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E rimane solo il sogno della notte...

Il documentario sul ’68, in inglese, la liberazione individuale e la collettività che si perde, storie già sentite, quella parabola utopica che darà poi sull’individualismo, scrittori e filosofi vari, da tutto il mondo, la rivolta globale, il mondo di adesso… camminare la sera dopo aver sentito il Barre che mi diceva del regalo da comprare a Fizi per il suo compleanno, passare davanti al bar, dove si sentiva la voce di Miryam da fuori, i maghrebini che parlavano animatamente, il bar dei neri, dei terroni, dei cattolici, dei polentoni, dei vecchi e vecchie, degli albanesi e dei romeni, gestito da cinesi, bar multiculturale, dove mi ritrovo ogni volta, come l’altro giorno che passavo il pomeriggio più alcolico mai vissuto, quattro bicchieri di vodka dalle quattro del pomeriggio fino alle sette, con Miryam che ogni volta versava come se fosse la cosa più normale del mondo, perdermi nel suo sguardo, vedere quasi la divinità, perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, stando lì, seduto su quella sedia e vicino a quel tavolino che danno sulla strada, l’assenza di pensieri, il giro d’estasi dell’alcol, stare vicino a lei, a Miryam, e vedere il mondo dal suo punto di vista, la varia gente che mi passava affianco, chi scommetteva, chi si ubriacava, chi fumava, e io lì, seduto a contemplare l’infinito, senza sapere più perché stavo lì, forse perché ero innervosito da chi invade la casa, e lì in casa non ci potevo più stare, io che avrei voluto il silenzio, di tomba, per dormire, in quel primo pomeriggio dove il sonno si fa più sentire che la notte, perdermi in quell’alcol, in quella vodka come da tempo immemore, e gustare quell’estasi alcolica come non gustavo da tempo, grazie allo sguardo di Miryam e a lei che versava… camminare ieri sera, un po’ ancora stanco dagli allenamenti dell’ultimo periodo, il martedì, il sabato, mezz’ora di corsetta militare e mezz’ora di allenamento di taekwondo, karate, per scacciare i pensieri, per sentirmi vivo, ripassare l’altro giorno le forme grazie a video di youtube sul cellulare, camminare ieri sera pensando soltanto di tornare a casa la sera e ascoltarmi un po’ di musica pop giapponese da Kugou, che dopo dieci anni ho reinstallato, per sentire un po’ di musica diversa, le radio che ultimamente cambio sempre e che mi capita di sentire, discoradio, rtl 102.5, r101, la radio che mio padre ascolta sempre: radio24… le onde sonore, il sottofondo, Bruna che mi diceva che lei tiene sempre accesa in casa la televisione, per fare compagnia, per non sentire il silenzio, il silenzio di tomba, inquietante, diceva, lei che lascia sempre accesa la televisione, anche se non l’ascolta e non la guarda, e io, invece, il silenzio, il silenzio ovunque, che mi ricordava il silenzio della morte, il silenzio da cui scaturiscono le parole e le invocazioni a qualche divinità sperduta… e inondarsi così di musica anche quando non ce n’è bisogno, e del silenzio delle preghiere non sapere più che farsene quando la vera personalità è ora presente, unità di se stesso ritrovata, non andare più fuori di personalità quando c’è Miryam, o qualcun’altro, o qualcun’altra, sempre me stesso, anche con gli amici, in questo tempo che sa di noia e di calma, in ballo tra una cosa e l’altra… camminare la sera e tornare nella propria stanza ad ascoltare la musica J-Pop, quasi addormentarsi, e spegnere e chiudere tutto, e andare a dormire vestito, dopo quei suoni e quel canto pieno di vita ed energia, canzoni che non comunicano niente, se non proprio solo l’energia e la voglia di vivere, l’altezza dell’umore, e il niente… andare a letto vestito, dimenticando che oggi mi avrebbero fatto lavorare, mentre invece ho da vedere Saverio per raccontare le ultime vicende, e meglio così, riposarsi un po’, e lasciare anche andare via la vodka dell’altro giorno, che andando al bar l’altra mattina mi compariva la divinità al di là del bancone, di fronte a tutte le bottiglie di alcol, due parole con Bruna, con Paolo, e la mattinata poteva cominciare bene… non aver più quasi voglia di leggere niente, stanco delle solite geopolitiche che però te ne fanno sapere di più di chi vorrebbe spiegarti, e guardi la gente da lontano, come quei colleghi, quegli amici con i quali non c’è più molto in comune, loro e la loro musica, io e la mia musica, i miei amori, il mio mondo al di là di tutto, oltre le parole dei più, e accorgersi quasi di aver sempre vissuto in un mondo di interessi autonomi, di altre esperienze che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo rispetto agli altri, tra quel viaggio in Romania, quegli amici cinesi, quel maestro di Karatè musulmano e tutta la sua famiglia, la musica black metal, le ragazze dell’Est e la loro musica, quella bandiera albanese che è la mia vera bandiera, e dell’Italia non me ne è mai fregato niente, e continua a non fregarmene niente, anche dopo i discorsi con amici e colleghi, il mio mondo, me stesso, che niente ha da condividere con gli altri, con le altre, distante anni luce… quella letteratura contemporanea italiana che leggevo, la leggerezza, l’inutilità di quelle parole, quegli scrittori tutti di sinistra all’italiana, romanzi non miei ispirati da un’educatrice troppo, troppo italiana, non mi ritrovo e non mi sono mai ritrovato, e non mi piace per niente, vivo su altre note, su altri mondi, in un universo tutto mio, multiculturale, deterritorializzato, decentrato, che trovare qualcuno con i miei stessi interessi e gusti è impresa ardua, se non impossibile… e mi ritrovo così a essere me stesso, finalmente, in questa mia identità distante anni luce dagli altri, da tutto, e le parole quasi non mi escono più, le tengo per me, e non credo mai di trovare una persona con cui potermi aprire, tutto rimane sigillato, ermetico, distante anni luce… e quando credevi che Ana fosse dimenticata eccola riapparire in sogno, con la sua carica erotica, in un sogno dove lei viveva a casa mia, e alle 21:37 di sera non era ancora tornata, lei e la sua libera vita, lei che fumava sigarette e le buttava per terra nella mia stanza, in un viavai di gente e persone, come in un casino, vita completamente sbandata e libera, che l’email che diceva che quella spiritualità alternativa non mi interessava più era la via d’uscita da sensazioni passeggere e inutili, se non fosse per quando sei sul lavoro, e allora lì un po’ di disciplina dello spirito ti serve, per il resto no, forse solo per evitare i tilt dell’anima, gli alcolismi eccessivi, l’idolo dell’erotismo che nella notte e nel sogno si ripresentava, riportandomi alla memoria anche un’altra ragazza, quella Lorusso compagna di banco, la più figa tra tutte le ragazze, la più stupida, in un sogno erotico che quasi mi chiedo perché più di sette anni fa non ci provavo, non le dicevo niente, ma allora c’era Andra, ed era un’altra storia, io che forse mi dovevo ancora riprendere dal ricovero, dopo due anni, io che mi sentivo religioso ebraico, io che ancora l’orgia di sensazioni albanesi e dell’Est le dovevo ancora provare, Alina, Xhuliana, Leida, Ana, ancora non c’erano state, e ritornando indietro qualche parola in più l’avrei detta a Lorusso, che nel sogno mi appariva come una compagna, compagna erotica, compagna di relazioni, che allora anche non la volevo perché neanche maggiorenne, quinta superiore, e pensare che Franza mi chiedeva perché, che differenza fa l’età? 897 altre parole

Visioni

In questa rapsodia tra follia e quiete...

Raccogliersi
per scacciare gli spiriti
l’assenza di amuleti
e la follia
bianca
terrore panico
al risveglio
dopo che la notte
riportava al ricordo primigenio
il ricordo di lei… 725 altre parole

Visioni

Filosofia dell’anima e dubbi arcani – Ma noi siamo dimenticabili?

Dopo tanto Heidegger, e altri criminali nazisti, è tempo di liberare la mente, e interrogarsi denotativamente, cioè terra-terra, che poi è sempre un gradino più su di come ci si interroga nei salotti televisivi nostrani, e nei “tomi” dei notisti marchettizzati dalla Gruber un giorno sì e l’altro pure. 546 altre parole

Tutti Gli Articoli

"IL TEMPO: I SUOI RICORDI" di MARIA ROSA ONETO

PROSA: “Il tempo: i suoi ricordi” di Maria Rosa Oneto.

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza, poggiati sul cuscino. 280 altre parole

Scrittura

Ho una macchia nera sul cuore, lo sai

(post off-topic. Il titolo è ispirato alla canzone We just wanna live degli Zen Circus)

Nel mio pc c’è una cartella “Scritti”. Vi sono raccolti i migliori brani e le poesie che mi hanno segnato, negli anni. 1.094 altre parole

Musica

Con questa leggerezza di settembre e i suoi sogni, Katia, Federica...

E sembra quasi settembre, sembra quasi tempo di tornare a scuola, come ormai quasi nove anni fa, quando tornavo alle superiori per recuperare gli anni persi, le compagne, i compagni… che la notte sognavo la compagna di banco, la più figa della classe, la mora e magrolina LoRusso, che mi eccitava sempre, con quel suo fare sbarazzino e stupido, coi lunghi capelli neri, pugliese, che solo il cognome era un programma, LoRusso, come una vera russa, come Katia, e poi Federica, il suo nome, tutta eccitazione, che mi ricordavo quelle volte che ero eccitato e il prof di italiano gridava: “Lorusso!”, forse perché lei se ne accorgeva, anche lui, non so, ma era rimasto un desiderio così, lontano, che nella notte si risvegliava, in un sogno da favola medievale… ero come su un largo ponte, sospeso nella foresta incantata, e sotto quel ponte c’era come un portone sacro, pieno di immagini e bassorilievi, e incatenata a quel portone c’era lei, che aspettava un incantesimo che la liberasse, non so perché mi gettavo in un piccolo lago lì vicino, e quando scendevo sott’acqua potevo respirare tranquillamente, anzi anche meglio che si fosse aria, era un lago magico… e mi perdevo tra quei fondali, nel sogno che era fatto di verde e blu scuro, nel fresco di settembre, e alla fine della prova, dell’incantesimo, c’era lei che si rivelava essere una creatura minuscola, non più grande del palmo della mia mano, e lì stava tutto l’incantesimo, l’avevo vinta, ma la sua maledizione era di rimanere una ragazza piccola, e io troppo grande per lei, la desideravo, come lei desiderava me, ma alla fine dell’incantesimo, per liberarmi da quel ponte, da quel lago, dovevo rivolgermi verso il portone incantato al di sotto del ponte… mi voltavo verso di esso e lasciavo perdere Federica e il suo incantesimo, e quel portale si schiudeva per lasciar spazio a raggi dorati e blu e argentati, dove compariva un altro mondo, tutti i compagni e le compagne, quella Jessica di una volta, anche poi compagna dell’università, e si apriva un mondo dove qualcuno mi parlava di cartine geografiche, storia, il corso del mondo, e compariva mio padre che diceva che Trump gli aveva lasciato un messaggio, chiedendogli dove mangiava quest’oggi, in quale ristorante, e lasciavo alle mie spalle l’incantesimo di Federica, del portale, del ponte, del bosco incantato, di tutte le fate come Jessica e Federica, e sognavo ancora delle fate e mi perdevo poi in quei fasci di luce bianca, argentata e blu… 725 altre parole

Visioni

Situazioni d'agosto

Nonostante oggi si sia travestito quasi da autunno, questo agosto a me sembra non finire più. Sarà che non ho fatto ferie, sarà che ho fatto ben poche cose tipiche dell’estate, fatto sta che questo mese contraddistinto da caldo umido, città deserta e rallentamenti al lavoro sembra essere più lungo delle code sulle autostrade nei giorni da bollino nero. 1.544 altre parole