezzogiorno ed il liberalsocialismo o socialismo liberale, gradirei sapere se siete interessati alla cosa o meno, dato che mi richiede fatica, sforzo e tempo e sprecarlo inutilmente non mi sembra il caso. Una cosa che non ho mai capito è il perchè se una persona parla ad esempio di Dante Alighieri si dice quella persona illustra, spiega, se si parla della squadra del cuore si dice quella persona tifa, se si parla del proprio partito si dice quella persona sta facendo propaganda. Preferisco il termine illustrare, allora vi illustro il mio piccolo ma nobile partito : il Nuovo Partito D' Azione. Questo partito è nato due anni fa, senza un euro, siamo un partito laico, vale a dire rispettiamo tutte le fedi, io nei link le ho messe tutte anche gli atei e gli agnostici, ma chiesa e Stato debbono rimanere distinti e separati, la Chiesa non deve interferire nelle leggi dello stato , inoltre siamo per il rispetto di tutte le religioni e per la loro parita' giuridica, senza alcuna discriminazione. Questo piccolo , nobile e pulito partito politico</p>
<p>si rifa' al vecchio partito D' Azione, il partito di Ferruccio Parri, di Emilio Lussu, di Riccardo Lombardi, di Ernesto Rossi, di Guido Calogero , di Aldo Capitini, di Ugo La Malfa, per intenderci e per citarne alcuni, partito che si sciolse nel 1947 , un partito che faceva del rigore economico e morale la sua bandiera. Tutta la storia richiede tempo e la tralascio ai post che vi ho annunciato in precedenza. Sono passati 60 anni, il mondo è cambiato, l' Italia è cambiata, gli italiani sono cambiati poco, speriamo che cambino un po' di piu', è evidente che dopo 60 anni non potevamo riproporre il partito D' Azione, ma partire da li' , assimilarlo e rimodellarlo ad oggi. Ebbene abbiamo elaborato un programma con 25 punti programmatici, altri temi tipo il Federalismo li abbiamo dibattuti nel forum, vi consiglio di visitarlo perchè lo ritengo una miniera di proposte</p>
<p>trattate con spontaneita', in modo genuino direi, perchè molti non erano temi preconfezionati. Cosa ci caratterizza come partito? ci caratterizza il fatto che noi siamo un partito di proposta e non un partito di protesta. Dico questo perchè vedo tutto un pullulare di siti , di blog, di giornali online di sola PROTESTA contro la politica tout court, contro tutti i partiti, contro i manager pubblici, contro il Papa e via dicendo senza uno straccio di proposta, ATTENTI fratelli e sorelle d'Italia e di Calabria, se la protesta, giusta e legittima non è accompagnata dalla PROPOSTA, ci porta dritti dritti verso l' Uomo della Provvidenza, sperimentato dai nostri padri e dai nostri nonni. La demagogia ed il qualunquismo non ci appartengono, io mi tiro fuori e vi metto in guardia di non cedere a questo, perchè il rimedio sarebbe peggiore del male di gran lunga. Il punto programmatico che mi ha indotto ad iscrivermi a questo partito, che lo caratterizza e lo rende unico nell' odierno panorama politico italiano è la riduzione del debito pubblico, che è il problema dei problemi per l' Italia, noi diciamo come risolverlo, da dove prendere i soldi e per quanto tempo. Anche gli altri 24 punti sono importanti, ma questo lo giudico nodale e caratterizzante NPA. Sulla giustizia non siamo giustizialisti , siamo per il rispetto delle leggi, per l' indipendenza della magistratura , per la certezza della pena e per la rapidita' dei processi, come i paesi piu' civili del mondo USA in testa, nordeuropa, Gran Bretagna. In politica economica guardiamo agli eslusi da questa societa' , ai senza voce, siamo per diritti e meriti , non per il merito soltanto perchè se non partiamo uguali, chi parte prima ha un vantaggio non un merito. In politica estera siamo filoatlantici e per l 'Europa Unita queste sono le grandi linee per il programma dettagliato vi invio al nostro sito ed al blog del segretario dove trovate aggiunte cinque nuove proposte approvate ad aprile dalla Direzione Nazionale. Ora prendo a caso un punto specifico, piu' ristretto, visto che ne ho parlato prima scelgo l' abolizione delle Province. I compiti amminisrtativi, secondo noi, possono benissimo essere svolti dalle Regioni e dai Comuni. Le province avevano solo competenze su qualche strada provinciale, su qualche scuola. Ci costano migliaia di miliardi ed impiegano circa 20.000 persone. Siccome non hanno piu' motivo di esistere i partiti politici, hanno delegato compiti spettanti alle regioni alle Province tipo l' apertura delle agenzie di viaggi, per citarne una , per mantenerle in vita e fare sussistere politici rampanti, politici sul viale del tramonto, familiari, amanti, gigolo dei politici , noi ne chiediamo esplicitamente la soppressione, risparmieremmo un sacco di quattrini, questi mestieranti della politica si dovrebbero guadagnare col lavoro la quotidiana pagnotta , si migliorerebbero i conti pubblici e si eviterebbero tasse sull' acqua minerale, sugli euro zero , uno , due non ricordo fino a quanti euro arriva, senza risolvere nulla definitivamente. Termino qua non ho inteso fare propaganda , ho inteso illustrare per sommi capi il mio partito, grazie se siete arrivati sino alla fine. Dott Piero Ferrari Segretario regionale per la Calabria del Nuovo Partito D' Azione</p>
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